Novelle per un anno - 1924 - Tutt'è tre
10. Un matrimonio ideale
Prima che andasse in Romania, non so per quale impresa,
Poldo Carega, ingegnere appaltatore, o - come si qualificava
nei biglietti da visita - «intraprenditore di lavori
pubblici», ponendosi le due manacce pelose sul petto erculeo
soleva dire:
- Io sono il Continente!
E, passando le braccia al collo della moglie e della
figliuola:
- E queste le mie isole!
Perché la moglie era nata in Sicilia, e la figliuola in
Sardegna.
Non s'aspettava, ritornando in Italia dopo circa quattro
anni, di ritrovare una delle due isole, la Sardegna (cioè la
figliuola Margherita) divenuta... che Russia e Russia, cari
miei! diciamo l'Europa; ma è poco! diciamo addirittura il
mappamondo.
Povero Poldo Carega, gli parve un tradimento! Restò dapprima
sbalordito, a mirarla da sotto in su:
- Oh Dio, Margherita, e che hai fatto?
Poi si voltò contro la moglie, come se per colpa di lei la
figliuola fosse tanto cresciuta; e diede in tali
escandescenze, che parve volesse impazzire.
La moglie, afflittissima, gemeva:
- Ma se te l'ho scritto e riscritto, Poldo mio, tante volte!
Quasi in ogni lettera te l'ho scritto!
Glielo aveva scritto e riscritto, difatti, sì; ma come
avrebbe potuto Poldo Carega creder tanto? Da lontano, quella
crescenza prodigiosa della figliuola gli era sembrata una
delle solite esagerazioni della moglie.
- Esagerazioni, eh già! Perché io, per te, sono stata sempre
esagerata!
Era una spina, questa, per la signora Rossana: il concetto,
cioè, che tutti, non il marito soltanto, s'erano formato di
lei, ch'ella fosse esagerata.
Questo concetto dipendeva, a suo credere, dalla disgrazia
comune a tutta la famiglia, la soverchia altezza.
Della sua, la signora Rossana aveva un dispetto acerbo e
smanioso, perché le impediva di essere, come avrebbe voluto
e come dentro di sé si sentiva, una gattina sentimentale.
Così lunga, gracile e languida, soffriva, soffriva tanto; ma
nessuno voleva credere ai suoi languori, alle sue
sofferenze; e tutti, sorridendo, le rispondevano:
- Via via, signora Rossana, esagerazioni!
- Ebbene, eccotela qua; guardala, ora, la mia esagerazione!
E la signora Rossana, indignata, indicava al marito la
figliuola, ch'era un'esagerazione per davvero.
Margherita intanto piangeva, guardando il padre, il quale le
si era fatto accosto, anzi sotto, per mirare di quanto ella
lo avesse superato.
Per lo meno, d'un palmo e mezzo. Ma pareva del doppio.
Perché non era soltanto l'altezza; o piuttosto, l'altezza
per se stessa forse non avrebbe tanto avventato, se non
l'avesse resa spettacolosa la corpulenza immane, il volume
delle guance e dei due menti e del seno e dei fianchi
poderosi.
Nell'esuberanza soffocante di tanta carne si aprivano però,
come smarriti, due occhi limpidi e chiari, da bambina, che
facevano pena a un tempo e paura. Quella pena stessa, quella
stessa paura, che forse doveva provare l'anima di lei per il
proprio corpo così enormemente cresciuto. A mano a mano che
questo era cresciuto fino ad assumere quelle proporzioni
mostruose, l'anima atterrita si doveva certo esser fatta
dentro di lei piccina piccina, con certe voglie timide e
angosciose di toccare le piccole cose gentili e delicate, ma
pur non osando toccarle per non vederle quasi sparire al
contatto delle schiaccianti mani.
Mangiava come un uccellino; si poteva dire che quasi non
mangiava più. Ma non giovava a nulla! Da più di due anni non
usciva di casa, perché tutti per via si voltavano e si
fermavano stupiti a mirarla. In casa, stava quanto più
poteva seduta, per non dare a se stessa spettacolo della sua
grandezza, vedendo piccoli e bassi tutti gli oggetti delle
stanze. Naturalmente, questa mancanza di moto le aveva
appesantito sempre più la grassezza; ma ormai ella s'era
rassegnata alla sua disgrazia; non voleva più darsi pensiero
di nulla; certi giorni nemmeno si pettinava, e rimaneva
sdrajata, inerte, a leggere o a guardarsi le unghie. Così...
