Una sola cosa, in quei dieci anni, la aveva
amareggiata: il non aver potuto dargli un figliuolo,
a Cicciuzzo il barone. Ma saputo alla fine che egli
era riuscito ad averlo da un'altra, da una certa
Nicolina, figlia del giardiniere che aveva piantato
e andava tre volte la settimana a curare i fiori nel
giardino di Filomena, anche di questo s'era
consolata. E tanto aveva detto e fatto, che da due
mesi Nicolina era col bambino nel palazzo, ed ella
la serviva amorosamente, non solo per riguardo di
quell'angioletto ch'era tutto il ritratto di papà,
ma anche per una viva tenerezza da cui subito s'era
sentita prendere per quella buona figliuola timida
timida e bellina, la quale certo per inesperienza
s'era lasciata sedurre da quel gran birbante di
Cicciuzzo il barone e dalle male arti di quella
puttanaccia di Filomena. La voleva compensare della
gioja che le aveva dato, mettendo al mondo quel
bambinello tant'anni invano sospirato dal Barone.
Poco le importava che gliel'avesse dato un'altra.
L'importante era questo: che ormai c'era e che era
figlio di Cicciuzzo il barone.
Anche la carità, intanto, quando è troppa, opprime;
e Nicolina se ne sentiva oppressa. Ma donna Bittò,
indicandole il bimbo che le giaceva in grembo:
- Babba, non piangere! Guarda piuttosto che hai
saputo fare!
E, ridendo e battendo le mani:
- Com'è bello, amore santo mio! com'è fino!
Figliuccio dell'anima mia, guarda come mi ride!
Gran ressa di gente era davanti la porta del
giardino di Filomena. Scorgendola da lontano, la
Baronessa e le serve levarono al modo del paese le
disperazioni.
Il Barone era morto, e stava disteso all'aperto su
una materassa, presso un chioschetto tutto parato di
convolvoli. Forse la troppa luce, così supino, a
pancia all'insù, lo svisava. Pareva violaceo, e i
peli biondicci dei baffi e della barba, quasi gli si
fossero drizzati sul viso, sembravano appiccicati e
radi radi, come quelli di una maschera carnevalesca.
I globi degli occhi, induriti e stravolti sotto le
palpebre livide; la bocca, scontorta, come in una
smorfia di riso. E niente dava con più irritante
ribrezzo il senso della morte in quel corpo là
disteso, quanto le api e le mosche che gli
volteggiavano insistenti attorno al volto e alle
mani.
Filomena, prostrata con la faccia per terra, urlava
il suo cordoglio e le lodi del morto tra una fitta
siepe d'astanti muti e immobili attorno alla
materassa. Solo qualcuno di tanto in tanto si
chinava a cacciare una di quelle mosche dalla faccia
o dalle mani del cadavere; e una comare si voltava a
far segni irosi a una bimbetta sudicia, che
strappava i convolvoli del chiosco, facendone
muovere e frusciare nel silenzio tutto il fogliame.
Da una parte e dall'altra gli astanti si scostarono
appena irruppe, spaventosa nello scompiglio della
disperazione, la Baronessa. Si buttò anche lei
ginocchioni davanti la materassa di contro a
Filomena, e strappandosi i capelli e stracciandosi
la faccia cominciò a gridare quasi cantando:
- Figlio, Cicciuzzo mio, come t'ho perduto! Fiato
mio, cuore mio, come sono venuta a trovarti!
Cicciuzzo del mio cuore, fiamma dell'anima mia, come
ti sei buttato a terra così, tu ch'eri antenna di
bandiera? Quest'occhiuzzi belli, che non li apri
più! Queste manucce belle, che non le stacchi più!
Questa boccuccia bella, che non sorride più!
E poco dopo, urlando anche lei, stracciandosi anche
lei i capelli, a piè di quella materassa una terza
donna venne a buttarsi ginocchioni: Nicolina, col
bambino in braccio.
