Per maggior consolazione del nonno, che le voleva
tanto bene, Susì cresceva male; una spalluccia più
alta dell'altra e di traverso, e di giorno in giorno
il collo le diventava sempre più come uno stelo
troppo gracile per sorregger la testina troppo
grossa. Ah, quella testina di Susì...
Il signor Anselmo si chinò sul letto, per farsi
cingere il collo dal magro braccino della nipote ;
le disse:
- Sai, Susì? Ho riso!
Susì lo guardò in faccia con penosa meraviglia.
- Anche stanotte?
- Sì, anche stanotte. Una risatoooòna... Basta,
lasciami andare, cara, a prender l'acqua per la
nonna... Dormi, dormi, e procura di ridere anche tu,
sai? Buona notte.
Baciò la nipotina sui capelli, le rincalzò ben bene
le coperte, e andò in cucina a prender l'acqua.
Ajutato con tanto impegno dalla sorte, il signor
Anselmo era riuscito (sempre per sua maggior
consolazione) a sollevar lo spirito a considerazioni
filosofiche, le quali, pur senza intaccargli affatto
la fede nei sentimenti onesti profondamente radicati
nel suo cuore, gli avevano tolto il conforto di
sperare in quel Dio, che premia e compensa di là. E
non potendo in Dio, non poteva per conseguenza
neanche più credere, come gli sarebbe piaciuto, in
qualche diavolaccio buffone che gli si fosse
appiattato in corpo e si divertisse a ridere ogni
notte, per far nascere i più tristi sospetti
nell'animo della moglie gelosa.
Era sicuro, sicurissimo il signor Anselmo di non
aver mai fatto alcun sogno, che potesse provocare
quelle risate. Non sognava affatto! Non sognava mai!
Cadeva ogni sera, all'ora solita, in un sonno di
piombo nero, duro e profondissimo, da cui gli
costava tanto stento e tanta pena destarsi! Le
palpebre gli pesavano su gli occhi come due pietre
di sepoltura.
E dunque, escluso il diavolo, esclusi i sogni, non
restava altra spiegazione di quelle risate che
qualche malattia di nuova specie; forse una
convulsione viscerale, che si manifestava in quel
sonoro sussulto di risa.
Il giorno appresso, volle consultare il giovane
medico specialista di malattie nervose, che un
giorno sì e un giorno no veniva a visitar la moglie.
Oltre la dottrina, questo giovane medico specialista
si faceva pagare dai clienti i capelli biondi, che
per il troppo studio gli erano caduti precocemente e
la vista che, per la stessa ragione, gli si era
anche precocemente indebolita.
E aveva, oltre la sua scienza speciale delle
malattie nervose, un'altra specialità, che offriva
gratis però ai signori clienti: gli occhi, dietro
gli occhiali, di colore diverso: uno giallo e uno
verde. Chiudeva il giallo, ammiccava col verde, e
spiegava tutto. Ah spiegava tutto lui, con una
chiarezza maravigliosa, per dare ai signori clienti,
anche nel caso che dovessero morire, intera
soddisfazione.
- Dica dottore, può stare che uno rida nel sonno,
senza sognare? Forte, sa? Certe risatooòne...
Il giovane medico prese a esporre al signor Anselmo
le teorie più recenti e accontate sul sonno e sui
sogni; per circa mezz'ora parlò, infarcendo il
discorso di tutta quella terminologia greca che fa
così rispettabile la professione del medico, e alla
fine concluse che - no - non poteva stare. Senza
sognare, non si poteva ridere a quel modo nel sonno.
- Ma io le giuro, signor dottore, che proprio non
sogno, non sogno, non ho mai sognato! - esclamò
stizzito il signor Anselmo, notando il riso
sardonico con cui la moglie aveva accolto la
conclusione del giovane medico.
- Eh no, creda! Così le pare, - soggiunse questi,
tornando a chiudere l'occhio giallo e ad ammiccare
col verde. - Così le pare... Ma lei sogna. È
positivo. Soltanto, non serba il ricordo de' sogni,
perché ha il sonno profondo. Normalmente, gliel'ho
spiegato, noi ci ricordiamo soltanto dei sogni che
facciamo, quando i veli, dirò così, del sonno si
siano alquanto diradati.
