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NOVELLE PER UN ANNO - 1924 - TUTT'E TRE
Edita nel 1924, la raccolta "Tutt'e tre" costituisce il settimo volume delle
Novelle per un anno e include racconti già pubblicati tra il 1897 ed il 1923. |
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13. Un pò di vino (1923)
«Corriere della Sera», 23
novembre 1923, poi in «Il carnevale dei morti», Battistelli, Firenze 1919.
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Ero entrato in quella Bottiglieria, io
che non bevo vino, per far compagnia a un amico forestiere, che pare non possa
andare a letto senza il viatico, ogni sera, d’un buon bicchierotto.
Due sale comunicanti per un’arcata in mezzo: una più bassa; l’altra, tre gradini
più su; lugubri tutt’e due, con le pareti a metà coperte da uno zoccolo di
legno. La prima, con l’impalchettatura dei liquori, stinta, unta, impolverata, e
un vecchio banco di mescita davanti; l’altra, dove c’eravamo messi a sedere, col
solo giro di tavolini tozzi verniciati di giallo e quattro lampadine che
pendevano dal soffitto, filo e padellina.
Di prima sera, non c’era quasi nessuno. Due, che avevano già asciugato la prima
bottiglia, sedevano in silenzio, cupi, col mento sul petto, in un angolo. A un
tratto, uno d’essi spalancò la bocca ed emise un suono lungo, a più riprese, che
non finiva più. L’altro si voltò a ragguardarlo:
– E tu ragli, caro mio, così!
Poi si voltò a noi e aggiunse:
– Ma guarda s’è il modo di sbadigliare!
Questo segno sguajato di noja bestiale fece da susta al disgusto che provavo
dacché avevo messo piede in quel luogo; m’alzai e gridai al mio amico: |
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– Sbrigati, per piacere!
Ma il mio amico, posando il bicchiere ancora a metà pieno di quel suo nero
aleatico denso come un rosolio, socchiuse gli occhi e ingollò il sorso che aveva
tratto con voluttà così bambinescamente palese, che subito la stizza che me ne
venne si ruppe in una risata. Tornai a sedere, umiliato dalla coscienza che
stavo lì a far da mezzano a quella sua voluttà.
Intanto altri avventori erano venuti. Alcuni, nell’altra sala, giocavano a
carte. Venne anche un vecchio cieco, con un occhio che gli sbatteva bianco e
quasi ridente da una parte, la chitarra al collo, guidato da una ragazzina
magra, con una frangetta di capelli stopposi sulla fronte, pietosissima; ma
tutt’a un tratto si mise a cantare, distratta, con una voce quasi non sua e così
spietata, che sollevò le proteste generali e fu fatta andar via.
Al tavolino accanto al nostro s’appressò a un certo punto una strana coppia: un
vecchio signore dall’aria molto nobile, impettorito, quasi incadaverito vivo,
condotto per mano da un giovane cameriere dalla grossa testa capelluta, come
posata senza collo sulle spalle, e una faccia da malato, gonfia con gli occhi
bolsi ma dolci tra i peli, occhi che avevano la dolente opacità del turchese.
Pieno di riguardosa attenzione per il vecchio signore che si reggeva a stento
sulle gambe, senza lasciargli la mano si introdusse tra un tavolino e l’altro,
scostò la seggiola e pian piano ve lo posò a sedere come un fantoccio; poi si
recò nell’altra sala e ritornò poco dopo con un quartuccio di vinetto biondo che
gli pose davanti sul tavolino, e un bicchiere; e se ne andò.
Il vecchio rimase lì immobile, con le mani sulle gambe giunte. Aveva una
bellissima testa, ma sciupata, da colonnello a riposo; di qua e di là, di
traverso, come scritti calligraficamente, due esemplari occhi di pesce; e tutte
segnate le guance d’una fitta trama di venuzze violette. Vestiva bene, di pulita
semplicità. Ma che brutto segno e che tristezza quando, o dal taglio o dal
colore o dalla qualità della stoffa, si capisce che un abito è di tre o
quattr’anni fa, e lo si vede rimasto nuovo nuovo, senza una grinza né una
macchiolina, addosso a un vecchio! Guardandolo, si aveva la certezza che egli
sarebbe morto con quell’abito di quattr’anni rimasto nuovo, e che forse vi si
sentiva già morto dentro.
Una mosca me ne diede la prova. Aveva cominciato a molestarlo ostinatamente,
appena lasciato lì sulla seggiola. Ma egli non accennava nemmeno d’alzare una
mano per cacciarla. Lì per lì mi nacque il dubbio che non potesse, e da questo
dubbio, una smania irrefrenabile, nel veder quella mosca attaccarglisi vorace a
certe bollicine di calore che aveva sulla fronte. Ero sul punto di cacciargliela
io, quand’egli volse pian piano verso di me la sola testa e con un fine e
malinconico sorriso mi disse:
– Certe mosche hanno questa natura, che un tale è appena morto, che non si sa
che messaggeri hanno: lo sanno subito. E subito, come lo sanno, vengono ad
appiccarsi e a bearsi del sudorino della morte.
Detto questo, rigirò la testa per rimettersi immobile come prima sulla seggiola.
