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NOVELLE PER UN ANNO - 1924 - TUTT'E TRE
Edita nel 1924, la raccolta "Tutt'e tre" costituisce il settimo volume delle
Novelle per un anno e include racconti già pubblicati tra il 1897 ed il 1923. |
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9. Filo d'aria (1914)
«Corriere della Sera», 26
aprile 1914, poi in «Il carnevale dei morti», Battistelli, Firenze 1919.
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Sfavillio d’occhi, di capelli biondi,
di braccini, di gambette nude, impeto di riso che, frenato in gola, scatta in
gridi brevi, acuti – quella furietta di Tittì entrò, s’avventò al balcone della
stanza per aprir la vetrata.
Arrivò appena a girar la maniglia: un ruglio aspro, roco, come di belva sorpresa
nel giaccio, l’arrestò di botto, la fece voltare, atterrita, a guardar nella
stanza.
Bujo.
Gli scuri del balcone erano rimasti accostati.
Abbagliata ancora dalla luce da cui veniva, non vide; sentì spaventosamente in
quel bujo la presenza del nonno sul seggiolone: immane ingombro affardellato di
guanciali, di scialli grigi a scacchi, di coperte aspre pelose; tanfo di
vecchiaja tumida e sfatta, nell’inerzia della paralisi.
Ma non quella presenza la atterriva. La atterriva il fatto, che avesse potuto
dimenticare per un momento che lì in quel bujo degli scuri sempre accostati, ci
fosse il nonno e che ella avesse potuto trasgredire, senza punto pensarci,
all’ordine severissimo dei genitori, da tanto tempo espresso e sempre osservato
da tutti, di non entrare cioè in quella stanza se non dopo aver picchiato
all’uscio e chiestane licenza (come si dice?): – Permetti nonnino? – ecco, così,
e poi pian pianino, in punta di piedi, senza fare il minimo rumore.
Quel primo impeto di riso sull’entrare le smorì subito in un ansito, prossimo a
ingrossarsi in singhiozzi.
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Quatta quatta, allora, la bimba tremante e in punta di piedi, non supponendo che
il vecchio abituato a quella penombra cupa, la vedesse; credendosi non veduta,
s’avviò verso l’uscio. Stava per toccar la soglia, allorché il nonno la chiamò a
sé con un «Qua!» imperioso e duro.
La bimba s’accostò, ancora in punta di piedi, sospesa, sbigottita, trattenendo
il respiro. Cominciava adesso a discernere anche lei nella penombra. Intravide i
due occhi aguzzi, cattivi, del nonno e subito abbassò i suoi.
In quegli occhi, entro le borse enfiate acquose delle palpebre, la cui rossedine
scialba faceva pensare con ribrezzo al contatto viscido d’una tarantola, pareva
si fosse raccolta, vigilante in un assiduo terrore e intensa d’astio muto e
feroce, l’anima del vecchio cacciata da tutto il resto del corpo già invaso e
reso immobile dalla morte.
Soltanto, ma proprio appena, egli poteva ancora tentare di muovere una mano, la
sinistra, dopo essersela guardata a lungo, con quegli occhi, quasi a infonderle
il movimento. Lo sforzo di volontà, arrivato al polso, riusciva a stento a
sollevare un poco dalle coperte quella mano; ma durava un attimo; la mano
ricadeva inerte.
Il vecchio s’ostinava di continuo in quell’esercizio di volontà, perché quel
lieve moto momentaneo, ch’egli poteva ancor trarre dal corpo, era per lui la
vita, tutta quanta la vita, in cui gli altri si movevano liberamente, a cui gli
altri partecipavano interi, a cui ancora poteva partecipare anche lui, ma ecco:
per quel tanto e non più.
– Perché... il balcone?... – barbugliò con la lingua imbrogliata, alla nipotina.
Questa non rispose. Seguitava a tremare. Ma in quel tremito il vecchio avvertì
subito qualcosa di nuovo. Avvertì che non era quel solito tremito di paura, a
stento represso dalla piccina, ogni qual volta il padre o la madre la
costringevano ad accostarsi a lui. C’era la paura, ma c’era anche qualcos’altro,
sotto, soffocato dalla paura per quel suo aspro, improvviso richiamo:
qualcos’altro, per cui il tremito di tutta la bambina diveniva fremito. Un
fremito strano.
– Che hai? – le domandò.
