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Così era nato quel matrimonio. La Reis,
povera figliuola, rimasta orfana a quindici anni, aveva eroicamente provveduto
al mantenimento suo e della vecchia madre, lavorando un po’ da sarta, un po’
dando lezioni particolari: ed era riuscita a conseguire il diploma di
professoressa. Egli, ammirato di tanta costanza, di tanta forza d’animo,
pregando, brigando, aveva potuto procacciarle un posto a Roma, nelle scuole
complementari. Richiesto da quel signor Griti...
– Griti, Griti, ecco! Si chiama Griti. Che Mitri! – gli aveva indicato la Reis.
Dopo alcuni giorni se l’era veduto tornar davanti afflitto, imbarazzato. Cesara
Reis non aveva voluto accettare il posto d’istitutrice, in considerazione della
sua età, del suo stato, della vecchia mamma che non poteva lasciar sola e, sopra
tutto, del facile malignare della gente. E chi sa con qual voce, con quale
espressione gli aveva dette queste cose, la birichina!
Bella figliuola, la Reis: e di quella bellezza che a lui piaceva maggiormente:
d’una bellezza a cui i diuturni dolori (non per nulla il Gori era
professore d’italiano: diceva proprio così «diuturni dolori») d’una bellezza a
cui i diuturni dolori avevano dato la grazia d’una soavissima mestizia, una cara
e dolce nobiltà.
Certo quel signor Grimi...
– Ho gran paura che si chiami proprio Grimi, ora che ci penso!
Certo quel signor Grimi, fin dal primo vederla, se n’era perdutamente
innamorato. Cose che capitano, pare. E tre o quattro volte, quantunque senza
speranza, era tornato a insistere, invano; alla fine, aveva pregato lui, il
professor Gori, lo aveva anzi scongiurato d’interporsi, perché la signorina Reis,
così bella, così modesta, così virtuosa, se non l’istitutrice diventasse la
seconda madre delle sue bambine. E perché no? S’era interposto, felicissimo, il
professor Gori, e la Reis aveva accettato: e ora il matrimonio si celebrava, a
dispetto dei parenti del signor... Grimi o Griti o Mitri, che vi si erano
opposti accanitamente:
– E che il diavolo se li porti via tutti quanti! – concluse, sbuffando ancora
una volta, il grosso professore.
Conveniva intanto recare alla sposa un mazzolino di fiori. Ella lo aveva tanto
pregato perché le facesse da testimonio; ma il professore le aveva fatto notare
che, in qualità di testimonio, avrebbe dovuto poi farle un regalo degno della
cospicua condizione dello sposo, e non poteva: in coscienza non poteva. Bastava
il sacrifizio della marsina. Ma un mazzolino, intanto, sì, ecco. E il professor
Gori entrò con molta titubanza e impacciatissimo in un negozio di fiori, dove
gli misero insieme un gran fascio di verdura con pochissimi fiori e molta spesa.
Pervenuto in via Milano, vide in fondo, davanti al portone in cui abitava la
Reis, una frotta di curiosi. Suppose che fosse tardi; che già nell’atrio ci
fossero le carrozze per il corteo nuziale, e che tutta questa gente stesse lì
per assistere alla sfilata. Avanzò il passo. Ma perché tutti quei curiosi lo
guardavano a quel modo? La marsina era nascosta dal soprabito. Forse... le
falde? Si guardò dietro. No: non si vedevano. E dunque? Che era accaduto? Perché
il portone era socchiuso?
Il portinajo, con aria compunta, gli domandò:
– Va su per il matrimonio, il signore?
– Sì, signore. Invitato.
– Ma... sa, il matrimonio non si fa più.
– Come?
– La povera signora... la madre...
– Morta? – esclamò il Gori, stupefatto, guardando il portone.
– Questa notte, improvvisamente.
Il professore restò lì, come un ceppo.
– Possibile! La madre? La signora Reis?
E volse in giro uno sguardo ai radunati, come per leggere ne’ loro occhi la
conferma dell’incredibile notizia. Il mazzo di fiori gli cadde di mano. Si chinò
per raccattarlo, ma sentì la scucitura della marsina allargarsi sotto l’ascella,
e rimase a metà. Oh Dio! la marsina... già! La marsina per le nozze, castigata
così a comparire ora davanti alla morte. Che fare? Andar su, parato a quel modo?
tornare indietro? Raccattò il mazzo, poi, imbalordito, lo porse al portinajo.
