|
E lo guardò, in così dire, da vicino, così affitto affitto e con certi occhi
così smarriti e atroci, da pazzo, che al Notajo passò la tentazione di tirargli
una spinta per levarselo d’addosso e mandarlo a schizzar lontano.
Quasi non gli parve vero. Provò schifo nel sentir la magrezza di quelle braccia
sotto la stoffa pelosa dell’abito ritinto, nella violenza che facevano per
aggrapparglisi al collo in quella convulsione di pianto. E con questo schifo
nelle dita, si voltò verso la finestra chiusa della stanza, come per cercare uno
scampo. Chi sa perché, in quella finestra notò subito la croce che nella vetrata
formavano le bacchette di ferro arrugginite. E, nello stesso tempo, una strana
relazione avvertì tra l’orribile peso di quell’uomo che gli piangeva sul petto e
tutta la solinga tristezza della sua vita di vecchio scapolo grasso, quale ora
gli appariva evidente dai vetri sudici di quella finestra sul cielo bigiognolo
della mattinata autunnale.
Per sottrarsi a quell’incubo, si mise a esortare il piangente a farsi animo: gli
promise che non l’avrebbe abbandonato; che sarebbe andato a trovarlo a casa;
come prima, sì!
– Ma Teresina... Teresina, signor Cavaliere... Teresina, non la troverà più! Non
le reggerà il cuore, a Vossignoria...
– Se ti dico che verrò! Verrò, verrò...
E così alla fine riuscì a mandarlo via.
Rimasto solo, stette per più di cinque minuti ad aprire e chiudere le mani,
tutto vibrante, congestionato, e a muggire, a fischiare, a gridare in tutti i
toni:
– Perdio... perdio... perdio...
Seduto su uno sgabello di ferro della sua botteguccia di caffè, curvo, con gli
occhi fissi sul marmo impolverato d’uno dei tavolinetti, Bellavita aspettò
parecchi giorni la promessa visita del notajo Denora.
Ma né il Notajo venne, né nessuno dei suoi amici, che prima solevano passar là
nel caffeuccio le mezze giornate a conversare, a leggere i giornali, a giocare a
carte.
Con Michelino stretto tra le braccia, quando il ragazzo ritornava dalla scuola,
Bellavita si sfaceva in lagrime, aspettando. A un certo punto, perché il cuore
gonfio non gli scoppiasse in petto, balzava in piedi; affidava la botteguccia al
vecchio cameriere che dormiva sempre, e si recava lui di nuovo, con Michelino, a
trovare in casa il signor Notajo.
Solo dopo quattro o cinque di quelle visite, cominciò a comprendere che esse non
erano bene accette al Notajo. Non disse nulla. Aggiunse al pianto, sempre vivo
per la morte della moglie, altro pianto per questo nuovo dolore, e diradò un
poco le visite. Quando andava, mandava dentro lo studio del Notajo Michelino, e
lui si sedeva silenzioso e con gli occhi chiusi nell’anticamera, lì accanto alla
bussola di panno verde ingiallito con l’occhio opaco nel mezzo. A poco a poco le
palpebre gli si gonfiavano di pianto, e le lagrime gli gocciolavano grosse e
spesse per le guance scavate. Il naso, pieno anch’esso di lagrime, gli veniva di
soffiarselo forte; se lo soffiava piano, per non disturbare; piano piano... E di
tutta quella sua delicatezza non rimeritata s’inteneriva angosciosamente; e
quell’angosciata tenerezza gli si scioglieva subito in un nuovo e più urgente
sgorgo di lagrime.
– T’ha baciato, di’, t’ha baciato? – domandava subito a Michelino, accorrendo
come un assetato, appena lo vedeva uscire dallo studio.
Michelino alzava le spalle, seccato, non comprendendo il perché di
quell’ansiosa, insistente premura del padre di sapere che cosa gli avesse detto
e fatto il Notajo.
– Non t’ha baciato?
– M’ha fatto così, – rispondeva alla fine Michelino, passandosi celermente una
mano sui capelli irsuti.
– E nient’altro?
– Nient’altro.
Lo accompagnava a casa; lo raccomandava alla serva; e ritornava alla bottega,
dove ritrovava il vecchio cameriere che dormiva ancora, nel solito angolo, con
la bocca aperta, mangiato dalle mosche.
