Con quel gesto, e zitto, come sicuro del fatto suo,
dal caffè sulla piazza lo vedono avviarsi pian piano
alla casa del suo nemico. Cava di tasca nel salire
la scala un fascio di bigliettini scritti a lapis;
e, come il dottor Calajò in persona viene ad
aprirgli la porta, prima che abbia tempo di stupirsi
della sua visita, gli mette in mano due o tre di
quei bigliettini e alza un dito al naso per fargli
cenno, da uomo che la sa lunga, di non stare a
sprecar fiato inutilmente.
- Leggete; e poi regolatevi come vi pare.
Calajò butta l'occhio su quei bigliettini e:
- Mia moglie? - esclama trasecolato.
Piccaglione, senza scomporsi, risponde:
- Per qualche piccola gastrica occorsa ai vostri
figliuoli.
Quello si mette le mani nei capelli, e con gli occhi
di chi si sente mancare il terreno sotto i piedi,
ripete:
- Mia moglie!
E Piccaglione:
- L'ultimo bigliettino, guardate, non più tardi di
ieri. Interrogatela. Non potrà negare. I vostri
figliuoli, dottore, non li ho mai visti, perché i
consulti, domande e risposte, sono stati sempre per
iscritto, con codesti bigliettini mandati per la
donna di servizio, che può esser testimone. Vedete
ora voi, se vi sembra più il caso di far la
denunzia. Tanto più che, i vostri figliuoli, vorrei
sbagliare, ma ai sintomi che vostra moglie mi
descrive temo purtroppo che abbiano la scarlattina,
badate!
E, così dicendo, Piccaglione volta le spalle e se ne
va.
Calajò resta come basito. Appena può riprender fiato
chiama:
- Lucrezia! Lucrezia!
Accorre una povera squallida donna, senz'età, con
certi occhi atroci, velati e semichiusi, come se le
palpebre le pesino, una più e l'altra meno. Stretta
nelle spalle, ha la gobba, dietro, ben segnata dal
giubbino verde sbiadito: la gobba delle povere madri
sfiancate dalle cure dei figli e della casa.
Ella non nega. Non nega e non si scusa. Dovrebbe
accusare, invece; perché quell'uomo che ora piange e
si morde le mani dalla rabbia, gridando d'essere
stato tradito dalla sua stessa compagna e
incolpandola del pericolo mortale che sovrasta ai
figliuoli, forse non sa neppur bene quanti siano i
suoi figliuoli e chi sia nato prima e chi dopo; non
li vede mai; non li ha mai voluti a tavola, perché
anche a tavola si porta da leggere e non vuol essere
disturbato; potrebbe dire che appunto per questo,
per non disturbarlo, gli ha sempre nascosto le lievi
infermità dei figliuoli; ma sa che mentirebbe,
dicendo così, e non lo dice.
La verità è che ella, come tutti i Milocchesi, e
anzi con un più intimo e profondo rancore, vede male
la scienza del marito, e ne diffida; lo stima
pericoloso, giacché non può non essere per lei una
pazzia tutto quel suo accanimento allo studio, là
nel palco morto.
Si mette a piangere disperatamente, ma senz'ombra di
rimorso, appena egli, nella camera dei bambini, dopo
aver loro osservata la gola, si solleva dai lettucci
dov'essi giacciono avvampati dalla febbre e con
tutte le carnucce prese dal male, e si mette a
gridare che sono perduti, perduti, perduti.
Bisogna telegrafare d'urgenza perché dalla città
vicina accorra a precipizio un medico munito del
siero di Behring. Ha intanto la generosità di non
incrudelire sopra la moglie, e non pensa più ad
altro che a salvare, se può, i suoi bambini.
Purtroppo, ogni rimedio è vano. I due bambini, a
poche ore di distanza l'uno dall'altro muojono; per
fortuna, presto, come fanno gli uccellini.
E allora il dottor Calajò può sperimentare in sé il
più spaventoso dei fenomeni: la coscienza,
lucidissima, d'essere impazzito.
Ha l'idea astratta del suo dolore, vale a dire del
dolore di un padre che abbia perduto a poche ore di
distanza due figliuoli; ma gli pare di non sentire
nulla realmente, e che pianga come un commediante
sulla scena, per l'idea soltanto della terribile
sciagura che gli è toccata; piange, infatti, e si dà
del buffone e poi sghignazza e grida che non è vero
e che non sente nulla.
Il giovane collega accorso dalla città lo guarda
sbigottito e cerca di confortarlo. Conforti che,
inutile darli, eppure si danno.
- E ora vedrà, - gli grida Calajò, - ora saranno
capaci di dire che li ho uccisi io, i miei
figliuoli! Non crede? Ma sì! Mi odiano, mi odiano
perché non sono come loro! Qua sono tutti in
perpetua attesa di ciò che ci porterà il domani. Qua
non si fabbricano case perché domani, domani chi sa
come si fabbricheranno le case; non si pensa a
illuminare le strade, perché domani chi sa che nuovi
mezzi d'illuminazione scoprirà la scienza, domani! E
così anch'io dovrei stare in attesa del rimedio di
domani, s'intende, per tutti coloro che non hanno la
morte in bocca; perché quando l'hanno, eh sono
vigliacchi allora, e lo vogliono il rimedio d'oggi,
e come lo vogliono!
- Ah sì? - fa il giovane collega. - E lei, scusi,
perché non si mette a fare il medico come lo
vogliono a Milocca? Acqua e lì!
- Come, acqua e lì? - domanda stordito Calajò.
E quello:
- Ma sì, illustre collega, acqua, acqua naturale,
tinta in rosso o in verde da qualche sciroppino, e
lì!
Ebbene, questo consiglio, dato forse per alleviar
con una celia il dolore del padre e dello
scienziato, si fissa come un chiodo nel cervello del
dottor Calajò un po' stravolto dalla doppia
sciagura. Per parecchi giorni s'aggira per casa come
una mosca senza capo; ma ogni tanto si ferma e
scoppia inattesamente in una fragorosa risata. Anche
di notte balza a sedere sul letto per ridere come un
matto.
- Acqua e lì! Sicuro! Acqua e lì!
Si vendicherà. E senza rimorsi. Vogliono morire con
la bocca dolce, i Milocchesi? Acqua e lì!
La moglie, ridotta com'è un'ombra, non ha più pace.
E, appena viene a sapere che quel giovane medico
l'ha fatta lui, per suo conto, la denunzia, e che
Piccaglione, per tutta risposta, senza neanche
aspettare l'interdizione, ha fatto fagotto e se n'è
andato via con la sonnambula, interroga la propria
coscienza e sta in angosciosa perplessità se non
abbia l'obbligo d'avvertire segretamente i cittadini
di Milocca di guardarsi dal marito, a cui ha dato di
volta il cervello.
Siamo, finora, a questo punto.
E non so se fin qui, quanto mi è stato riferito come
vero, vi sia sembrato verosimile.
L'inverosimile, signori miei, viene adesso; e me ne
dispiace cordialmente per la scienza medica.
L'inverosimile è che hanno ragione loro, i
Milocchesi.
Perché da quando il dottor Calajò, per vendicarsi,
s'è messo a dar per ricetta agli ammalati quella sua
«acqua e lì», gli ammalati - pajono morti -
guariscono tutti.