La piccina, osando appena alzar gli occhi, rispose:
– Nulla.
Ma anche nella voce, anche nell’alito della bimba, ora, il vecchio avvertì
qualcosa d’insolito. E ripeté con più astio:
– Che hai?
Uno scoppio di singhiozzi. E subito dopo la piccina si buttò a terra, convulsa,
gridando e dibattendosi tra quei singhiozzi, con una violenza e una furia, che
tanto più oppressero e irritarono il vecchio, in quanto anch’esse gli parvero
insolite.
Accorse nella stanza la nuora, gridando:
– Oh Dio, Tittì, ch’è stato? Ma come? qua? Che t’è preso? Su... su... ferma! Su,
con mamma tua... Come sei entrata qui? Che dici? Cattivo? Chi? Ah... Nonno
cattivo? Tu, cattiva... Nonno, nonno, che ti vuol tanto bene... Ma che è stato?
Il vecchio, a cui fu rivolta l’ultima domanda, guatò feroce la bocca rossa
ridente della nuora, poi il bel ciuffo di capelli biondo–dorati, che la piccina
le scompigliava su la fronte con una mano, dibattendosi ora in braccio a lei, e
facendo impeto per costringerla a uscir subito da quella stanza.
– Tittì, ahi! i miei capelli... Dio, Dio... me li strappi tutti... uh... tutti i
capelli di mamma, cattivona! Hai visto? Guarda... tutti i capelli di mamma tra
le dita... i capelli di mamma tua... guarda, guarda...
E di tra le dita aperte della manina trasse uno e poi un altro e poi un altro
filo d’oro, ripetendo:
– Guarda... guarda... guarda...
La bimbetta, subito impressionata, che davvero avesse strappati tutti i capelli
di mamma, si voltò a guardarsi la manina con gli occhi pieni di lagrime. Non
vedendo nulla, e udendo invece una risata larga, allegra, della mamma, diventò
di nuovo furente, più furente, e la costrinse a scappar via dalla stanza.
Il vecchio ansimava forte. Una domanda gli gorgogliava dentro, inasprendogli
l’astio di punto in punto.
– Ma che hanno? che hanno?
Anche negli occhi, anche nella voce, anche in quella risata della nuora, nel
gesto con cui dai ditini della bimba aveva tratto i capelli strappati, prima uno
e poi un altro e poi un altro, aveva avvertito alcunché d’insolito, di
straordinario.
No, non erano, né la bimba né la nuora, come tutti gli altri giorni. Che
avevano?
E l’astio gli crebbe maggiormente, allorché, chinando gli occhi sulla coperta
stesa sulle gambe, vi avvistò uno di quei capelli della nuora, che, forse spinto
nell’aria mossa dalla risata, era venuto lieve lieve a posarsi lì, su le sue
gambe morte.
S’accanì a lungo allora a sospingere la mano su quelle gambe per accostarla a
poco a poco, a piccoli sbalzi, a quel capello, che gli era odioso come uno
scherno. E affannato in questo sforzo che, già protratto invano per una
mezz’ora, lo aveva stremato, lo trovò il figliuolo, il quale ogni mattina, prima
d’uscir di casa per i suoi affari, si recava in camera di lui a salutarlo.
– Buon giorno, babbo!
Il vecchio levò il capo. Uno sguardo opaco e torbido, di stupore pauroso, gli
dilatava gli occhi. Anche il figlio?
Questi credette che il padre lo guardasse così per fargli intendere che s’era
avuto a male della disubbidienza della nipotina, e s’affrettò a dirgli:
– Quel diavoletto, è vero? t’ha disturbato. Senti? piange ancora di là... L’ho
sgridata, l’ho sgridata. Addio, papà. Ho fretta. A più tardi eh? Or ora verrà la
Nerina.
E se n’andò.
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Il vecchio lo seguì con gli occhi, ancor pieni di stupore e di paura, fino
all’uscio.
Anche lui, il figlio! Non gli aveva detto mai con quel tono: – Buon giorno,
babbo! –. Perché? Che sperava? S’erano tutti accordati contro di lui? Che era
avvenuto? Quella bimba, entrata dapprima, tutta sussultante... poi la madre, con
quela risata... per i suoi capelli strappati... ora il figlio, anche il figlio
con quell’allegro: – Buon giorno, babbo!
