Novelle per un anno - 1924 - Tutt'è tre
6. La maestrina Boccarmè
Come, passando per un giardino e allungando distrattamente
una mano, si bruca un tenero virgulto e se ne sparpagliano
in aria le poche foglioline, l'unico fiore; così, passando
attraverso la vita di Mirina Boccarmè, allora nel suo fiore,
un uomo ne aveva fatto scempio per un vano capriccio
momentaneo. Fuggita dalla città, se n'era andata in un
paesello di mare del Mezzogiorno a far la maestrina.
Erano passati ormai tant'anni.
Appena terminata la scuola del pomeriggio, la maestrina
Boccarmè soleva recarsi alla passeggiata del Molo, e là,
seduta sulla spalletta della banchina, si distraeva
guardando con gli altri oziosi le navi ormeggiate: tre
alberi e brigantini, tartane e golette, ciascuna col suo
nome a poppa: «L'Angiolina», «Colomba», «Fratelli Noghera»,
«Annunziatella», e il nome del porto d'iscrizione: Napoli,
Castellammare di Stabia, Genova, Livorno, Amalfi: nomi, per
lei che non conosceva nessuna di queste città marinare; ma
che, a vederli scritti lì sulla poppa di quelle navi,
diventavano ai suoi occhi cose vicine, presenti, d'un
lontano ignoto che la faceva sospirare. E ora, ecco,
arrivavano le paranze, una dopo l'altra, con le vele che
garrivano allegre, doppiando la punta del Molo; ciascuna
aveva già pronte e scelte in coperta le ceste della pesca,
colme d'alga ancor viva. Tanti accorrevano allo scalo per
comperare il pesce fresco per la cena; lei restava a guardar
le navi, a interessarsi alla vita di bordo, per quel che ne
poteva immaginare a guardarla così da fuori.
S'era abituata al cattivo odore che esalava dal grassume di
quell'acqua chiusa, sulla cui ombra vitrea, tra nave e nave,
si moveva appena qualche tremulo riflesso. Godeva nel vedere
i marinaj di quelle navi al sicuro, adesso, là nel porto,
senza pensare che a loro forse non pareva l'ora di ritornare
a qualche altro porto. E sollevando con gli occhi tutta
l'anima a guardare nell'ultima luce la punta degli alti
alberi, i pennoni, il sartiame, provava in sé, con una gioja
ebbra di freschezza e uno sgomento quasi di vertigine,
l'ansia del tanto, tanto cielo, e tanto mare che quelle navi
avevano corso, partendo da chi sa quali terre lontane.
Così fantasticando, talvolta, illusa dall'ombra che si
teneva come sospesa in una lieve bruma illividita sul mare
ancora chiaro, non s'accorgeva che a terra intanto, là sul
Molo, s'era fatto bujo e che già tutti gli altri se n'erano
andati, lasciandola sola a sentire più forte il cattivo
odore dell'acqua nera sulla spiaggia, che alla calata del
sole s'incrudiva.
La lanterna verde del Molo s'era già accesa in cima alla
tozza torretta bianca; ma faceva da vicino un lume così
debole e vano, che pareva quasi impossibile si dovesse poi
veder tanto vivo da lontano. Chi sa perché, guardandolo, la
maestrina Boccarmè avvertiva una pena d'indefinito
scoramento; e ritornava triste a casa.
Spesso però, la mattina dopo, nell'alba silenziosa, mentre
qualche nave con tutte le vele spiegate che non riuscivano a
pigliar vento salpava lentamente dal Molo rimorchiata da un
vaporino, più d'un marinajo uscito a respirare per l'ultima
volta la pace del porto che lasciava, del paesello ancora
addormentato, s'era portata con sé un tratto l'immagine
d'una povera donnina vestita di nero che, in quell'ora
insolita, dal Molo deserto aveva assistito alla triste e
lenta partenza.
Perché piaceva anche, alla maestrina Boccarmè, intenerirsi
così, amaramente, allo spettacolo di quelle navi che
all'alba lasciavano il porto, e s'indugiava lì a sognare con
gli occhi alle vele che a mano a mano si gonfiavano al vento
e si portavano via quei naviganti, lontano, sempre più
lontano nella luminosa vastità del cielo e del mare, in cui
a tratti gli alberi scintillavano come d'argento; finché la
campana della scuola non la richiamava al dovere quotidiano.
Quando le scuole erano chiuse per le vacanze estive, la
maestrina Boccarmè non sapeva che farsi della sua libertà.
Avrebbe potuto viaggiare, coi risparmii di tanti anni; le
bastava sognare così, guardando le navi ormeggiate nel Molo
o in partenza.