– Mi faccia il piacere, me lo tenga lei.
Ed entrò. Si provò a salire a balzi la scala; vi riuscì per la prima branca
soltanto. All’ultimo piano – maledetto pancione! – non tirava più fiato.
Introdotto nel salottino, sorprese in coloro che vi stavano radunati un certo
imbarazzo, una confusione subito repressa, come se qualcuno, al suo entrare,
fosse scappato via; o come se d’un tratto si fosse troncata un’intima e
animatissima conversazione.
Già impacciato per conto suo, il professor Gori si fermò poco oltre l’entrata;
si guardò attorno perplesso; si sentì sperduto, quasi in mezzo a un campo
nemico. Eran tutti signoroni, quelli: parenti e amici dello sposo. Quella
vecchia lì era forse la madre; quelle altre due, che parevano zitellone, forse
sorelle o cugine. S’inchinò goffamente. (Oh Dio, daccapo la marsina...) E,
curvo, come tirato da dentro, volse un altro sguardo attorno, quasi per
accertarsi se mai qualcuno avesse avvertito il crepito di quella maledettissima
scucitura sotto l’ascella. Nessuno rispose al suo saluto, quasi che il lutto, la
gravità del momento non consentissero neppure un lieve cenno del capo. Alcuni
(forse intimi della famiglia) stavano costernati attorno a un signore, nel quale
al Gori, guardando bene, parve di riconoscere lo sposo. Trasse un respiro di
sollievo e gli s’appressò, premuroso.
– Signor Grimi...
– Migri, prego.
– Ah già, Migri... ci penso da un’ora, mi creda! Dicevo Grimi, Mitri, Griti... e
non m’è venuto in mente Migri! Scusi... Io sono il professor Fabio Gori, si
ricorderà... quantunque ora mi veda in...
– Piacere, ma... – fece quegli, osservandolo con fredda alterigia; poi, come
sovvenendosi: – Ah, Gori... già! lei sarebbe quello... sì, dico, l’autore...
l’autore, se vogliamo, indiretto del matrimonio! Mio fratello m’ha raccontato...
– Come, come? scusi, lei sarebbe il fratello?
– Carlo Migri, a servirla.
– Favorirmi, grazie. Somigliantissimo, perbacco! Mi scusi, signor Gri... Migri,
già, ma... ma questo fulmine a ciel sereno... Già! Io purtroppo... cioè,
purtroppo no: non ho da recarmelo a colpa diciamo... – ma, sì, indirettamente,
per combinazione, diciamo, ho contribuito...
Il Migri lo interruppe con un gesto della mano e si alzò.
– Permetta che la presenti a mia madre.
– Onoratissimo, si figuri!
Fu condotto davanti alla vecchia signora, che ingombrava con la sua enorme
pinguedine mezzo canapè, vestita di nero, con una specie di cuffia pur nera su i
capelli lanosi che le contornavano la faccia piatta, giallastra, quasi di
cartapecora.
– Mamma, il professor Gori. Sai? quello che aveva combinato il matrimonio di
Andrea.
La vecchia signora sollevò le palpebre gravi sonnolente, mostrando, uno più
aperto e l’altro meno, gli occhi torbidi, ovati, quasi senza sguardo.
– In verità, – corresse il professore, inchinandosi questa volta con trepidante
riguardo per la marsina scucita, – in verità, ecco... combinato no: non... non
sarebbe la parola... Io, semplicemente...
– Voleva dare un’istitutrice alle mie nipotine, – compì la frase la vecchia
signora, con voce cavernosa. – Benissimo! Così difatti sarebbe stato giusto.
– Ecco, già... – fece il professor Gori. – Conoscendo i meriti, la modestia
della signorina Reis.
– Ah, ottima figliuola, nessuno lo nega! – riconobbe subito, riabbassando le
palpebre, la vecchia signora. – E noi, creda, siamo oggi dolentissimi...
– Che sciagura! Già! Così di colpo! – esclamò il Gori.
– Come se non ci fosse veramente la volontà di Dio, – concluse la vecchia
signora.
Il Gori la guardò.
– Fatalità crudele...
Poi, guardando in giro per il salotto, domandò:
– E il signor Andrea?
