Novelle per un anno - 1924 - Tutt'è tre
9. Filo d'aria
Sfavillio d'occhi, di capelli biondi, di braccini, di
gambette nude, impeto di riso che, frenato in gola, scatta
in gridi brevi, acuti - quella furietta di Tittì entrò,
s'avventò al balcone della stanza per aprir la vetrata.
Arrivò appena a girar la maniglia: un ruglio aspro, roco,
come di belva sorpresa nel giaccio, l'arrestò di botto, la
fece voltare, atterrita, a guardar nella stanza.
Bujo.
Gli scuri del balcone erano rimasti accostati.
Abbagliata ancora dalla luce da cui veniva, non vide; sentì
spaventosamente in quel bujo la presenza del nonno sul
seggiolone: immane ingombro affardellato di guanciali, di
scialli grigi a scacchi, di coperte aspre pelose; tanfo di
vecchiaja tumida e sfatta, nell'inerzia della paralisi.
Ma non quella presenza la atterriva. La atterriva il fatto,
che avesse potuto dimenticare per un momento che lì in quel
bujo degli scuri sempre accostati, ci fosse il nonno e che
ella avesse potuto trasgredire, senza punto pensarci,
all'ordine severissimo dei genitori, da tanto tempo espresso
e sempre osservato da tutti, di non entrare cioè in quella
stanza se non dopo aver picchiato all'uscio e chiestane
licenza (come si dice?): - Permetti nonnino? - ecco, così, e
poi pian pianino, in punta di piedi, senza fare il minimo
rumore.
Quel primo impeto di riso sull'entrare le smorì subito in un
ansito, prossimo a ingrossarsi in singhiozzi.
Quatta quatta, allora, la bimba tremante e in punta di
piedi, non supponendo che il vecchio abituato a quella
penombra cupa, la vedesse; credendosi non veduta, s'avviò
verso l'uscio. Stava per toccar la soglia, allorché il nonno
la chiamò a sé con un «Qua!» imperioso e duro.
La bimba s'accostò, ancora in punta di piedi, sospesa,
sbigottita, trattenendo il respiro. Cominciava adesso a
discernere anche lei nella penombra. Intravide i due occhi
aguzzi, cattivi, del nonno e subito abbassò i suoi.
In quegli occhi, entro le borse enfiate acquose delle
palpebre, la cui rossedine scialba faceva pensare con
ribrezzo al contatto viscido d'una tarantola, pareva si
fosse raccolta, vigilante in un assiduo terrore e intensa
d'astio muto e feroce, l'anima del vecchio cacciata da tutto
il resto del corpo già invaso e reso immobile dalla morte.
Soltanto, ma proprio appena, egli poteva ancora tentare di
muovere una mano, la sinistra, dopo essersela guardata a
lungo, con quegli occhi, quasi a infonderle il movimento. Lo
sforzo di volontà, arrivato al polso, riusciva a stento a
sollevare un poco dalle coperte quella mano; ma durava un
attimo; la mano ricadeva inerte.
Il vecchio s'ostinava di continuo in quell'esercizio di
volontà, perché quel lieve moto momentaneo, ch'egli poteva
ancor trarre dal corpo, era per lui la vita, tutta quanta la
vita, in cui gli altri si movevano liberamente, a cui gli
altri partecipavano interi, a cui ancora poteva partecipare
anche lui, ma ecco: per quel tanto e non più.
- Perché... il balcone?... - barbugliò con la lingua
imbrogliata, alla nipotina.
Questa non rispose. Seguitava a tremare. Ma in quel tremito
il vecchio avvertì subito qualcosa di nuovo. Avvertì che non
era quel solito tremito di paura, a stento represso dalla
piccina, ogni qual volta il padre o la madre la
costringevano ad accostarsi a lui. C'era la paura, ma c'era
anche qualcos'altro, sotto, soffocato dalla paura per quel
suo aspro, improvviso richiamo: qualcos'altro, per cui il
tremito di tutta la bambina diveniva fremito. Un fremito
strano.
- Che hai? - le domandò.
La piccina, osando appena alzar gli occhi, rispose:
- Nulla.
Ma anche nella voce, anche nell'alito della bimba, ora, il
vecchio avvertì qualcosa d'insolito. E ripeté con più astio:
- Che hai?