Quell'estate, era accorsa molta gente al paesello per la
stagione balneare. Una folla che non si camminava, nella
passeggiata del Molo. Sfarzi di luce dei magnifici tramonti
meridionali, gaj abiti di velo, ombrellini di seta,
cappellini di paglia. Signorone mai viste! E le brave
donnine del paese, tutte a bocca aperta e con tanto d'occhi
ad ammirare. Solo la maestrina Boccarmè, niente: come se
nulla fosse stato. Lì, sulla spalletta della banchina,
seguitava a guardare i marinai che in qualche nave facevano
il lavaggio della coperta, gettandosi allegramente l'acqua
dei buglioli addosso, tra salti e corse pazze e gridi e
risate.
Se non che, un giorno:
- Mirina!
- Lucilla!
- Tu qua? Sto a guardarti da mezz'ora: «è lei? non è lei?».
Mirina mia, come mai?
E quella signorona, tra lo stupore rispettoso delle brave
donnine del paese, abbracciò baciò ribaciò la maestrina
Boccarmè con la maggiore effusione d'affetto che la
soffocante strettura del busto le permise.
La maestrina Boccarmè, così colta all'improvviso, aprì
appena appena le mani gracili e pallide a un gesto
sconsolato e disse:
- È ormai tanto tempo!
L'angustia d'una rassegnazione, forse neanche più avvertita,
le si disegnò, così dicendo, agli angoli degli occhi, appena
contrasse la pelle del viso per accompagnare quel gesto
delle mani con uno squallido sorriso.
- Tu, piuttosto, come mai qui? - soggiunse, quasi volesse,
stornando da sé il discorso, stornare anche dalla sua
persona tanto mutata, poveramente vestita, la crudele
curiosità dell'amica.
E ci riuscì. Solo una sorpresa come quella di ritrovare dopo
tant'anni e in quello stato un'antica compagna di collegio,
poteva distrarre da sé per un momento la bella signora
Valpieri. Richiamata ai suoi casi, non ebbe più né occhi né
un pensiero per l'amica.
- Ah, se sapessi!
E indugiandosi in tanti inutili particolari, senza pensare
che Mirina, ignorando luoghi, non conoscendo persone, non
avrebbe potuto interessarsene né punto né poco, narrò la sua
storia.
Storia dolorosissima, diceva; e sarà stata. Certo i guizzi
di luce delle molte gemme che le adornavano le dita
toglievano efficacia ai gesti con cui voleva rappresentare
le terribili ambasce per le difficoltà nelle quali il marito
l'aveva lasciata.
La maestrina Boccarmè, vedendosi guardata con considerazione
dalle signore del paese per l'intimità che le dimostrava
quella bella signora forestiera, voleva quasi quasi dare a
credere a se stessa che realmente quell'intimità tra lei e
la Valpieri ci fosse, pur ricordando bene che, nel collegio,
non c'era mai stata, e che anzi lei, di umili natali ed
entrata in quel collegio gratuitamente, più che per la
freddezza sdegnosa delle compagne ricche aveva crudelmente
sofferto per gli astii biliosi di questa Valpieri, la quale,
appartenendo a una nobile famiglia decaduta, non aveva
saputo tollerare in cuor suo di vedersi da quelle trattata
male e messa a pari con lei.
Ora la Valpieri parlava, parlava, senz'alcun sospetto
dell'impressione che gli occhi attenti d'una povera donnina
provinciale ricevevano da certe curiose scoperte sul suo
viso o nei suoi modi.
- E vedi? Quest'anno qui! - concluse. - Mi son dovuta
contentare di venire per i bagni qui! Me li prescrivono i
medici e non posso farne a meno. Figurati se ci sarei
venuta, altrimenti! Ah che gente! Che paese, Mirina mia!
Come fai a starci? E che colonia estiva! Non c'è uomini;
tutte donne; tutte rispettabili madri di famiglia! Dio, Dio,
mi sento mancare il fiato! Fortuna che ho trovato te! Ho
preso in affitto due, non so come chiamarli, antri, tane,
dove provo ribrezzo a mettere i piedi. Le annaffio tutti i
giorni con l'acqua d'odore. Mi rovino. E tu che fai qui?
Dove abiti? Mi fai veder la tua casa?
- La mia casa? - fece con un sorriso impacciato la maestrina
Boccarmè. - Eh, io non ne ho. La casa della scuola. Un
anditino, una cameretta (si, bella ariosa) e una cucinetta,
che mi ci posso appena rigirare.
