E Paolo Marra, che vedeva adesso per la prima volta quella
invasione, e distrutta la soglia sotto l'arco, e
scortecciati agli spigoli i pilastri, guasto l'acciottolato
dalle ruote delle carrozze e dei carri che avevan trovato
posto negli ariosi puliti magazzini a destra della casa, chi
sa da quanto tempo ridotti sudice rimesse d'affitto;
appestato dal lezzo del letame e delle lettiere marcite, col
nero tra i piedi delle risciacquature che colava deviando
tra i ciottoli giù fino alla strada, provò pena e disgusto,
invece di quel senso d'arcano sgomento con cui quella corte
viveva nel suo lontano ricordo infantile quand'era deserta,
col cielo sopra, stellato, il vasto biancore illividito di
tutti quei ciottoli in pendio e la cisterna in mezzo,
misteriosamente sonora.
Donne e marmocchi stavano intanto a mirarlo da un pezzo,
maravigliati del suo vecchio abito lungo, che a lui forse
pareva confacente alla sua qualità di professore, ma che
invece gli dava l'aspetto d'un pastore evangelico d'un altro
clima e di un'altra razza, con la zazzera scoposa sulle
spallucce aggobbite e gli occhiali a stanghetta; e come lo
videro andar via con tutto quel disgusto nel viso pallido,
scoppiarono a ridere.
L'ira, lì per lì, lo spinse a rientrare in quella corte di
cui era ancora il padrone, per strappare quelle donne, una
dopo l'altra, dalle pietre su cui stavan sedute e cacciarle
via a spintoni. Ma, abituato ormai a riflettere, considerò
che se esse sotto quel suo aspetto straniero, e forse un po'
buffo, d'uomo precocemente invecchiato e imbruttito da una
vita di studi difficile e disgraziata, non riconoscevano più
il ragazzo ch'egli era stato e che qualcuna di loro poteva
forse ricordare ancora, non doveva far caso del diritto che
gli negavano di provare quel disinganno e quel disgusto, per
tutta la pena dei suoi antichi ricordi.
Uno, tra questi ricordi, del resto, bastava a fargli cader
l'animo di rivoltarsi contro quelle donne; il ricordo,
ancora cocente, di sua madre che usciva per sempre da quella
casa, con lui per mano e reggendosi con l'altra, sulla
faccia voltata, una cocca del fazzoletto nero che teneva in
capo, per nascondere il pianto e i segni delle atroci
percosse del marito.
Era stato lui, ragazzo, la causa di quelle percosse, della
rottura insanabile che n'era seguita tra moglie e marito e
della conseguente morte della madre, per crepacuore, appena
un anno dopo: lui, sciocco, per aver voluto farsi, a
quattordici anni, paladino di lei contro il padre che la
tradiva; senza comprendere, come comprendeva ora da grande,
che alla madre, orribilmente svisata fin da bambina da una
caduta dalla finestra nella strada, era fatto l'obbligo di
sopportare quel tradimento, se voleva seguitare a convivere
col marito.
Per lui, figlio, la mamma era quella. Non poteva concepirne
un'altra diversa. Si sentiva avvolto e protetto
dall'infinita tenerezza che spirava da quegli occhi, che
sarebbero stati pur belli, così neri, se le palpebre, sotto,
non se ne fossero staccate, mostrando il roseo smorto delle
congiuntive e scivolando con le occhiaje e le guance nel
cavo dell'orrenda ammaccatura, da cui emergeva appena la
punta del naso. E tutta la carnale e santa amorosità della
mamma sentiva nella voce di lei, senza badare che quella
voce, più che dalla povera enorme bocca, le sfiatasse quasi
vana dai fori del naso.
Sapeva che il padre, venuto su dalla strada, era diventato
signore per lei; e s'irritava vedendo che ella, nonché
pretenderne almeno un po' di gratitudine, per poco non
metteva la faccia - quella sua povera faccia! - dove lui i
piedi; e che lo serviva come una schiava, dimostrandogli
lei, anzi, in ogni atto, a ogni momento, quella gratitudine
tutta tremiti delle bestie avvilite; sempre in apprensione
di non esser pronta abbastanza a prevenire ogni suo
desiderio o bisogno, ad accogliere qualche sua distratta
benevolenza come una grazia immeritata.
Non aveva ancora sei anni, e già si rivoltava,
indignato, e scappava via sulle furie nel vedersi
mostrato da lei a chi la rimproverava di quella sua
troppa remissione; si turava gli orecchi per non
udire dall'altra stanza le parole con cui di solito
ella accompagnava quel gesto rimasto a mezzo per la
sua fuga: che aveva un figlio e che questo, data la
sua disgrazia, fosse già un premio veramente
insperato che Dio le aveva voluto concedere.
A quell'età non poteva ancora comprendere ch'ella
poneva avanti questa scusa del figlio per
dissimulare, fors'anche a se stessa,
l'inconfessabile miseria della sua povera carne che
mendicava con tanta umiliazione a quell'uomo
l'amore, pur sapendolo preso e posseduto da un'altra
donna, pur avvertendo certamente la repulsione con
cui ogni volta la tremenda elemosina le doveva esser
fatta. E s'era creduto in obbligo di risarcirla di
quell'avvilimento davanti a tutti, patito per lui.
