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E indugiandosi in tanti inutili particolari, senza pensare che Mirina, ignorando
luoghi, non conoscendo persone, non avrebbe potuto interessarsene né punto né
poco, narrò la sua storia.
Storia dolorosissima, diceva; e sarà stata. Certo i guizzi di luce delle molte
gemme che le adornavano le dita toglievano efficacia ai gesti con cui voleva
rappresentare le terribili ambasce per le difficoltà nelle quali il marito
l’aveva lasciata.
La maestrina Boccarmè, vedendosi guardata con considerazione dalle signore del
paese per l’intimità che le dimostrava quella bella signora forestiera, voleva
quasi quasi dare a credere a se stessa che realmente quell’intimità tra lei e la
Valpieri ci fosse, pur ricordando bene che, nel collegio, non c’era mai stata, e
che anzi lei, di umili natali ed entrata in quel collegio gratuitamente, più che
per la freddezza sdegnosa delle compagne ricche aveva crudelmente sofferto per
gli astii biliosi di questa Valpieri, la quale, appartenendo a una nobile
famiglia decaduta, non aveva saputo tollerare in cuor suo di vedersi da quelle
trattata male e messa a pari con lei.
Ora la Valpieri parlava, parlava, senz’alcun sospetto dell’impressione che gli
occhi attenti d’una povera donnina provinciale ricevevano da certe curiose
scoperte sul suo viso o nei suoi modi.
– E vedi? Quest’anno qui! – concluse. – Mi son dovuta contentare di venire per i
bagni qui! Me li prescrivono i medici e non posso farne a meno. Figurati se ci
sarei venuta, altrimenti! Ah che gente! Che paese, Mirina mia! Come fai a
starci? E che colonia estiva! Non c’è uomini; tutte donne; tutte rispettabili
madri di famiglia! Dio, Dio, mi sento mancare il fiato! Fortuna che ho trovato
te! Ho preso in affitto due, non so come chiamarli, antri, tane, dove provo
ribrezzo a mettere i piedi. Le annaffio tutti i giorni con l’acqua d’odore. Mi
rovino. E tu che fai qui? Dove abiti? Mi fai veder la tua casa?
– La mia casa? – fece con un sorriso impacciato la maestrina Boccarmè. – Eh, io
non ne ho. La casa della scuola. Un anditino, una cameretta (si, bella ariosa) e
una cucinetta, che mi ci posso appena rigirare.
– Me la farai vedere – ripeté l’altra, come se non avesse inteso. – Ah, già!
perché tu fai qua la maestra. Già! Non me lo ricordavo più. Maestra elementare,
è vero?
– Sono la direttrice, veramente. Ma insegno anche.
– Sì? Hai tanta pazienza?
– Bisogna averne.
– Oh brava; dunque ne avrai un po’ anche per me. Ah, io non ti lascio più, mia
cara. Sarai l’ancora di salvezza di questa povera naufraga.
Si fermò un momento in mezzo alla via e aggiunse scotendo in aria le belle mani
inanellate:
– Naufraga davvero, sai! Su, su, non pensiamo a malinconie, adesso. Andiamo a
casa tua. Quante cose ho da dirti delle nostre compagne di collegio! Ah, ne
sentirai di belle! Ma avrai anche tu certamente tante cose da raccontarmi.
– Io? – esclamò la maestrina Boccarmè. – E che vuoi che abbia da raccontarti io?
Avvezza ormai da tant’anni a vivere tutta chiusa in sé, appena una qualche
domanda accennava di volerle entrar dentro, la sviava con una risposta evasiva.
Pervenuta all’edificio della scuola, disse:
– Ecco, se vuoi entrare...
– Ah, – fece quella, alzando il capo a guardare la tabella sul portoncino. –
Stai proprio dentro la scuola?
– Sì; e per entrare in camera mia, vedrai che si deve attraversare una classe:
la IV.
– Ah, per questa son brava ancora, forse!
Ed entrando in quella classe, che maraviglie! Guarda! guarda! Le panche
allineate, la cattedra, la lavagna, le carte geografiche alle pareti; e quel
tanfo particolare della scuola! Volle sedere su una di quelle panche, e,
poggiando i gomiti, con la testa tra le mani, sospirò:
– Se sapessi che impressione mi fa!
