Anche mia moglie Eufemia, dall'altro canto, è quasi
felice di soffrire per me, e più vorrebbe, per
guadagnarsi anche lei, di fronte alla propria
coscienza, il diritto di goder dopo, senz'alcun
rimorso. Onesto diritto, onestissimo compenso, che
né la vita né la coscienza possono negarle, e di cui
io, ripeto, non debbo adontarmi.
Confesso tuttavia che, più volte, m'avviene quasi
quasi di desiderare che l'uno e l'altra siano due
birbaccioni matricolati. L'onestà dei loro
propositi, la squisitezza dei loro sentimenti,
diventa spesso per me la più raffinata delle
crudeltà, poiché io, non potendo in nessun modo
ribellarmi a quanto avverrà senz'alcun dubbio dopo
la mia morte, mi vedo costretto, per esempio, tante
volte, a tirarmi tra le gambe il mio piccino,
l'unico mio figlioletto, e a mettermi a insegnargli
d'amare, d'aver rispetto filiale per colui che sarà
fra poco suo secondo padre, e ad ammonirlo perché
cerchi di non dargli mai causa, che abbia a
lamentarsi di lui. E gli dico:
- Vedi, Carluccio mio: tu hai le manine sporche.
Come t'ha detto jeri zio Florestano, quando t'ha
veduto una cenciata d'inchiostro sul nasino? T'ha
detto: «Lavati, Carluccio, o ti catturano, sai!».
Non è mica vero, però: zio Florestano scherza. Oggi
non costuma più mandare in galera chi ha le mani
sporche. Ma tu lavatele a ogni modo, perché zio
Florestano ama i bambini puliti. Egli è tanto buono
e ti vuol tanto bene, Carluccio mio; e anche tu,
sai, devi volergliene tanto tanto; e ubbidirlo, sai!
sempre; e lasciarlo sempre contento di te. Hai
capito, figlietto mio?
E gli magnifico tutti i regalucci ch'egli, per far
piacere a Eufemia, gli porta. Il povero piccino mio
segue i miei consigli, e già lo venera. L'altro
giorno, per esempio, Florestano se lo portò a
spasso, e, al ritorno, mi raccontò ridendo che,
mentre camminavano insieme, traversando la piazza
piena di sole, a un certo punto Carluccio mise un
grido, s'arrestò e gli domandò tutt'afflitto:
- T'ho fatto male, zio Florestano?
- No, Carluccio. Perché?
E il mio piccino, ingenuamente:
- T'ho pestato l'ombra, zio Florestano.
Eh via, no: fino a questo punto, no, povero
Carluccio mio! Sei stato proprio sciocchino.
L'ombra, vedi, l'ombra si può calpestare: zio
Florestano e la mammina tua la calpesteranno un
giorno l'ombra di tuo papà sicuri di non fargli
male, poiché, in vita, si saranno guardati bene dal
pestargli anche un piede.
Che gara di compitezze fra noi tre! E che grazioso
martirio, intanto. Da povero malato, io vorrei
lasciarmi andare come vien viene; invece, mi vedo
costretto a tenermi su, per pesare quanto meno sia
possibile su loro, che altrimenti m'userebbero tanti
altri riguardi, tante altre premure che mi fanno
ribrezzo, talvolta, anzi orrore. Avrò torto. Ma
questo spettacolo della nostra squisita civiltà,
delle nostre continue cerimonie, davanti alla soglia
della morte, mi sembra una stomachevole
pagliacciata. Coi guanti gialli, e infinite
cortesie, mi vedo dolcemente sospinto da loro fino a
questa soglia; e ora mi sembra che mi s'inchinino e
mi dicano con un sorriso grazioso sulle labbra:
- Passi pure. Buon viaggio! E stia sicuro, sa, che
noi ci ricorderemo sempre sempre di lei, così buono,
così prudente e ragionevole!
Mi hanno insegnato che bisogna esser sinceri.
Sinceri? Ma la sincerità, per me, a questo punto,
vorrebbe dire senz'altro: uccidere. Dio me ne
guardi! Chi mi trattiene?
Parliamo un po' sul serio. Se io non avessi fede, se
io non credessi in Dio, davvero; se credessi invece
che la morte sia limite anche all'anima d'ogni
avvenire, e che, mancandomi la terra sotto i piedi,
il vuoto e null'altro m'accoglierà, credete che
Florestano io non lo ammazzerei?
