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Ma il gallo, sordo. Mangiava, beveva, cantava, quando doveva; poi, non che
accorrere al richiamo, neppur si voltava. Sdegnava quella padrona nera come un
tizzo, dagli occhi ovati e dalla bocca che pareva la buchetta d’un banco di
taverna; sdegnava quel nomignolo confidenziale: sdegnava quel sozzo umido
cortiletto, ove colei lo aveva relegato; e scoteva la cresta sanguigna,
sprazzando luce da tutte le penne dai colori cangianti, e guardava di traverso,
come per compassione; o squassava la giubba verde dai riflessi d’oro; incedeva
maestoso, una zampa dopo l’altra; e, prima di voltarsi, tornava a guardar di
traverso quasi a impedire che le magnifiche penne della coda toccassero gli
sterpi di quel così detto giardino.
Si sentiva re, e si sentiva in prigione. Ma non voleva avvilirsi. Voleva stare
in prigione da re. E lo gridava, all’alba; lo gridava a tutte le altre ore
designate; e, dopo aver gridato, più che in ascolto, pareva stesse all’aspetto,
che all’alba il sole e nelle altre ore tutti i galli, che da lontano gli
rispondevano, dovessero venire in suo ajuto, a liberarlo.
Non gli passava per il capo che a un gallo adatto come lui potesse toccar la
sorte d’un misero pollastrello qualunque; che quella brutta padrona lo avesse
comperato per tirargli il collo di lì a poco.
Prima d’essere rinchiuso in quel cortiletto aveva avuto nel piano di Ravanusa
dodici galline in suo potere, una più bella dell’altra, tutte segnate nei
merluzzi della cresta dai fieri pinzi del suo becco imperioso; care gallinelle
docili, eppur ferocemente gelose e orgogliose di lui, perché nessuno dei tanti
galli, che regnavano in quel piano e nei dintorni, aveva la sua maestà e la sua
voce.
A una a una, poi, s’era vedute portar via quelle sue spose massaje e sottomesse,
e alla fine, un brutto giorno, era rimasto vedovo e solo, e poi ghermito di
furto anche lui e consegnato per le zampe a costei, che ora lo teneva lì, oh ben
pasciuto senza dubbio, ma perché? che vita era quella? che stato?
Aspettava di giorno in giorno, che, o quelle care antiche gallinelle rapite al
suo amore e alla sua custodia fossero portate lì a fargli scordar la prigionia,
o questa in qualche altro modo avesse fine.
Era egli gallo da star senza galline?
E cantava, e cantava. Gridi di protesta, di indignazione, di rabbia, di
vendetta.
Finché, una mattina, all’angolo del
cortiletto... – ma come? che era? Sì, un verso a lui ben noto... co–co–co... ma
come lì? da sottoterra?... co–co–co... e qualche timido, rapido colpettino di
becco, e un razzolio sommesso.
S’accostò incerto, guardingo; allungò il collo; spiò attorno; stette in ascolto;
riudì più distinti i rumori e quel verso, che da tanti giorni più non udiva e
già gli aveva messo in subbuglio il cuore; e alla fine alzò una zampa e rimosse
un po’ il mattone, che faceva da turo lì a una buca per lo scarico delle acque
piovane. Rimosso il mattone, stette un pezzo a guardare a scatti, convulso, di
qua e di là, quasi pronto a dire, se qualcuno se ne fosse accorto, che non era
stato lui. Poi, raffidato, si chinò, e dentro quella buca intravide una graziosa
pollastrotta picchiettata bianca e nera, la quale, attraverso la fessura, sporse
prima il beccuccio, poi tutto il capino dagli occhietti tondi e dai nascenti
rosei pendagli, come se, con una grazia tra timida e birichina, gli domandasse:
– Si può?
A quell’apparizione, egli restò, dapprima; poi arruffò le penne quasi corso da
un brivido di gioja; protese il collo; allargò le ali; starnazzò, e lanciò alla
fine un vigoroso chicchirichì.
Aveva da tempo chiamato, ed ecco già qualcuno cominciava a rispondergli.
La pollastrotta, al grido, rigettò con una zampettina risoluta il mattone, e,
quasi strisciando riverenze, si fece avanti. Egli allora, tutto tronfio e
impettito, le si mostrò di fronte e poi da un lato e poi dall’altro e di dietro,
come per farsi ammirare da ogni parte; levò infine una zampa in atto d’impero e
si tenne ritto sull’altra un pezzo; poi, scrollandosi tutto, le mosse con impeto
incontro.
Chiotta chiotta, ranca ranca, quasi spaventata, ma con un gorgoglio nella gola,
che pareva una risatina mal frenata, la pollastrotta prese a fuggire, non già
per schermirsi, anzi per il gusto di vedersi inseguita, e quando, raggiunta, si
sentì pinzare il collo e poi sul dorso imporre le due zampe poderose, così presa
e chinata, si gonfiò tutta; ma il fremito di gioja volle nascondere in un
lamentio timido, esile, che a mano a mano divenne più spiccato, rabbiosetto,
come se in cambio chiedesse, anzi no, esigesse chicchi, chicchi, chicchi da
beccare.