Varcata poi la soglia della cameretta di Mirina, altre maraviglie! Si mise a
batter le mani: che nido di pace! beata solitudine! E, indicando il lettino di
ferro, pulitino, con la sua brava coperta a «crocè» fatta in casa e il
trasparente e la balza celeste, di mussolina rasata:
– Chi sa che sogni vi fai! Dolci, puri!
Ma disse che lei avrebbe pure avuto una gran paura a dormir sola in una
cameretta così, con tutte quelle stanze vuote di là, delle classi.
– Ti chiuderai a chiave, m’immagino!
A un tratto, allungando il collo per vedere con l’ajuto dell’occhialetto un
ritrattino ingiallito, appeso alla parete, e notando che l’amica,
improvvisamente accesa in volto, stava ritta davanti alla scrivania come se
volesse appunto nascondere quel ritratto, sorrise e la minacciò col dito
furbescamente:
– Ah, mariolina! Anche tu? Lasciamelo vedere.
La scostò dolcemente, ma subito, intravedendo quel ritratto, cacciò un grido. La
maestrina Boccarmè si voltò di scatto, impallidendo, e tutt’e due per un istante
si guardarono odiosamente negli occhi.
– Mio cugino. Lo conosci?
– Giorgio Novi, tuo cugino?
E la Valpieri si nascose la faccia tra le mani.
– Lo conosci? – insistette la maestrina Boccarmè, con quell’istinto aggressivo,
quasi ridicolo, delle bestioline innocue.
Ma la Valpieri, scoprendo la faccia ora tutta alterata, senza neppur curarsi di
risponderle, cominciò a smaniare, torcendosi le mani:
– Ah Dio mio, Dio mio! È così! Di’, ne hai notizie, tu?
– Che vuoi dire?
– È così; senza dubbio! Ho ragione, credi, d’essere superstiziosa. Ma perché lo
tieni lì, tu, quel vecchio ritratto? Lo hai amato, di’ la verità? Eh, lo vedo,
poverina. Fu forse tuo fidanzato?
– Sì, – rispose la maestrina Boccarmè, con un filo di voce.
– E lo tieni ancora lì? – insistette crudelmente l’altra. – Ma ringrazia Dio,
figliuola mia, d’essertene liberata!
Si premette forte le tempie con le mani, strizzando gli occhi e gemendo: – Dio,
Dio, Dio! Anche qui in effigie mi perseguita!
– Ma egli ha moglie, figliuoli – disse, quasi trasecolata, la maestrina Boccarmè.
La Valpieri la guardò con un’aria di commiserazione derisoria:
– Già, per te, c’è la moglie. E tu glielo fai così, solitariamente, con quel
ritrattino, il tradimento, ho capito! Ma io te ne parlo appunto perché c’è la
moglie, e non vorrei essere incolpata domani più di quanto mi merito.
– Tu? da chi?
– Ma da vojaltri! Non è tuo parente? Ti prego di credere che non si è affatto
rovinato per me, come vanno dicendo. È una calunnia.
– Rovinato?
– Ma sì, ma sì: negozi andati a male, spese pazze! Non per me, sta’ bene
attenta! Io fui tratta in inganno, vigliaccamente. E ora, se egli ha commesso,
come temo, qualche pazzia, guarda, me ne lavo le mani, me ne lavo le mani!
– Ah, dunque tu?
– Fui tratta in inganno, ti dico; e ora per giunta mi si calunnia. Viltà sopra
viltà. Eppure, vedi che ti dico, gli avrei perdonato, se non mi perseguitasse da
quattro mesi come un canaccio arrabbiato. Che vuole da me? Lo compatisco: è
impazzito; allo sbaraglio. Ma sono rimasta anch’io Dio sa come, e proprio non
posso, non posso venirgli in ajuto. Dio volesse, ci fosse qualcuno che volesse
ajutar me!
La maestrina Boccarmè si sentiva soffocare, tra lo stupore e l’angoscia che
quelle notizie le cagionavano e il ribrezzo che le incuteva quella svergognata,
la quale, senz’alcun ritegno, aveva osato accostarsi a lei davanti a tutti, là
sul Molo, e qua, ora, penetrare nella sua intimità per insudiciarle quell’antico
verecondo segreto, ch’era stato lo strazio della sua giovinezza ed era adesso,
nel ricordo, il conforto e quasi l’orgoglio unico della sua vita.