Poldo Carega, giovialone, urlone, tutto fuoco prima della
partenza per la Romania, diventò, subito dopo il ritorno, un
funerale. Andai a trovarlo, pochi giorni dopo, per parlargli
d'affari; non volle neanche darmi ascolto.
- Che vuoi che m'importi più ormai degli affari! - esclamò,
scrollandosi tutto. - Non m'importa più di niente, caro mio!
Aveva lavorato con accanimento tanti e tanti anni per
quell'unica figliuola, per l'avvenire di lei; e d'anno in
anno il suo amore paterno era cresciuto. Ma ecco che la
figliuola, come per una tacita scommessa, approfittando
della lunga assenza di lui, d'intesa con la madre (nessuno
poteva levare dal capo a Poldo Carega che la moglie non
c'entrasse per qualche cosa):
- Ah, - dice, - cresce il tuo amore per me d'anno in anno?
Aspetta, che ti faccio vedere come cresco anch'io in pochi
anni! Diventerò così grande, che il tuo amore non potrà più
abbracciarmi.
E, difatti, gli erano cascate le braccia, nel rivederla,
povero Poldo Carega! Ma non solo le braccia; l'anima e il
fiato gli erano cascati, e tutti i sogni che aveva fatti per
lei, tutte le speranze!
Dico la verità, non ebbi il coraggio di confortarlo. Sapevo
che egli, quattr'anni addietro, prima di partire per la
Romania, non avrebbe veduto male al suo ritorno, cioè quando
la figliuola sarebbe stata in età, un matrimonio di lei con
me. Me ne andai ranco ranco, con la coda tra le gambe,
appena questo ricordo mi sorse; e, come fui ben lontano,
presi a riflettere amaramente:
«È proprio una sciagura senza rimedio, povero Carega! Egli
lo capirà: un uomo della mia statura, e anche un po' più
alto di me, non va a sposare certamente quella colonna,
quell'obelisco! Siamo giusti: a parer piccoli, quando non si
è, si ribella l'amor proprio mascolino. Dei bassi non ne
parliamo. Degli altissimi come lei, già a trovarne uno: si
contano su le dita, ma anche a trovarne uno, si sa che gli
uomini altissimi hanno un debole per le donne piccoline.
Superbi della loro statura, guardano con dispetto, anzi
quasi con rancore, quei pochi che possono rivaleggiare con
essi, e scoprono subito in loro certi difetti che essi, è
ovvio dirlo, non hanno: le gambe troppo lunghe, la testa
troppo piccola, ecc. ecc. Insomma, non soffrono rivali;
vogliono esser soli. Figuriamoci se sposerebbero una donna
della loro statura. E poi, perché? per parere scappati da un
baraccone da fiera?»
Queste riflessioni, come le feci io allora, da un pezzo
senza dubbio aveva dovuto farle anche lei, la povera
Margherita, per trarne la conseguenza che, nelle supreme
regioni a cui per sua disgrazia era ascesa, non avrebbe
trovato mai un marito. Un pioppo, sì, un acero, un cerro. Ma
ogni giovanotto, guardandola, le avrebbe detto:
- Cala prima, bella mia, cala! cala!
E come poteva calare, povera Margherita?
Non passarono neanche tre mesi dal suo ritorno a Cesena, che
Poldo Carega, non reggendogli l'animo di rimanere nella
città dove la sua sciagura s'era compiuta così a tradimento,
se ne partì con tutta la famiglia, fosco come un temporale;
e per più di dieci anni non si ebbero più notizie di lui.
Inizio
pagina
Finalmente, un bel giorno, giunse a mio padre una
lettera da un paesello su la costa meridionale della
Sicilia, di fronte all'Africa, dove Poldo Carega
s'era recato per la costruzione del porto. Voleva
che mio padre gli mandasse laggiù uno dei figliuoli
per ajutarlo nell'impresa.
Andai io, per curiosità di rivedere dopo tanto tempo
Margherita.
M'aspettavo di ritrovarla cupa, gelida, nelle sue
superne alture, funebre e ravvolta di nebbie
perpetue, poiché già doveva aver presso a trenta
anni - e dunque ormai zitellona.
