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NOVELLE PER UN ANNO - 1924 - TUTT'E TRE
Edita nel 1924, la raccolta "Tutt'e tre" costituisce il settimo volume delle
Novelle per un anno e include racconti già pubblicati tra il 1897 ed il 1923. |
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3. Il bottone della palandrana (1913)
«Corriere della Sera», 15
gennaio 1913, poi in «Le due maschere», Quattrini Firenze 1914.
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Non gridarono; non fecero chiasso. A
bassa voce, anzi senza voce, l’uno di fronte all’altro, prima l’uno e poi
l’altro, si sputarono in faccia l’accusa:
– Spia!
– Ladro!
E seguitarono così – spia! ladro! – come se non volessero più finire, allungando
ogni volta il collo, come fanno i galli a pinzare, e pigiando a mano a mano
sempre più, l’uno su l’i di spia, l’altro su l’a di ladro.
Gli alberetti, affacciati di qua e di là dai muri di cinta che incassavano
quella viuzza stretta e sassosa tra i campi, pareva stessero a godersi la scena.
Perché quelli di qua sapevano da qual parte del muro Meo Zezza s’era poc’anzi
collato; quelli di là, dove don Filiberto Fiorinnanzi si teneva prima nascosto.
E di qua e di là, passeri, cince e beccafichi, quasi n’avessero avuto il segnale
dagli alberetti in vedetta, accompagnavano con un coro di sfrenata ilarità
quell’aspra rissa sottovoce, a petto a petto, ferma ancora su quelle due parole,
che invece di levarsi su, acute, si stiracchiavano pigiate sempre più dallo
sprezzo:
– Spiiia!
– Laaadro! |
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– Spiiiia!
– Laaaadro!
E alla fine, quando entrambi sentirono
di essersi raschiata la gola e credettero d’aver ciascuno impresso su la grinta
dell’altro, indelebilmente, il marchio d’infamia contenuto in quella parola
tante volte e con tanta veemenza ripetuta, si voltarono le spalle, e Meo Zezza
prese di qua e don Filiberto Fiorinnanzi di là, frementi, ansimanti, schizzando
faville dagli occhi, stirandosi il collo in su, il panciotto in giù, e
ripetendo, fra il tremolio delle labbra aride, quello: – Spia... spia... spia...
– e questo: – Ladro... ladro... ladro...
Ultimi guizzi della fiammata.
Ma l’ira e lo sdegno si riaccesero in don Filiberto Fiorinnanzi, appena varcata
la soglia di casa.
Spia, lui?
Si sentiva tutto insozzato da quella parola; e si levò, sbuffando, la
palandrana.
Spia, un galantuomo, perché s’accorge di un ladro, che da tant’anni ruba a man
salva?
E, con le mani che ancora gli ballavano, si mise a spazzolar la palandrana,
prima di riporla nell’armadio.
Ma a chi e quando aveva lui denunziato i furti continuati di quel ladro? Non
aveva mai aperto bocca con nessuno, mai! Si era solamente contentato, fino a
poco tempo fa, di fissarlo: ecco, sì, di guatare Meo Zezza in un certo modo
speciale, quando costui, sempre tutto fremente di calda bestialità festosa, gli
s’appressava e, con un lustro sguajato negli occhi e nei denti, accennava con le
manacce paffute e pelose di toccarlo qua e là.
Rigido, interito, egli aveva schivato quei toccamenti, e con una grave opaca
durezza di sguardo nei grossi occhi sempre un po’ ingialliti dalle continue bili
che si pigliava, gli aveva chiaramente significato, che s’era accorto e sapeva.
– Ladro... ladro... – andava ancora ripetendo aggirandosi per la stanza, in
maniche di camicia, e tastando qua e là con dita ignare e malferme questo e
quell’oggetto.
