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NOVELLE PER UN ANNO - 1924 - TUTT'E TRE
Edita nel 1924, la raccolta "Tutt'e tre" costituisce il settimo volume delle
Novelle per un anno e include racconti già pubblicati tra il 1897 ed il 1923. |
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1. Tutt'e tre (1913)
«Corriere della Sera», 14
maggio 1913 col titolo "Le vedove", poi col nuovo titolo in «Il
carnevale dei morti», Battistelli Firenze 1917.
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Ballarò venne su strabalzoni dal giardino agitando in
aria, invece delle mani, le maniche; perduto come era in un abito smesso del
padrone.
– Maria Santissima! Maria Santissima!
La gente si fermava per via.
– Ballarò, che è stato?
Non si voltava nemmeno; scansava quanti tentavano pararglisi di fronte, e via di
corsa verso il Palazzo del Barone, seguitando a ripetere quasi a ogni passo:
– Maria Santissima! Maria Santissima!
Quella corsa in salita, alla fine, e l’enormità della notizia che recava alla
signora Baronessa lo stordirono tanto che, subito com’entrò nel palazzo, ebbe un
capogiro e piombò sulle natiche, tra attonito e smarrito. Trovò appena il fiato
per annunziare:
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– Il signor Barone... correte... gli è preso uno sturbo... giù nel giardino...
All’annunzio la Baronessa, donna Vittoria Vivona, restò in prima come basita.
Con la bocca aperta, gli occhi sbarrati si portò piano le grosse mani ai
capelli, e si mise a grattarsi la testa. Tutt’a un tratto, balzò in piedi,
quant’era lunga, con un tal grido che per poco non ne tremarono i muri
dell’antico palazzo baronale. Subito dopo però, si diede ad agitar furiosamente
quelle mani davanti alla bocca, quasi volesse disperdere o ricacciare indietro
il grido; poi le protese in atto di parare, accennando che si chiudessero tutti
gli usci; e con voce soffocata:
– Per carità, per carità, non lo senta Nicolina! Ha il bambino attaccato al
petto! Lo scialle... datemi lo scialle!
E sussultò tutta nel ventre, nelle enormi poppe, di nuovo cacciandosi le mani
nei ruvidi capelli color di rame:
– È morto, Ballarò? Oh Madre santa! Oh San Francescuccio di Paola, santo mio
protettore, non me lo fate morire!
Così dicendo, fece per cavarsi dal petto la medaglina del santo; strappò il
busto, non riuscendo a sganciarlo con le dita che le ballavano; trasse la
medaglina e si mise a baciarla, a baciarla, tra i singhiozzi irrompenti e le
lagrime che le grondavano dagli occhi bovini sul faccione giallastro, macchiato
di grosse lentiggini; finché non sopravvennero le serve, una delle quali le
buttò addosso lo scialle.
Seguita da quelle e preceduta da Ballarò, col fagotto delle molte sottane tirato
su a mezza gamba, si lasciò andare traballando patonfia per la scala del
palazzo; e per un tratto, scordandosi di riabbassar quelle sottane, attraversò
le vie della città con gli sconci polpacci delle gambe scoperti, le calze
turchine di cotone grosso e le scarpe con gli elastici sfiancati, il busto
strappato e le poppe sobbalzanti alla vista di tutti; mentre, stringendo nel
pugno la medaglina, seguitava a gemere col vocione da maschio:
– San Francescuccio di Paola, santo padruccio mio protettore, cento torce alla
vostra chiesa! fatemi la grazia, non me lo fate morire!
Ballarò, battistrada, alleggerito ora dal peso della notizia, quasi rideva, da
quello scemo che era, per la soddisfazione d’essere uno di casa, in una
congiuntura come quella, che attirava la curiosità della gente. Rispondeva a
tutti:
– Sturbo, sturbo. Niente. Un piccolo sturbo al signor Barone. – Dove? Nel
giardino di Filomena.
– Nel giardino di Filomena?
E tutti si davano a correre dietro alla Baronessa, senz’alcuna maraviglia che
ella si recasse a vedere il marito là, nel giardino di quella Filomena, che per
tanti anni era stata notoriamente «la femmina» del Barone, e dalla quale egli –
ormai da vecchio amico – soleva passare ogni giorno due o tre ore del
pomeriggio, amoroso dei fiori, dell’orto, degli alberetti di pesco e di
melagrano di quel pezzo di terra regalato all’antica sua amante.
Circa dieci anni addietro, questo barone, Don Francesco di Paola Vivona, era
salito a un borgo montano, a pochi chilometri dalla città, con la scorta di
tutti i suoi nobili parenti a cavallo.