- Me la farai vedere - ripeté l'altra, come se non avesse
inteso. - Ah, già! perché tu fai qua la maestra. Già! Non me
lo ricordavo più. Maestra elementare, è vero?
- Sono la direttrice, veramente. Ma insegno anche.
- Sì? Hai tanta pazienza?
- Bisogna averne.
- Oh brava; dunque ne avrai un po' anche per me. Ah, io non
ti lascio più, mia cara. Sarai l'ancora di salvezza di
questa povera naufraga.
Si fermò un momento in mezzo alla via e aggiunse scotendo in
aria le belle mani inanellate:
- Naufraga davvero, sai! Su, su, non pensiamo a malinconie,
adesso. Andiamo a casa tua. Quante cose ho da dirti delle
nostre compagne di collegio! Ah, ne sentirai di belle! Ma
avrai anche tu certamente tante cose da raccontarmi.
- Io? - esclamò la maestrina Boccarmè. - E che vuoi che
abbia da raccontarti io?
Avvezza ormai da tant'anni a vivere tutta chiusa in sé,
appena una qualche domanda accennava di volerle entrar
dentro, la sviava con una risposta evasiva. Pervenuta
all'edificio della scuola, disse:
- Ecco, se vuoi entrare...
- Ah, - fece quella, alzando il capo a guardare la tabella
sul portoncino. - Stai proprio dentro la scuola?
- Sì; e per entrare in camera mia, vedrai che si deve
attraversare una classe: la IV.
- Ah, per questa son brava ancora, forse!
Ed entrando in quella classe, che maraviglie! Guarda!
guarda! Le panche allineate, la cattedra, la lavagna, le
carte geografiche alle pareti; e quel tanfo particolare
della scuola! Volle sedere su una di quelle panche, e,
poggiando i gomiti, con la testa tra le mani, sospirò:
- Se sapessi che impressione mi fa!
Varcata poi la soglia della cameretta di Mirina, altre
maraviglie! Si mise a batter le mani: che nido di pace!
beata solitudine! E, indicando il lettino di ferro, pulitino,
con la sua brava coperta a «crocè» fatta in casa e il
trasparente e la balza celeste, di mussolina rasata:
- Chi sa che sogni vi fai! Dolci, puri!
Ma disse che lei avrebbe pure avuto una gran paura a dormir
sola in una cameretta così, con tutte quelle stanze vuote di
là, delle classi.
- Ti chiuderai a chiave, m'immagino!
A un tratto, allungando il collo per vedere con l'ajuto
dell'occhialetto un ritrattino ingiallito, appeso alla
parete, e notando che l'amica, improvvisamente accesa in
volto, stava ritta davanti alla scrivania come se volesse
appunto nascondere quel ritratto, sorrise e la minacciò col
dito furbescamente:
- Ah, mariolina! Anche tu? Lasciamelo vedere.
La scostò dolcemente, ma subito, intravedendo quel ritratto,
cacciò un grido. La maestrina Boccarmè si voltò di scatto,
impallidendo, e tutt'e due per un istante si guardarono
odiosamente negli occhi.
- Mio cugino. Lo conosci?
- Giorgio Novi, tuo cugino?
E la Valpieri si nascose la faccia tra le mani.
- Lo conosci? - insistette la maestrina Boccarmè, con
quell'istinto aggressivo, quasi ridicolo, delle bestioline
innocue.
Ma la Valpieri, scoprendo la faccia ora tutta alterata,
senza neppur curarsi di risponderle, cominciò a smaniare,
torcendosi le mani:
- Ah Dio mio, Dio mio! È così! Di', ne hai notizie, tu?
- Che vuoi dire?
- È così; senza dubbio! Ho ragione, credi, d'essere
superstiziosa. Ma perché lo tieni lì, tu, quel vecchio
ritratto? Lo hai amato, di' la verità? Eh, lo vedo,
poverina. Fu forse tuo fidanzato?
- Sì, - rispose la maestrina Boccarmè, con un filo di voce.
- E lo tieni ancora lì? - insistette crudelmente l'altra. -
Ma ringrazia Dio, figliuola mia, d'essertene liberata!
Si premette forte le tempie con le mani, strizzando gli
occhi e gemendo: - Dio, Dio, Dio! Anche qui in effigie mi
perseguita!
- Ma egli ha moglie, figliuoli - disse, quasi trasecolata,
la maestrina Boccarmè.
La Valpieri la guardò con un'aria di commiserazione
derisoria:
- Già, per te, c'è la moglie. E tu glielo fai così,
solitariamente, con quel ritrattino, il tradimento, ho
capito! Ma io te ne parlo appunto perché c'è la moglie, e
non vorrei essere incolpata domani più di quanto mi merito.