Chicchi... lei sola? No. Uh, quante! E donde erano entrate? Tutte da quella
buca... Sette, otto, nove, dieci galline, una folla in quel cortiletto, una
folla stupita della bellezza e della maestà di quel gallo prigioniero, di cui
per tanti giorni avevano ammirato, razzolando per il vicolo, il maschio canto
sonoro.
La pollastrotta scappò di sotto le zampe del re, strillando non so che miracoli
e spaventi, e allora la stupefazione fino a quel punto immobile delle altre
galline diventò rimescolio di commossa ammirazione, e furono inchini e ossequii
e riverenze e un coro confuso di complimenti e di congratulazioni, che egli
accolse con altera dignità, come dovuto omaggio, col collo eretto e squassando
la cresta merlata e i bargiglioni.
Ma in quel punto si levò dal vicolo il canto rauco, stento, strozzato dall’ira
del piccolo vecchio gallo nero spennacchiato della Mangiamariti, a cui quella
pollastrotta prima e poi quelle altre galline erano sfuggite di furto per la
buca del cortiletto.
A questo grido di rabbia e di minaccia tacquero quasi smarrite, sgomente, le
fuggitive; ma subito a rassicurarle, il giovine re si avanzò verso la buca, vi
s’impostò fieramente davanti, levò la zampa e rispose con un grido di sfida.
Le galline, in attesa di chi sa quale terribile avvenimento, s’erano ritratte,
ristrette all’altro angolo del cortiletto e, pigolando sommessamente, si
confidavano la paura e forse il pentimento per la curiosità che le aveva
attirate là dentro.
Fu un momento d’angosciosa aspettazione.
Davanti alla buca il gallo lanciò con maggior fierezza una nuova sfida, e
attese. Nessuno rispose dal vicolo; ma alte grida rissose si levarono invece
nella soprastante cucina della casa, che turbarono e sconcertarono alquanto il
giovine re e misero lo scompiglio tra le galline. Corri di qua, scappa di là,
nello spavento non trovavano più la buca per sguizzare e battersela; alla fine,
una la imbroccò, e via le altre dietro. Quando la Mangiamariti e donna Tuzza
Michis, vociando sempre più forte, scesero giù nel cortiletto, erano scappate
tutte, tranne una: la pollastrotta picchiettata bianca e nera.
– Dove sono? dove sono? – gridò la Michis con le mani rovesciate sui fianchi.
– Eccole là! – gridò l’altra, precipitandosi addosso alla pollastrotta.
– Uh quante! Una per miracolo! E di dove è entrata?
– Ah, non lo sapete? Ma guarda, che innocentina! Qua, qua, mozzica il ditino! E
questo? questo che cos’è?
– Ah, il mattone? E chi l’ha levato?
– Io, l’ho levato io! io! Per farvi mangiare il becchime dalle mie galline! Non
voi per rubarmi le uova...
– Io, le vostre uova? Ma le schifo, io, le vostre uova, lo sapete! Le schifo!
– Ah, le schifate? Veleno debbono farvi nello stomaco, veleno, tutte quelle che
mi avete rubate. Qua, qua! questo mattone deve stare qua! così deve stare! qua!
Se no, vi turo di fuori la buca, e vi faccio veder io come si fa!
Era una pena per il gallo, che stava spaventato ad assistere alla scena, veder
quella pollastrotta a capo in giù nel pugno della padrona furente. Ah certo non
sarebbe più ritornata, povera cara piccina, dopo una tal lezione! Né essa né le
altre certo si sarebbero più arrischiate a introdursi per quella buca. Se avesse
potuto lui, invece, scappar via di lì e andarle a trovare!
Si propose di provarcisi; e, quando fu la sera, cheto e chinato, s’accostò
all’angolo ove era il mattone e, guardando cauto e timoroso la finestra, tirò
all’indietro una prima zampata per rimuoverlo. Ma quella terribile vicina aveva
zaffato ben bene la buca, affondando il mattone nella terra umida; e premendovi
con le dita all’orlo il terriccio. Bisognava prima liberar di questo il mattone.
A furia di razzolare vi riuscì, e alla fine il mattone fu rimosso. E ora?
Si chinò a spiare attraverso la buca. Dal vicolo scosceso veniva a mala pena il
barlume del lampione. Ma a un tratto come un’ombra densa venne a otturar quel
barlume e in cambio nel nero della buca fulsero due tondi occhi verdi immobili.
