Si sentiva re, e si sentiva in prigione. Ma non
voleva avvilirsi. Voleva stare in prigione da re. E
lo gridava, all'alba; lo gridava a tutte le altre
ore designate; e, dopo aver gridato, più che in
ascolto, pareva stesse all'aspetto, che all'alba il
sole e nelle altre ore tutti i galli, che da lontano
gli rispondevano, dovessero venire in suo ajuto, a
liberarlo.
Non gli passava per il capo che a un gallo adatto
come lui potesse toccar la sorte d'un misero
pollastrello qualunque; che quella brutta padrona lo
avesse comperato per tirargli il collo di lì a poco.
Prima d'essere rinchiuso in quel cortiletto aveva
avuto nel piano di Ravanusa dodici galline in suo
potere, una più bella dell'altra, tutte segnate nei
merluzzi della cresta dai fieri pinzi del suo becco
imperioso; care gallinelle docili, eppur ferocemente
gelose e orgogliose di lui, perché nessuno dei tanti
galli, che regnavano in quel piano e nei dintorni,
aveva la sua maestà e la sua voce.
A una a una, poi, s'era vedute portar via quelle sue
spose massaje e sottomesse, e alla fine, un brutto
giorno, era rimasto vedovo e solo, e poi ghermito di
furto anche lui e consegnato per le zampe a costei,
che ora lo teneva lì, oh ben pasciuto senza dubbio,
ma perché? che vita era quella? che stato?
Aspettava di giorno in giorno, che, o quelle care
antiche gallinelle rapite al suo amore e alla sua
custodia fossero portate lì a fargli scordar la
prigionia, o questa in qualche altro modo avesse
fine.
Era egli gallo da star senza galline?
E cantava, e cantava. Gridi di protesta, di
indignazione, di rabbia, di vendetta.
Finché, una mattina, all'angolo del cortiletto... -
ma come? che era? Sì, un verso a lui ben noto...
co-co-co... ma come lì? da sottoterra?... co-co-co...
e qualche timido, rapido colpettino di becco, e un
razzolio sommesso.
S'accostò incerto, guardingo; allungò il collo; spiò
attorno; stette in ascolto; riudì più distinti i
rumori e quel verso, che da tanti giorni più non
udiva e già gli aveva messo in subbuglio il cuore; e
alla fine alzò una zampa e rimosse un po' il
mattone, che faceva da turo lì a una buca per lo
scarico delle acque piovane. Rimosso il mattone,
stette un pezzo a guardare a scatti, convulso, di
qua e di là, quasi pronto a dire, se qualcuno se ne
fosse accorto, che non era stato lui. Poi, raffidato,
si chinò, e dentro quella buca intravide una
graziosa pollastrotta picchiettata bianca e nera, la
quale, attraverso la fessura, sporse prima il
beccuccio, poi tutto il capino dagli occhietti tondi
e dai nascenti rosei pendagli, come se, con una
grazia tra timida e birichina, gli domandasse:
- Si può?
A quell'apparizione, egli restò, dapprima; poi
arruffò le penne quasi corso da un brivido di gioja;
protese il collo; allargò le ali; starnazzò, e
lanciò alla fine un vigoroso chicchirichì.
Aveva da tempo chiamato, ed ecco già qualcuno
cominciava a rispondergli.
La pollastrotta, al grido, rigettò con una
zampettina risoluta il mattone, e, quasi strisciando
riverenze, si fece avanti. Egli allora, tutto
tronfio e impettito, le si mostrò di fronte e poi da
un lato e poi dall'altro e di dietro, come per farsi
ammirare da ogni parte; levò infine una zampa in
atto d'impero e si tenne ritto sull'altra un pezzo;
poi, scrollandosi tutto, le mosse con impeto
incontro.
Chiotta chiotta, ranca ranca, quasi spaventata, ma
con un gorgoglio nella gola, che pareva una risatina
mal frenata, la pollastrotta prese a fuggire, non
già per schermirsi, anzi per il gusto di vedersi
inseguita, e quando, raggiunta, si sentì pinzare il
collo e poi sul dorso imporre le due zampe poderose,
così presa e chinata, si gonfiò tutta; ma il fremito
di gioja volle nascondere in un lamentio timido,
esile, che a mano a mano divenne più spiccato,
rabbiosetto, come se in cambio chiedesse, anzi no,
esigesse chicchi, chicchi, chicchi da beccare.
Chicchi... lei sola? No. Uh, quante! E donde erano
entrate? Tutte da quella buca... Sette, otto, nove,
dieci galline, una folla in quel cortiletto, una
folla stupita della bellezza e della maestà di quel
gallo prigioniero, di cui per tanti giorni avevano
ammirato, razzolando per il vicolo, il maschio canto
sonoro.