Alla fine sedette stanco morto, appiè del letto, e si mise a guardare la
candela, come se gli paresse strano che essa quietamente ardesse sul comodino da
notte e lo invitasse, come ogni sera, ad andare a letto.
Non si ricordava d’averla accesa.
Finì di spogliarsi; si cacciò sotto le coperte; ma per quella notte non poté
chiudere occhio.
Da molti anni, dopo molte e intricatissime meditazioni, credeva d’essere
riuscito a darsi una spiegazione sufficiente di tutte le cose; a sistemarsi
insomma il mondo per suo conto; e pian piano s’era messo a camminarci dentro,
non molto sicuro, no, anzi con l’animo sempre un po’ sospeso e pericolante,
nell’aspettativa d’una qualche improvvisa violenza, che glielo buttasse all’aria
tutt’a un tratto, sgarbatamente.
S’era da un pezzo costituito esempio a tutti di compostezza e di misura, nel
trattar gli affari, nelle discussioni che si facevano al circolo o nei caffè, in
tutti gli atti, nel modo anche di vestire e di camminare. E Dio sa quanto doveva
costargli tenere anche d’estate rigorosamente abbottonata quella sua palandrana
vecchiotta, sì, ma piena di gravità e di decoro, e regger su ritto quel suo
testone inteschiato e venoso sul lungo collo esilissimo per sostenere la rigida
austerità del portamento.
Voleva che il suo sguardo, il suo mostrarsi a ogni bisogno fossero tacito
ammonimento o muta riprensione; specchio, sostegno, intoppo, consiglio. È vero
che, sempre, per paura che lo specchio fosse appannato dai fiati brutali della
plebe, o che il sostegno fosse scalzato con qualche spintone che lo mandasse a
schizzar lontano, soleva tenersi alquanto discosto; ma pur sempre restava con
tutto il corpo a far atto di volersi appressare e parare e moderare, secondo i
casi.
Soffriva indicibilmente nelle dita vedendo qualcuno andar per via con la giacca
sbottonata o col giro della cravatta fuori del colletto; avrebbe pagato lui, di
sua borsa, un operajo per dare una mano di vernice allo zoccolo dello sporto
nella bottega di faccia al caffè, rifatto nuovo e lasciato lì di legno grezzo; e
ogni sera se ne tornava oppresso e sbuffante dalla passeggiata fino in fondo al
viale all’uscita del paese, dopo aver constatato, che ancora (dopo tanti mesi)
dal Municipio non era venuto l’ordine di rimettere un vetro rotto all’ultimo
lampione di quel viale. Come se tutt’intorno l’universo s’imperniasse in quel
lampione rotto, don Filiberto Fiorinnanzi non aveva più pace.
L’incuria, la rilassatezza altrui lo offendevano; se protratte, lo esacerbavano,
ma, a poco a poco, per quietarsi, per salvare quella sua sistemazione
dell’universo, si metteva a escogitar scuse e attenuanti a quell’incuria, a
quella rilassatezza. E ci riusciva alla fine; ma con questo: che la
sistemazione, a mano a mano, accogliendo quelle scuse e quelle attenuanti,
perdeva di rigidità, s’ammolliva, pencolava di qua e di là; e don Filiberto si
vedeva da un altro canto costretto a darsi pena per tenerla su, a furia di
rincalzi, ora da una parte, ora dall’altra.
Santo Dio, era giunto finanche ad ammettere che si potesse rubare! Si, ma con
una certa discrezione, almeno; per modo che il ladro salisse a poco a poco nella
stima e nel rispetto della gente onesta e desse tempo a considerare che dopo
tutto forse non è tanto ladro il ladro, quanto imbecille chi si lascia rubare.