«Figurimoci, a dir poco, come la Jungfrau», pensavo,
durante il viaggio.
Ma che! Allegrona la ritrovai, e quasi non sapevo
credere ai miei occhi, allegrona, come non l'avevo
mai veduta! Più grassa di prima, e allegrona! Non
tardai però a scoprire la ragione di tanta allegria.
Come ingegnere governativo, addetto alla
sorveglianza dei lavori del porto, c'era laggiù un
certo omino alto poco più d'un metro, calvo, miope,
panciutello, ma pieno d'ingegno e di spirito, che
rideva lui per primo della sua piccolezza, come
Margherita, adesso, della sua altezza: l'ingegnere
Cosimo Todi. E quest'ingegnere Cosimo Todi veniva
quasi ogni sera con altri amici a cenare su la
terrazza a mare di Poldo Carega.
Serate africane! Il mare, quand'era scirocco, veniva
a frangersi impetuoso sotto quella terrazza bianca,
che pareva allora, con le sue tende svolazzanti, una
tolda di nave. S'intravedevano i fanali del vecchio
molo, la lanterna verde del faro: i lumi tra
l'alberatura dei bastimenti ormeggiati, e dalla
spiaggia esalava quel tanfo denso, caldo, acre di
sale e di muffa, delle alghe morte, appacciamate,
misto all'odor della pece e del catrame.
E si chiacchierava, ridendo e bevendo, fino a tardi,
su quella terrazza bianca, che dava la sera un
delizioso compenso della soffocante calura della
giornata. Più di tutti Margherita e l'ingegner
Cosimo Todi ridevano, capite? della loro disgrazia,
ch'era opposta e comune.
L'ingegner Todi non aveva potuto trovar moglie per
la stessa ragione per cui Margherita non aveva
potuto trovar marito.
Veramente lui, l'ingegner Todi, non l'aveva mai
cercata, una moglie, sicurissimo che non una ma
cento ne avrebbe trovate subito, che se lo sarebbero
preso per la lucrosa professione. Ma grazie tante! E
poi?
No no: ingegno, garbo, giovialità (doti tutte, che
non aveva nessunissima difficoltà a riconoscersi)
non sarebbero bastate (come tante gentili amiche gli
volevano far credere) a compensare quei tre palmi di
statura che gli mancavano.
No no: quelle doti in lui potevano aver pregio solo
perché egli guadagnava da quaranta a cinquanta mila
lire l'anno. E senza dubbio, se si fosse lasciato
prendere all'amo, tre mesi dopo, si sarebbe sentito
dire dalla moglie che l'ingegno, Dio mio, doveva
servirgli per comprendere ch'ella, con un marito
come lui, non poteva fare a meno d'un amante, e
fingere di non accorgersene, e seguitare ad amarla
nonostante il tradimento o i tradimenti. E il garbo
e la giovialità, servirgli per aprire la porta e
accogliere graziosamente il signore o i signori che
gli facevano l'onore di venire a corteggiare la sua
signora.
Queste cose diceva e rappresentava con molta
comicità di frasi e di gesti l'ingegner Cosimo Todi,
facendo ridere tutti e più di tutti Margherita
Carega, che si buttava indietro per far liberamente
sobbalzare alle risate l'enorme seno e il ventre.
Finché una di quelle sere il Todi, per il piacere di
vederla ridere così burlescamente non uscì a dire
che la moglie ideale per lui sarebbe stata lei,
Margherita Carega.
- Lei! lei, sì! Proprio lei!
Per miracolo la tavola si tenne su le quattro zampe.
La vidi sussultare come per un terremoto, e cader
bicchieri e bottiglie.
- Seriamente, seriamente... - badava a ripetere il
Todi coi braccini levati in atto di parare, tra il
fragore della risata interminabile. - Vi dico
seriamente! Riflettete bene, signori miei. Sarebbe
il matrimonio ideale! Una vendetta meravigliosa
contro la natura sarebbe! sì! sì! contro la natura
che ha fatto lei tanto grande, e me così piccolo!
Pensate un po', pensate un po': senza far ridere o
sbalordire, né io potrei sposare una nana, né lei un
gigante! Ma noi due sì; noi due possiamo sposarci
benissimo! E saremmo una coppia, se ci ponete mente,
perfetta, di perfetta equiparazione; perché lei ha
d'avanzo quel tanto che manca a me; e ci
compenseremmo a vicenda!