La pollastrotta scappò di sotto le zampe del re,
strillando non so che miracoli e spaventi, e allora
la stupefazione fino a quel punto immobile delle
altre galline diventò rimescolio di commossa
ammirazione, e furono inchini e ossequii e riverenze
e un coro confuso di complimenti e di
congratulazioni, che egli accolse con altera
dignità, come dovuto omaggio, col collo eretto e
squassando la cresta merlata e i bargiglioni.
Ma in quel punto si levò dal vicolo il canto rauco,
stento, strozzato dall'ira del piccolo vecchio gallo
nero spennacchiato della Mangiamariti, a cui quella
pollastrotta prima e poi quelle altre galline erano
sfuggite di furto per la buca del cortiletto.
A questo grido di rabbia e di minaccia tacquero
quasi smarrite, sgomente, le fuggitive; ma subito a
rassicurarle, il giovine re si avanzò verso la buca,
vi s'impostò fieramente davanti, levò la zampa e
rispose con un grido di sfida.
Le galline, in attesa di chi sa quale terribile
avvenimento, s'erano ritratte, ristrette all'altro
angolo del cortiletto e, pigolando sommessamente, si
confidavano la paura e forse il pentimento per la
curiosità che le aveva attirate là dentro.
Fu un momento d'angosciosa aspettazione.
Davanti alla buca il gallo lanciò con maggior
fierezza una nuova sfida, e attese. Nessuno rispose
dal vicolo; ma alte grida rissose si levarono invece
nella soprastante cucina della casa, che turbarono e
sconcertarono alquanto il giovine re e misero lo
scompiglio tra le galline. Corri di qua, scappa di
là, nello spavento non trovavano più la buca per
sguizzare e battersela; alla fine, una la imbroccò,
e via le altre dietro. Quando la Mangiamariti e
donna Tuzza Michis, vociando sempre più forte,
scesero giù nel cortiletto, erano scappate tutte,
tranne una: la pollastrotta picchiettata bianca e
nera.
- Dove sono? dove sono? - gridò la Michis con le
mani rovesciate sui fianchi.
- Eccole là! - gridò l'altra, precipitandosi addosso
alla pollastrotta.
- Uh quante! Una per miracolo! E di dove è entrata?
- Ah, non lo sapete? Ma guarda, che innocentina!
Qua, qua, mozzica il ditino! E questo? questo che
cos'è?
- Ah, il mattone? E chi l'ha levato?
- Io, l'ho levato io! io! Per farvi mangiare il
becchime dalle mie galline! Non voi per rubarmi le
uova...
- Io, le vostre uova? Ma le schifo, io, le vostre
uova, lo sapete! Le schifo!
- Ah, le schifate? Veleno debbono farvi nello
stomaco, veleno, tutte quelle che mi avete rubate.
Qua, qua! questo mattone deve stare qua! così deve
stare! qua! Se no, vi turo di fuori la buca, e vi
faccio veder io come si fa!
Era una pena per il gallo, che stava spaventato ad
assistere alla scena, veder quella pollastrotta a
capo in giù nel pugno della padrona furente. Ah
certo non sarebbe più ritornata, povera cara
piccina, dopo una tal lezione! Né essa né le altre
certo si sarebbero più arrischiate a introdursi per
quella buca. Se avesse potuto lui, invece, scappar
via di lì e andarle a trovare!
Si propose di provarcisi; e, quando fu la sera,
cheto e chinato, s'accostò all'angolo ove era il
mattone e, guardando cauto e timoroso la finestra,
tirò all'indietro una prima zampata per rimuoverlo.
Ma quella terribile vicina aveva zaffato ben bene la
buca, affondando il mattone nella terra umida; e
premendovi con le dita all'orlo il terriccio.
Bisognava prima liberar di questo il mattone. A
furia di razzolare vi riuscì, e alla fine il mattone
fu rimosso. E ora?
Si chinò a spiare attraverso la buca. Dal vicolo
scosceso veniva a mala pena il barlume del lampione.
Ma a un tratto come un'ombra densa venne a otturar
quel barlume e in cambio nel nero della buca fulsero
due tondi occhi verdi immobili. Il gallo a tal vista
si ritrasse impaurito, ma si trovò addosso una nera
furia unghiuta; gridò; per fortuna, la padrona, che
pareva stesse di guardia, non tardò a spalancar con
fracasso la finestra della cucina, e allora quella
furia scappò via arrampicandosi al muro del
cortiletto.
