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NOVELLE PER UN ANNO - 1924 - TUTT'E TRE
Edita nel 1924, la raccolta "Tutt'e tre" costituisce il settimo volume delle
Novelle per un anno e include racconti già pubblicati tra il 1897 ed il 1923. |
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5. Il marito di mia moglie (1903)
«Il Marzocco», 15 febbraio
1903, poi in «Beffe della morte e della vita», Lumachi Firenze 1902.
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Il cavallo e il bue, ho letto una
volta in un libro, di cui non ricordo più né il titolo né l’autore, – il cavallo
e il bue...
Ma sarà meglio lasciarlo stare, il bue. Citiamo il cavallo soltanto.
Il cavallo, – dunque, – che non sa di dover morire, non ha metafisica. Ma se il
cavallo sapesse di dover morire, il problema della morte diventerebbe alla fine,
anche per lui, più grave assai di quello della vita.
Trovare il fieno e l’erba è, certo, gravissimo problema. Ma dietro questo
problema sorge l’altro: «Perchè mai, dopo aver faticato venti, trenta anni per
trovare il fieno e l’erba, dover morire, senza sapere per qual ragione si è
vissuto?».
Il cavallo non sa di dover morire, e non si fa di queste domande. All’uomo però,
che – secondo la definizione di Schopenhauer – è un animale metafisico (che
appunto vuol dire UN ANIMALE CHE SA DI DOVER MORIRE), quella domanda sta sempre
davanti.
Ne segue, se non m’inganno, che tutti gli uomini dovrebbero sinceramente
congratularsi col cavallo. E tanto più quelli animali metafisici che, malati,
per esempio, come me, non solo sanno di dover morire tra breve, ma anche ciò che
accadrà in casa loro, dopo la loro morte, e senza potersene adontare.
I residui non sono mai limpidi. L’umor vitale agli sgoccioli s’inacidisce vie
più, di giorno in giorno, dentro di me. E voglio, riempiendo questi pochi
foglietti di carta, procurarmi la soddisfazione sapor d’acqua di mare
(soddisfazione che pur non sentirò) di far conoscere a mia moglie, che avevo
tutto preveduto.
L’idea m’è nata questa mattina. E m’è nata perché mia moglie m’ha sorpreso nel
corridojo, dietro l’uscio del salotto, cheto e chinato a spiare per il buco
della serratura.
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– O tu che non sei geloso, – mi gridò, – che stai a far lì? To’, guarda! Ti sei
finanche tolte le scarpe, per non far rumore.
Mi guardai i piedi. – Scalzi! – era vero. E mia moglie intanto rideva
fragorosamente. Che dire? Balbettai sciocchissime scuse: che non spiavo affatto,
che solo per curiosità m’ero spinto a guardare: non avevo più sentito il
pianoforte; non avevo veduto andar via il maestro, e così...
Ma giuro che le scarpe (con rispetto parlando) me l’ero tolte da un pezzo, senza
intenzione. Mi fanno male. E lei, la mia cara Eufemia che mi ha sorpreso lì
scalzo, dovrebbe sapere perché mi fanno male, e non riderne, almeno davanti a
me. Ho gli edemi ai piedi e, per ingannare il tempo, me li tasto: li premo, vi
affondo una ditata e poi sto a guardare come a poco a poco rivenga su.
Ciò non toglie però che non abbia commesso una imperdonabile sciocchezza.
Ma se lo sapevo, ma se lo so, che mia moglie non può soffrirlo, quel suo maestro
di musica! E poi sono certo, certissimo che – finché vivo – ella non mi tradirà.
Non mi ha tradito in tanti anni, e dovrebbe confondersi per un altro pajo di
mesi – e poniamo – quattro, sei? Ma no: ella avrebbe pazienza, ne son sicuro,
anche se tirassi avanti, così, ancora un anno.
E poi, lo conosco, lo conosco bene il marito – (futuro) – di mia moglie! E anche
per lui potrei metter le mani sul fuoco che non mi farà il minimo torto, finché
il naso mi fumica.
È, s’intende, un mio carissimo amico. Ottimo giovine.
Giovine, poi, veramente, non tanto. Quarant’anni, quasi l’età mia. Ma già, io,
come se n’avessi cento; mentre lui, solido, ben piantato nella vita, come in un
bosco una quercia; e poi dotato, come dicevano gli antichi, «di tutte quelle
buone parti che a fare un perfetto marito si ricercano»: castigati costumi,
generosa e gentilissima natura.
Lo provano le cure che ha per me.
Quasi ogni giorno, per dirne una, viene con la vettura per farmi prendere una
boccata d’aria. Mi dà il braccio e m’ajuta a scendere pian pianino la scala,
obbligandomi a sostare sui pianerottoli, a ogni branca, fin tanto che lui non
abbia contato fino a cento; poi mi tasta il polso per sentirne la repenza, mi
guarda negli occhi, mi domanda dolcemente:
– Proseguiamo?
