Novelle per un anno - 1924 - Tutt'è tre
13. Un pò di vino
Ero entrato in quella Bottiglieria, io che non bevo vino,
per far compagnia a un amico forestiere, che pare non possa
andare a letto senza il viatico, ogni sera, d'un buon
bicchierotto.
Due sale comunicanti per un'arcata in mezzo: una più bassa;
l'altra, tre gradini più su; lugubri tutt'e due, con le
pareti a metà coperte da uno zoccolo di legno. La prima, con
l'impalchettatura dei liquori, stinta, unta, impolverata, e
un vecchio banco di mescita davanti; l'altra, dove c'eravamo
messi a sedere, col solo giro di tavolini tozzi verniciati
di giallo e quattro lampadine che pendevano dal soffitto,
filo e padellina.
Di prima sera, non c'era quasi nessuno. Due, che avevano già
asciugato la prima bottiglia, sedevano in silenzio, cupi,
col mento sul petto, in un angolo. A un tratto, uno d'essi
spalancò la bocca ed emise un suono lungo, a più riprese,
che non finiva più. L'altro si voltò a ragguardarlo:
- E tu ragli, caro mio, così!
Poi si voltò a noi e aggiunse:
- Ma guarda s'è il modo di sbadigliare!
Questo segno sguajato di noja bestiale fece da susta al
disgusto che provavo dacché avevo messo piede in quel luogo;
m'alzai e gridai al mio amico:
- Sbrigati, per piacere!
Ma il mio amico, posando il bicchiere ancora a metà pieno di
quel suo nero aleatico denso come un rosolio, socchiuse gli
occhi e ingollò il sorso che aveva tratto con voluttà così
bambinescamente palese, che subito la stizza che me ne venne
si ruppe in una risata. Tornai a sedere, umiliato dalla
coscienza che stavo lì a far da mezzano a quella sua
voluttà.
Intanto altri avventori erano venuti. Alcuni, nell'altra
sala, giocavano a carte. Venne anche un vecchio cieco, con
un occhio che gli sbatteva bianco e quasi ridente da una
parte, la chitarra al collo, guidato da una ragazzina magra,
con una frangetta di capelli stopposi sulla fronte,
pietosissima; ma tutt'a un tratto si mise a cantare,
distratta, con una voce quasi non sua e così spietata, che
sollevò le proteste generali e fu fatta andar via.
Al tavolino accanto al nostro s'appressò a un certo punto
una strana coppia: un vecchio signore dall'aria molto
nobile, impettorito, quasi incadaverito vivo, condotto per
mano da un giovane cameriere dalla grossa testa capelluta,
come posata senza collo sulle spalle, e una faccia da
malato, gonfia con gli occhi bolsi ma dolci tra i peli,
occhi che avevano la dolente opacità del turchese. Pieno di
riguardosa attenzione per il vecchio signore che si reggeva
a stento sulle gambe, senza lasciargli la mano si introdusse
tra un tavolino e l'altro, scostò la seggiola e pian piano
ve lo posò a sedere come un fantoccio; poi si recò
nell'altra sala e ritornò poco dopo con un quartuccio di
vinetto biondo che gli pose davanti sul tavolino, e un
bicchiere; e se ne andò.
Il vecchio rimase lì immobile, con le mani sulle gambe
giunte. Aveva una bellissima testa, ma sciupata, da
colonnello a riposo; di qua e di là, di traverso, come
scritti calligraficamente, due esemplari occhi di pesce; e
tutte segnate le guance d'una fitta trama di venuzze
violette. Vestiva bene, di pulita semplicità. Ma che brutto
segno e che tristezza quando, o dal taglio o dal colore o
dalla qualità della stoffa, si capisce che un abito è di tre
o quattr'anni fa, e lo si vede rimasto nuovo nuovo, senza
una grinza né una macchiolina, addosso a un vecchio!
Guardandolo, si aveva la certezza che egli sarebbe morto con
quell'abito di quattr'anni rimasto nuovo, e che forse vi si
sentiva già morto dentro.
Una mosca me ne diede la prova. Aveva cominciato a
molestarlo ostinatamente, appena lasciato lì sulla seggiola.
Ma egli non accennava nemmeno d'alzare una mano per
cacciarla. Lì per lì mi nacque il dubbio che non potesse, e
da questo dubbio, una smania irrefrenabile, nel veder quella
mosca attaccarglisi vorace a certe bollicine di calore che
aveva sulla fronte. Ero sul punto di cacciargliela io,
quand'egli volse pian piano verso di me la sola testa e con
un fine e malinconico sorriso mi disse:
- Certe mosche hanno questa natura, che un tale è appena
morto, che non si sa che messaggeri hanno: lo sanno subito.
E subito, come lo sanno, vengono ad appiccarsi e a bearsi
del sudorino della morte.
Detto questo, rigirò la testa per rimettersi immobile come
prima sulla seggiola.
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Ora certo non s'è mai dato il caso che un cadavere,
steso duro sul letto tra quattro ceri, abbia alzato
la mano per cacciarsi una mosca dalla fronte o dal
naso. Ma quel vecchio signore, perdio, quantunque
all'aspetto incadaverito, stava seduto in una
bottiglieria, aveva mosso la testa, mi aveva
parlato. Solo le mani pareva non potesse muovere. E
il quartuccio di vino gli restava davanti intatto,
lì sul tavolino, col bicchiere vuoto accanto. Cercai
con gli occhi nell'altra sala il cameriere, che
forse aveva attaccato discorso con qualcuno e s'era
dimenticato di venire a servire il padrone;non mi
riuscì di scorgerlo; e allora, non reggendo più alla
vista dell'immobilità di quel povero vecchio,
allungai la mano alla bottiglia per versargli io il
vino nel bicchiere e ajutarlo a bere. Ma con stupore
gli vidi alzar subito una mano dalle gambe per
trattenere la mia. Sorrise, inchinando appena il
capo; rimise a posto la mano e mi disse:
- Grazie, non s'incomodi: non bevo.