- Tu? da chi?
- Ma da vojaltri! Non è tuo parente? Ti prego di credere che
non si è affatto rovinato per me, come vanno dicendo. È una
calunnia.
- Rovinato?
- Ma sì, ma sì: negozi andati a male, spese pazze! Non per
me, sta' bene attenta! Io fui tratta in inganno,
vigliaccamente. E ora, se egli ha commesso, come temo,
qualche pazzia, guarda, me ne lavo le mani, me ne lavo le
mani!
- Ah, dunque tu?
- Fui tratta in inganno, ti dico; e ora per giunta mi si
calunnia. Viltà sopra viltà. Eppure, vedi che ti dico, gli
avrei perdonato, se non mi perseguitasse da quattro mesi
come un canaccio arrabbiato. Che vuole da me? Lo compatisco:
è impazzito; allo sbaraglio. Ma sono rimasta anch'io Dio sa
come, e proprio non posso, non posso venirgli in ajuto. Dio
volesse, ci fosse qualcuno che volesse ajutar me!
Inizio
pagina
La maestrina Boccarmè si sentiva soffocare, tra lo
stupore e l'angoscia che quelle notizie le
cagionavano e il ribrezzo che le incuteva quella
svergognata, la quale, senz'alcun ritegno, aveva
osato accostarsi a lei davanti a tutti, là sul Molo,
e qua, ora, penetrare nella sua intimità per
insudiciarle quell'antico verecondo segreto, ch'era
stato lo strazio della sua giovinezza ed era adesso,
nel ricordo, il conforto e quasi l'orgoglio unico
della sua vita.
La Valpieri intanto, interpretando lo sdegno che
spirava dagli occhi di lei, non per sé, ma per il
Novi, rincarò la dose delle ingiurie contro
l'assente, seguitando a dipingersi come una vittima.
Disse che il Novi, forse, avrebbe potuto ancora
salvarsi, se fosse riuscito a trovare la cauzione
che bisognava versare per un modesto impiego: poco:
dodici o quindici mila lire. Ma dove trovarle?
- S'ammazzerà, me l'ha scritto! Ora puoi figurarti
perché m'ha fatto tanta impressione la vista là del
suo ritratto. Oh, lo dà a tutte, sai, codesto
vecchio ritratto. L'ha dato anche a me. Altrimenti,
non l'avrei certo riconosciuto. Non ha più capelli,
puoi immaginarti! Ma pensa, pensa intanto alla sua
disgraziata famiglia!
- La famiglia? - proruppe a questo punto la
maestrina Boccarmè, tutt'accesa di sdegno. - Avresti
dovuto pensarci prima, mi sembra!
- M'accusi anche tu? E non t'ho detto che egli...
- Sì; ma dopo? Quando sapesti che aveva moglie,
figliuoli?
- Eh, troppo tardi, carina! - esclamò la Valpieri,
con un gesto sguajato. - Vedo che tu ti riscaldi.
Troppo tardi. Capisco che voialtri... Oh Dio, se
avessi potuto sospettare che tu... È curioso che il
Novi, mai una parola di te, sai? E io sono proprio
venuta a cacciarmi...
S'interruppe: guardò la maestrina Boccarmè e scoppiò
in una stridula risata.
- Vattene! - le gridò allora la maestrina, fremente,
indicandole l'uscio.
- Eh no, via, - fece la Valpieri, ricomponendosi. -
Mi scacci davvero?
- Sì! Vattene! Vattene! - ripeté la maestrina
Boccarmè, pestando un piede, già con le lagrime agli
occhi. - Non posso più vederti in casa mia!
- Me ne vado, me ne vado da me, - disse la Valpieri
alzandosi senza fretta. - Si calmi, si calmi,
signora Direttrice!
Prima d'infilar l'uscio si voltò e aggiunse:
- Buoni sospiri e tanti baci al ritrattino!
E scomparve, ripetendo la stridula risata.
La maestrina Boccarmè, appena sola, strappò quel
ritrattino dalla parete e lo scagliò con tanta
rabbia sulla scrivania, che il vetro della modesta
cornicetta di rame si ruppe. Poi, andò a buttarsi
sul letto e, affondando il volto sul guanciale, si
mise a piangere.
Non tanto per l'onta, no; pianse per la miseria del
suo cuore scoperta, derisa e quasi sfregiata; pianse
per vergogna di quel che aveva fatto, di quel
ritrattino che aveva appeso lì alla parete da tanti
anni.