Uno scoppio di singhiozzi. E subito dopo la piccina si buttò
a terra, convulsa, gridando e dibattendosi tra quei
singhiozzi, con una violenza e una furia, che tanto più
oppressero e irritarono il vecchio, in quanto anch'esse gli
parvero insolite.
Accorse nella stanza la nuora, gridando:
- Oh Dio, Tittì, ch'è stato? Ma come? qua? Che t'è preso?
Su... su... ferma! Su, con mamma tua... Come sei entrata
qui? Che dici? Cattivo? Chi? Ah... Nonno cattivo? Tu,
cattiva... Nonno, nonno, che ti vuol tanto bene... Ma che è
stato?
Il vecchio, a cui fu rivolta l'ultima domanda, guatò feroce
la bocca rossa ridente della nuora, poi il bel ciuffo di
capelli biondo-dorati, che la piccina le scompigliava su la
fronte con una mano, dibattendosi ora in braccio a lei, e
facendo impeto per costringerla a uscir subito da quella
stanza.
- Tittì, ahi! i miei capelli... Dio, Dio... me li strappi
tutti... uh... tutti i capelli di mamma, cattivona! Hai
visto? Guarda... tutti i capelli di mamma tra le dita... i
capelli di mamma tua... guarda, guarda...
E di tra le dita aperte della manina trasse uno e poi un
altro e poi un altro filo d'oro, ripetendo:
- Guarda... guarda... guarda...
La bimbetta, subito impressionata, che davvero avesse
strappati tutti i capelli di mamma, si voltò a guardarsi la
manina con gli occhi pieni di lagrime. Non vedendo nulla, e
udendo invece una risata larga, allegra, della mamma,
diventò di nuovo furente, più furente, e la costrinse a
scappar via dalla stanza.
Il vecchio ansimava forte. Una domanda gli gorgogliava
dentro, inasprendogli l'astio di punto in punto.
- Ma che hanno? che hanno?
Anche negli occhi, anche nella voce, anche in quella risata
della nuora, nel gesto con cui dai ditini della bimba aveva
tratto i capelli strappati, prima uno e poi un altro e poi
un altro, aveva avvertito alcunché d'insolito, di
straordinario.
No, non erano, né la bimba né la nuora, come tutti gli altri
giorni. Che avevano?
E l'astio gli crebbe maggiormente, allorché, chinando gli
occhi sulla coperta stesa sulle gambe, vi avvistò uno di
quei capelli della nuora, che, forse spinto nell'aria mossa
dalla risata, era venuto lieve lieve a posarsi lì, su le sue
gambe morte.
S'accanì a lungo allora a sospingere la mano su quelle gambe
per accostarla a poco a poco, a piccoli sbalzi, a quel
capello, che gli era odioso come uno scherno. E affannato in
questo sforzo che, già protratto invano per una mezz'ora, lo
aveva stremato, lo trovò il figliuolo, il quale ogni
mattina, prima d'uscir di casa per i suoi affari, si recava
in camera di lui a salutarlo.
- Buon giorno, babbo!
Il vecchio levò il capo. Uno sguardo opaco e torbido, di
stupore pauroso, gli dilatava gli occhi. Anche il figlio?
Questi credette che il padre lo guardasse così per fargli
intendere che s'era avuto a male della disubbidienza della
nipotina, e s'affrettò a dirgli:
- Quel diavoletto, è vero? t'ha disturbato. Senti? piange
ancora di là... L'ho sgridata, l'ho sgridata. Addio, papà.
Ho fretta. A più tardi eh? Or ora verrà la Nerina.
E se n'andò.
Il vecchio lo seguì con gli occhi, ancor pieni di stupore e
di paura, fino all'uscio.
Anche lui, il figlio! Non gli aveva detto mai con quel tono:
- Buon giorno, babbo! -. Perché? Che sperava? S'erano tutti
accordati contro di lui? Che era avvenuto? Quella bimba,
entrata dapprima, tutta sussultante... poi la madre, con
quella risata... per i suoi capelli strappati... ora il
figlio, anche il figlio con quell'allegro: - Buon giorno,
babbo!
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Qualche cosa era accaduta, o doveva accadere quel
giorno, che volevano tenergli nascosta. Ma che cosa?