La Valpieri intanto, interpretando lo sdegno che spirava dagli occhi di lei, non
per sé, ma per il Novi, rincarò la dose delle ingiurie contro l’assente,
seguitando a dipingersi come una vittima. Disse che il Novi, forse, avrebbe
potuto ancora salvarsi, se fosse riuscito a trovare la cauzione che bisognava
versare per un modesto impiego: poco: dodici o quindici mila lire. Ma dove
trovarle?
– S’ammazzerà, me l’ha scritto! Ora puoi figurarti perché m’ha fatto tanta
impressione la vista là del suo ritratto. Oh, lo dà a tutte, sai, codesto
vecchio ritratto. L’ha dato anche a me. Altrimenti, non l’avrei certo
riconosciuto. Non ha più capelli, puoi immaginarti! Ma pensa, pensa intanto alla
sua disgraziata famiglia!
– La famiglia? – proruppe a questo punto la maestrina Boccarmè, tutt’accesa di
sdegno. – Avresti dovuto pensarci prima, mi sembra!
– M’accusi anche tu? E non t’ho detto che egli...
– Sì; ma dopo? Quando sapesti che aveva moglie, figliuoli?
– Eh, troppo tardi, carina! – esclamò la Valpieri, con un gesto sguajato. – Vedo
che tu ti riscaldi. Troppo tardi. Capisco che voialtri... Oh Dio, se avessi
potuto sospettare che tu... È curioso che il Novi, mai una parola di te, sai? E
io sono proprio venuta a cacciarmi...
S’interruppe: guardò la maestrina Boccarmè e scoppiò in una stridula risata.
– Vattene! – le gridò allora la maestrina, fremente, indicandole l’uscio.
– Eh no, via, – fece la Valpieri, ricomponendosi. – Mi scacci davvero?
– Sì! Vattene! Vattene! – ripeté la maestrina Boccarmè, pestando un piede, già
con le lagrime agli occhi. – Non posso più vederti in casa mia!
– Me ne vado, me ne vado da me, – disse la Valpieri alzandosi senza fretta. – Si
calmi, si calmi, signora Direttrice!
Prima d’infilar l’uscio si voltò e aggiunse:
– Buoni sospiri e tanti baci al ritrattino!
E scomparve, ripetendo la stridula risata.
La maestrina Boccarmè, appena sola, strappò quel ritrattino dalla parete e lo
scagliò con tanta rabbia sulla scrivania, che il vetro della modesta cornicetta
di rame si ruppe. Poi, andò a buttarsi sul letto e, affondando il volto sul
guanciale, si mise a piangere.
Non tanto per l’onta, no; pianse per la miseria del suo cuore scoperta, derisa e
quasi sfregiata; pianse per vergogna di quel che aveva fatto, di quel ritrattino
che aveva appeso lì alla parete da tanti anni.
Ma non aveva avuto mai, mai un momento di bene fin dalla fanciullezza; aveva già
perduto, non pur la speranza, ma perfino il desiderio d’averne nel tempo che
ancora le avanzava; e allora, quasi mendicando un ricordo di vita, era ritornata
ai giorni del suo maggior tormento, ai soli giorni in cui pure, per poco, aveva
sentito veramente di vivere: e aveva cercato quel ritrattino, gli aveva
comperato quella cornicetta da pochi soldi, e non perché lo vedessero gli altri
lo aveva appeso lì alla parete, ma per sé, per sé unicamente, quasi per far
vedere a se stessa che, mentre forse tant’altre maestrine come lei dicevano
senz’esser vero, d’avere avuto anch’esse in gioventù il loro romanzetto
sentimentale, lei – eccolo là – lo aveva avuto davvero: c’era stato davvero –
eccolo là – un uomo nella sua vita.
Come ne aveva riso quella svergognata! Era quasi niente, sì; un povero
ritrattino ingiallito; uno dei soliti romanzetti, che, appunto perché soliti,
non commuovono più nessuno; come se l’esser soliti debba poi impedire di
soffrirne a chi li abbia vissuti.
