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NOVELLE PER UN ANNO - 1924 - TUTT'E TRE
Edita nel 1924, la raccolta "Tutt'e tre" costituisce il settimo volume delle
Novelle per un anno e include racconti già pubblicati tra il 1897 ed il 1923. |
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10. Un matrimonio ideale (1914)
«Corriere della Sera», 7 giugno
1914.
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Prima che andasse in Romania, non so
per quale impresa, Poldo Carega, ingegnere appaltatore, o – come si qualificava
nei biglietti da visita – «intraprenditore di lavori pubblici», ponendosi le due
manacce pelose sul petto erculeo soleva dire:
– Io sono il Continente!
E, passando le braccia al collo della moglie e della figliuola:
– E queste le mie isole!
Perché la moglie era nata in Sicilia, e la figliuola in Sardegna.
Non s’aspettava, ritornando in Italia dopo circa quattro anni, di ritrovare una
delle due isole, la Sardegna (cioè la figliuola Margherita) divenuta... che
Russia e Russia, cari miei! diciamo l’Europa; ma è poco! diciamo addirittura il
mappamondo.
Povero Poldo Carega, gli parve un tradimento! Restò dapprima sbalordito, a
mirarla da sotto in su:
– Oh Dio, Margherita, e che hai fatto?
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Poi si voltò contro la moglie, come se per colpa di lei la figliuola fosse tanto
cresciuta; e diede in tali escandescenze, che parve volesse impazzire.
La moglie, afflittissima, gemeva:
– Ma se te l’ho scritto e riscritto, Poldo mio, tante volte! Quasi in ogni
lettera te l’ho scritto!
Glielo aveva scritto e riscritto, difatti, sì; ma come avrebbe potuto Poldo
Carega creder tanto? Da lontano, quella crescenza prodigiosa della figliuola gli
era sembrata una delle solite esagerazioni della moglie.
– Esagerazioni, eh già! Perché io, per te, sono stata sempre esagerata!
Era una spina, questa, per la signora Rossana: il concetto, cioè, che tutti, non
il marito soltanto, s’erano formato di lei, ch’ella fosse esagerata.
Questo concetto dipendeva, a suo credere, dalla disgrazia comune a tutta la
famiglia, la soverchia altezza.
Della sua, la signora Rossana aveva un dispetto acerbo e smanioso, perché le
impediva di essere, come avrebbe voluto e come dentro di sé si sentiva, una
gattina sentimentale. Così lunga, gracile e languida, soffriva, soffriva tanto;
ma nessuno voleva credere ai suoi languori, alle sue sofferenze; e tutti,
sorridendo, le rispondevano:
– Via via, signora Rossana, esagerazioni!
– Ebbene, eccotela qua; guardala, ora, la mia esagerazione!
E la signora Rossana, indignata, indicava al marito la figliuola, ch’era
un’esagerazione per davvero.
Margherita intanto piangeva, guardando il padre, il quale le si era fatto
accosto, anzi sotto, per mirare di quanto ella lo avesse superato.
Per lo meno, d’un palmo e mezzo. Ma pareva del doppio. Perché non era soltanto
l’altezza; o piuttosto, l’altezza per se stessa forse non avrebbe tanto
avventato, se non l’avesse resa spettacolosa la corpulenza immane, il volume
delle guance e dei due menti e del seno e dei fianchi poderosi.
Nell’esuberanza soffocante di tanta carne si aprivano però, come smarriti, due
occhi limpidi e chiari, da bambina, che facevano pena a un tempo e paura. Quella
pena stessa, quella stessa paura, che forse doveva provare l’anima di lei per il
proprio corpo così enormemente cresciuto. A mano a mano che questo era cresciuto
fino ad assumere quelle proporzioni mostruose, l’anima atterrita si doveva certo
esser fatta dentro di lei piccina piccina, con certe voglie timide e angosciose
di toccare le piccole cose gentili e delicate, ma pur non osando toccarle per
non vederle quasi sparire al contatto delle schiaccianti mani.