Ma non aveva avuto mai, mai un momento di bene fin
dalla fanciullezza; aveva già perduto, non pur la
speranza, ma perfino il desiderio d'averne nel tempo
che ancora le avanzava; e allora, quasi mendicando
un ricordo di vita, era ritornata ai giorni del suo
maggior tormento, ai soli giorni in cui pure, per
poco, aveva sentito veramente di vivere: e aveva
cercato quel ritrattino, gli aveva comperato quella
cornicetta da pochi soldi, e non perché lo vedessero
gli altri lo aveva appeso lì alla parete, ma per sé,
per sé unicamente, quasi per far vedere a se stessa
che, mentre forse tant'altre maestrine come lei
dicevano senz'esser vero, d'avere avuto anch'esse in
gioventù il loro romanzetto sentimentale, lei -
eccolo là - lo aveva avuto davvero: c'era stato
davvero - eccolo là - un uomo nella sua vita.
Come ne aveva riso quella svergognata! Era quasi
niente, sì; un povero ritrattino ingiallito; uno dei
soliti romanzetti, che, appunto perché soliti, non
commuovono più nessuno; come se l'esser soliti debba
poi impedire di soffrirne a chi li abbia vissuti.
Inesperienza, stupidaggine, da bambina chiusa fin
dall'infanzia, prima in un orfanotrofio, poi in un
collegio. Ne era uscita da pochi giorni con la
patente di maestra, e stava ora nell'attesa
angosciosa di un posticino nelle scuole elementari
di qualche paesello, privandosi di tutto per pagar
la pigione di quello sgabuzzino in città e
mantenersi in quell'attesa con le poche centinaja di
lire vinte in un concorso di pedagogia, nell'ultimo
anno di collegio. Che provvidenza per lei quel
concorso! Ma che sgomento, anche, nel vedersi così
sola e libera, lei vissuta sempre nella clausura! E
s'era trovata una mattina, inaspettatamente, così
sola lì con un giovanotto che subito s'era messo a
parlarle con la massima confidenza, dandole del voi
e chiamandola «cara cuginetta». E per forza, fin
dalla prima volta, aveva preteso ch'ella non stesse
a quel modo col mento sul petto e non tormentasse
con quelle brutte unghie da scolaretta diligente le
trine della manica; su su, e che lo guardasse negli
occhi, così, come guarda chi non ha nulla da temere!
Per miracolo non s'era messa a piangere, quella
prima volta; e con qual fervore aveva poi pregato la
Madonna che non glielo facesse più rivedere. Ma era
ritornato il giorno dopo con un involtino di paste e
un mazzolino di fiori, per invitarla ad andare a
casa sua: la madre voleva conoscere la nipotina, la
figliuola della cara sorella morta da tanti anni.
Era andata; e quella zia, squadrandola da capo a
piedi, s'era mostrata dolente di non poterla
accogliere in casa perché c'era Giorgio - e qui
consigli di prudenza - una lunga predica, che ella,
interpretando (com'era facile) il sospetto che
moveva la zia a parlare, aveva ascoltato col volto
avvampato dalla vergogna. Due giorni dopo, Giorgio
era tornato a visitarla; e allora lei, tutta
impacciata, balbettando, s'era sforzata di fargli
intendere che non doveva più venire. Ma egli aveva
accolto con un sorriso la timida preghiera, e il
giorno appresso, rieccolo. Questa volta però gli
aveva parlato seriamente: o smetteva, o si sarebbe
recata a dirlo alla zia. Come prima della preghiera,
aveva riso adesso della minaccia: «Andasse pure,
anzi tanto meglio! Così avrebbe avuto il pretesto di
confessare alla madre che egli la amava». Ridendo le
dicono gli uomini, queste cose, che a lei in quel
punto avevano cagionato tanta angoscia e acceso nel
sangue tanto fuoco! Quel giorno stesso aveva
cambiato alloggio, senza lasciar traccia di sé. E
ricordava le ambasce nella nuova abitazione in quei
quindici giorni che passarono prima che egli la
scoprisse; l'incerto timore, forse più di se stessa
che di lui, se il non doverlo più rivedere le
rendeva spinosa di tante smanie la solitudine. Non
sapeva più vedersi in quella nuova cameretta, pur
tanto più decente della prima; si recava ogni giorno
al collegio a trovare la direttrice che le aveva
promesso per il prossimo autunno il posticino. E una
sera, appena rientrata, aveva sentito picchiare alla
porta e una voce affannata che la scongiurava
d'aprire. Quanto, quanto tempo non lo aveva tenuto
lì, dietro la porta, tremando di qua e
scongiurandolo a sua volta d'andarsene, di lasciarla
in pace, di parlar piano per carità, che i vicini
non udissero: era una pazzia un'infamia,
comprometterla a quel modo; via, via! che voleva da
lei?