Inesperienza, stupidaggine, da bambina chiusa fin dall’infanzia, prima in un
orfanotrofio, poi in un collegio. Ne era uscita da pochi giorni con la patente
di maestra, e stava ora nell’attesa angosciosa di un posticino nelle scuole
elementari di qualche paesello, privandosi di tutto per pagar la pigione di
quello sgabuzzino in città e mantenersi in quell’attesa con le poche centinaja
di lire vinte in un concorso di pedagogia, nell’ultimo anno di collegio. Che
provvidenza per lei quel concorso! Ma che sgomento, anche, nel vedersi così sola
e libera, lei vissuta sempre nella clausura! E s’era trovata una mattina,
inaspettatamente, così sola lì con un giovanotto che subito s’era messo a
parlarle con la massima confidenza, dandole del voi e chiamandola «cara
cuginetta». E per forza, fin dalla prima volta, aveva preteso ch’ella non stesse
a quel modo col mento sul petto e non tormentasse con quelle brutte unghie da
scolaretta diligente le trine della manica; su su, e che lo guardasse negli
occhi, così, come guarda chi non ha nulla da temere! Per miracolo non s’era
messa a piangere, quella prima volta; e con qual fervore aveva poi pregato la
Madonna che non glielo facesse più rivedere. Ma era ritornato il giorno dopo con
un involtino di paste e un mazzolino di fiori, per invitarla ad andare a casa
sua: la madre voleva conoscere la nipotina, la figliuola della cara sorella
morta da tanti anni. Era andata; e quella zia, squadrandola da capo a piedi,
s’era mostrata dolente di non poterla accogliere in casa perché c’era Giorgio –
e qui consigli di prudenza – una lunga predica, che ella, interpretando (com’era
facile) il sospetto che moveva la zia a parlare, aveva ascoltato col volto
avvampato dalla vergogna. Due giorni dopo, Giorgio era tornato a visitarla; e
allora lei, tutta impacciata, balbettando, s’era sforzata di fargli intendere
che non doveva più venire. Ma egli aveva accolto con un sorriso la timida
preghiera, e il giorno appresso, rieccolo. Questa volta però gli aveva parlato
seriamente: o smetteva, o si sarebbe recata a dirlo alla zia. Come prima della
preghiera, aveva riso adesso della minaccia: «Andasse pure, anzi tanto meglio!
Così avrebbe avuto il pretesto di confessare alla madre che egli la amava».
Ridendo le dicono gli uomini, queste cose, che a lei in quel punto avevano
cagionato tanta angoscia e acceso nel sangue tanto fuoco! Quel giorno stesso
aveva cambiato alloggio, senza lasciar traccia di sé. E ricordava le ambasce
nella nuova abitazione in quei quindici giorni che passarono prima che egli la
scoprisse; l’incerto timore, forse più di se stessa che di lui, se il non
doverlo più rivedere le rendeva spinosa di tante smanie la solitudine. Non
sapeva più vedersi in quella nuova cameretta, pur tanto più decente della prima;
si recava ogni giorno al collegio a trovare la direttrice che le aveva promesso
per il prossimo autunno il posticino. E una sera, appena rientrata, aveva
sentito picchiare alla porta e una voce affannata che la scongiurava d’aprire.
Quanto, quanto tempo non lo aveva tenuto lì, dietro la porta, tremando di qua e
scongiurandolo a sua volta d’andarsene, di lasciarla in pace, di parlar piano
per carità, che i vicini non udissero: era una pazzia un’infamia, comprometterla
a quel modo; via, via! che voleva da lei?
A un tratto, poiché egli non smetteva d’insistere e non se ne sarebbe andato,
una risoluzione: s’era rimesso il cappellino, aveva aperto la porta: – Eccomi!
Usciamo insieme. Vieni, vieni –. E qui tutti i ricordi s accendevano; il cuore
già intirizzito s’infocava ancora alla fiamma di quella sera, che tante lagrime
versate poi non eran bastate a spegnere. Proprio tra le fiamme le era parso di
camminare; sola con lui, a braccetto con lui, per le vie della città. E in mezzo
al tramenio, al fragore di quelle vie, distinte le parole ch’egli le sussurrava
all’orecchio, premendole il braccio col braccio. Già la chiamava sposina; e così
sempre, a braccetto, sarebbero andati nella vita. Bisognava ora vincere
l’opposizione della madre.