Il gallo a tal vista si ritrasse impaurito, ma si trovò addosso una nera furia
unghiuta; gridò; per fortuna, la padrona, che pareva stesse di guardia, non
tardò a spalancar con fracasso la finestra della cucina, e allora quella furia
scappò via arrampicandosi al muro del cortiletto.
Nessuno poté levar dal capo alla Michis, quando poco dopo scese col lume, che la
Mangiamariti avesse lei col manico della scopa abbattuto il mattone, e poi
introdotto nella buca quel gatto per fargli uccidere il gallo. Fu lì lì per
levar le grida e svegliare tutto il vicinato perché corresse a vedere e a toccar
con mano il tradimento e l’infamità di quella megera; ma poi pensò che alcuni
mesi addietro ella aveva negato a colei, allora incinta, il bocconcino
d’assaggio d’una pietanza saporita, di cui al solito s’era diffuso l’odore per
tutto il vicolo, e che colei, a detta di tutti, per quella voglia insoddisfatta,
aveva abortito e per poco non era morta. Meglio, dunque, abbozzare e far le
viste di non essersi accorta di nulla. Si chinò, rizzaffò la buca per quella
sera; ma, ormai convinta che il gallo lì non era più sicuro, e che colei per
bizza in qualche modo glielo avrebbe fatto morire, decise di tirargli il collo
la mattina seguente. Lo prese, lo tastò (al gallo parve una carezza); poi, tanto
per porre un altro riparo, lo buttò nell’anditino bujo, per cui si scendeva al
cortiletto, e chiuse la porticina, che si reggeva appena sui gangheri, così
imporrita che, a grattarla un po’, cascava in polvere.
Nella nuova carcere il gallo si vide perduto. A poco a poco la frigida tenebra
intanfata di muffa cominciò ad allargarsi appena appena in un punto, come per
un’aria d’alba lontana. E allora esso s’appressò a quel punto, che vaneggiava
nel lume, e sporse il capo. S’accorse di sporgerlo fuori della porticina.
C’era dunque una buca in quella porticina: la buca del gatto. Una là, nel
cortiletto, un’altra qua. Bisognava ora superarne due.
E si mise a dar di becco a questa, per allargarla. Lavorò tutta la notte fino
all’alba.
All’alba, avvilito, disperato, quantunque il lavoro della notte non fosse stato
al tutto invano, gridò ajuto con tutte le forze che gli restavano.
Era forse balenata nel sonno alle gallinelle del vicolo, già tutte innamorate
del giovine re prigioniero, la sentenza di morte proferita dalla Michis? il
fatto è che, com’esse intesero da più lontano il suo grido, a una a una
sgusciarono dall’uscio della catapecchia della Mangiamariti lasciato socchiuso
dal padrone nel partirsene per la campagna, e con in testa la pollastrotta
picchiettata bianca e nera, abbattuto di furia il mattone, s’introdussero nel
cortiletto. Dov’era il gallo? Oh Dio, eccolo là! tentava di scappare da
quell’altra buca della porticina, e non poteva. Tutte in fretta gli corsero in
ajuto. Ma sopravvenne, furibondo di gelosia, il piccolo vecchio gallo nero,
spennacchiato, si cacciò in mezzo a loro e, cieco d’odio e di rabbia, saltando
con le penne ingrossate, quasi andassero per l’aria certi moscerini di luce
ch’egli volesse ghermire a volo, s’avventò attraverso la buca della porticina
contro al rivale.
Nessuno assistette al feroce duello, là nell’andito bujo. Nessuna delle galline,
neanche l’ardita pollastrotta s’arrischiò a entrare, tutte anzi presero a
schiamazzare come indiavolate. Si svegliò la Michis, si svegliò la Mangiamariti,
si svegliò tutto il vicinato. Ma, quando accorsero, il duello era già finito: il
piccolo vecchio gallo nero giaceva a terra morto, con un occhio strappato e la
testa sanguinante.
La Mangiamariti lo raccolse e cominciò a piangerlo come un figliuolo, mentre la
Michis innanzi a tutte le vicine protestava che lei non c’entrava per nulla, che
anzi, la sera avanti, per levare ogni questione, aveva rinchiuso il gallo in
quell’anditino; tanto vero che la porticina ne era ancora serrata. La lite tra
le due donne s’accese più feroce del duello tra i due galli. Ora la Mangiamariti,
in cambio del gallo ucciso, reclamava il gallo della Michis.
– E che me ne faccio? – gridava questa.
– Ve lo mangiate! – rimbeccava la Mangiamariti. – Non avevate forse comperato
l’altro per mangiarvelo? Mangiatevi questo e vi faccia veleno!
Assalita, sopraffatta dalle vicine, donna Tuzza Michis alla fine dovette cedere.
E così, tra il plauso giocondo delle comari del vicinato, sorgendo il sole, con
la scorta delle gallinelle liberatrici, tutte festanti, in testa la pollastrotta
bianca e nera, il giovine re liberato uscì dalla casa della Michis in trionfo.
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