A un tratto, poiché egli non smetteva d'insistere e
non se ne sarebbe andato, una risoluzione: s'era
rimesso il cappellino, aveva aperto la porta: -
Eccomi! Usciamo insieme. Vieni, vieni -. E qui tutti
i ricordi s accendevano; il cuore già intirizzito
s'infocava ancora alla fiamma di quella sera, che
tante lagrime versate poi non eran bastate a
spegnere. Proprio tra le fiamme le era parso di
camminare; sola con lui, a braccetto con lui, per le
vie della città. E in mezzo al tramenio, al fragore
di quelle vie, distinte le parole ch'egli le
sussurrava all'orecchio, premendole il braccio col
braccio. Già la chiamava sposina; e così sempre, a
braccetto, sarebbero andati nella vita. Bisognava
ora vincere l'opposizione della madre.
Ritornando verso casa, già tardi, gli aveva
strappato la promessa, anzi il giuramento, che la
avrebbe accompagnata soltanto fino alla porta; ma il
giuramento era a prezzo d'un bacio. No! e come mai?
per istrada? Ma egli disse che non aveva inteso fino
all'uscio di strada, ma su, fino in cima alla scala:
lì il bacio; e poi, sì, l'avrebbe lasciata prima che
lei aprisse la porta: lo aveva giurato. Se non che,
dopo il primo bacio, mentre già sola nella
cameretta, stordita e tremante di felicità, tentava
di spuntarsi il cappellino, ecco di nuovo,
attraverso la porta, pian piano, la voce di lui che
gliene chiedeva un altro, un altro solo, un altro
solo e poi basta: se ne sarebbe andato davvero. E
lei, vinta alla fine, dopo aver detto tante volte di
no, di no, vinta e costretta dall'imprudenza, dalla
petulanza di lui, aveva riaperto la porta.
Fin qui aveva sempre ricordato la maestrina
Boccarmè: tutto il bene.
Come precipitando dalla sommità d'una montagna un
torrente trascina con sé le pietre che poi nei mesi
asciutti ne segnano il corso, così lei, precipitando
dalla sua felicità, ora che negli occhi le lagrime
le si erano inaridite, andava da venti anni sui
sassi della via che il precipizio le aveva segnata;
andava, e i piedi più non le dolevano; andava, e gli
occhi stanchi della grigia aridità del greto s'erano
rivolti a contemplare la sommità da cui era caduta.
Il cordoglio s'era sciolto, la disperazione s'era
composta in un intenso muto rimpianto del bene
perduto; e questo rimpianto a poco a poco, nella
squallida desolazione, era divenuto un bene per se
stesso, l'unico bene.
Dopo quella notte, egli era scomparso; ella lo aveva
atteso parecchi giorni; poi s'era recata dalla madre
di lui, la quale, senza volere intendere tutto il
male che il figlio aveva fatto, se l'era tenuta
qualche tempo con sé; venuta la nomina di maestra la
aveva avviata al suo destino.
Vent'anni! Quante navi aveva veduto arrivare nel
vecchio molo di quel paesello; quante ne aveva
vedute ripartire!
Vestita sempre di nero, dolce, paziente e affettuosa
con le bambine della scuola, non solo per il ricordo
di quanto aveva sofferto a causa della durezza di
certe insegnanti, ma anche perché, femminucce, le
considerava destinate più a soffrire che a godere;
con quella combinazione della casa nella stessa
scuola, se n'era vissuta appartata da tutti,
compensandosi in segreto, con l'immaginazione e con
le letture, di tutte le angustie e le mortificazioni
che la timidezza le aveva fatto patire. E a poco a
poco aveva preso gusto sempre più a un certo amaro
senso della vita che la inteneriva fino alle lagrime
talvolta per cose da nulla: se una farfalletta, per
esempio, le entrava in camera, di sera, mentre stava
a correggere i compiti di scuola, e, dopo aver
girato un pezzo attorno al lume, veniva là, sul
tavolinetto sotto la finestra, davanti al quale lei
stava seduta, a posarlesi lieve lieve sulla mano,
come se la notte gliel'avesse mandata per darle un
po' di compagnia.
Tra poco avrebbe avuto quarant'anni; e forse sì, il
viso le si era un po' sciupato; ma l'anima no; per
questo bisogno che aveva di fantasticare in
silenzio, di vedere come avvolta nel lontano azzurro
d'una favola, lei piccola piccola, tra tutto quel
cielo e quel mare, la propria vita.
