Circa trent'anni fa, il padre del Marchese aveva
rischiato tutti i suoi capitali nella grande impresa
del prosciugamento delle paludi dell'Irbio, ed era
morto prima di veder l'esito felice dell'impresa. Il
figliuolo, giovanissimo, ora si godeva in città la
rendita d'una delle più estese e ubertose tenute del
mezzogiorno d'Italia. Non era mai venuto neppure una
volta a visitarla, è vero; ma il merito
dell'amministrazione era suo. La tenuta era divisa
in settori; ogni settore, con a capo un ministro,
comprendeva dieci poderi. Uno dei ministri era Meo
Zezza.
Come mai una così specchiata amministrazione non si
rendeva conto dei furti continuati e così
esorbitanti di quel cagliostro? Saltavano agli occhi
di tutti; e lui stesso lo Zezza, lui stesso, con la
sua espansiva spontaneità di bestia impudente, quasi
non ne faceva più mistero.
Levatosi la mattina appresso, con negli orecchi
ancora il fischio di quella parola: spia, don
Filiberto Fiorinnanzi fece animo risoluto. Serrò i
denti; serrò le pugna. Doveva aver fine, perdio, una
così enorme sconcezza, una siffatta oltracotanza.
Spia? Ebbene, sì, spia. Raccoglieva la sfida.
Avrebbe steso una formale denunzia di tutti i furti
perpetrati da colui in tanti anni.
Ci lavorò una decina di giorni. Quando alla fine ne
venne a capo, si chiuse più rigidamente che mai
nell'austera palandrana, e senza punto nascondersi,
con la denunzia sotto il braccio, prese posto nella
vettura che conduceva alla stazione ferroviaria, e
parti per la città.
Appena giunto, si recò difilato all'amministrazione
del marchese Di Giorgi-Decarpi.
Subito, entrando, si sentì compreso di tanta
riverenza e ammirazione, che non solo non si ebbe a
male delle molte difficoltà che gli furono opposte
per esser ricevuto dal signor Marchese, ma anzi se
ne compiacque assai e le approvò tutte e vi si
sottomise con infiniti inchini e sorrisi di
beatitudine.
Era il regno dell'ordine, quello! L'interno d'un
orologio. Tutto lucido e preciso. Usceri in livrea;
scale di marmo, corridoj da potercisi specchiare,
con magnifiche guide, illuminati a luce elettrica,
riscaldati a termosifone; e per tutto tabelle:
Sezione I, Sezione II, Sezione III, e a ogni uscio
l'indicazione dell'ufficio. L'illustrissimo signor
Marchese non concedeva udienza se non nei giorni
fissati e nelle ore fissate: il mercoledì e il
sabato, dalle 10 alle 11: e, per essere ammessi a
quelle udienze, bisognava farne domanda due giorni
avanti, riempiendo un modulo a stampa sul primo
tavolino della seconda stanza della segreteria
particolare, al primo piano, Sezione I, secondo
corridojo a destra. Per chi avesse fretta e non
potesse aspettare quei giorni fissati, c'era
l'ufficio delle comunicazioni urgenti, nello stesso
piano, alla stessa Sezione, primo corridojo a
sinistra, uscio terzo.
- No no, ah no no... - disse don Filiberto.
Le comunicazioni, ch'egli aveva da fare, non erano
tanto urgenti quanto gravi, e voleva farle al
Marchese direttamente.
- Viene apposta da Forni? - gli domandò il
capo-usciere.
- Sissignore, da Forni, apposta.
- Ma oggi è giovedì.
- Non fa nulla. Se questa è la regola, aspetterò
fino a sabato, alle dieci.
Il capo-uscere si rivolse allora a un ragazzotto
anch'esso in livrea.
- Va' su a prendere un modulo!
Ma don Filiberto Fiorinnanzi non volle assolutamente
permetterlo.
- No no, scusi, che c'entra? Vado io, vado io.
E risalì a riempire il modulo a stampa sul primo
tavolino della seconda stanza della segreteria
particolare, al primo piano, Sezione I, secondo
corridojo a destra.
Si preparò in quei due giorni all'udienza,
raccogliendo come a un supremo cimento tutte le sue
facoltà mentali. Un esordio, breve, perché certo il
Marchese non poteva aver tempo d'ascoltare parole
che non si riferissero a fatti; ma egli doveva pure,
innanzi tutto, dichiarare l'animo e le ragioni che
lo movevano a quella denunzia; poi, punto per punto,
avrebbe esposto i fatti. Era felice di mettere a
servizio l'opera sua, disinteressatamente, contro
quel ladro che con tanta pervicacia s'accaniva a
imbrogliare un ordine di cose così maravigliosamente
costituito.
La mattina del sabato, dieci minuti prima dell'ora
fissata, si trovò nell'anticamera della segreteria
particolare. Era il primo iscritto e, appena
scoccate le dieci, fu introdotto alla presenza del
Marchese.
Era costui un omettino a cui la raffinata eleganza
dell'abito non riusciva a togliere, anzi accresceva
una certa ispida acerbità campagnuola. La spalliera
del seggiolone su cui stava seduto innanzi alla
scrivania gli superava d'un palmo la testa. Inchinò
appena il capo in risposta al profondo ossequio del
visitatore; con la mano gli fe' cenno di sedere; poi
poggiò un gomito sul bracciuolo e abbassò la fronte
sulla palma, nascondendovi un occhio.
L'altro occhio, armato da una rigida caramella
cerchiata di tartaruga, don Filiberto Fiorinnanzi se
lo vide piantare in faccia con una fissità così dura
e ostile e persistente, che sentì gelarsi il sangue
nelle vene e imbrogliarsi in bocca le parole del
breve esordio con tanto studio preparato.