Ritornando verso casa, già tardi, gli aveva strappato la promessa, anzi il
giuramento, che la avrebbe accompagnata soltanto fino alla porta; ma il
giuramento era a prezzo d’un bacio. No! e come mai? per istrada? Ma egli disse
che non aveva inteso fino all’uscio di strada, ma su, fino in cima alla scala:
lì il bacio; e poi, sì, l’avrebbe lasciata prima che lei aprisse la porta: lo
aveva giurato. Se non che, dopo il primo bacio, mentre già sola nella cameretta,
stordita e tremante di felicità, tentava di spuntarsi il cappellino, ecco di
nuovo, attraverso la porta, pian piano, la voce di lui che gliene chiedeva un
altro, un altro solo, un altro solo e poi basta: se ne sarebbe andato davvero. E
lei, vinta alla fine, dopo aver detto tante volte di no, di no, vinta e
costretta dall’imprudenza, dalla petulanza di lui, aveva riaperto la porta.
Fin qui aveva sempre ricordato la maestrina Boccarmè: tutto il bene.
Come precipitando dalla sommità d’una montagna un torrente trascina con sé le
pietre che poi nei mesi asciutti ne segnano il corso, così lei, precipitando
dalla sua felicità, ora che negli occhi le lagrime le si erano inaridite, andava
da venti anni sui sassi della via che il precipizio le aveva segnata; andava, e
i piedi più non le dolevano; andava, e gli occhi stanchi della grigia aridità
del greto s’erano rivolti a contemplare la sommità da cui era caduta. Il
cordoglio s’era sciolto, la disperazione s’era composta in un intenso muto
rimpianto del bene perduto; e questo rimpianto a poco a poco, nella squallida
desolazione, era divenuto un bene per se stesso, l’unico bene.
Dopo quella notte, egli era scomparso; ella lo aveva atteso parecchi giorni; poi
s’era recata dalla madre di lui, la quale, senza volere intendere tutto il male
che il figlio aveva fatto, se l’era tenuta qualche tempo con sé; venuta la
nomina di maestra la aveva avviata al suo destino.
Vent’anni! Quante navi aveva veduto arrivare nel vecchio molo di quel paesello;
quante ne aveva vedute ripartire!
Vestita sempre di nero, dolce, paziente e affettuosa con le bambine della
scuola, non solo per il ricordo di quanto aveva sofferto a causa della durezza
di certe insegnanti, ma anche perché, femminucce, le considerava destinate più a
soffrire che a godere; con quella combinazione della casa nella stessa scuola,
se n’era vissuta appartata da tutti, compensandosi in segreto, con
l’immaginazione e con le letture, di tutte le angustie e le mortificazioni che
la timidezza le aveva fatto patire. E a poco a poco aveva preso gusto sempre più
a un certo amaro senso della vita che la inteneriva fino alle lagrime talvolta
per cose da nulla: se una farfalletta, per esempio, le entrava in camera, di
sera, mentre stava a correggere i compiti di scuola, e, dopo aver girato un
pezzo attorno al lume, veniva là, sul tavolinetto sotto la finestra, davanti al
quale lei stava seduta, a posarlesi lieve lieve sulla mano, come se la notte
gliel’avesse mandata per darle un po’ di compagnia.
Tra poco avrebbe avuto quarant’anni; e forse sì, il viso le si era un po’
sciupato; ma l’anima no; per questo bisogno che aveva di fantasticare in
silenzio, di vedere come avvolta nel lontano azzurro d’una favola, lei piccola
piccola, tra tutto quel cielo e quel mare, la propria vita.
Guai se non lo avesse sentito più questo bisogno! Tutte le cose, dentro e
attorno, avrebbero perduto ogni senso per lei e ogni valore; e meglio morire
allora!
S’alzò dal letto. S’era tutta spettinata, e aveva gli occhi rossi e gonfi dal
pianto. S’appressò all’unico specchio della cameretta, lì in un angolo, a bilico
nel modestissimo lavabo di ferro smaltato. Si lavò gli occhi, che le bruciavano:
prese il pettine per rifarsi i capelli.