Ora certo non s’è mai dato il caso che un cadavere, steso duro sul letto tra
quattro ceri, abbia alzato la mano per cacciarsi una mosca dalla fronte o dal
naso. Ma quel vecchio signore, perdio, quantunque all’aspetto incadaverito,
stava seduto in una bottiglieria, aveva mosso la testa, mi aveva parlato. Solo
le mani pareva non potesse muovere. E il quartuccio di vino gli restava davanti
intatto, lì sul tavolino, col bicchiere vuoto accanto. Cercai con gli occhi
nell’altra sala il cameriere, che forse aveva attaccato discorso con qualcuno e
s’era dimenticato di venire a servire il padrone; non mi riuscì di scorgerlo; e
allora, non reggendo più alla vista dell’immobilità di quel povero vecchio,
allungai la mano alla bottiglia per versargli io il vino nel bicchiere e
ajutarlo a bere. Ma con stupore gli vidi alzar subito una mano dalle gambe per
trattenere la mia. Sorrise, inchinando appena il capo; rimise a posto la mano e
mi disse:
– Grazie, non s’incomodi: non bevo.
Lo guardai, sorpreso; guardai la bottiglia, come per domandargli perché allora
il cameriere gliel’avesse messa lì davanti; il vecchio signore mi lesse negli
occhi la domanda e mi rispose:
– Per finta. Non è vino.
– Non è vino? E che cos’è?
– Niente. Acquetta. Il vino, io, per forte che sia lo bevo, poco, ma pretto.
Provi a versarmene un dito di quello del suo amico, e vedrà che cosa avviene.
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Incuriosito, presi la bottiglia d’aleatico del mio amico, e stavo per versarne
un poco nel bicchiere del vecchio signore, che subito dall’altra sala si
precipitò il cameriere, il quale evidentemente stava in agguato, a coprir con la
mano il bicchiere e a gemere con esasperazione:
– Signor Marchese!
E poi, rivolto a noi:
– Signori miei, per carità! Chi poi ci va di mezzo sono io!
E se n’andò, portandosi via il bicchiere.
Il vecchio signore tornò a sorridere di quel suo fine e malinconico sorriso,
tentennando lievemente il capo; poi socchiuse gli occhi e trasse un lungo
sospiro.
– Povero Costantino!
Mi parve che non fosse più il caso di prender la cosa sul serio, e gli domandai:
– Le proibisce di bere, eh?
Mi rispose:
– Non lui; me lo proibisce mio figlio; e non perché gl’importi della mia salute,
ma perché io non offenda il decoro del casato con quel po’ d’allegria che mi
verrebbe subito da un dito di vin pretto. Costantino berrebbe anche lui
volentieri. Non può, pena la morte. Malatissimo. Malatissimo e carico di
famiglia, poverino. Mi astengo dal bere per compassione di lui. Sarebbe cacciato
via su due piedi, se mi riportasse a casa, non dico brillo, ma appena appena
vivace. Oh, creda, non più che vivace; perché io seguirei sempre, a ogni modo,
la buona regola: portarsi, bevendo, né un punto più su, né un punto più giù; ma
al punto giusto. Un punto più su, il brio trasmoda; un punto più giù, il brio
non s’accende. E se il brio non s’accende, vapora la tristezza. Le porto un
paragone. Le torce, caro signore, accese di giorno, in un mortorio. La fiamma,
al sole, non si vede. E che si vede invece? Il loro fumighio. Mi spiego?
Fece con un dito in aria il segno di quel fumighio, e si tacque.
Veramente il paragone, ora che ci ripenso, non aveva quella chiarezza di
rapporti che la rettorica stima necessaria perché un paragone riesca efficace;
ma in quel punto, detto da lui, con un garbo così meticolosamente forbito, esile
voce e funebre compostezza, non solo efficacissimo, mi parve il più calzante e
proprio ch’egli potesse portare. Tornai a interessarmi di lui, con nuova e più
viva curiosità e gli domandai perché, non potendo bere, si faceva condurre dal
cameriere in una bottiglieria.
– Eh, perché! – sospirò. – Perché io possa vedere qua la mia tristezza (che è
tanta!) come una povera mendicante davanti a una porta, che se le fosse appena
appena schiusa, la farebbe subito diventare, da così nera com’è, una fragola di
giardino. Lei è giovane: ama, spera, desidera; vede il mondo come il suo amore,
come la sua speranza e il suo desiderio. Ma se per disgrazia se ne votasse, il
mondo le diventerebbe subito un altro. E sarebbe perciò allora più vero di come
è adesso che lei ama, spera, desidera? Tutti vini immateriali, codesti. Io
vecchio, per vedere ancora sopportabile il mondo, mi mettevo dentro un poco,
poco poco, di vino materiale. Mio figlio non vuole più, per il decoro del
casato. E poi c’è questo povero Costantino... Ecco, mi consolo, dandomi qua una
prova che questa mia tanta tristezza, sì, ora è vera, ma basterebbe che bevessi
un dito di vino, perché non fosse più. Lei potrebbe obbiettarmi che non sarebbe
vera allora neppure la mia allegria, la quale dipenderebbe dal dito di vino che
avrei bevuto. E io non le dico di no. Ma torniamo daccapo; che cosa è vero, caro
signore? Che cosa non dipende da ciò che ci mettiamo dentro per crearci ora
questa e ora quella verità? Ecco, stia a sentire...
Si levava dalle due sale della bottiglieria, che m’era sembrata in principio
così lugubre, un allegro frastuono. Guardai in giro, e tutti i visi mi parevano
cangiati, alcuni schiariti, altri accesi. Quattro signori a un tavolino, ritti
sui busti e protesi l’uno verso l’altro, con le teste accoste accoste,
intonavano con gran delizia non so che musica, cantando col naso; altri
ciarlavano forte, altri ridevano. E allora, tornando a guardare il vecchio
signore, che s’era ricomposto in quell’orribile immobilità di pulito cadavere
seduto, e ripensando a quanto or ora aveva finito di dirmi, mi sentii preso da
una profonda pietà. Aveva di nuovo la mosca su quelle bollicine di calore. Mi
chinai verso di lui e gli dissi piano:
– Ma scusi, non si potrebbe almeno cacciare codesta mosca dalla fronte?
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