Gli rispose il fratello, simulando indifferenza:
– Ma... non so, era qui, poco fa. Sarà andato forse a prepararsi.
– Ah! – esclamò allora il Gori, rallegrandosi improvvisamente. – Le nozze dunque
si faranno lo stesso?
– No! che dice mai! – scattò la vecchia signora, stupita, offesa. – Oh Signore
Iddio! Con la morta in casa? Ooh!
– Oooh! – echeggiarono, miagolando, le due zitellone con orrore.
– Prepararsi per partire, – spiegò il Migri. – Doveva partire oggi stesso con la
sposa per Torino. Abbiamo le nostre cartiere lassù, a Valsangone; dove c’è tanto
bisogno di lui.
– E... e partirà... così? – domandò il Gori.
– Per forza. Se non oggi, domani. L’abbiamo persuaso noi, spinto anzi, poverino.
Qui, capirà, non è più prudente, né conveniente che rimanga.
– Per la ragazza... sola, ormai... – aggiunse la madre con la voce cavernosa. –
Le male lingue...
– Eh già, – riprese il fratello. – E poi gli affari... Era un matrimonio...
– Precipitato! – proruppe una delle zitellone.
– Diciamo improvvisato, – cercò d’attenuare il Migri. – Ora questa grave
sciagura sopravviene fatalmente, come... sì, per dar tempo, ecco. Un
differimento s’impone... per il lutto... e... E così si potrà pensare,
riflettere da una parte e dall’altra...
Il professor Gori rimase muto per un pezzo. L’impaccio irritante che gli
cagionava quel discorso, così tutto sospeso in prudenti reticenze, era pur
quello stesso che gli cagionava la sua marsina stretta e scucita sotto
l’ascella. Scucito allo stesso modo gli sembrò quel discorso e da accogliere con
lo stesso riguardo per la scucitura segreta, col quale era proferito. A
sforzarlo un po’, a non tenerlo così composto e sospeso, con tutti i debiti
riguardi, c’era pericolo che, come la manica della marsina si sarebbe staccata,
così anche si sarebbe aperta e denudata l’ipocrisia di tutti quei signori.
Sentì per un momento il bisogno d’astrarsi da quell’oppressione e anche dal
fastidio che, nell’intontimento in cui era caduto, gli dava il merlettino
bianco, che orlava il collo della casacca nera della vecchia signora. Ogni qual
volta vedeva un merlettino bianco come quello, gli si riaffacciava alla memoria,
chi sa perché, l’immagine d’un tal Pietro Cardella, merciajo del suo paesello
lontano, afflitto da una cisti enorme alla nuca. Gli venne di sbuffare; si
trattenne a tempo, e sospirò, come uno stupido:
– Eh, già... Povera figliuola!
Gli rispose un coro di commiserazioni per la sposa. Il professor Gori se ne
sentì all’improvviso come sferzare, e domandò, irritatissimo:
– Dov’è? Potrei vederla?
Il Migri gl’indicò un uscio nel salottino:
– Di là, si serva...
E il professor Gori vi si diresse furiosamente.
Sul lettino, bianco, rigidamente stirato, il cadavere della madre, con un’enorme
cuffia in capo dalle tese inamidate.
Non vide altro, in prima, il professor Gori, entrando. In preda a
quell’irritazione crescente, di cui, nello stordimento e nell’impaccio, non
riusciva a rendersi esatto conto, con la testa che già gli fumava, anziché
commuoversene, se ne sentì irritare, come per una cosa veramente assurda:
stupida e crudele soperchieria della sorte che, no, perdio, non si doveva a
nessun costo lasciar passare!
Tutta quella rigidità della morta gli parve di parata, come se quella povera
vecchina si fosse stesa da sé, là, su quel letto, con quella enorme cuffia
inamidata per prendersi lei, a tradimento, la festa preparata per la figliuola,
e quasi quasi al professor Gori venne la tentazione di gridarle:
– Su via, si alzi, mia cara vecchia signora! Non è il momento di fare scherzi di
codesto genere!
Cesara Reis stava per terra, caduta sui ginocchi; e tutta aggruppata, ora,
presso il lettino su cui giaceva il cadavere della madre, non piangeva più, come
sospesa in uno sbalordimento grave e vano. Tra i capelli neri, scarmigliati,
aveva alcune ciocche ancora attorte dalla sera avanti in pezzetti di carta, per
farsi i ricci.