– Proseguiamo.
E così via, fino in fondo, pian pianino, pian pianino. Per risalire, dopo la
scarrozzata, – egli da una parte, il portinajo dall’altra – mi portano su in
sedia.
Mi sono ribellato, ma invano. Non posso, è vero, far sette scalini di fila, che
l’ansito non mi sopravvenga insopportabile; ma ecco: vorrei che l’amico non si
pigliasse tanto fastidio; che il portinajo si facesse almeno ajutare da qualcun
altro... Che! Florestano, se gli fosse possibile, vorrebbe portarmi su lui solo,
senza ajuto. Via, in fin de’ conti, non peso molto (sì e no, quarantacinque
chilogrammi, con tutti gli edemi); e poi penso: servendo me, vuol guadagnarsi la
felicità futura. Lasciamolo fare!
Anche mia moglie Eufemia, dall’altro canto, è quasi felice di soffrire per me, e
più vorrebbe, per guadagnarsi anche lei, di fronte alla propria coscienza, il
diritto di goder dopo, senz’alcun rimorso. Onesto diritto, onestissimo compenso,
che né la vita né la coscienza possono negarle, e di cui io, ripeto, non debbo
adontarmi.
Confesso tuttavia che, più volte, m’avviene quasi quasi di desiderare che l’uno
e l’altra siano due birbaccioni matricolati. L’onestà dei loro propositi, la
squisitezza dei loro sentimenti, diventa spesso per me la più raffinata delle
crudeltà, poiché io, non potendo in nessun modo ribellarmi a quanto avverrà
senz’alcun dubbio dopo la mia morte, mi vedo costretto, per esempio, tante
volte, a tirarmi tra le gambe il mio piccino, l’unico mio figlioletto, e a
mettermi a insegnargli d’amare, d’aver rispetto filiale per colui che sarà fra
poco suo secondo padre, e ad ammonirlo perché cerchi di non dargli mai causa,
che abbia a lamentarsi di lui. E gli dico:
– Vedi, Carluccio mio: tu hai le manine sporche. Come t’ha detto jeri zio
Florestano, quando t’ha veduto una cenciata d’inchiostro sul nasino? T’ha detto:
«Lavati, Carluccio, o ti catturano, sai!». Non è mica vero, però: zio Florestano
scherza. Oggi non costuma più mandare in galera chi ha le mani sporche. Ma tu
lavatele a ogni modo, perché zio Florestano ama i bambini puliti. Egli è tanto
buono e ti vuol tanto bene, Carluccio mio; e anche tu, sai, devi volergliene
tanto tanto; e ubbidirlo, sai! sempre; e lasciarlo sempre contento di te. Hai
capito, figlietto mio?
E gli magnifico tutti i regalucci ch’egli, per far piacere a Eufemia, gli porta.
Il povero piccino mio segue i miei consigli, e già lo venera. L’altro giorno,
per esempio, Florestano se lo portò a spasso, e, al ritorno, mi raccontò ridendo
che, mentre camminavano insieme, traversando la piazza piena di sole, a un certo
punto Carluccio mise un grido, s’arrestò e gli domandò tutt’afflitto:
– T’ho fatto male, zio Florestano?
– No, Carluccio. Perché?
E il mio piccino, ingenuamente:
– T’ho pestato l’ombra, zio Florestano.
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Eh via, no: fino a questo punto, no, povero Carluccio mio! Sei stato proprio
sciocchino. L’ombra, vedi, l’ombra si può calpestare: zio Florestano e la
mammina tua la calpesteranno un giorno l’ombra di tuo papà sicuri di non fargli
male, poiché, in vita, si saranno guardati bene dal pestargli anche un piede.
Che gara di compitezze fra noi tre! E che grazioso martirio, intanto. Da povero
malato, io vorrei lasciarmi andare come vien viene; invece, mi vedo costretto a
tenermi su, per pesare quanto meno sia possibile su loro, che altrimenti
m’userebbero tanti altri riguardi, tante altre premure che mi fanno ribrezzo,
talvolta, anzi orrore. Avrò torto. Ma questo spettacolo della nostra squisita
civiltà, delle nostre continue cerimonie, davanti alla soglia della morte, mi
sembra una stomachevole pagliacciata. Coi guanti gialli, e infinite cortesie, mi
vedo dolcemente sospinto da loro fino a questa soglia; e ora mi sembra che mi
s’inchinino e mi dicano con un sorriso grazioso sulle labbra:
– Passi pure. Buon viaggio! E stia sicuro, sa, che noi ci ricorderemo sempre
sempre di lei, così buono, così prudente e ragionevole!