Tutta la bottega, dalle vetrine laccate un tempo di bianco, ora ingiallite e
scrostate, sonava del ronzio fitto, continuo, opprimente di quelle mosche.
Bellavita tornava a sedere, curvo, su lo sgabello di ferro, e stava lì, immobile
per ore e ore, con gli occhi fissi, aguzzi, spasimosi, che pareva finissero di
divorargli la faccia smunta e smorta, dalla barba non rifatta da parecchi
giorni. E allora quelle mosche cominciavano a mangiarsi anche lui: gli si
posavano sugli orecchi, sul naso, sul mento; ma egli non le avvertiva nemmeno;
o, al più, levava appena appena una mano a cacciarle, quando già erano volate
via.
Erano diventate le padrone della bottega, quelle mosche; avevano incrostato
delle loro sudicerie i due veli, l’uno color di rosa e l’altro celeste, tutt’e
due scoloriti, che sul banco coprivano le paste già secche, le torte indurite,
con la marmellata tutta gromme di muffa.
Nella scaffalatura in fondo le bottiglie dei liquori eran tutte coperte di
polvere. E su uno dei piatti della bilancia, sul banco, era rimasto un peso
d’ottone, a ricordare l’ultima vendita di dolci fatta dalla moglie, che fino a
poco tempo addietro sedeva là, ridente e sfavillante, a quel banco, col nasino
bianco di cipria, lo scialletto rosso di seta a lune gialle sul seno prosperoso,
i cerchioni d’oro agli orecchi; e ogni sorriso di risposta a ogni sguardo che le
fosse rivolto, le scopriva le pozzette alle guance leggermente imbellettate.
Lo aveva ancora nelle narici il profumo di quella donna e gli veniva di serrare
i pugni, assalito da una disperata voglia di fracassar quelle vetrine, di
rovesciar quelle bottiglie, che gli esasperavano insopportabilmente l’angoscia
con la loro simmetrica immobilità di cose che potevano seguitare a esser per sé,
là come prima, mentre tutto per lui era finito, finito!
E l’infame calunnia ch’egli tenesse su quella bottega di caffè coi denari del
notajo Denora; quand’invece, aveva proibito alla moglie d’accettare perfino
quello che si dice un fiore dal signor Notajo! Si pigliava i soldi del caffè,
quando il Notajo veniva lì con gli amici, proprio perché, a non pigliarseli, gli
sarebbe parso di dar troppo nell’occhio; ma Dio sa quanto ne soffriva! Altro che
quel poco di caffè, pur fatto con specialissima cura, gli avrebbe dato il sangue
delle vene, per la sviscerata gratitudine che gli serbava, della difesa che nei
primi tempi del matrimonio il signor Notajo aveva fatto di lui contro la moglie
che lo accusava di poco avvedimento, di poco tatto con gli avventori e
d’inesperienza anche e di goffaggine; gratitudine poi della pace che il signor
Notajo, con la sua tranquilla e circospetta relazione, gli aveva rimesso in
famiglia; gratitudine della rivincita che con l’amicizia di lui aveva potuto
prendersi su tutti coloro che lo avevano sempre deriso per le sue arie da
«persona civile», che sapeva trattare e stare in confidenza coi meglio signori.
Come mai, ora ch’era rimasto così stroncato dalla sciagura, nemmeno uno di essi
si faceva più vedere al caffè? Che male aveva fatto al signor Notajo, da esser
trattato così dai suoi amici? Se mai qualcuno tra loro due, poteva aver rimorso
d’aver fatto male all’altro, quest’uno certamente non poteva esser lui.
Non se ne dava pace, Bellavita. Ne impazziva, parola d’onore, ne impazziva!
Ma finalmente, un giorno, ecco presentarsi alla soglia del caffeuccio uno dei
più intimi amici del notajo Denora.
Appena lo vide, Bellavita balzò in piedi:
– Pregiatissimo signor avvocato!
Ma subito, colto da vertigine, fu costretto a recarsi una mano sugli occhi e a
sorreggersi con l’altra al tavolinetto.
– Oh Dio! Bellavita, che è?
– Niente, signor avvocato. La gioja. Come ho veduto entrare Vossignoria... Mi
sono alzato troppo di furia. Sono tanto debole, signor avvocato! Ma niente, ora
è passato.