Guai se non lo avesse sentito più questo bisogno!
Tutte le cose, dentro e attorno, avrebbero perduto
ogni senso per lei e ogni valore; e meglio morire
allora!
S'alzò dal letto. S'era tutta spettinata, e aveva
gli occhi rossi e gonfi dal pianto. S'appressò
all'unico specchio della cameretta, lì in un angolo,
a bilico nel modestissimo lavabo di ferro smaltato.
Si lavò gli occhi, che le bruciavano: prese il
pettine per rifarsi i capelli.
Negli anni del collegio, per modestia, ma anche
perché le compagne ricche non dicessero che volesse
darsi arie da «signorina» per far dimenticare
d'esservi stata accolta per carità, aveva tenuto
sempre i capelli come all'orfanotrofio, tutti tirati
indietro, lisci lisci, senza un nastro, senza un
fiocco e annodati stretti alla nuca. E così la aveva
vista lui, la prima volta, appena usata di collegio;
e che beffe! come per «le brutte unghie da
scolaretta diligente». Gliel'aveva poi insegnata lui
quella pettinatura che, dopo tant'anni, ella usava
ancora; una pettinatura un po' goffa, passata da
tanto tempo di moda.
Si sciolse i capelli, senza toccare la scriminatura
in mezzo, e lasciò cader le due bande in cui li
teneva divisi; prese per la punta prima l'una e poi
l'altra banda e con lievi colpettini di pettine in
su cominciò ad aggrovigliolarsele per modo che ai
due lati della fronte, sulle tempie e fin sugli
orecchi, le si gonfiassero boffici e ricce. Sì: così
pettinati, i suoi capelli parevano tanti; certo però
le incorniciavano male il viso smagrito, già un po'
troppo affossato nelle guance; ma così erano
piaciuti a lui, e non avrebbe saputo pettinarseli
altrimenti.
Con quegli occhi ancora gonfi dal pianto e senza
quel brio di luce che spesso glieli rendeva arguti e
vivaci, si vide come finora non s'era veduta mai;
con un infinito avvilimento di pena per
quell'immagine con cui per tanto tempo s'era
ostinata a rappresentarsi a se stessa. S'accorse che
per gli altri non era, non poteva più essere così. E
come, allora? Si smarrì; e nuove lagrime, più
brucianti delle prime, le sgorgarono dagli occhi.
No! no! Doveva essere ancora così! Ancora, passando
per le viuzze alte del paesello, popolate
d'innumerevoli bambini strillanti, nudi o con la
sola camicina sudicia e sbrendolata addosso, ancora
voleva esser guardata con amorosa ammirazione da
tutte quelle umili mamme delle sue scolarette, che
sedevano lì davanti alle porte delle loro casupole e
la invitavano, cedendo subito la seggiola, a sedere
un po' con loro.
- Oh, guarda! La signora Direttrice!
- Venga qua! Segga qua, signora Direttrice!
Volevano sapere come facesse a incantare le loro
bambine con certi discorsi ch'esse non sapevano
riferire, ma che dovevano esser belli, sulle api,
sulle formichette, sui fiori: cose che non parevano
vere. E lei, a quelle loro maraviglie, sorrideva e
rispondeva che lei stessa non avrebbe più saputo
ripetere ciò che aveva potuto dire in iscuola per un
caso imprevisto, d'un'ape entrata in classe, d'un
geranio che improvvisamente s'era acceso nel sole
sul davanzale della finestra.
Povera lì, tra povere, aveva in sé questa ricchezza
che godeva di darsi alle care animucce delle sue
scolarette («figlioline mie» come le chiamava);
questa facoltà di commuoversi di tutto, di
riconoscere in un sentimento suo, vivo, la gioja
d'una fogliolina nuova che si moveva all'aria la
prima volta, la tristezza della sua cucinetta
quando, dopo cena, s'era spenta, e a veder lo
squallore della cenere rimasta nei fornelli, ogni
sera le sembrava che si fosse spenta per sempre;
quel senso di nuovo, per cui, se un uccellino
cantava, sapeva sì che quell'uccellino ripeteva il
verso di tutti gli altri della sua famiglia, ma
sentiva ch'esso era uno, lui, di cui udiva il verso
per la prima volta, formato lì, ora, su quella
fronda d'albero o su quella gronda di tetto, per una
cosa d'ora, nuova nella vita di quell'uccellino.
S'era salvata così dalla disperazione.