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Il caso di Meo Zezza era veramente grave. In pochissimo tempo costui era saltato
su, coi denari rubati, a pretendere, a imporre una considerazione che gli doveva
assolutamente esser negata; a trattare confidenzialmente, a tu per tu, con chi
per nascita, per età, per educazione doveva essergli e restargli superiore. E
poi qua non si poteva in nessun modo ammettere che fosse imbecille il padrone a
cui Meo Zezza rubava. Si sapeva anzi a Forni, che il marchese Di Giorgi–Decarpi
amministrava i suoi vastissimi beni così esemplarmente, che ogni anno gli alunni
delle scuole commerciali erano condotti dai loro professori a studiare il
congegno di quell’amministrazione come un modello del genere.
Circa trent’anni fa, il padre del Marchese aveva rischiato tutti i suoi capitali
nella grande impresa del prosciugamento delle paludi dell’Irbio, ed era morto
prima di veder l’esito felice dell’impresa. Il figliuolo, giovanissimo, ora si
godeva in città la rendita d’una delle più estese e ubertose tenute del
mezzogiorno d’Italia. Non era mai venuto neppure una volta a visitarla, è vero;
ma il merito dell’amministrazione era suo. La tenuta era divisa in settori; ogni
settore, con a capo un ministro, comprendeva dieci poderi. Uno dei ministri era
Meo Zezza.
Come mai una così specchiata amministrazione non si rendeva conto dei furti
continuati e così esorbitanti di quel cagliostro? Saltavano agli occhi di tutti;
e lui stesso lo Zezza, lui stesso, con la sua espansiva spontaneità di bestia
impudente, quasi non ne faceva più mistero.
Levatosi la mattina appresso, con negli orecchi ancora il fischio di quella
parola: spia, don Filiberto Fiorinnanzi fece animo risoluto. Serrò i denti;
serrò le pugna. Doveva aver fine, perdio, una così enorme sconcezza, una
siffatta oltracotanza.
Spia? Ebbene, sì, spia. Raccoglieva la sfida. Avrebbe steso una formale denunzia
di tutti i furti perpetrati da colui in tanti anni.
Ci lavorò una decina di giorni. Quando alla fine ne venne a capo, si chiuse più
rigidamente che mai nell’austera palandrana, e senza punto nascondersi, con la
denunzia sotto il braccio, prese posto nella vettura che conduceva alla stazione
ferroviaria, e parti per la città.
Appena giunto, si recò difilato all’amministrazione del marchese Di Giorgi–Decarpi.
Subito, entrando, si sentì compreso di tanta riverenza e ammirazione, che non
solo non si ebbe a male delle molte difficoltà che gli furono opposte per esser
ricevuto dal signor Marchese, ma anzi se ne compiacque assai e le approvò tutte
e vi si sottomise con infiniti inchini e sorrisi di beatitudine.
Era il regno dell’ordine, quello! L’interno d’un orologio. Tutto lucido e
preciso. Usceri in livrea; scale di marmo, corridoj da potercisi specchiare, con
magnifiche guide, illuminati a luce elettrica, riscaldati a termosifone; e per
tutto tabelle: Sezione I, Sezione II, Sezione III, e a ogni uscio l’indicazione
dell’ufficio. L’illustrissimo signor Marchese non concedeva udienza se non nei
giorni fissati e nelle ore fissate: il mercoledì e il sabato, dalle 10 alle 11:
e, per essere ammessi a quelle udienze, bisognava farne domanda due giorni
avanti, riempiendo un modulo a stampa sul primo tavolino della seconda stanza
della segreteria particolare, al primo piano, Sezione I, secondo corridojo a
destra. Per chi avesse fretta e non potesse aspettare quei giorni fissati, c’era
l’ufficio delle comunicazioni urgenti, nello stesso piano, alla stessa Sezione,
primo corridojo a sinistra, uscio terzo.
– No no, ah no no... – disse don Filiberto.
Le comunicazioni, ch’egli aveva da fare, non erano tanto urgenti quanto gravi, e
voleva farle al Marchese direttamente.
– Viene apposta da Forni? – gli domandò il capo–uscere.
– Sissignore, da Forni, apposta.