– Povero Bellavita, – fece quegli, posandogli una mano su la spalla. – Sì, lo
vedo, siete molto deperito. No no, state, state seduto.
– Ma Vossignoria s’accomodi, per carità!
– Ecco, sì, seggo qua.
– Comanda un caffè? una bibita?
– No, niente. State seduto. Vengo a nome del notajo Denora, caro Bellavita, a
farvi una proposta.
– A nome...?
– Del notajo Denora.
Bellavita, nel sentir nominare il notajo Denora, così, come a tradimento,
appassì e guardò quel signore come se fosse venuto a togliergli anche l’aria da
respirare.
– Ho inteso, – disse. – Ma scusi...
E non poté seguitare, al pensiero che il signor Notajo avesse sentito il bisogno
di rivolgersi a un altro per fare a lui una proposta.
Interpretando male il doloroso sbalordimento che si dipinse sul volto di
Bellavita, colui s’affrettò a esortarlo:
– Non v’allarmate, non v’allarmate, caro Bellavita. È per il bene del vostro
ragazzo.
– Di Michelino?
– Di Michelino, sì. Voi sapete che il Notajo gli ha voluto sempre bene, e
seguita a volergliene.
– Sì? Ah sì? – fece subito Bellavita, protendendosi, con gli occhi d’improvviso
ridenti di lagrime. E l’angoscia tormentosa di tutti quei giorni gli fece impeto
per trovare uno sfogo in un torrente di domande ansiose attraverso la gioja
insperata e inattesa di quella notizia.
– E perché allora... – cominciò a dire.
Ma quegli parò le mani, a interromperlo subito.
– Lasciatemi dire, vi prego. Il Notajo vi propone, caro Bellavita, di mettere il
ragazzo in un collegio, a Napoli.
Bellavita sgranò tanto d’occhi, ripiombando nello sbalordimento doloroso, ma col
sospetto ormai che il discorso che quel signore era venuto a fargli, nascondeva
sotto ogni parola un tradimento preparato dal Notajo.
– A Napoli? – disse. – Il ragazzo? E perché?
– Per dargli una migliore educazione, – rispose subito quegli, come se fosse una
cosa chiara per se stessa, evidente. – E si assumerà il Notajo, s’intende, tutte
le spese, purché voi consentiate a separarvene.
Dapprima ancor quasi smarrito, poi a mano a mano raffermandosi sempre più in
quel sospetto che lo riempiva di sgomento e d’indignazione a un tempo, Bellavita
cominciò a domandare e a dire:
– E perché? Il ragazzo, qua, studia, signor avvocato; va bene a scuola; io lo
tengo d’occhio. Perché il signor Notajo mi propone di mandarlo in un collegio, e
così lontano, a Napoli? E io? Ah, non vuol più tenere nessun conto di me, il
signor Notajo? Senza il ragazzo, io morrei... Sto morendo io, signor avvocato,
sto morendo qua, di crepacuore, abbandonato da tutti, senza sapere perché! Ma
che gli ho fatto io, che gli ho fatto, in nome di Dio? Vuol levarmi anche il
ragazzo?... No, no, mi lasci dire! Non è vero niente, signor avvocato, che gli
sta a cuore l’educazione di Michelino. No. È altro! è altro! E io lo so, signor
avvocato, che cos’è! Ma come? Mi parla di spese, lui? osa parlarmi di spese? E
quando mai ho ricorso a lui per mantenere il ragazzo come un figlio di signori?
Io, coi miei soli mezzi! io! E finché campo, ci penserò sempre io, glielo dica!
Non posso mandarlo a Napoli. Ma quand’anche potessi, non vorrei. Perché il
signor Notajo mi fa dir questo? Ha forse creduto che gli portavo il ragazzo per
averne qualche cosa?
A questo punto l’amico cercò d’arrestar la foga di tutte queste domande
irrompenti, approfittando del sospetto, realmente infondato, contenuto
nell’ultima domanda di Bellavita. Ma questi non si lasciò sopraffare.
– Non è per questo? – incalzò. – E allora perché? Forse perché non vuol più
vedere neanche il ragazzo? Me, da un pezzo, non mi vede più!
– Oh, alle corte, – disse allora risolutamente quell’amico, assai seccato. – Ora
ci siamo! È questo, caro Bellavita. Parliamoci chiaro.