- Dunque rido dei sogni che faccio?
- Senza dubbio. Sogna cose liete e ride.
- Che birbonata! - scappò detto allora al signor
Anselmo. - Dico esser lieto, almeno in sogno, signor
dottore, e non poterlo sapere! Perché io le giuro
che non ne so nulla! Mia moglie mi scrolla, mi
grida: «Tu ridi!» e io resto balordo a guardarla in
bocca, perché non so proprio né d'aver riso, né di
che ho riso.
Ma ecco qua, ecco qua: c'era, alla fine! Sì, sì.
Doveva esser così. Provvidenzialmente la natura, di
nascosto, nel sonno lo ajutava. Appena egli chiudeva
gli occhi allo spettacolo delle sue miserie, la
natura, ecco, gli spogliava lo spirito di tutte le
gramaglie, e via se lo conduceva, leggero leggero,
come una piuma, pei freschi viali dei sogni più
giocondi. Gli negava, è vero, crudelmente, il
ricordo di chi sa quali delizie esilaranti; ma
certo, a ogni modo, lo compensava, gli ristorava
inconsapevolmente l'animo, perché il giorno dopo
fosse in grado di sopportare gli affanni e le
avversità della sorte.
E ora, ritornato dall'ufficio, il signor Anselmo si
toglieva su le ginocchia Susì, che sapeva imitar
così bene la risatona ch'egli faceva ogni notte, per
averla sentita ripetere tante volte dalla nonna; le
accarezzava l'appassito visetto di vecchina, e le
domandava:
- Susì, come rido? Su, cara, fammela sentire, la mia
bella risata.
E Susì, buttando indietro la testa e scoprendo il
gracile colluccio di rachitica, prorompeva
nell'allegra risatona, larga, piena, cordiale.
Il signor Anselmo, beato, la ascoltava, la
assaporava, pur con le lacrime in pelle per la vista
di quel colluccio della bimba; e, tentennando il
capo e guardando fuori della finestra, sospirava:
- Chi sa come sono felice, Susì! Chi sa come sono
felice, in sogno, quando rido così.
Purtroppo, però, anche questa illusione doveva
perdere il signor Anselmo.
Gli avvenne una volta, per combinazione, di
ricordarsi d'uno dei sogni, che lo facevano tanto
ridere ogni notte.
Ecco: vedeva un'ampia scalinata, per la quale saliva
con molto stento, appoggiato al bastone, un certo
Torella, suo vecchio compagno d'ufficio, dalle gambe
a roncolo. Dietro al Torella, saliva svelto il suo
capo-ufficio, cavalier Ridotti, il quale si
divertiva crudelmente a dar col bastone sul bastone
di Torella che, per via di quelle sue gambe a
roncolo, aveva bisogno, salendo, d'appoggiarsi
solidamente al bastone. Alla fine, quel pover'uomo
di Torella, non potendone più, si chinava,
s'afferrava con ambo le mani a un gradino della
scalinata e si metteva a sparar calci, come un mulo,
contro il cavalier Ridotti. Questi sghignazzava e,
scansando abilmente quei calci, cercava di cacciare
la punta del suo crudele bastone nel deretano
esposto del povero Torella, là, proprio nel mezzo, e
alla fine ci riusciva.
A tal vista, il signor Anselmo, svegliandosi, col
riso rassegato d'improvviso su le labbra, sentì
cascarsi l'anima e il fiato. Oh Dio, per questo
dunque rideva? per siffatte scempiaggini?
Contrasse la bocca, in una smorfia di profondo
disgusto, e rimase a guardare innanzi a sé.
Per questo rideva! Questa era tutta la felicità, che
aveva creduto di godere nei sogni! Oh Dio... Oh
Dio...
Se non che, lo spirito filosofico, che già da
parecchi anni gli discorreva dentro, anche questa
volta gli venne in soccorso, e gli dimostrò che,
via, era ben naturale che ridesse di stupidaggini.
Di che voleva ridere? Nelle sue condizioni,
bisognava pure che diventasse stupido, per ridere.
Come avrebbe potuto ridere altrimenti?