Mangiava come un uccellino; si poteva dire che quasi non mangiava più. Ma non
giovava a nulla! Da più di due anni non usciva di casa, perché tutti per via si
voltavano e si fermavano stupiti a mirarla. In casa, stava quanto più poteva
seduta, per non dare a se stessa spettacolo della sua grandezza, vedendo piccoli
e bassi tutti gli oggetti delle stanze. Naturalmente, questa mancanza di moto le
aveva appesantito sempre più la grassezza; ma ormai ella s’era rassegnata alla
sua disgrazia; non voleva più darsi pensiero di nulla; certi giorni nemmeno si
pettinava, e rimaneva sdrajata, inerte, a leggere o a guardarsi le unghie.
Così...
Poldo Carega, giovialone, urlone, tutto fuoco prima della partenza per la
Romania, diventò, subito dopo il ritorno, un funerale. Andai a trovarlo, pochi
giorni dopo, per parlargli d’affari; non volle neanche darmi ascolto.
– Che vuoi che m’importi più ormai degli affari! – esclamò, scrollandosi tutto.
– Non m’importa più di niente, caro mio!
Aveva lavorato con accanimento tanti e tanti anni per quell’unica figliuola, per
l’avvenire di lei; e d’anno in anno il suo amore paterno era cresciuto. Ma ecco
che la figliuola, come per una tacita scommessa, approfittando della lunga
assenza di lui, d’intesa con la madre (nessuno poteva levare dal capo a Poldo
Carega che la moglie non c’entrasse per qualche cosa):
– Ah, – dice, – cresce il tuo amore per me d’anno in anno? Aspetta, che ti
faccio vedere come cresco anch’io in pochi anni! Diventerò così grande, che il
tuo amore non potrà più abbracciarmi.
E, difatti, gli erano cascate le braccia, nel rivederla, povero Poldo Carega! Ma
non solo le braccia; l’anima e il fiato gli erano cascati, e tutti i sogni che
aveva fatti per lei, tutte le speranze!
Dico la verità, non ebbi il coraggio di confortarlo. Sapevo che egli,
quattr’anni addietro, prima di partire per la Romania, non avrebbe veduto male
al suo ritorno, cioè quando la figliuola sarebbe stata in età, un matrimonio di
lei con me. Me ne andai ranco ranco, con la coda tra le gambe, appena questo
ricordo mi sorse; e, come fui ben lontano, presi a riflettere amaramente:
«È proprio una sciagura senza rimedio, povero Carega! Egli lo capirà: un uomo
della mia statura, e anche un po’ più alto di me, non va a sposare certamente
quella colonna, quell’obelisco! Siamo giusti: a parer piccoli, quando non si è,
si ribella l’amor proprio mascolino. Dei bassi non ne parliamo. Degli altissimi
come lei, già a trovarne uno: si contano su le dita, ma anche a trovarne uno, si
sa che gli uomini altissimi hanno un debole per le donne piccoline. Superbi
della loro statura, guardano con dispetto, anzi quasi con rancore, quei pochi
che possono rivaleggiare con essi, e scoprono subito in loro certi difetti che
essi, è ovvio dirlo, non hanno: le gambe troppo lunghe, la testa troppo piccola,
ecc. ecc. Insomma, non soffrono rivali; vogliono esser soli. Figuriamoci se
sposerebbero una donna della loro statura. E poi, perché? per parere scappati da
un baraccone da fiera?»
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Queste riflessioni, come le feci io allora, da un pezzo senza dubbio aveva
dovuto farle anche lei, la povera Margherita, per trarne la conseguenza che,
nelle supreme regioni a cui per sua disgrazia era ascesa, non avrebbe trovato
mai un marito. Un pioppo, sì, un acero, un cerro. Ma ogni giovanotto,
guardandola, le avrebbe detto:
– Cala prima, bella mia, cala! cala!
E come poteva calare, povera Margherita?
Non passarono neanche tre mesi dal suo ritorno a Cesena, che Poldo Carega, non
reggendogli l’animo di rimanere nella città dove la sua sciagura s’era compiuta
così a tradimento, se ne partì con tutta la famiglia, fosco come un temporale; e
per più di dieci anni non si ebbero più notizie di lui.
Finalmente, un bel giorno, giunse a mio padre una lettera da un paesello su la
costa meridionale della Sicilia, di fronte all’Africa, dove Poldo Carega s’era
recato per la costruzione del porto. Voleva che mio padre gli mandasse laggiù
uno dei figliuoli per ajutarlo nell’impresa.
Andai io, per curiosità di rivedere dopo tanto tempo Margherita.