– Ma oggi è giovedì.
– Non fa nulla. Se questa è la regola, aspetterò fino a sabato, alle dieci.
Il capo–uscere si rivolse allora a un ragazzotto anch’esso in livrea.
– Va’ su a prendere un modulo!
Ma don Filiberto Fiorinnanzi non volle assolutamente permetterlo.
– No no, scusi, che c’entra? Vado io, vado io.
E risalì a riempire il modulo a stampa sul primo tavolino della seconda stanza
della segreteria particolare, al primo piano, Sezione I, secondo corridojo a
destra.
Si preparò in quei due giorni all’udienza, raccogliendo come a un supremo
cimento tutte le sue facoltà mentali. Un esordio, breve, perché certo il
Marchese non poteva aver tempo d’ascoltare parole che non si riferissero a
fatti; ma egli doveva pure, innanzi tutto, dichiarare l’animo e le ragioni che
lo movevano a quella denunzia; poi, punto per punto, avrebbe esposto i fatti.
Era felice di mettere a servizio l’opera sua, disinteressatamente, contro quel
ladro che con tanta pervicacia s’accaniva a imbrogliare un ordine di cose così
maravigliosamente costituito.
La mattina del sabato, dieci minuti prima dell’ora fissata, si trovò
nell’anticamera della segreteria particolare. Era il primo iscritto e, appena
scoccate le dieci, fu introdotto alla presenza del Marchese.
Era costui un omettino a cui la raffinata eleganza dell’abito non riusciva a
togliere, anzi accresceva una certa ispida acerbità campagnuola. La spalliera
del seggiolone su cui stava seduto innanzi alla scrivania gli superava d’un
palmo la testa. Inchinò appena il capo in risposta al profondo ossequio del
visitatore; con la mano gli fe’ cenno di sedere; poi poggiò un gomito sul
bracciuolo e abbassò la fronte sulla palma, nascondendovi un occhio.
L’altro occhio, armato da una rigida caramella cerchiata di tartaruga, don
Filiberto Fiorinnanzi se lo vide piantare in faccia con una fissità così dura e
ostile e persistente, che sentì gelarsi il sangue nelle vene e imbrogliarsi in
bocca le parole del breve esordio con tanto studio preparato.
Quell’occhio diffidava; quell’occhio non credeva al disinteresse; quell’occhio
severissimamente lo ammoniva a non dir cosa che non avesse prova e fondamento
nei fatti, e con inflessibile acume scrutava attraverso ogni parola che gli
usciva con tremore dalle labbra.
Se non che, a un certo punto, il Marchese si tolse la mano dalla fronte, e
scoprì l’altro occhio: un languido, melenso occhio svogliato, un occhio che, per
così dire, sbadigliava e che si rivolgeva al visitatore, come a chieder pietà.
Don Filiberto Fiorinnanzi si sentì a un tratto crollare in fondo allo stomaco
tutte le viscere sospese.
Quell’occhio, quell’occhio che gli aveva incusso tanto terrore, era... era
dunque finto? di vetro? Ah Dio, sì, di vetro. E dunque il Marchese, tenendo
coperto quello vero, non solo non lo aveva finora così terribilmente fissato e
scrutato e minacciato, ma neppure s’era curato di veder chi fosse entrato a
parlargli; e forse non aveva neanche ascoltato nulla di quanto egli con tanta
trepidazione gli aveva detto.
– Vengo... signor Marchese... vengo ai fatti... balbettò tutto smorto e
smarrito.
– Ecco, sì, mi faccia questa grazia, – miagolò il Marchese.
E posando il pugno, ora, sulla scrivania, vi appoggiò la fronte. Non si rimosse
più da quella positura. Don Filiberto Fiorinnanzi poteva supporre che dormisse.
Alla fine, alzò la fronte dal pugno; disse:
– Permette?