Ebbene, anziché pietà, provò anche per lei quasi dispetto il professor Gori. Gli
sorse prepotente il bisogno di tirarla su da terra, di scuoterla da quello
sbalordimento. Non si doveva darla vinta al destino, che favoriva così
iniquamente l’ipocrisia di tutti quei signori radunati nell’altra stanza! No,
no: era tutto preparato, tutto pronto; quei signori là erano venuti in marsina
come lui per le nozze: ebbene, bastava un atto di volontà in qualcuno;
costringere quella povera fanciulla, caduta lì per terra, ad alzarsi; condurla,
trascinarla, anche così mezzo sbalordita, a concludere quelle nozze per salvarla
dalla rovina.
Ma stentava a sorgere in lui quell’atto di volontà, che con tanta evidenza
sarebbe stato contrario alla volontà di tutti quei parenti. Come Cesara, però,
senza muovere il capo, senza batter ciglio, levò appena una mano ad accennar la
sua mamma lì distesa, dicendogli: – Vede, professore? – il professore ebbe uno
scatto, e:
– Sì, cara, sì! – le rispose con una concitazione quasi astiosa, che stordì la
sua antica allieva. – Ma tu alzati! Non farmi calare, perché non posso calarmi!
Alzati da te! Subito, via! Su, su, fammi il piacere!
Senza volerlo, forzata da quella concitazione, la giovane si scosse dal suo
abbattimento e guardò, quasi sgomenta, il professore:
– Perché? – gli chiese.
– Perché, figliuola mia... ma alzati prima! ti dico che non mi posso calare,
santo Dio! – le rispose il Gori.
Cesara si alzò. Rivedendo però sul lettino il cadavere della madre, si coprì il
volto con le mani e scoppiò in violenti singhiozzi. Non s’aspettava di sentirsi
afferrare per le braccia e scrollare e gridare dal professore, più che mai
concitato:
– No! no! no! Non piangere, ora! Abbi pazienza, figliuola! Da’ ascolto a me!
Tornò a guardarlo, quasi atterrita questa volta, col pianto arrestato negli
occhi, e disse:
– Ma come vuole che non pianga?
– Non devi piangere, perché non è ora di piangere, questa, per te! – tagliò
corto il professore. – Tu sei rimasta sola, figliuola mia, e devi ajutarti da
te! Lo capisci che devi ajutarti da te? Ora, sì, ora! Prendere tutto il tuo
coraggio a due mani: stringere i denti e far quello che ti dico io!
– Che cosa, professore?
– Niente. Toglierti, prima di tutto, codesti pezzetti di carta dai capelli.
– Oh Dio, – gemette la fanciulla, sovvenendosene, e portandosi subito le mani
tremanti ai capelli.
– Brava, così! – incalzò il professore. – Poi andar di là a indossare il tuo
abitino di scuola; metterti il cappellino, e venire con me!
– Dove? che dice?
– Al Municipio, figliuola mia!
– Professore, che dice?
– Dico al Municipio, allo stato civile, e poi in chiesa! Perché codesto
matrimonio s’ha da fare, s’ha da fare ora stesso; o tu sei rovinata! Vedi come
mi sono conciato per te? In marsina! E uno dei testimoni sarò io, come volevi
tu! Lascia di qua la tua povera mamma; non pensare più a lei per un momento, non
ti paja un sacrilegio! Lei stessa, la tua mamma, lo vuole! Da’ ascolto a me: va’
a vestirti! Io dispongo tutto di là per la cerimonia: ora stesso!
– No... no... come potrei? – gridò Cesara, ripiegandosi sul letto della madre e
affondando il capo tra le braccia, disperatamente. – Impossibile, professore!
Per me è finita, lo so! Egli se ne andrà, non tornerà più, mi abbandonerà... ma
io non posso... non posso...