M’aspettavo di ritrovarla cupa, gelida, nelle sue superne alture, funebre e
ravvolta di nebbie perpetue, poiché già doveva aver presso a trenta anni – e
dunque ormai zitellona.
«Figuriamoci, a dir poco, come la Jungfrau», pensavo, durante il viaggio.
Ma che! Allegrona la ritrovai, e quasi non sapevo credere ai miei occhi,
allegrona, come non l’avevo mai veduta! Più grassa di prima, e allegrona! Non
tardai però a scoprire la ragione di tanta allegria.
Come ingegnere governativo, addetto alla sorveglianza dei lavori del porto,
c’era laggiù un certo omino alto poco più d’un metro, calvo, miope, panciutello,
ma pieno d’ingegno e di spirito, che rideva lui per primo della sua piccolezza,
come Margherita, adesso, della sua altezza: l’ingegnere Cosimo Todi. E
quest’ingegnere Cosimo Todi veniva quasi ogni sera con altri amici a cenare su
la terrazza a mare di Poldo Carega.
Serate africane! Il mare, quand’era scirocco, veniva a frangersi impetuoso sotto
quella terrazza bianca, che pareva allora, con le sue tende svolazzanti, una
tolda di nave. S’intravedevano i fanali del vecchio molo, la lanterna verde del
faro: i lumi tra l’alberatura dei bastimenti ormeggiati, e dalla spiaggia
esalava quel tanfo denso, caldo, acre di sale e di muffa, delle alghe morte,
appacciamate, misto all’odor della pece e del catrame.
E si chiacchierava, ridendo e bevendo, fino a tardi, su quella terrazza bianca,
che dava la sera un delizioso compenso della soffocante calura della giornata.
Più di tutti Margherita e l’ingegner Cosimo Todi ridevano, capite? della loro
disgrazia, ch’era opposta e comune.
L’ingegner Todi non aveva potuto trovar moglie per la stessa ragione per cui
Margherita non aveva potuto trovar marito.
Veramente lui, l’ingegner Todi, non l’aveva mai cercata, una moglie, sicurissimo
che non una ma cento ne avrebbe trovate subito, che se lo sarebbero preso per la
lucrosa professione. Ma grazie tante! E poi?
No no: ingegno, garbo, giovialità (doti tutte, che non aveva nessunissima
difficoltà a riconoscersi) non sarebbero bastate (come tante gentili amiche gli
volevano far credere) a compensare quei tre palmi di statura che gli mancavano.
No no: quelle doti in lui potevano aver pregio solo perché egli guadagnava da
quaranta a cinquanta mila lire l’anno. E senza dubbio, se si fosse lasciato
prendere all’amo, tre mesi dopo, si sarebbe sentito dire dalla moglie che
l’ingegno, Dio mio, doveva servirgli per comprendere ch’ella, con un marito come
lui, non poteva fare a meno d’un amante, e fingere di non accorgersene, e
seguitare ad amarla nonostante il tradimento o i tradimenti. E il garbo e la
giovialità, servirgli per aprire la porta e accogliere graziosamente il signore
o i signori che gli facevano l’onore di venire a corteggiare la sua signora.
Queste cose diceva e rappresentava con molta comicità di frasi e di gesti
l’ingegner Cosimo Todi, facendo ridere tutti e più di tutti Margherita Carega,
che si buttava indietro per far liberamente sobbalzare alle risate l’enorme seno
e il ventre.
Finché una di quelle sere il Todi, per il piacere di vederla ridere così
burlescamente non uscì a dire che la moglie ideale per lui sarebbe stata lei,
Margherita Carega.
– Lei! lei, sì! Proprio lei!
Per miracolo la tavola si tenne su le quattro zampe. La vidi sussultare come per
un terremoto, e cader bicchieri e bottiglie.
– Seriamente, seriamente... – badava a ripetere il Todi coi braccini levati in
atto di parare, tra il fragore della risata interminabile. – Vi dico seriamente!
Riflettete bene, signori miei. Sarebbe il matrimonio ideale! Una vendetta
meravigliosa contro la natura sarebbe! sì! sì! contro la natura che ha fatto lei
tanto grande, e me così piccolo! Pensate un po’, pensate un po’: senza far
ridere o sbalordire, né io potrei sposare una nana, né lei un gigante! Ma noi
due sì; noi due possiamo sposarci benissimo! E saremmo una coppia, se ci ponete
mente, perfetta, di perfetta equiparazione; perché lei ha d’avanzo quel tanto
che manca a me; e ci compenseremmo a vicenda!