Mi hanno insegnato che bisogna esser sinceri. Sinceri? Ma la sincerità, per me,
a questo punto, vorrebbe dire senz’altro: uccidere. Dio me ne guardi! Chi mi
trattiene?
Parliamo un po’ sul serio. Se io non avessi fede, se io non credessi in Dio,
davvero; se credessi invece che la morte sia limite anche all’anima d’ogni
avvenire, e che, mancandomi la terra sotto i piedi, il vuoto e null’altro
m’accoglierà, credete che Florestano io non lo ammazzerei?
Quando penso, certe notti, nell’insonnia, che egli si coricherà nel mio letto,
al posto mio, lì, con tutti i miei diritti su mia moglie e su le cose mie:
quando penso che nel lettuccio della camera accanto il figlietto mio,
l’orfanello mio, qualche notte forse si metterà a piangere e chiamerà la mamma
sua, e penso che egli a mia moglie che vorrà accorrere a vedere che cos’ha il
piccino mio che piange, forse dirà: – «Ma no, cara, lascialo piangere; non
scendere dal letto; ti raffredderai!» – io, Florestano, vi giuro, lo ammazzerei!
Invece, ogni notte, seduto presso la finestra, me ne sto quieto quieto a
contemplare il cielo, a lungo. C’è una stellina piccola piccola lassù, a cui
tengo fissi gli occhi e a cui dico spesso, sospirando:
– Aspettami, verrò!
E ad Eufemia, che è figlia d’un libero pensatore e ostenta di non credere in
Dio, ripeto spesso:
– Sciocca, credici: Dio esiste. E ringrazialo, sai? Ringrazialo.
Eufemia mi guarda, come se le paresse strano che io, Luca Lèuci, possa dirle
così, io che – secondo lei – non avrei davvero alcun obbligo di crederci, poiché
Dio mi tratta male, facendomi morire così presto. Ma lo ringrazierà, quando le
verranno tra mano questi pochi foglietti di carta, se ama di cuore il suo
Florestano.
Intendo bene che l’unica è di morir presto, qua. Vedo certe volte Florestano che
con gli occhi e coi sospiri si sforza di far capace mia moglie dei desiderii che
lo tormentano, pover’uomo! M’immagino allora mia moglie col bel capo biondo
reclinato vezzosamente sull’ampio petto quadro di lui, nell’atto di carezzargli
appena appena, stirando in su con due dita, i lunghi peli rossicci del magnifico
pajo di baffi... Oh voluttà! Pazienza anche tu, cara Eufemia mia! E certe
paroline di notte, come le hai dette a me, abbracciata con me, le dirai presto,
le dirai anche a lui, senza quasi sapere di dirle:
– Tesoro mio... Ah, caro... sì, sì... Caro, caro...
Mi vien da ridere, da ridere. Tutti e due allora, maravigliati, mi domandano
perché ho riso: io dico un motto di spirito, e Florestano osserva:
– Tu sarai vecchio, caro Lèuci, e sempre così celione!
Ma spesso anche non riesco a esser celione, come dice l’amico mio. L’arguzia,
senza volerlo, mi diventa mordace, e allora Florestano, in vettura con me, ci
soffre a sentirmi parlare. Io gli dico:
– Se non fosse un brutto posto, ti proporrei, caro Florestano, di metterti un
momentino al posto mio. T’assicuro che ti farebbe lo stesso effetto curioso che
fa a me questo poter vedere la vita così, come resterà per gli altri, nella
certezza che tra poco, forse mentre stai a dirlo, essa per te finirà; e il poter
pensare ciò che gli altri faranno ragionevolmente, quando tu non sarai più.
Parlo chiaro; ma Florestano finge di non comprendere. E io continuo:
– Caro Florestano, io so, per esempio, la corona di porcellana che verrai a
depormi sulla fossa, quando vi giacerò.
Florestano mi dà sulla voce, e io allora mi taccio e, così magro magro e pallido
e afflitto come sono, mi metto a guardare dal cantuccio della vettura che va a
passo per gli aerei viali del Gianicolo, questa dolcezza di sole che tramonta;
la vita, come la assaporeranno gli altri, anche amara, che importa? questo
grosso sanguigno uomo qua, che mi siede accanto e sospira; mia moglie che a
casa, in attesa, anche lei sospira: e anche, senza più me, il mio piccino, che
un giorno, presto, non saprà più chi ero, com’ero!
– Papà...
E Florestano, voltandosi, gli risponderà sgarbato:
– Che vuoi?
Il marito di tua madre, Carluccio, che non è il tuo papà vero. Ci pensi?
Ma la vita pure, Carluccio, è così bella... così piena...
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