Lo guardai, sorpreso; guardai la bottiglia, come per
domandargli perché allora il cameriere gliel'avesse
messa lì davanti; il vecchio signore mi lesse negli
occhi la domanda e mi rispose:
- Per finta. Non è vino.
- Non è vino? E che cos'è?
- Niente. Acquetta. Il vino, io, per forte che sia
lo bevo, poco, ma pretto. Provi a versarmene un dito
di quello del suo amico, e vedrà che cosa avviene.
Incuriosito, presi la bottiglia d'aleatico del mio
amico, e stavo per versarne un poco nel bicchiere
del vecchio signore, che subito dall'altra sala si
precipitò il cameriere, il quale evidentemente stava
in agguato, a coprir con la mano il bicchiere e a
gemere con esasperazione:
- Signor Marchese!
E poi, rivolto a noi:
- Signori miei, per carità! Chi poi ci va di mezzo
sono io!
E se n'andò, portandosi via il bicchiere.
Il vecchio signore tornò a sorridere di quel suo
fine e malinconico sorriso, tentennando lievemente
il capo; poi socchiuse gli occhi e trasse un lungo
sospiro.
- Povero Costantino!
Mi parve che non fosse più il caso di prender la
cosa sul serio, e gli domandai:
- Le proibisce di bere, eh?
Mi rispose:
- Non lui; me lo proibisce mio figlio; e non perché
gl'importi della mia salute, ma perché io non
offenda il decoro del casato con quel po' d'allegria
che mi verrebbe subito da un dito di vin pretto.
Costantino berrebbe anche lui volentieri. Non può,
pena la morte. Malatissimo. Malatissimo e carico di
famiglia, poverino. Mi astengo dal bere per
compassione di lui. Sarebbe cacciato via su due
piedi, se mi riportasse a casa, non dico brillo, ma
appena appena vivace. Oh, creda, non più che vivace;
perché io seguirei sempre, a ogni modo, la buona
regola: portarsi, bevendo, né un punto più su, né un
punto più giù; ma al punto giusto. Un punto più su,
il brio trasmoda; un punto più giù, il brio non
s'accende. E se il brio non s'accende, vapora la
tristezza. Le porto un paragone. Le torce, caro
signore, accese di giorno, in un mortorio. La
fiamma, al sole, non si vede. E che si vede invece?
Il loro fumighio. Mi spiego?
Fece con un dito in aria il segno di quel fumighio,
e si tacque.
Veramente il paragone, ora che ci ripenso, non aveva
quella chiarezza di rapporti che la rettorica stima
necessaria perché un paragone riesca efficace; ma in
quel punto, detto da lui, con un garbo così
meticolosamente forbito, esile voce e funebre
compostezza, non solo efficacissimo, mi parve il più
calzante e proprio ch'egli potesse portare. Tornai a
interessarmi di lui, con nuova e più viva curiosità
e gli domandai perché, non potendo bere, si faceva
condurre dal cameriere in una bottiglieria.
- Eh, perché! - sospirò. - Perché io possa vedere
qua la mia tristezza (che è tanta!) come una povera
mendicante davanti a una porta, che se le fosse
appena appena schiusa, la farebbe subito diventare,
da così nera com'è, una fragola di giardino. Lei è
giovane: ama, spera, desidera; vede il mondo come il
suo amore, come la sua speranza e il suo desiderio.
Ma se per disgrazia se ne votasse, il mondo le
diventerebbe subito un altro. E sarebbe perciò
allora più vero di come è adesso che lei ama, spera,
desidera? Tutti vini immateriali, codesti. Io
vecchio, per vedere ancora sopportabile il mondo, mi
mettevo dentro un poco, poco poco, di vino
materiale. Mio figlio non vuole più, per il decoro
del casato. E poi c'è questo povero Costantino...
Ecco, mi consolo, dandomi qua una prova che questa
mia tanta tristezza, sì, ora è vera, ma basterebbe
che bevessi un dito di vino, perché non fosse più.
Lei potrebbe obbiettarmi che non sarebbe vera allora
neppure la mia allegria, la quale dipenderebbe dal
dito di vino che avrei bevuto. E io non le dico di
no. Ma torniamo daccapo; che cosa è vero, caro
signore? Che cosa non dipende da ciò che ci mettiamo
dentro per crearci ora questa e ora quella verità?
Ecco, stia a sentire...
Si levava dalle due sale della bottiglieria, che
m'era sembrata in principio così lugubre, un allegro
frastuono. Guardai in giro, e tutti i visi mi
parevano cangiati, alcuni schiariti, altri accesi.
Quattro signori a un tavolino, ritti sui busti e
protesi l'uno verso l'altro, con le teste accoste
accoste, intonavano con gran delizia non so che
musica, cantando col naso; altri ciarlavano forte,
altri ridevano. E allora, tornando a guardare il
vecchio signore, che s'era ricomposto in
quell'orribile immobilità di pulito cadavere seduto,
e ripensando a quanto or ora aveva finito di dirmi,
mi sentii preso da una profonda pietà. Aveva di
nuovo la mosca su quelle bollicine di calore. Mi
chinai verso di lui e gli dissi piano:
- Ma scusi, non si potrebbe almeno cacciare codesta
mosca dalla fronte?
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