Quando penso, certe notti, nell'insonnia, che egli
si coricherà nel mio letto, al posto mio, lì, con
tutti i miei diritti su mia moglie e su le cose mie:
quando penso che nel lettuccio della camera accanto
il figlietto mio, l'orfanello mio, qualche notte
forse si metterà a piangere e chiamerà la mamma sua,
e penso che egli a mia moglie che vorrà accorrere a
vedere che cos'ha il piccino mio che piange, forse
dirà: - «Ma no, cara, lascialo piangere; non
scendere dal letto; ti raffredderai!» - io,
Florestano, vi giuro, lo ammazzerei!
Invece, ogni notte, seduto presso la finestra, me ne
sto quieto quieto a contemplare il cielo, a lungo.
C'è una stellina piccola piccola lassù, a cui tengo
fissi gli occhi e a cui dico spesso, sospirando:
- Aspettami, verrò!
E ad Eufemia, che è figlia d'un libero pensatore e
ostenta di non credere in Dio, ripeto spesso:
- Sciocca, credici: Dio esiste. E ringrazialo, sai?
Ringrazialo.
Eufemia mi guarda, come se le paresse strano che io,
Luca Lèuci, possa dirle così, io che - secondo lei -
non avrei davvero alcun obbligo di crederci, poiché
Dio mi tratta male, facendomi morire così presto. Ma
lo ringrazierà, quando le verranno tra mano questi
pochi foglietti di carta, se ama di cuore il suo
Florestano.
Intendo bene che l'unica è di morir presto, qua.
Vedo certe volte Florestano che con gli occhi e coi
sospiri si sforza di far capace mia moglie dei
desiderii che lo tormentano, pover'uomo! M'immagino
allora mia moglie col bel capo biondo reclinato
vezzosamente sull'ampio petto quadro di lui,
nell'atto di carezzargli appena appena, stirando in
su con due dita, i lunghi peli rossicci del
magnifico pajo di baffi... Oh voluttà! Pazienza
anche tu, cara Eufemia mia! E certe paroline di
notte, come le hai dette a me, abbracciata con me,
le dirai presto, le dirai anche a lui, senza quasi
sapere di dirle:
- Tesoro mio... Ah, caro... sì, sì... Caro, caro...
Mi vien da ridere, da ridere. Tutti e due allora,
maravigliati, mi domandano perché ho riso: io dico
un motto di spirito, e Florestano osserva:
- Tu sarai vecchio, caro Lèuci, e sempre così
celione!
Ma spesso anche non riesco a esser celione, come
dice l'amico mio. L'arguzia, senza volerlo, mi
diventa mordace, e allora Florestano, in vettura con
me, ci soffre a sentirmi parlare. Io gli dico:
- Se non fosse un brutto posto, ti proporrei, caro
Florestano, di metterti un momentino al posto mio.
T'assicuro che ti farebbe lo stesso effetto curioso
che fa a me questo poter vedere la vita così, come
resterà per gli altri, nella certezza che tra poco,
forse mentre stai a dirlo, essa per te finirà; e il
poter pensare ciò che gli altri faranno
ragionevolmente, quando tu non sarai più.
Parlo chiaro; ma Florestano finge di non
comprendere. E io continuo:
- Caro Florestano, io so, per esempio, la corona di
porcellana che verrai a depormi sulla fossa, quando
vi giacerò.
Florestano mi dà sulla voce, e io allora mi taccio
e, così magro magro e pallido e afflitto come sono,
mi metto a guardare dal cantuccio della vettura che
va a passo per gli aerei viali del Gianicolo, questa
dolcezza di sole che tramonta; la vita, come la
assaporeranno gli altri, anche amara, che importa?
questo grosso sanguigno uomo qua, che mi siede
accanto e sospira; mia moglie che a casa, in attesa,
anche lei sospira: e anche, senza più me, il mio
piccino, che un giorno, presto, non saprà più chi
ero, com'ero!
- Papà...
E Florestano, voltandosi, gli risponderà sgarbato:
- Che vuoi?
Il marito di tua madre, Carluccio, che non è il tuo
papà vero. Ci pensi?
Ma la vita pure, Carluccio, è così bella... così
piena...