Negli anni del collegio, per modestia, ma anche perché le compagne ricche non
dicessero che volesse darsi arie da «signorina» per far dimenticare d’esservi
stata accolta per carità, aveva tenuto sempre i capelli come all’orfanotrofio,
tutti tirati indietro, lisci lisci, senza un nastro, senza un fiocco e annodati
stretti alla nuca. E così la aveva vista lui, la prima volta, appena usata di
collegio; e che beffe! come per «le brutte unghie da scolaretta diligente».
Gliel’aveva poi insegnata lui quella pettinatura che, dopo tant’anni, ella usava
ancora; una pettinatura un po’ goffa, passata da tanto tempo di moda.
Si sciolse i capelli, senza toccare la scriminatura in mezzo, e lasciò cader le
due bande in cui li teneva divisi; prese per la punta prima l’una e poi l’altra
banda e con lievi colpettini di pettine in su cominciò ad aggrovigliolarsele per
modo che ai due lati della fronte, sulle tempie e fin sugli orecchi, le si
gonfiassero boffici e ricce. Sì: così pettinati, i suoi capelli parevano tanti;
certo però le incorniciavano male il viso smagrito, già un po’ troppo affossato
nelle guance; ma così erano piaciuti a lui, e non avrebbe saputo pettinarseli
altrimenti.
Con quegli occhi ancora gonfi dal pianto e senza quel brio di luce che spesso
glieli rendeva arguti e vivaci, si vide come finora non s’era veduta mai; con un
infinito avvilimento di pena per quell’immagine con cui per tanto tempo s’era
ostinata a rappresentarsi a se stessa. S’accorse che per gli altri non era, non
poteva più essere così. E come, allora? Si smarrì; e nuove lagrime, più
brucianti delle prime, le sgorgarono dagli occhi. No! no! Doveva essere ancora
così! Ancora, passando per le viuzze alte del paesello, popolate d’innumerevoli
bambini strillanti, nudi o con la sola camicina sudicia e sbrendolata addosso,
ancora voleva esser guardata con amorosa ammirazione da tutte quelle umili mamme
delle sue scolarette, che sedevano lì davanti alle porte delle loro casupole e
la invitavano, cedendo subito la seggiola, a sedere un po’ con loro.
– Oh, guarda! La signora Direttrice!
– Venga qua! Segga qua, signora Direttrice!
Volevano sapere come facesse a incantare le loro bambine con certi discorsi
ch’esse non sapevano riferire, ma che dovevano esser belli, sulle api, sulle
formichette, sui fiori: cose che non parevano vere. E lei, a quelle loro
maraviglie, sorrideva e rispondeva che lei stessa non avrebbe più saputo
ripetere ciò che aveva potuto dire in iscuola per un caso imprevisto, d’un’ape
entrata in classe, d’un geranio che improvvisamente s’era acceso nel sole sul
davanzale della finestra.
Povera lì, tra povere, aveva in sé questa ricchezza che godeva di darsi alle
care animucce delle sue scolarette («figlioline mie» come le chiamava); questa
facoltà di commuoversi di tutto, di riconoscere in un sentimento suo, vivo, la
gioja d’una fogliolina nuova che si moveva all’aria la prima volta, la tristezza
della sua cucinetta quando, dopo cena, s’era spenta, e a veder lo squallore
della cenere rimasta nei fornelli, ogni sera le sembrava che si fosse spenta per
sempre; quel senso di nuovo, per cui, se un uccellino cantava, sapeva sì che
quell’uccellino ripeteva il verso di tutti gli altri della sua famiglia, ma
sentiva ch’esso era uno, lui, di cui udiva il verso per la prima volta, formato
lì, ora, su quella fronda d’albero o su quella gronda di tetto, per una cosa
d’ora, nuova nella vita di quell’uccellino.
S’era salvata così dalla disperazione.
E ancora, purtroppo, allorché i suoi doveri di maestra erano compiuti, e finite
per la giornata le altre cose da fare, se per un momento la stanchezza la
vinceva e vedeva d’un tratto precipitar nel vuoto la sua vita, ancora non era
riuscita a liberarsi da certe torbide smanie che l’assalivano e le oscuravano lo
spirito; ed erano pensieri cattivi, e sogni anche più cattivi, la notte. Aver
potuto scoprire in sé, nei silenzii infiniti della sua anima, un brulichio così
vivo di sentimenti, non come una ricchezza propriamente sua, ma del mondo come
ella lo avrebbe dato a godere a una creaturina sua; ed esser rimasta
nell’angoscia di quella solitudine, così staccata per sempre da ogni vita!