Era a conoscenza che il padre s'era messo con una
vedova, popolana, sua cugina, una certa Nuzza La Dia
ch'era stata sua fidanzata e ch'egli aveva lasciata
per sposare una d'un paraggio superiore al suo e con
ricca dote: pazienza, se brutta; figlia
dell'ingegnere che lo aveva ajutato a tirarsi su e
che, accollatario di tanti lavori, lo avrebbe preso
come socio in tutti gli appalti.
Sapeva che le domeniche mattina i due si davano
convegno al parlatorietto riservato alla madre
badessa del monastero di San Vincenzo, ch'era una
loro zia. Fingevano d'andarle a far visita; e la
vecchia badessa, che forse scusava con la parentela
tra i due la tenera intimità di quei convegni,
godeva nel vederseli davanti, l'uno di fronte
all'altra, ai due lati del tavolino sotto la doppia
grata: lui, diventato un signore, con l'abito
turchino delle domeniche che pareva gli dovesse
scoppiare sulle spalle rudi, il solino duro che gli
segava le garge paonazze, e la cravatta rossa; lei
d'una piacenza tutta carnale ma placida perchè
soddisfatta, vestita di raso nero e luccicante d'ori
nella penombra di quel parlatorietto che aveva il
rigido delle chiese.
S'imbeccavano, un boccone tu, un boccone io, le
innocenti confezioni della badia, e dai bicchierini
il pallido rosolio con l'essenza di cannella, un
sorso tu, un sorso io. E ridevano. E anche la
vecchia zia badessa, come una balla dietro la doppia
grata, si buttava via dalle risa.
Era andato a sorprenderli, una di quelle domeniche.
Il padre aveva fatto a tempo a nascondersi dietro
una tenda verde che riparava a destra un usciolo; ma
la tenda era corta, e sotto i peneri ancora mossi si
vedevano bene le due grosse scarpe di coppale lisce
e lustre; ella era rimasta a sedere davanti al
tavolino, col bicchierino ancora tra le dita, in
atto di bere.
Le era andato di fronte e s'era tirato un po'
indietro col busto per scagliarle con più forza in
faccia lo sputo. Il padre non s'era mosso dalla
tenda. E a lui, poi, a casa, non aveva torto un
capello né detto nulla. S'era vendicato sopra la
madre; l'aveva percossa a sangue e cacciata via; poi
s'era tolta in casa pubblicamente la ganza, senza
voler più sapere né della moglie né del figlio.
Morta dopo un anno la madre, egli era stato messo in
collegio fuori del paese; e non aveva riveduto il
padre mai più.
Ora, in quel suo ritorno dopo tanto tempo al paese
natale, non era stato riconosciuto da nessuno.
Solo un tale gli s'era accostato, che a lui però non
era riuscito d'immaginare chi potesse essere; un
certo omino ammantellato, che pareva quasi per
ridere, tanto era piccolo e il mantello grande.
Misteriosamente costui, chiamandoselo prima con la
mano in disparte, s'era messo a parlargli a
bassissima voce della casa e del diritto da far
valere sulla corte di essa, o per sè, o, se per sè
non voleva, a favore d'una disgraziata che sarebbe
stata carità fiorita ricompensare dell'amore e della
devozione che aveva avuto per il padre e dei servizi
che egli aveva reso fino all'ultimo, quando, perso
di tutto il corpo e muto, s'era ridotto alla fame:
una certa Nuzza La Dia sì, che fin d'allora s'era
data a mendicare per lui, e che ora, senza tetto, si
trascinava ogni notte a dormire là, in un sottoscala
della casa.
Paolo Marra s'era voltato a guardare quell'omino
come fosse il diavolo.
Ed ecco che quell'omino, in risposta al suo sguardo,
subito gli aveva strizzato un occhio, ammiccando con
l'altro, improvvisamente acceso d'una furbizia
davvero diabolica. Proprio come se fosse stato lui a
far precipitare da bambina la madre dalla finestra,
per svisarla; lui a far così bella, per la
tentazione del padre, quella Nuzza La Dia; lui a
indurlo, ragazzo, a tirare in faccia a quella donna
bella lo sputo per la rovina di tutti.
E dopo aver così ammiccato, quel diavolo lì,
ravvolgendosi con gran vento nel suo spropositato
mantello, era andato via.
Sapeva bene Paolo Marra che questa era tutta sua
immaginazione, la quale nasceva dal fatto che da un
pezzo si sentiva pungere segretamente dal rimorso
d'aver lasciato morire il padre nella miseria, senza
volersene più curare.
Anche in quel momento se ne sentì pungere; ma subito
respinse quel rimorso con un urto d'odio che pur
sapeva non vero. L'urto, difatti, proveniva da un
altro sentimento ch'egli non aveva mai voluto
precisare dentro di sé per non offendere tra le sue
memorie quella che gli doleva di più: la memoria
della madre. E questa memoria era mista adesso a un
senso atroce di vergogna e ad un avvilimento tanto
più grande, in quanto ogni volta, accanto alla
faccia della madre, deturpata, gli appariva
d'improvviso, bella, la faccia di quell'altra, col
ricordo indelebile di com'ella lo aveva guardato,
mentre ancora lo sputo le pendeva dalla guancia: un
sorriso incerto, di quasi allegra sorpresa, che le
luceva sui denti tra le labbra rosse; e tanta pena,
invece, tanta pena negli occhi.