Il Gori non cedette; si chinò per sollevarla, per strapparla da quel letto; ma
come stese le braccia, pestò rabbiosamente un piede, gridando:
– Non me n’importa niente! Farò magari da testimonio con una manica sola, ma
questo matrimonio oggi si farà! Lo comprendi tu... – guardami negli occhi! – lo
comprendi, è vero? che se ti lasci scappare questo momento, tu sei perduta? Come
resti, senza più il posto, senza più nessuno? Vuoi dar colpa a tua madre della
tua rovina? Non sospirò tanto, povera donna, questo tuo matrimonio? E vuoi ora
che, per causa sua, vada a monte? Che fai tu di male? Coraggio, Cesara! Ci sono
qua io: lascia a me la responsabilità di quello che fai! Va’, va’ a vestirti,
va’ a vestirti, figliuola mia, senza perder tempo...
E, così dicendo, condusse la fanciulla fino all’uscio della sua cameretta,
sorreggendola per le spalle. Poi riattraversò la camera mortuaria, ne serrò
l’uscio, e rientrò come un guerriero nel salottino.
– Non è ancora venuto lo sposo?
I parenti, gl’invitati si voltarono a guardarlo, sorpresi dal tono imperioso
della voce; e il Migri domandò con simulata premura:
– Si sente male la signorina?
– Si sente benone! – gli rispose il professore guardandolo con tanto d’occhi. –
Anzi ho il piacere d’annunziare a lor signori che ho avuto la fortuna di
persuaderla a vincersi per un momento, e soffocare in sé il cordoglio. Siamo qua
tutti; tutto è pronto; basterà – mi lascino dire! – basterà che uno di loro...
lei, per esempio, sarà tanto gentile – (aggiunse, rivolgendosi a uno degli
invitati) – mi farà il piacere di correre con una vettura al Municipio e di
prevenire l’ufficiale dello stato civile, che...
Un coro di vivaci proteste interruppe a questo punto il professore. Scandalo,
stupore, orrore, indignazione!
– Mi lascino spiegare! – gridò il professor Gori, che dominava tutti con la
persona. – Perché questo matrimonio non si farebbe? Per il lutto della sposa, è
vero? Ora, se la sposa stessa...
– Ma io non permetterò mai, – gridò più forte di lui, troncandogli la parola, la
vecchia signora, – non permetterò mai che mio figlio...
– Faccia il suo dovere e una buona azione? – domandò, pronto, il Gori, compiendo
lui la frase questa volta.
– Ma lei non stia a immischiarsi! – venne a dirgli, pallido e vibrante d’ira, il
Migri in difesa della madre.
– Perdoni! M’immischio, – rimbeccò subito il Gori, – perché so che lei è un
gentiluomo, caro signor Grimi...
– Migri, prego!
– Migri, Migri, e comprenderà che non è lecito né onesto sottrarsi all’estreme
esigenze d’una situazione come questa. Bisogna esser più forti della sciagura
che colpisce quella povera figliuola, e salvarla! Può restar sola, così, senza
ajuto e senz’alcuna posizione ormai? Lo dica lei! No: questo matrimonio si farà
non ostante la sciagura, e non ostante... abbiano pazienza!
S’interruppe, infuriato e sbuffante: si cacciò una mano sotto la manica del
soprabito; afferrò la manica della marsina e con uno strappo violento se la tirò
fuori e la lanciò per aria. Risero tutti, senza volerlo, a quel razzo inatteso,
di nuovo genere, mentre il professore, con un gran sospiro di liberazione
seguitava:
– E non ostante questa manica che mi ha tormentato finora!
– Lei scherza! – riprese, ricomponendosi, il Migri.
– Nossignore: mi s’era scucita.
– Scherza! Codeste sono violenze.
– Quelle che consiglia il caso.
– O l’interesse! Le dico che non è possibile, in queste condizioni...
Sopravvenne per fortuna lo sposo.
– No! No! Andrea, no! – gli gridarono subito parecchie voci, di qua, di là.
Ma il Gori le sopraffece, avanzandosi verso il Migri.
– Decida lei! Mi lascino dire! Si tratta di questo: ho indotto di là la
signorina Reis a farsi forza; a vincersi, considerando la gravità della
situazione, in cui, caro signore, lei l’ha messa e la lascerebbe. Piacendo a
lei, signor Migri, si potrebbe, senz’alcuno apparato, zitti zitti, in una
vettura chiusa, correre al Municipio, celebrare subito il matrimonio... Lei non
vorrà, spero, negarsi. Ma dica, dica lei...