Nessuno, conoscendo la Baronessa, le prove date in
dieci anni della sua incredibile tolleranza, non
solo per l'amore sviscerato e la devozione al
marito, ma anche per la coscienza ch'ella aveva, e
dava agli altri, che fosse naturale quanto le era
accaduto, data la sua rozzezza, la sua bruttezza e
il suo gran cuore; nessuno rimase offeso di quello
spettacolo, e tutti si commossero, anzi, fino alle
lagrime, quand'ella si voltò a scongiurare Nicolina
d'allontanarsi e, prendendole il bimbo e mostrandolo
al morto, gli giurò che lo avrebbe tenuto come suo e
lo avrebbe fatto crescere signore come lui, dandogli
tutte le sue ricchezze, come già gli aveva dato
tutto il suo cuore.
I parenti del Barone, accorsi poco dopo a
precipizio, dovettero stentar molto a staccare
quelle tre donne, prima dal cadavere e poi l'una
dall'altra, abbracciate come s'erano per aggruppare
in un nodo indissolubile la loro pena.
Dopo i funerali solennemente celebrati, la Baronessa
volle che anche Filomena venisse a convivere con lei
nel palazzo. Tutt'e tre insieme.
Vestite di nero, in quei grandi stanzoni bianchi,
intonacati di calce, pieni di luce, ma anche di quel
puzzo speciale che esala dai mobili vecchi lavati e
dai mattoni rosi dei pavimenti avvallati, esse ora
si confortavano a vicenda, covando a gara quel bimbo
roseo e biondo, in cui agli occhi di ciascuna
riviveva il defunto Barone.
A poco a poco, però, la Baronessa e Filomena
cominciarono a far sentire a Nicolina, ch'essa,
benché fosse la mamma del piccino, non poteva, per
la sua età, per la sua inesperienza, esser pari a
loro, sia nel dolore per la sciagura comune, sia
anche nelle cure del bimbo. Per loro due la vita era
ormai chiusa per sempre; per lei invece, così
giovane e bellina, chi sa! poteva riaprirsi, oggi o
domani. Cominciarono insomma a considerarla come una
loro figliuola che, in coscienza, non si dovesse
insieme con loro due sacrificare e votare a un lutto
perpetuo.
(Forse, sotto sotto, parlava in esse, mascherata di
carità, l'invidia; per il fatto che colei era la
mamma vera del piccino.)
Per diminuire questa superiorità che Nicolina aveva
su loro incontestabile, appena svezzato il bambino,
quasi la esclusero da ogni cura di esso. Tutt'e due
però sentivano che questa esclusione non bastava.
Perché il bambino restasse insieme con loro legato
tutto alla memoria del morto, bisognava che Nicolina
ne avesse un altro, qualche altro di suo; bisognava
insomma dar marito a Nicolina. La Baronessa avrebbe
seguitato ad alloggiarla nel palazzo, in un
quartierino a parte; le avrebbe assegnato una buona
dote, trovandole un buon giovine per marito,
timorato e rispettoso, che fosse anche di presidio a
lei, a Filomena e a tutta la casa.
Nicolina, interpellata, s'oppose dapprincipio
recisamente; protestò che non voleva esser da meno
di Filomena, lei, nel lutto del Barone, ritenendo
che anzi toccasse a lei di guardarlo di più, questo
lutto, per via del bambino. Quelle non le dissero
che proprio per questo desideravano che si
maritasse; ma si mostrarono così fredde con lei e
così scontente del rifiuto, che alla fine, a poco a
poco, la indussero a cedere.