Ma chiaro, veramente, quando fu al dunque, stentò più d’un poco a parlare
quell’amico, perché non era mica facile far comprendere a Bellavita il dispetto
del Notajo per il suo canino attaccamento. Come spiattellargli in faccia che,
con la morte della donna, il Notajo aveva creduto d’essersi liberato dell’incubo
di lui, che col ridicolo della sua incredibile mansuetudine, col rispetto
ossequioso di cui lo faceva segno davanti a tutti gli amici, con le lodi
sperticate che profondeva con chiunque ne parlasse, gli aveva avvelenato il
piacere di quell’unica avventura tardiva della sua sobria, riservatissima
esistenza? Poteva mai tollerare il signor Notajo la minaccia di non levarselo
più d’attorno, e che egli seguitasse a rispettarlo, a incensarlo, a servirlo
davanti a tutti, a dimostrare in tutti i modi, come aveva sempre fatto, che se
tanti trattavano con confidenza il signor notajo Denora, non stessero a farsi
illusioni, perché il signor notajo Denora aveva in segreto una ragione di
speciale intimità con lui, e non avrebbe potuto accordarla ad altri? Legato a
lui, per forza, dall’amore per la stessa donna, poteva il signor Notajo
seguitare ora a rimaner legato, attaccato a lui dal dolore comune, dal lutto
comune per la perdita di lei? Siamo giusti! Era ridicolo! ridicolo! E Bellavita,
perdio, doveva capirlo, che, essendo forzato quel primo legame, ora che la morte
finalmente lo aveva sciolto, il signor Notajo non aveva più nulla da spartire
con lui, perché il dolore, se lo aveva, il lutto, se voleva portarlo per la
morte di quella donna, non c’era nessun bisogno che lo avesse e lo portasse in
comune con lui. Troppo aveva fatto ridere. Ora basta. Non voleva più.
Bellavita, dopo essersi contorto sullo sgabello per arrivare in fondo a quella
faticosa spiegazione, alla fine rimase come trasecolato.
– Ah sì? – cominciò a dire. – Ah, è per questo?
E non la finì più. A ogni ah, gli occhi indolenziti dalla dura fissità di tutti
quei giorni di spasimo gli si sbarravano, gli s’accendevano di lampi di follia.
– Ah teme il ridicolo il signor Notajo? Lui, lo teme? Perché io lo rispetto,
teme il ridicolo? Lui che per dieci anni mi rese lo zimbello di tutto il paese,
teme il ridicolo? Ah, quanto mi dispiace! E per questo vuole disfarsi di me e di
Michelino? Perché sono andato a trovarlo a casa col ragazzo e voglio rispettarlo
ancora? Quanto me ne dispiace, parola d’onore! Ma se è per questo, ah, signor
avvocato, gli dica – la prego – che in casa, io, col ragazzo non andrò più a
trovarlo; ma che, quanto a rispettarlo, ah, quanto a rispettarlo non posso farne
a meno! L’ho sempre rispettato, quando il rispetto poteva costarmi d’avvilimento
e di mortificazione, e vuole che proprio ora, ora che n’ho più bisogno, non lo
rispetti più? Mi dica lei come potrei fare a non rispettarlo più, signor
avvocato! Non ho mai fatto altro, tutta la vita, e vuole che ora, tutt’a un
tratto, non lo rispetti più? Per forza, sempre lo rispetterò, glielo dica! Mi
scusi. Me lo insegna lui il mezzo di vendicarmi, e vuole che io non me
n’approfitti? Davanti a tutti mi metterò a rispettarlo di più, in modo che tutti
vedano e sappiano qual è e quant’è, questo mio rispetto per lui! Me lo può
impedire? Appena lo vedo, subito me gli attacco dietro. Mi metto di professione
a fare la sua ombra! Sissignore. L’ombra del suo rimorso; di tutto il male che
m’ha fatto per tutto il bene che gli ho voluto. Glielo vada a dire. Egli il
corpo ed io l’ombra. Mi dà un calcio, e me lo piglio; uno schiaffo, e me lo
piglio. Gli faccio anzi tanto di cappello, subito, a ogni calcio che m’allunga,
a ogni schiaffo che mi dà. Può andare a dirglielo. Egli il corpo ed io l’ombra.