Andrea Migri, così soprappreso, guardò prima il Gori, poi gli altri, e infine
rispose esitante:
– Ma... per me, se Cesara vuole...
– Vuole! vuole – gridò il Gori, dominando col suo vocione le disapprovazioni
degli altri. – Ecco finalmente una parola che parte dal cuore! Lei, dunque,
venga, corra al Municipio, gentilissimo signore!
Prese per un braccio quell’invitato, a cui s’era rivolto la prima volta; lo
accompagnò fino alla porta. Nella saletta d’ingresso vide una gran quantità di
magnifiche ceste di fiori, arrivate in dono per il matrimonio, e si fece
all’uscio del salotto per chiamare lo sposo e liberarlo dai parenti inviperiti,
che già l’attorniavano.
– Signor Migri, signor Migri, una preghiera! Guardi...
Quegli accorse.
– Interpretiamo il sentimento di quella poverina. Tutti questi fiori, alla
morta... Mi ajuti!
Prese due ceste, e rientrò così nel salotto; reggendole trionfalmente, diretto
alla camera mortuaria. Lo sposo lo seguiva, compunto, con altre due ceste. Fu
una subitanea conversione della festa. Più d’uno accorse alla saletta, a
prendere altre ceste, e a recarle in processione.
– I fiori alla morta; benissimo; i fiori alla morta!
Poco dopo, Cesara entrò nel salotto, pallidissima, col modesto abito nero della
scuola, i capelli appena ravviati, tremante dello sforzo che faceva su se stessa
per contenersi. Subito lo sposo le corse incontro, la raccolse tra le braccia,
pietosamente. Tutti tacevano. Il professor Gori, con gli occhi lucenti di
lagrime, pregò tre di quei signori che seguissero con lui gli sposi, per far da
testimoni e s’avviarono in silenzio.
La madre, il fratello, le zitellone, gl’invitati rimasti nel salotto, ripresero
subito a dar sfogo alla loro indignazione frenata per un momento, all’apparire
di Cesara. Fortuna, che la povera vecchia mamma, di là, in mezzo ai fiori, non
poteva più ascoltare questa brava gente che si diceva proprio indignata per
tanta irriverenza verso la morte di lei.
Ma il professor Gori, durante il tragitto, pensando a ciò che, in quel momento,
certo si diceva di lui in quel salotto, rimase come intronato, e giunse al
Municipio, che pareva ubriaco: tanto che, non pensando più alla manica della
marsina che s’era strappata, si tolse come gli altri il soprabito.
– Professore!
– Ah già! Perbacco! – esclamò, e se lo ricacciò di furia.
Finanche Cesara ne sorrise. Ma il Gori, che s’era in certo qual modo confortato,
dicendo a se stesso che, in fin dei conti, non sarebbe più tornato lì tra quella
gente, non poté riderne: doveva tornarci per forza, ora, per quella manica da
restituire insieme con la marsina al negoziante da cui l’aveva presa a nolo. La
firma? Che firma? Ah già! sì, doveva apporre la firma come testimonio. Dove?
Sbrigata in fretta l’altra funzione in chiesa, gli sposi e i quattro testimonii
rientrarono in casa.
Furono accolti con lo stesso silenzio glaciale.
Il Gori, cercando di farsi quanto più piccolo gli fosse possibile, girò lo
sguardo per il salotto e, rivolgendosi a uno degli invitati, col dito su la
bocca, pregò:
– Piano piano... Mi saprebbe dire di grazia dove sia andata a finire quella tal
manica della mia marsina, che buttai all’aria poc’anzi?
E ravvolgendosela, poco dopo, entro un giornale e andandosene via quatto quatto,
si mise a considerare che, dopo tutto, egli doveva soltanto alla manica di
quella marsina stretta la bella vittoria riportata quel giorno sul destino,
perché, se quella marsina, con la manica scucita sotto l’ascella, non gli avesse
suscitato tanta irritazione, egli, nella consueta ampiezza dei suoi comodi e
logori abiti giornalieri, di fronte alla sciagura di quella morte improvvisa, si
sarebbe abbandonato senz’altro, come un imbecille, alla commozione, a un inerte
compianto della sorte infelice di quella povera fanciulla. Fuori della grazia di
Dio per quella marsina stretta, aveva invece trovato, nell’irritazione, l’animo
e la forza di ribellarvisi e di trionfarne.
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