S’accorse che s’era fatto bujo nella cameretta e si recò ad accendere il lumetto
bianco a petrolio sulla scrivania. Vide il ritrattino scagliato lì sopra con
tanta rabbia, e le parve che non lei col suo atto violento avesse rotto il vetro
della cornicetta, ma la stridula risata di quella donnaccia. Sentì che non
poteva ora raccattare quel ritrattino e che non avrebbe potuto più riappenderlo
alla parete, se prima non risarciva in qualche modo la sua anima dal morso
velenoso di quella vipera, dallo sfregio vile di quella risata. Perché lei non
era come una che, pur d’ottenere qualcosa, si riceva ingiurie e offese e provi
anzi più vivo nell’umiliazione il godimento della cosa ottenuta. Lei non voleva
ottener nulla; lei era nata per dare.
Fissò gli occhi, improvvisamente accesi, e stette un po’ come in ascolto.
Bisognavano a lui dodici o quindici mila lire, da versare a cauzione d’un
modesto impiego: glielo aveva detto colei. Un brivido alla schiena. Raccolse le
mani e, figgendosi la punta delle dita tra gli occhi e le sopracciglia, stette
un pezzo così. Poi, sedendo in fretta davanti alla scrivania, cavò di tasca la
chiave del cassetto; lo aprì, ne trasse il suo vecchio libretto della Cassa di
Risparmio per vedere esattamente quanto avesse messo da parte in tanti anni per
la sua vecchiaja, pur sapendo bene che non ammontava a quella cifra. Erano
difatti poco più di dieci mila lire. Ma a potere intanto disporre di quelle
dieci...
Provò subito il bisogno di dire a se stessa che non lo faceva per lui, per
averne in ricambio qualche cosa. Non voleva niente, lei, più niente: non che la
gratitudine di lui, ma neppure il ricordo: niente! E pensò dapprima di mandar
quel denaro senza fargli sapere che glielo mandava lei. Ma poi per fortuna
rifletté che con la presenza di quell’altra in paese, lui, certo ormai senza più
memoria di lei, avrebbe potuto supporre che il soccorso gli veniva da quella, a
prezzo di chi sa quale vergogna.
No, no: ad evitare che cadesse in un così sciagurato equivoco, bisognava
purtroppo ch’ella gli scrivesse e gli dicesse che appunto per la presenza della
Valpieri nel paese aveva potuto sapere del bisogno di lui; e che gli mandava
quel denaro perché lei non avrebbe saputo che farsene, prima di tutto, e poi
perché le era caro far rivivere così in sé, per sé sola, il ricordo – non di
lui, non di lui! – ma di tutto il male e di tutto il bene che le era venuto un
giorno da lui. Così, ecco. Era la verità.
E così, richiamato a questo prezzo dal tempo lontano che lo aveva ingiallito,
ravvivato dal sangue di questa nuova ferita, ella avrebbe potuto ora riappendere
alla parete il vecchio ritrattino; per sé, unicamente per sé, per sentire
ancora, dentro di sé, più che mai soffuso dell’antica malinconia, il lontano
azzurro della sua povera favola segreta, e poter seguitare a guardare con lo
stesso animo quel cielo, quel mare, le navi che arrivavano nel vecchio Molo o ne
ripartivano all’alba, lente, nel luminoso tremolio di quelle acque distese fino
a perdita d’occhio.
Sì, ma se non era l’antico amore a farle da fermento dal più profondo
dell’anima, perché ora quella specie d’ebbrezza che le gonfiava il petto, e
quello struggimento che voleva traboccarle in nuove lagrime; non più brucianti,
queste?
Per fortuna lo specchio era là nell’angolo, e la maestrina Boccarmè non vide
come s’appuntiva sgraziatamente sulla sua povera bocca appassita quel vezzo che
sogliono fare i bambini prima che si buttino a piangere; e il mento, come le
tremava.
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