Re di quel borgo era un antico massaro, il quale aveva avuto la fortuna di
trovare nelle alture d’una sua terra sterile, scabra d’affioramenti schistosi,
una delle più ricche zolfare di Sicilia, accortamente fin da principio ceduta a
ottime condizioni a un appaltatore belga, venuto nell’isola in cerca d’un buon
investimento di capitali per conto d’una società industriale del suo paese.
Senza un mal di capo, quel massaro aveva accumulato così, in una ventina d’anni,
una ricchezza sbardellata, di cui egli stesso non s’era mai saputo render conto
con precisione, rimasto a vivere in campagna da contadino tra le sue bestie, coi
cerchietti d’oro agli orecchi e vestito d’albagio come prima. Solo che s’era
edificata una casa bella grande, accanto all’antica masseria; e in quella casa
s’aggirava impacciato e come sperduto, la sera, quando veniva a raggiungere,
dopo i lavori campestri, l’unica figliuola e una vecchia sorella più zotiche di
lui e così ignare o non curanti della loro fortuna, che ancora seguitavano a
vender le uova delle innumerevoli galline, davanti al cancello, alle
donnicciuole che si recavano poi coi panieri a rivenderle in città.
La figlia Vittoria – o Bittò, come il padre la chiamava, – rossa di pelo,
gigantesca come la madre morta nel darla alla luce, fino a trent’anni non aveva
mai avuto un pensiero per sé, tutta intesa, col padre, ai lavori della campagna,
al governo della masseria, alla vendita dei raccolti ammontati nei vasti
magazzini polverosi, di cui teneva appese alla cintola le chiavi, bruciata dal
sole e sudata, sempre con qualche festuca di paglia tra i cerfugli arruffati.
Da quello stato la aveva tolta per condurla in città, baronessa, don Francesco
di Paola Vivona.
Gran signore spiantato e bellissimo uomo, costui, degli ultimi resti della sua
fortuna s’era servito per comperarsi una magnifica coda di pavone; il prestigio,
voglio dire, di una pomposa appariscenza, per cui era da tutti ammirato e
rispettato e in ogni occasione chiamato all’onore di rappresentar la
cittadinanza, che più volte lo aveva eletto sindaco.
Donna Bittò n’era rimasta abbagliata fin dal primo vederlo. Aveva subito
compreso per qual ragione fosse stata chiesta in moglie, e anziché adontarsene,
aveva stimato più che giusto, che una donna come lei pagasse con molti denari
l’onore di diventare, anche di nome soltanto, Baronessa, e moglie d’un uomo come
quello.
– Cicciuzzo è barone! Cicciuzzo è uomo fino! Non può dormire con me, Cicciuzzo!
– diceva alle serve che le domandavano perché, moglie, da dieci anni si
acconciava a dormir divisa dal marito. – Dorme come un angelo Cicciuzzo il
barone; non si sente nemmeno fiatare; io dormo invece con la bocca aperta e
ronfo troppo forte; ecco perché!
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Convinta com’era di non poter bastare a lui, di non aver niente in sé per
attirare, non già l’amore, ma neanche la considerazione di un uomo così bello,
così grande, così fino, paga e orgogliosa della benignità di lui, non si dava
pensiero dei tradimenti se non per il fatto che potevano nuocergli alla salute.
Che tutte le donne desiderassero l’amore di lui, le solleticava anzi l’amor
proprio; era per lei quasi una soddisfazione, perché infine la moglie era lei,
davanti a Dio e davanti agli uomini; la Baronessa era lei; lei aveva potuto
comperarselo, questo onore, e le altre no. C’era poco da dire.
Una sola cosa, in quei dieci anni, la aveva amareggiata: il non aver potuto
dargli un figliuolo, a Cicciuzzo il barone. Ma saputo alla fine che egli era
riuscito ad averlo da un’altra, da una certa Nicolina, figlia del giardiniere
che aveva piantato e andava tre volte la settimana a curare i fiori nel giardino
di Filomena, anche di questo s’era consolata. E tanto aveva detto e fatto, che
da due mesi Nicolina era col bambino nel palazzo, ed ella la serviva
amorosamente, non solo per riguardo di quell’angioletto ch’era tutto il ritratto
di papà, ma anche per una viva tenerezza da cui subito s’era sentita prendere
per quella buona figliuola timida timida e bellina, la quale certo per
inesperienza s’era lasciata sedurre da quel gran birbante di Cicciuzzo il barone
e dalle male arti di quella puttanaccia di Filomena. La voleva compensare della
gioja che le aveva dato, mettendo al mondo quel bambinello tant’anni invano
sospirato dal Barone. Poco le importava che gliel’avesse dato un’altra.
L’importante era questo: che ormai c’era e che era figlio di Cicciuzzo il
barone.
Anche la carità, intanto, quando è troppa, opprime; e Nicolina se ne sentiva
oppressa. Ma donna Bittò, indicandole il bimbo che le giaceva in grembo:
– Babba, non piangere! Guarda piuttosto che hai saputo fare!