S'erano appropriato il mondo, figlio, nuora,
nipotina; il mondo creato da lui, in cui li aveva
messi. Non solo; ma anche il tempo s'erano
appropriati, come se ancora nel tempo non ci fosse
anche lui! Come se non fosse anche suo, il tempo,
non lo vedesse, non lo respirasse, non lo pensasse
anche lui! Egli respirava ancora, vedeva tutto e
più, più di loro vedeva, e pensava tutto!
Un guazzabuglio d'immagini, di ricordi, come in un
balenio d'uragano, gli tumultuava nello spirito. La
Plata, le pampas; i paduli salsugginosi dei fiumi
perduti, gli armenti innumerevoli scalpitanti,
belanti, annitrenti, muglianti. Là, dal nulla, in
quarantacinque anni, aveva edificato la sua fortuna,
avvalendosi d'ogni mezzo, d'ogni arte, carpendo il
momento o preparando e covando con lunga astuzia le
insidie: prima guardiano d'armenti, poi colono, poi
addetto ai grandi appalti di linee ferroviarie, poi
costruttore. Tornato in Italia, dopo i primi
quindici anni, aveva preso moglie, e subito dopo la
nascita di quell'unico figlio, era ritornato laggiù,
solo. Gli era morta la moglie, senza ch'egli
l'avesse più riveduta; il figliuolo, affidato ai
parenti materni, gli era cresciuto senza che egli lo
conoscesse. Quattr'anni addietro era rimpatriato
infermo, quasi moribondo: orribilmente gonfio
dall'idropisia, ossidate le arterie, rovinato il
rene, rovinato il cuore. Ma non s'era dato per
vinto: pur così, coi giorni, forse con le ore
contate, aveva voluto comperare a Roma alcuni
terreni per nuove costruzioni, e subito, aveva
cominciato i lavori facendosi trasportare su una
sedia a ruote nei cantieri, per vivere in mezzo agli
operai, nel trambusto dell'opera: scabro come una
roccia, tumefatto, enorme: di quindici giorni in
quindici giorni s'era fatto cavar dal ventre il
siero a litri, e via di nuovo tra i lavori, finché
un colpo d'apoplessia, due anni fa, non lo aveva
fulminato, là su quella sedia, pur senza finirlo. La
grazia di morir su la breccia non gli era stata
concessa. Da due anni perso in tutto il corpo, si
macerava nell'attesa dell'ultima fine, pieno d'astio
per quel figlio tanto diverso da lui, a lui quasi
sconosciuto, che, senza bisogno, liquidati i lavori
e investita in rendita l'ingente ricchezza paterna,
seguitava nelle sue modeste occupazioni legali,
quasi per negare a lui ogni soddisfazione e vendicar
la madre e se stesso del lungo abbandono.
Nessuna comunione di vita, di pensieri, di
sentimenti con quel figlio. Egli lo odiava, sì, e
odiava quella nuora e quella bimba; sì, sì, li
odiava, li odiava perché lo lasciavano fuori della
loro vita e neanche... e neanche volevan dirgli che
cosa era accaduto quel giorno, per cui tutti e tre
gli apparivano così diversi dal solito.
Grosse lagrime gli stillarono dagli occhi. Dimentico
affatto di ciò che per tanti anni era stato,
s'abbandonò al pianto come un bambino.
Di quel pianto, Nerina, la servetta, non fece alcun
caso, quando poco dopo entrò per custodirlo. Era
pieno d'acqua, il vecchio: niente di male, se ne
buttava un po' dagli occhi. - E, così pensando, gli
asciugò con poco garbo la faccia; poi prese la
ciotola del latte, v'intinse una prima savoiarda e
cominciò a imboccarlo.
- Mangi, mangi.
Egli mangiò, ma spiando sottecchi la servetta. A un
certo punto, la intese sospirare, ma non di
stanchezza, né di noja. Alzò subito gli occhi a
guatarla in viso. Ecco: stava per trarre un altro
sospiro, quella smorfiosa. Vedendosi guardata,
invece di lasciarlo andare, ora lo soffiava per le
nari, scrollando il capo, come stizzita. E perché
s'era fatta così, a un tratto, rossa? Che aveva
anche lei, quel giorno?
Tutti, tutti, dunque, avevano qualche cosa
d'insolito, quel giorno? Non volle più mangiare.
- Che hai? - domandò anche a lei, con ira.