Non ne potevamo più: avevamo tutti le lacrime agli
occhi e ci dolevano i fianchi.
- Ma avrebbe lei questo coraggio? - gridò il Todi,
balzando sulla seggiola e appuntando in atto di
sfida l'indice contro Margherita.
Questa allora sorse in piedi, col faccione
congestionato dalle risa. Vi assicuro che era di
tutta la testa più alta di lui pur così montato
sulla seggiola.
- Io, il coraggio? - gli disse. - Ma dovrebbe averlo
lei, scusi, il coraggio di sposar me!
Applaudimmo tutti, a lungo, strepitosamente, a
questa bella risposta.
- Io ce l'ho! - gridò allora il Todi. - Non ce
l'avrà lei! Scommettiamo?
- Accetti, accetti la scommessa, signorina
Margherita! - le gridammo tutti, incitando. - Lo
pigli in parola!
- Ebbene, sì, accetto! - rispose lei. - Vediamo un
po' chi se ne pente!
- Io? Ah, io no, di certo! - esclamò il Todi; e,
saltando dalla seggiola, seriissimamente, si fece
innanzi a Poldo Carega, s'inchinò e gli disse:
- Ho l'onore, ingegner Carega, di chiederle la mano
della signorina Margherita, sua figlia.
Quel che successe, rinunzio a descriverlo. Parevamo
tutti impazziti. Era una burla? Era sul serio? Chi
sa! Si faceva per burla, come se fosse una cosa
seria. Si ordinò lo Champagne: l'ingegner Todi fu
portato in trionfo a sedere accanto alla gigantesca
sposina, e i brindisi alle faustissime nozze non
finirono più.
Così, proposto dapprima per burla, si concluse sul
serio quel matrimonio ideale d'un nano con una
gigantessa.
Il coraggio l'una e l'altro non dovevano averlo
tanto per sé, cioè per tollerar lei un marito come
lui e lui una moglie come lei, quanto per gli altri,
voglio dire per resistere alle beffe della gente,
che domani li avrebbe visti insieme marito e moglie.
Ma l'ingegner Todi e Margherita Carega ebbero tanto
spirito da tener fronte a queste beffe e da goderci
per giunta, come se veramente fosse un matrimonio
per chiasso, di carnevale.
Vi assicuro però che tutto il paese - naturalmente -
da principio ruppe in un'omerica risata, ma poi vide
bene e sto per dire che stimò anch'esso
ragionevolissima la loro unione, la quale stabiliva
tra i due spropositi della natura una specie di
equilibrio e come un'equa, per quanto comica,
riparazione.
Sei mesi dopo, il matrimonio fu celebrato.
Quell'omino coraggioso, già abbastanza maturo e pur
così panciutello com'era, si fece alpinista, voglio
dire fece sua, davanti agli uomini e a Dio, quella
montagna e... - voi ridete? Ma sappiate, cari miei,
che Margherita Todi-Carega ha adesso due figliuoli,
nati a un parto... Parturiunt montes... - Due topi,
- voi credete?
Che topi! A dodici anni, sono già alti quanto la
mamma. Ed è raggiante Margherita Todi-Carega:
trionfa tra quei due piccoli colossi degni di lei;
mentre lui, invece, l'omettino ormai vecchierello -
che volete? - soffre, sì, ma non per causa di lei,
badiamo! Lei lo ama, lo stima, gli è grata e lo
cura, ha proprio tutti i riguardi per lui. Soffre,
il povero ingegner Todi, perché naturalmente, con
gli anni, gli cominciano a seccare e a pesare un po'
troppo le beffe della gente; teme che lo facciano
scapitare di fronte ai figliuoli, da cui vuol essere
rispettato, come un padre sul serio.
I figliuoli lo rispettano; ma via, se vogliamo dire,
non è neanche bella la loro condizione con un padre
così minuscolo che par fatto e messo su quasi per
ischerzo.
Questa afflizione c'è, innegabilmente. Perché la
vita non sa esser tutta e sempre una farsa. Un
marito e una moglie possono far ridere finché
vogliono; ma la paternità non può non essere una
cosa seria.
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