E ancora, purtroppo, allorché i suoi doveri di
maestra erano compiuti, e finite per la giornata le
altre cose da fare, se per un momento la stanchezza
la vinceva e vedeva d'un tratto precipitar nel vuoto
la sua vita, ancora non era riuscita a liberarsi da
certe torbide smanie che l'assalivano e le
oscuravano lo spirito; ed erano pensieri cattivi, e
sogni anche più cattivi, la notte. Aver potuto
scoprire in sé, nei silenzii infiniti della sua
anima, un brulichio così vivo di sentimenti, non
come una ricchezza propriamente sua, ma del mondo
come ella lo avrebbe dato a godere a una creaturina
sua; ed esser rimasta nell'angoscia di quella
solitudine, così staccata per sempre da ogni vita!
S'accorse che s'era fatto bujo nella cameretta e si
recò ad accendere il lumetto bianco a petrolio sulla
scrivania. Vide il ritrattino scagliato lì sopra con
tanta rabbia, e le parve che non lei col suo atto
violento avesse rotto il vetro della cornicetta, ma
la stridula risata di quella donnaccia. Sentì che
non poteva ora raccattare quel ritrattino e che non
avrebbe potuto più riappenderlo alla parete, se
prima non risarciva in qualche modo la sua anima dal
morso velenoso di quella vipera, dallo sfregio vile
di quella risata. Perché lei non era come una che,
pur d'ottenere qualcosa, si riceva ingiurie e offese
e provi anzi più vivo nell'umiliazione il godimento
della cosa ottenuta. Lei non voleva ottener nulla;
lei era nata per dare.
Fissò gli occhi, improvvisamente accesi, e stette un
po' come in ascolto. Bisognavano a lui dodici o
quindici mila lire, da versare a cauzione d'un
modesto impiego: glielo aveva detto colei. Un
brivido alla schiena. Raccolse le mani e, figgendosi
la punta delle dita tra gli occhi e le sopracciglia,
stette un pezzo così. Poi, sedendo in fretta davanti
alla scrivania, cavò di tasca la chiave del
cassetto; lo aprì, ne trasse il suo vecchio libretto
della Cassa di Risparmio per vedere esattamente
quanto avesse messo da parte in tanti anni per la
sua vecchiaja, pur sapendo bene che non ammontava a
quella cifra. Erano difatti poco più di dieci mila
lire. Ma a potere intanto disporre di quelle
dieci...
Provò subito il bisogno di dire a se stessa che non
lo faceva per lui, per averne in ricambio qualche
cosa. Non voleva niente, lei, più niente: non che la
gratitudine di lui, ma neppure il ricordo: niente! E
pensò dapprima di mandar quel denaro senza fargli
sapere che glielo mandava lei. Ma poi per fortuna
rifletté che con la presenza di quell'altra in
paese, lui, certo ormai senza più memoria di lei,
avrebbe potuto supporre che il soccorso gli veniva
da quella, a prezzo di chi sa quale vergogna.
No, no: ad evitare che cadesse in un così sciagurato
equivoco, bisognava purtroppo ch'ella gli scrivesse
e gli dicesse che appunto per la presenza della
Valpieri nel paese aveva potuto sapere del bisogno
di lui; e che gli mandava quel denaro perché lei non
avrebbe saputo che farsene, prima di tutto, e poi
perché le era caro far rivivere così in sé, per sé
sola, il ricordo - non di lui, non di lui! - ma di
tutto il male e di tutto il bene che le era venuto
un giorno da lui. Così, ecco. Era la verità.
E così, richiamato a questo prezzo dal tempo lontano
che lo aveva ingiallito, ravvivato dal sangue di
questa nuova ferita, ella avrebbe potuto ora
riappendere alla parete il vecchio ritrattino; per
sé, unicamente per sé, per sentire ancora, dentro di
sé, più che mai soffuso dell'antica malinconia, il
lontano azzurro della sua povera favola segreta, e
poter seguitare a guardare con lo stesso animo quel
cielo, quel mare, le navi che arrivavano nel vecchio
Molo o ne ripartivano all'alba, lente, nel luminoso
tremolio di quelle acque distese fino a perdita
d'occhio.
Sì, ma se non era l'antico amore a farle da fermento
dal più profondo dell'anima, perché ora quella
specie d'ebbrezza che le gonfiava il petto, e quello
struggimento che voleva traboccarle in nuove
lagrime; non più brucianti, queste?
Per fortuna lo specchio era là nell'angolo, e la
maestrina Boccarmè non vide come s'appuntiva
sgraziatamente sulla sua povera bocca appassita quel
vezzo che sogliono fare i bambini prima che si
buttino a piangere; e il mento, come le tremava.
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