- Io? che ho? - fece la servetta, stordita dalla
domanda.
- Tu... tutti... che è? che avete?
- Ma nulla... io non so... che cosa mi vede?
- Sospiri!
- Io? ho sospirato? Ma no! O forse, senza volerlo.
Non ho proprio nulla, da sospirare.
E rise.
- Perché ridi così?
- Come rido? Rido perché... perché lei dice che ho
sospirato.
E seguitò a ridere più forte, irrefrenabilmente.
- Vattene! - le gridò allora il vecchio.
Sul tardi, quando venne il medico per la visita
consueta e rientrarono nella camera la nuora, il
figlio, la nipotina, il sospetto covato tutto il
giorno, anche durante il sonno, che qualcosa fosse
avvenuto, che tutti gli volessero tener nascosto,
diventò certezza; chiara, lampante.
Erano tutti d'accordo. Parlavano davanti a lui di
cose aliene, per distrar la sua attenzione; ma
l'intesa segreta traspariva evidentissima dai loro
sguardi. Non s'erano mai guardati così tra loro! I
gesti, la voce, i sorrisi non s'accordavano affatto
con ciò che dicevano. Tutto quel fervore di
discussione per le parrucche, per le parrucche che
tornavan di moda!
- Ma verdi, scusi? verdi, violette? - gridava la
nuora, tutta vermiglia, con una collera finta, tanto
finta che non riusciva a impedire alla bocca di
ridere.
Rideva per conto suo, quella bocca. E da sé le mani
si levavano a carezzare i capelli, come se per sé i
capelli volessero la carezza di quelle mani.
- Capisco, capisco... - rispondeva il medico, con la
beatitudine dipinta in tutto il faccione di luna
piena. - Quando si hanno i suoi capelli, signora
mia, nasconderli sotto una parrucca sarebbe un
peccato.
Il vecchio tratteneva ormai a stento il furore.
Avrebbe voluto cacciarli via tutti dalla stanza con
un urlo di belva. Ma appena il medico si licenziò e
la nuora con la bambina per mano si recò ad
accompagnarlo fino alla porta, il furore scoppiò sul
figlio rimasto solo con lui. Lo investì con la
stessa domanda rivolta invano alla nipotina, alla
servetta:
- Che avete? perché siete tutti così oggi? che è
avvenuto? che mi nascondete?
- Ma nulla, babbo! Che vuoi che ti si nasconda? -
rispose il figlio, stupito, afflitto. - Siamo... non
so, come siamo sempre stati.
- Non è vero! Avete qualche cosa di nuovo: io lo
vedo! io lo sento! Ti pare che non veda nulla, che
non senta nulla, perché sono così?
- Ma io non so proprio, babbo, che cosa tu veda di
nuovo in noi. Non è avvenuto nulla, te l'ho giurato,
torno a giurartelo! Via, via, sta' tranquillo!
Il vecchio si calmò alquanto, per l'accento di
sincerità del figliuolo, ma non rimase convinto. Che
c'era qualcosa di nuovo, era indubitabile. Lo
vedeva, lo sentiva in loro.
Ma che cosa?
La risposta, quand'egli restò solo nella stanza, gli
venne tutt'a un tratto dal balcone, silenziosamente.
Rimasto dalla mattina con la maniglia girata dalla
bimba, ora, nella prima sera, ecco quel balcone si
schiuse pian piano, un poco, a un filo d'aria.
Il vecchio, dapprima, non se n'accorse; ma sentì
tutta la stanza empirsi d'un delizioso inebriante
profumo che saliva dai giardini che circondavano la
casa. Si volse, e vide una striscia di luna sul
pavimento, ch'era come la traccia luminosa di quei
profumi nella cupa ombra della stanza.
- Ah, ecco... ecco...
Gli altri non potevano vederlo, non potevano
sentirlo in sé, gli altri, perché erano ancora
dentro la vita. Egli, che ormai n'era quasi fuori,
egli lo aveva veduto, egli lo aveva sentito in loro.
Ecco, ecco perché, quella mattina, la bimba non
tremava soltanto, ma fremeva tutta; ecco perché la
nuora rideva e si compiaceva tanto dei suoi capelli;
ecco perché sospirava quella servetta; ecco perché
tutti avevano quell'aria insolita e nuova, senza
saperlo.
Era entrata la primavera.
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