L’amico cercò in tutti i modi di dissuaderlo, con preghiere, con ragionamenti,
con minacce. Bellavita non si rimosse più da quella sua frase:
– Egli il corpo ed io l’ombra.
Stava per precipitare nell’abisso della più nera disperazione, ed ecco che aveva
trovato, in quelle due parole, un sostegno per fermarsi, per riprendersi. Oh
Dio! Poteva anche ridere! Sì. Ecco che già rideva. Aveva tanto pianto; ora
poteva ridere. Sì, sì. E avrebbe fatto ridere tutti. Sarebbe stata la sua
vendetta. Ogni marito ingannato dalla moglie avrebbe dovuto adottarlo, questo
nuovo genere di vendetta: mettersi a rispettare, a venerare, a incensare davanti
a tutti, in tutti i modi, l’amante della moglie fino a farlo disperare;
riverberargli addosso di continuo il ridicolo della propria mansuetudine, fino a
farlo fuggire tra la baja di tutti; e fuggito, ecco, ecco, corrergli ancora
dietro, e ancora inchini e riverenze e scappellate, fino a non dargli più un
momento di requie. Una volta per uno, pezzo d’ingrato! Non ci aveva mai pensato,
lui, che quel suo sincero rispetto era già una vendetta del tradimento, perché
avvelenava al signor Notajo il piacere di esso. Motivo di più, ora, per
rispettarlo, il signor Notajo che gli aveva aperto gli occhi e che per mezzo di
quell’amico gli aveva fatto vedere e toccare con mano quanto ne aveva patito,
poverino! Bisognava compensarlo, povero signor Notajo, con altrettanto rispetto,
d’ora in poi.
E Bellavita corse dal suo sarto a ordinargli un nuovo abito da lutto che facesse
colpo e saltasse subito agli occhi di tutti per un che di goffo che il sarto ci
doveva mettere. Roba da pompa funebre. E camicia nera, solino nero, cravatta
nera, bastoncino nero, guanti neri, fazzoletto nero: tutto nero. E poi su,
dritto impalato, dietro al signor Notajo, a scortarlo a due passi di distanza,
nell’ora che usciva dallo studio per la consueta passeggiata.
La prima volta che prese a scortarlo così, il Notajo notò che la gente che gli
veniva incontro si fermava e scoppiava a ridere. Si voltò, e, come scorse
Bellavita parato a quel modo, prima allibì, poi si sentì rimescolare tutto e gli
corse a petto e gli muggì sotto sotto, accennando di levar la canna d’India:
– Lasciami in pace, Bellavita, o t’accoppo, sai!
Ma Bellavita gli restò davanti zitto e con gli occhi bassi; impassibile, come
un’ombra. E la gente tutt’intorno, ferma per via, a guardare e a ridere. Per
sottrarsi a quelle risa il Notajo riprese ad andar di fretta, e allora Bellavita,
dietro, di fretta anche lui. Il Notajo andò a ricorrere al Commissario di
polizia; ma al Commissario di polizia Bellavita, quando fu chiamato, rispose che
non disturbava nessuno; che la strada non era del signor Notajo e che egli ci
camminava per conto suo, vestito così perché gli era morta la moglie. Il Notajo
pensò di starsene parecchi giorni in casa, e Bellavita per tutti quei giorni
all’ora solita gli passeggiò sotto le finestre come una sentinella. Il Notajo
finalmente uscì; e lui, di nuovo, dietro. Un giorno, alla fine, non potendone
più, il Notajo gli diede una solenne fiaccata di bastonate; e lui, come aveva
detto, se le pigliò; poi, un altro giorno, una tremenda labbrata con la grossa
tabacchiera d’argento; e lui, per più d’una settimana, seguitò ad andargli
dietro col labbro che gli pendeva come una lingua di cane. Che restava da fare
al notajo Denora? Ammazzarlo? Per levarsene la tentazione, e sentendosi per di
più stanco e nauseato, sia della professione, sia della inutile vita che
conduceva in città, decise di chiuder lo studio e si ritirò a vivere in
campagna.
Bellavita, trionfante, nella bottega del caffè rammodernata e di nuovo piena di
clienti, vantò, finché visse, quel suo nuovo e strepitoso metodo per vendicarsi
delle corna. Ma si rammaricava di continuo che, per pochezza d’animo, i tanti
cornuti del paese non lo volessero adottare.
Inizio
pagina
 |