Non ne potevamo più: avevamo tutti le lacrime agli occhi e ci dolevano i
fianchi.
– Ma avrebbe lei questo coraggio? – gridò il Todi, balzando sulla seggiola e
appuntando in atto di sfida l’indice contro Margherita.
Questa allora sorse in piedi, col faccione congestionato dalle risa. Vi assicuro
che era di tutta la testa più alta di lui pur così montato sulla seggiola.
– Io, il coraggio? – gli disse. – Ma dovrebbe averlo lei, scusi, il coraggio di
sposar me!
Applaudimmo tutti, a lungo, strepitosamente, a questa bella risposta.
– Io ce l’ho! – gridò allora il Todi. – Non ce l’avrà lei! Scommettiamo?
– Accetti, accetti la scommessa, signorina Margherita! – le gridammo tutti,
incitando. – Lo pigli in parola!
– Ebbene, sì, accetto! – rispose lei. – Vediamo un po’ chi se ne pente!
– Io? Ah, io no, di certo! – esclamò il Todi; e, saltando dalla seggiola,
seriissimamente, si fece innanzi a Poldo Carega, s’inchinò e gli disse:
– Ho l’onore, ingegner Carega, di chiederle la mano della signorina Margherita,
sua figlia.
Quel che successe, rinunzio a descriverlo. Parevamo tutti impazziti. Era una
burla? Era sul serio? Chi sa! Si faceva per burla, come se fosse una cosa seria.
Si ordinò lo Champagne: l’ingegner Todi fu portato in trionfo a sedere accanto
alla gigantesca sposina, e i brindisi alle faustissime nozze non finirono più.
Così, proposto dapprima per burla, si concluse sul serio quel matrimonio ideale
d’un nano con una gigantessa.
Il coraggio l’una e l’altro non dovevano averlo tanto per sé, cioè per tollerar
lei un marito come lui e lui una moglie come lei, quanto per gli altri, voglio
dire per resistere alle beffe della gente, che domani li avrebbe visti insieme
marito e moglie. Ma l’ingegner Todi e Margherita Carega ebbero tanto spirito da
tener fronte a queste beffe e da goderci per giunta, come se veramente fosse un
matrimonio per chiasso, di carnevale.
Vi assicuro però che tutto il paese – naturalmente – da principio ruppe in
un’omerica risata, ma poi vide bene e sto per dire che stimò anch’esso
ragionevolissima la loro unione, la quale stabiliva tra i due spropositi della
natura una specie di equilibrio e come un’equa, per quanto comica, riparazione.
Sei mesi dopo, il matrimonio fu celebrato. Quell’omino coraggioso, già
abbastanza maturo e pur così panciutello com’era, si fece alpinista, voglio dire
fece sua, davanti agli uomini e a Dio, quella montagna e... – voi ridete? Ma
sappiate, cari miei, che Margherita Todi–Carega ha adesso due figliuoli, nati a
un parto... Parturiunt montes... – Due topi, – voi credete?
Che topi! A dodici anni, sono già alti quanto la mamma. Ed è raggiante
Margherita Todi–Carega: trionfa tra quei due piccoli colossi degni di lei;
mentre lui, invece, l’omettino ormai vecchierello – che volete? – soffre, sì, ma
non per causa di lei, badiamo! Lei lo ama, lo stima, gli è grata e lo cura, ha
proprio tutti i riguardi per lui. Soffre, il povero ingegner Todi, perché
naturalmente, con gli anni, gli cominciano a seccare e a pesare un po’ troppo le
beffe della gente; teme che lo facciano scapitare di fronte ai figliuoli, da cui
vuol essere rispettato, come un padre sul serio.
I figliuoli lo rispettano; ma via, se vogliamo dire, non è neanche bella la loro
condizione con un padre così minuscolo che par fatto e messo su quasi per
ischerzo.
Questa afflizione c’è, innegabilmente. Perché la vita non sa esser tutta e
sempre una farsa. Un marito e una moglie possono far ridere finché vogliono; ma
la paternità non può non essere una cosa seria.
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