Nessuno poté levar dal capo alla Michis, quando poco
dopo scese col lume, che la Mangiamariti avesse lei
col manico della scopa abbattuto il mattone, e poi
introdotto nella buca quel gatto per fargli uccidere
il gallo. Fu lì lì per levar le grida e svegliare
tutto il vicinato perché corresse a vedere e a
toccar con mano il tradimento e l'infamità di quella
megera; ma poi pensò che alcuni mesi addietro ella
aveva negato a colei, allora incinta, il bocconcino
d'assaggio d'una pietanza saporita, di cui al solito
s'era diffuso l'odore per tutto il vicolo, e che
colei, a detta di tutti, per quella voglia
insoddisfatta, aveva abortito e per poco non era
morta. Meglio, dunque, abbozzare e far le viste di
non essersi accorta di nulla. Si chinò, rizzaffò la
buca per quella sera; ma, ormai convinta che il
gallo lì non era più sicuro, e che colei per bizza
in qualche modo glielo avrebbe fatto morire, decise
di tirargli il collo la mattina seguente. Lo prese,
lo tastò (al gallo parve una carezza); poi, tanto
per porre un altro riparo, lo buttò nell'anditino
bujo, per cui si scendeva al cortiletto, e chiuse la
porticina, che si reggeva appena sui gangheri, così
imporrita che, a grattarla un po', cascava in
polvere.
Nella nuova carcere il gallo si vide perduto. A poco
a poco la frigida tenebra intanfata di muffa
cominciò ad allargarsi appena appena in un punto,
come per un'aria d'alba lontana. E allora esso
s'appressò a quel punto, che vaneggiava nel lume, e
sporse il capo. S'accorse di sporgerlo fuori della
porticina.
C'era dunque una buca in quella porticina: la buca
del gatto. Una là, nel cortiletto, un'altra qua.
Bisognava ora superarne due.
E si mise a dar di becco a questa, per allargarla.
Lavorò tutta la notte fino all'alba.
All'alba, avvilito, disperato, quantunque il lavoro
della notte non fosse stato al tutto invano, gridò
ajuto con tutte le forze che gli restavano.
Era forse balenata nel sonno alle gallinelle del
vicolo, già tutte innamorate del giovine re
prigioniero, la sentenza di morte proferita dalla
Michis? il fatto è che, com'esse intesero da più
lontano il suo grido, a una a una sgusciarono
dall'uscio della catapecchia della Mangiamariti
lasciato socchiuso dal padrone nel partirsene per la
campagna, e con in testa la pollastrotta
picchiettata bianca e nera, abbattuto di furia il
mattone, s'introdussero nel cortiletto. Dov'era il
gallo? Oh Dio, eccolo là! tentava di scappare da
quell'altra buca della porticina, e non poteva.
Tutte in fretta gli corsero in ajuto. Ma
sopravvenne, furibondo di gelosia, il piccolo
vecchio gallo nero, spennacchiato, si cacciò in
mezzo a loro e, cieco d'odio e di rabbia, saltando
con le penne ingrossate, quasi andassero per l'aria
certi moscerini di luce ch'egli volesse ghermire a
volo, s'avventò attraverso la buca della porticina
contro al rivale.
Nessuno assistette al feroce duello, là nell'andito
bujo. Nessuna delle galline, neanche l'ardita
pollastrotta s'arrischiò a entrare, tutte anzi
presero a schiamazzare come indiavolate. Si svegliò
la Michis, si svegliò la Mangiamariti, si svegliò
tutto il vicinato. Ma, quando accorsero, il duello
era già finito: il piccolo vecchio gallo nero
giaceva a terra morto, con un occhio strappato e la
testa sanguinante.
La Mangiamariti lo raccolse e cominciò a piangerlo
come un figliuolo, mentre la Michis innanzi a tutte
le vicine protestava che lei non c'entrava per
nulla, che anzi, la sera avanti, per levare ogni
questione, aveva rinchiuso il gallo in
quell'anditino; tanto vero che la porticina ne era
ancora serrata. La lite tra le due donne s'accese
più feroce del duello tra i due galli. Ora la
Mangiamariti, in cambio del gallo ucciso, reclamava
il gallo della Michis.
- E che me ne faccio? - gridava questa.
- Ve lo mangiate! - rimbeccava la Mangiamariti. -
Non avevate forse comperato l'altro per mangiarvelo?
Mangiatevi questo e vi faccia veleno!
Assalita, sopraffatta dalle vicine, donna Tuzza
Michis alla fine dovette cedere.
E così, tra il plauso giocondo delle comari del
vicinato, sorgendo il sole, con la scorta delle
gallinelle liberatrici, tutte festanti, in testa la
pollastrotta bianca e nera, il giovine re liberato
uscì dalla casa della Michis in trionfo.