Qualche cosa era accaduta, o doveva accadere quel giorno, che volevano tenergli
nascosta. Ma che cosa?
S’erano appropriato il mondo, figlio, nuora, nipotina; il mondo creato da lui,
in cui li aveva messi. Non solo; ma anche il tempo s’erano appropriati, come se
ancora nel tempo non ci fosse anche lui! Come se non fosse anche suo, il tempo,
non lo vedesse, non lo respirasse, non lo pensasse anche lui! Egli respirava
ancora, vedeva tutto e più, più di loro vedeva, e pensava tutto!
Un guazzabuglio d’immagini, di ricordi, come in un balenio d’uragano, gli
tumultuava nello spirito. La Plata, le pampas; i paduli salsugginosi dei fiumi
perduti, gli armenti innumerevoli scalpitanti, belanti, annitrenti, muglianti.
Là, dal nulla, in quarantacinque anni, aveva edificato la sua fortuna,
avvalendosi d’ogni mezzo, d’ogni arte, carpendo il momento o preparando e
covando con lunga astuzia le insidie: prima guardiano d’armenti, poi colono, poi
addetto ai grandi appalti di linee ferroviarie, poi costruttore. Tornato in
Italia, dopo i primi quindici anni, aveva preso moglie, e subito dopo la nascita
di quell’unico figlio, era ritornato laggiù, solo. Gli era morta la moglie,
senza ch’egli l’avesse più riveduta; il figliuolo, affidato ai parenti materni,
gli era cresciuto senza che egli lo conoscesse. Quattr’anni addietro era
rimpatriato infermo, quasi moribondo: orribilmente gonfio dall’idropisia,
ossidate le arterie, rovinato il rene, rovinato il cuore. Ma non s’era dato per
vinto: pur così, coi giorni, forse con le ore contate, aveva voluto comperare a
Roma alcuni terreni per nuove costruzioni, e subito, aveva cominciato i lavori
facendosi trasportare su una sedia a ruote nei cantieri, per vivere in mezzo
agli operai, nel trambusto dell’opera: scabro come una roccia, tumefatto,
enorme: di quindici giorni in quindici giorni s’era fatto cavar dal ventre il
siero a litri, e via di nuovo tra i lavori, finché un colpo d’apoplessia, due
anni fa, non lo aveva fulminato, là su quella sedia, pur senza finirlo. La
grazia di morir su la breccia non gli era stata concessa. Da due anni perso in
tutto il corpo, si macerava nell’attesa dell’ultima fine, pieno d’astio per quel
figlio tanto diverso da lui, a lui quasi sconosciuto, che, senza bisogno,
liquidati i lavori e investita in rendita l’ingente ricchezza paterna, seguitava
nelle sue modeste occupazioni legali, quasi per negare a lui ogni soddisfazione
e vendicar la madre e se stesso del lungo abbandono.
Nessuna comunione di vita, di pensieri, di sentimenti con quel figlio. Egli lo
odiava, sì, e odiava quella nuora e quella bimba; sì, sì, li odiava, li odiava
perché lo lasciavano fuori della loro vita e neanche... e neanche volevan dirgli
che cosa era accaduto quel giorno, per cui tutti e tre gli apparivano così
diversi dal solito.
Grosse lagrime gli stillarono dagli occhi. Dimentico affatto di ciò che per
tanti anni era stato, s’abbandonò al pianto come un bambino.
Di quel pianto, Nerina, la servetta, non fece alcun caso, quando poco dopo entrò
per custodirlo. Era pieno d’acqua, il vecchio: niente di male, se ne buttava un
po’ dagli occhi. – E, così pensando, gli asciugò con poco garbo la faccia; poi
prese la ciotola del latte, v’intinse una prima savoiarda e cominciò a
imboccarlo.
– Mangi, mangi.
Egli mangiò, ma spiando sottecchi la servetta. A un certo punto, la intese
sospirare, ma non di stanchezza, né di noja. Alzò subito gli occhi a guatarla in
viso. Ecco: stava per trarre un altro sospiro, quella smorfiosa. Vedendosi
guardata, invece di lasciarlo andare, ora lo soffiava per le nari, scrollando il
capo, come stizzita. E perché s’era fatta così, a un tratto, rossa? Che aveva
anche lei, quel giorno?
Tutti, tutti, dunque, avevano qualche cosa d’insolito, quel giorno? Non volle
più mangiare.