E stese la mano a ricevere il foglio della denunzia. Lo scorse sbadatamente; poi
si cacciò una mano in tasca, ne trasse un mazzetto di chiavi, aprì un cassetto
dello stipo accanto alla scrivania, ne prese una carta, la pose accanto al
foglio, e su questo con un lapis turchino si mise a far brevi segni di richiamo,
a mano a mano che leggeva in quella. Quand’ebbe terminato, senza dir nulla,
porse a don Filiberto Fiorinnanzi il suo foglio segnato e quella carta tratta
dallo stipo.
Don Filiberto, perplesso, imbalordito, guardò l’uno e l’altra, poi il Marchese,
poi di nuovo il suo foglio e quella carta, e s’accorse che in questa erano già
esposti, quasi con lo stesso ordine, tutti i furti dello Zezza, ch’egli era
venuto a denunziare.
– Ah dunque... – disse, appena poté rinvenire dallo sbalordimento, – ah, dunque
a Vostra Signoria... a Vostra Signoria Illustrissima... erano già noti...
– Come vede, – lo interruppe freddamente il Marchese. – E anzi, se ella guarda
più attentamente nella mia carta, vedrà che ci son noverati molti altri furti
che non si trovano nella sua denunzia.
– Già... già... vedo... vedo... – riconobbe più che mai smarrito nello stupore,
don Filiberto. – Ma dunque...
Il piccolo Marchese tornò ad appoggiare il gomito sul bracciuolo e a nascondersi
con la mano l’occhio sano, stanco e svogliato.
– Caro signore, – sospirò, – e che vuole che me n’importi?
La terribile fissità dell’occhio di vetro, armato della caramella cerchiata di
tartaruga, fece un contrasto orribile con la stanchezza di questo sospiro.– Sono
cose, – seguitò, – che esorbitano dalla mia amministrazione.
– Esorbitano?
– Già. Noi qua dobbiamo guardare e guardiamo Zezza ministro. Come tale, lo
abbiamo trovato sempre ineccepibile. Zezza uomo non ci riguarda, caro signore.
Dirò di più: è per noi anzi un vantaggio, che egli sia così ladro, o piuttosto
così desideroso di arricchirsi. Mi spiego. Agli altri ministri che si tengono
paghi, più o meno, al loro stipendio soltanto, non preme affatto che i poderi
rendano qualche cosa di più di quello che potrebbero rendere. Preme invece allo
Zezza, perché, oltre che a noi, essi debbono rendere anche a lui. E il risultato
è questo: che nessuno dei settori ci rende tanto quanto quello di cui Zezza è
ministro.
– Ma dunque... – fece ancora una volta, come in un singhiozzo, don Filiberto.
– Oh, dunque, – ripigliò alzandosi per licenziarlo il Marchese, – io la
ringrazio tanto, a ogni modo, caro signore, dell’incomodo che Ella ha voluto
prendersi; quantunque... oh Dio, sì... forse avrebbe potuto immaginarsi che a
una amministrazione come la mia questi fatti non potevano restare ignoti. Questi
e altri, com’Ella ha potuto vedere. Ma a ogni modo, io la ringrazio e me le
professo gratissimo. Si stia bene, caro signore.
Don Filiberto Fiorinnanzi uscì stordito, stonato, insensato addirittura, dalla
sede dell’amministrazione.
– E dunque...
La conclusione l’aveva in mano.
Un bottone della palandrana. Sentendo parlare a quel modo il Marchese, se l’era
tante volte rigirato sul petto, quel bottone, che esso alla fine gli s’era
staccato e gli era rimasto tra le dita.
Ma, ormai, a che gli serviva più? Poteva bene andar per via con la palandrana
sbottonata, e anche svoltata, con le maniche alla rovescia, e anche col cappello
assettato sotto sopra sul capo.
L’universo, ormai, per don Filiberto Fiorinnanzi era tutto quanto e per sempre
scombussolato.
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