Quell'occhio diffidava; quell'occhio non credeva al
disinteresse; quell'occhio severissimamente lo
ammoniva a non dir cosa che non avesse prova e
fondamento nei fatti, e con inflessibile acume
scrutava attraverso ogni parola che gli usciva con
tremore dalle labbra.
Se non che, a un certo punto, il Marchese si tolse
la mano dalla fronte, e scoprì l'altro occhio: un
languido, melenso occhio svogliato, un occhio che,
per così dire, sbadigliava e che si rivolgeva al
visitatore, come a chieder pietà.
Don Filiberto Fiorinnanzi si sentì a un tratto
crollare in fondo allo stomaco tutte le viscere
sospese.
Quell'occhio, quell'occhio che gli aveva incusso
tanto terrore, era... era dunque finto? di vetro? Ah
Dio, sì, di vetro. E dunque il Marchese, tenendo
coperto quello vero, non solo non lo aveva finora
così terribilmente fissato e scrutato e minacciato,
ma neppure s'era curato di veder chi fosse entrato a
parlargli; e forse non aveva neanche ascoltato nulla
di quanto egli con tanta trepidazione gli aveva
detto.
- Vengo... signor Marchese... vengo ai fatti...
balbettò tutto smorto e smarrito.
- Ecco, sì, mi faccia questa grazia, - miagolò il
Marchese.
E posando il pugno, ora, sulla scrivania, vi
appoggiò la fronte. Non si rimosse più da quella
positura. Don Filiberto Fiorinnanzi poteva supporre
che dormisse. Alla fine, alzò la fronte dal pugno;
disse:
- Permette?
E stese la mano a ricevere il foglio della denunzia.
Lo scorse sbadatamente; poi si cacciò una mano in
tasca, ne trasse un mazzetto di chiavi, aprì un
cassetto dello stipo accanto alla scrivania, ne
prese una carta, la pose accanto al foglio, e su
questo con un lapis turchino si mise a far brevi
segni di richiamo, a mano a mano che leggeva in
quella. Quand'ebbe terminato, senza dir nulla, porse
a don Filiberto Fiorinnanzi il suo foglio segnato e
quella carta tratta dallo stipo.
Don Filiberto, perplesso, imbalordito, guardò l'uno
e l'altra, poi il Marchese, poi di nuovo il suo
foglio e quella carta, e s'accorse che in questa
erano già esposti, quasi con lo stesso ordine, tutti
i furti dello Zezza, ch'egli era venuto a
denunziare.
- Ah dunque... - disse, appena poté rinvenire dallo
sbalordimento, - ah, dunque a Vostra Signoria... a
Vostra Signoria Illustrissima... erano già noti...
- Come vede, - lo interruppe freddamente il
Marchese. - E anzi, se ella guarda più attentamente
nella mia carta, vedrà che ci son noverati molti
altri furti che non si trovano nella sua denunzia.
- Già... già... vedo... vedo... - riconobbe più che
mai smarrito nello stupore, don Filiberto. - Ma
dunque...
Il piccolo Marchese tornò ad appoggiare il gomito
sul bracciuolo e a nascondersi con la mano l'occhio
sano, stanco e svogliato.
- Caro signore, - sospirò, - e che vuole che me
n'importi?
La terribile fissità dell'occhio di vetro, armato
della caramella cerchiata di tartaruga, fece un
contrasto orribile con la stanchezza di questo
sospiro.- Sono cose, - seguitò, - che esorbitano
dalla mia amministrazione.
- Esorbitano?
- Già. Noi qua dobbiamo guardare e guardiamo Zezza
ministro. Come tale, lo abbiamo trovato sempre
ineccepibile. Zezza uomo non ci riguarda, caro
signore. Dirò di più: è per noi anzi un vantaggio,
che egli sia così ladro, o piuttosto così desideroso
di arricchirsi. Mi spiego. Agli altri ministri che
si tengono paghi, più o meno, al loro stipendio
soltanto, non preme affatto che i poderi rendano
qualche cosa di più di quello che potrebbero
rendere. Preme invece allo Zezza, perché, oltre che
a noi, essi debbono rendere anche a lui. E il
risultato è questo: che nessuno dei settori ci rende
tanto quanto quello di cui Zezza è ministro.
- Ma dunque... - fece ancora una volta, come in un
singhiozzo, don Filiberto.
- Oh, dunque, - ripigliò alzandosi per licenziarlo
il Marchese, - io la ringrazio tanto, a ogni modo,
caro signore, dell'incomodo che Ella ha voluto
prendersi; quantunque... oh Dio, sì... forse avrebbe
potuto immaginarsi che a una amministrazione come la
mia questi fatti non potevano restare ignoti. Questi
e altri, com'Ella ha potuto vedere. Ma a ogni modo,
io la ringrazio e me le professo gratissimo. Si stia
bene, caro signore.
Don Filiberto Fiorinnanzi uscì stordito, stonato,
insensato addirittura, dalla sede
dell'amministrazione.
- E dunque...
La conclusione l'aveva in mano.
Un bottone della palandrana. Sentendo parlare a quel
modo il Marchese, se l'era tante volte rigirato sul
petto, quel bottone, che esso alla fine gli s'era
staccato e gli era rimasto tra le dita.
Ma, ormai, a che gli serviva più? Poteva bene andar
per via con la palandrana sbottonata, e anche
svoltata, con le maniche alla rovescia, e anche col
cappello assettato sotto sopra sul capo.
L'universo, ormai, per don Filiberto Fiorinnanzi era
tutto quanto e per sempre scombussolato.