– Che hai? – domandò anche a lei, con ira.
– Io? che ho? – fece la servetta, stordita dalla domanda.
– Tu... tutti... che è? che avete?
– Ma nulla... io non so... che cosa mi vede?
– Sospiri!
– Io? ho sospirato? Ma no! O forse, senza volerlo. Non ho proprio nulla, da
sospirare.
E rise.
– Perché ridi così?
– Come rido? Rido perché... perché lei dice che ho sospirato.
E seguitò a ridere più forte, irrefrenabilmente.
– Vattene! – le gridò allora il vecchio.
Sul tardi, quando venne il medico per la visita consueta e rientrarono nella
camera la nuora, il figlio, la nipotina, il sospetto covato tutto il giorno,
anche durante il sonno, che qualcosa fosse avvenuto, che tutti gli volessero
tener nascosto, diventò certezza; chiara, lampante.
Erano tutti d’accordo. Parlavano davanti a lui di cose aliene, per distrar la
sua attenzione; ma l’intesa segreta traspariva evidentissima dai loro sguardi.
Non s’erano mai guardati così tra loro! I gesti, la voce, i sorrisi non
s’accordavano affatto con ciò che dicevano. Tutto quel fervore di discussione
per le parrucche, per le parrucche che tornavan di moda!
– Ma verdi, scusi? verdi, violette? – gridava la nuora, tutta vermiglia, con una
collera finta, tanto finta che non riusciva a impedire alla bocca di ridere.
Rideva per conto suo, quella bocca. E da sé le mani si levavano a carezzare i
capelli, come se per sé i capelli volessero la carezza di quelle mani.
– Capisco, capisco... – rispondeva il medico, con la beatitudine dipinta in
tutto il faccione di luna piena. – Quando si hanno i suoi capelli, signora mia,
nasconderli sotto una parrucca sarebbe un peccato.
Il vecchio tratteneva ormai a stento il furore. Avrebbe voluto cacciarli via
tutti dalla stanza con un urlo di belva. Ma appena il medico si licenziò e la
nuora con la bambina per mano si recò ad accompagnarlo fino alla porta, il
furore scoppiò sul figlio rimasto solo con lui. Lo investì con la stessa domanda
rivolta invano alla nipotina, alla servetta:
– Che avete? perché siete tutti così oggi? che è avvenuto? che mi nascondete?
– Ma nulla, babbo! Che vuoi che ti si nasconda? – rispose il figlio, stupito,
afflitto. – Siamo... non so, come siamo sempre stati.
– Non è vero! Avete qualche cosa di nuovo: io lo vedo! io lo sento! Ti pare che
non veda nulla, che non senta nulla, perché sono così?
– Ma io non so proprio, babbo, che cosa tu veda di nuovo in noi. Non è avvenuto
nulla, te l’ho giurato, torno a giurartelo! Via, via, sta’ tranquillo!
Il vecchio si calmò alquanto, per l’accento di sincerità del figliuolo, ma non
rimase convinto. Che c’era qualcosa di nuovo, era indubitabile. Lo vedeva, lo
sentiva in loro.
Ma che cosa?
La risposta, quand’egli restò solo nella stanza, gli venne tutt’a un tratto dal
balcone, silenziosamente.
Rimasto dalla mattina con la maniglia girata dalla bimba, ora, nella prima sera,
ecco quel balcone si schiuse pian piano, un poco, a un filo d’aria.
Il vecchio, dapprima, non se n’accorse; ma sentì tutta la stanza empirsi d’un
delizioso inebriante profumo che saliva dai giardini che circondavano la casa.
Si volse, e vide una striscia di luna sul pavimento, ch’era come la traccia
luminosa di quei profumi nella cupa ombra della stanza.
– Ah, ecco... ecco...
Gli altri non potevano vederlo, non potevano sentirlo in sé, gli altri, perché
erano ancora dentro la vita. Egli, che ormai n’era quasi fuori, egli lo aveva
veduto, egli lo aveva sentito in loro. Ecco, ecco perché, quella mattina, la
bimba non tremava soltanto, ma fremeva tutta; ecco perché la nuora rideva e si
compiaceva tanto dei suoi capelli; ecco perché sospirava quella servetta; ecco
perché tutti avevano quell’aria insolita e nuova, senza saperlo.
Era entrata la primavera.
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