Filomena, donna di mondo e tanto saggia che finanche
il Barone, sant'anima, ne aveva seguito sempre i
consigli, aveva già bell'e pronto il marito: un
certo don Nitto Trettarì, giovine di notajo,
civiletto, di buona famiglia e di poche parole. Non
brutto, no! Che brutto! Un po' magrolino... Ma via,
con la buona vita, avrebbe fatto presto a rimettersi
in carne. Bisognava dirgli soltanto che non si
facesse cucire così stretti i calzoni perché le
gambe le aveva sottili di suo e con quei calzoncini
parevano due stecchi, e che poi si levasse il vizio
di tener la punta della lingua attaccata al labbro
superiore; del resto, giovinotto d'oro!
Passato l'anno di lutto stretto, si stabilirono le
nozze. La Baronessa assegnò a Nicolina venticinque
mila lire di dote, un ricco corredo e alloggio e
vitto nel palazzo; le donò anche abiti e gioje.
- Pompa no, - diceva allo sposo, che si storceva
tutto per ringraziare e si passava di tratto in
tratto la mano su una falda del farsetto, come se
qualche cane minacciasse d'addentargliela. - Pompa
no, caro don Nitto, perché il cuore in verità non ce
la consente a nessuna delle tre; ma... (la lingua,
don Nitto! dentro, la lingua, benedetto figliuolo!
avete tanto ingegno e parete uno scemo) un po' di
festa, dicevo, ve la faremo, non dubitate.
Nicolina piangeva, sentendo questi discorsi, e si
teneva stretto il bambino al seno, come se,
sposando, dovesse abbandonarlo per sempre. Don Nitto
s'angustiava di quelle lagrime irrefrenabili, ma non
diceva nulla, perché la Baronessa lo aveva pregato
di lasciar piangere Nicolina, che ne aveva ragione.
Tra breve, con l'ajuto di Dio, forse non avrebbe
pianto più; ma ora bisognava lasciarla piangere.
Non ci fu verso - venuto il giorno delle nozze -
d'indurre Nicolina a levarsi l'abito di lutto:
minacciò di mandare a monte il matrimonio, se la
costringevano a indossarne uno di colore. O con
quello, o niente. Don Nitto consultò i parenti, la
madre, le due sorelle, í cognati, passandosi e
ripassandosi la mano sulla falda del farsetto;
specialmente le due sorelle tenevano duro, perché
erano venute con gli abiti di seta sgargianti del
loro matrimonio e tutti gli ori e i «guardaspalle»
di raso, a pizzo, con la frangia fino a terra. Ma
alla fine dovettero tutti sottomettersi alla volontà
della sposa.
E andarono in processione, prima in chiesa, poi allo
stato civile; lo sposo, tra le due sorelle, avanti;
poi Nicolina, tra la Baronessa e Filomena, tutt'e
tre in fittissime gramaglie, come se andassero
dietro a un mortorio; infine la mamma dello sposo
tra i due generi.
Ma la scena più commovente avvenne nella sala del
municipio.
C'erano in quella sala, appesi in fila alle pareti,
i ritratti a olio di tutti i sindaci passati: quello
di don Francesco di Paola Vivona era, si può ben
supporre, al posto d'onore, proprio sopra la testa
dell'assessore addetto allo stato civile.
La Baronessa fu la prima a scorgere quel ritratto, e
prese a piangere prima con lo stomaco, sussultando.
Non potendo parlare, mentre l'assessore leggeva gli
articoli del codice, urtò col gomito Nicolina, che
le stava accanto. Come questa si voltò a guardarla
e, seguendo gli occhi di lei, scorse anch'ella il
ritratto, gittò un grido acutissimo e proruppe in un
pianto fragoroso. Allora anche la Baronessa e
Filomena non poterono più contenersi, e tutt'e tre,
con le mani nei capelli, davanti all'assessore
sbalordito, levarono le grida, come il giorno della
morte.
- Figlio, Cicciuzzo nostro, che ci guarda! fiamma
dell'anima nostra, quanto eri bello! Come facciamo,
Cicciuzzo nostro, senza di te? Angelo d'oro, vita
della vita nostra!
E bisognò aspettare che quel pianto finisse per
passare alla firma del contratto nuziale.