E, ridendo e battendo le mani:
– Com’è bello, amore santo mio! com’è fino! Figliuccio dell’anima mia, guarda
come mi ride!
Gran ressa di gente era davanti la porta del giardino di Filomena. Scorgendola
da lontano, la Baronessa e le serve levarono al modo del paese le disperazioni.
Il Barone era morto, e stava disteso all’aperto su una materassa, presso un
chioschetto tutto parato di convolvoli. Forse la troppa luce, così supino, a
pancia all’insù, lo svisava. Pareva violaceo, e i peli biondicci dei baffi e
della barba, quasi gli si fossero drizzati sul viso, sembravano appiccicati e
radi radi, come quelli di una maschera carnevalesca. I globi degli occhi,
induriti e stravolti sotto le palpebre livide; la bocca, scontorta, come in una
smorfia di riso. E niente dava con più irritante ribrezzo il senso della morte
in quel corpo là disteso, quanto le api e le mosche che gli volteggiavano
insistenti attorno al volto e alle mani.
Filomena, prostrata con la faccia per terra, urlava il suo cordoglio e le lodi
del morto tra una fitta siepe d’astanti muti e immobili attorno alla materassa.
Solo qualcuno di tanto in tanto si chinava a cacciare una di quelle mosche dalla
faccia o dalle mani del cadavere; e una comare si voltava a far segni irosi a
una bimbetta sudicia, che strappava i convolvoli del chiosco, facendone muovere
e frusciare nel silenzio tutto il fogliame.
Da una parte e dall’altra gli astanti si scostarono appena irruppe, spaventosa
nello scompiglio della disperazione, la Baronessa. Si buttò anche lei
ginocchioni davanti la materassa di contro a Filomena, e strappandosi i capelli
e stracciandosi la faccia cominciò a gridare quasi cantando:
– Figlio, Cicciuzzo mio, come t’ho perduto! Fiato mio, cuore mio, come sono
venuta a trovarti! Cicciuzzo del mio cuore, fiamma dell’anima mia, come ti sei
buttato a terra così, tu ch’eri antenna di bandiera? Quest’occhiuzzi belli, che
non li apri più! Queste manucce belle, che non le stacchi più! Questa boccuccia
bella, che non sorride più!
E poco dopo, urlando anche lei, stracciandosi anche lei i capelli, a piè di
quella materassa una terza donna venne a buttarsi ginocchioni: Nicolina, col
bambino in braccio.
Nessuno, conoscendo la Baronessa, le prove date in dieci anni della sua
incredibile tolleranza, non solo per l’amore sviscerato e la devozione al
marito, ma anche per la coscienza ch’ella aveva, e dava agli altri, che fosse
naturale quanto le era accaduto, data la sua rozzezza, la sua bruttezza e il suo
gran cuore; nessuno rimase offeso di quello spettacolo, e tutti si commossero,
anzi, fino alle lagrime, quand’ella si voltò a scongiurare Nicolina
d’allontanarsi e, prendendole il bimbo e mostrandolo al morto, gli giurò che lo
avrebbe tenuto come suo e lo avrebbe fatto crescere signore come lui, dandogli
tutte le sue ricchezze, come già gli aveva dato tutto il suo cuore.
I parenti del Barone, accorsi poco dopo a precipizio, dovettero stentar molto a
staccare quelle tre donne, prima dal cadavere e poi l’una dall’altra,
abbracciate come s’erano per aggruppare in un nodo indissolubile la loro pena.
Dopo i funerali solennemente celebrati, la Baronessa volle che anche Filomena
venisse a convivere con lei nel palazzo. Tutt’e tre insieme.
Vestite di nero, in quei grandi stanzoni bianchi, intonacati di calce, pieni di
luce, ma anche di quel puzzo speciale che esala dai mobili vecchi lavati e dai
mattoni rosi dei pavimenti avvallati, esse ora si confortavano a vicenda,
covando a gara quel bimbo roseo e biondo, in cui agli occhi di ciascuna riviveva
il defunto Barone.
A poco a poco, però, la Baronessa e Filomena cominciarono a far sentire a
Nicolina, ch’essa, benché fosse la mamma del piccino, non poteva, per la sua
età, per la sua inesperienza, esser pari a loro, sia nel dolore per la sciagura
comune, sia anche nelle cure del bimbo. Per loro due la vita era ormai chiusa
per sempre; per lei invece, così giovane e bellina, chi sa! poteva riaprirsi,
oggi o domani. Cominciarono insomma a considerarla come una loro figliuola che,
in coscienza, non si dovesse insieme con loro due sacrificare e votare a un
lutto perpetuo.
(Forse, sotto sotto, parlava in esse, mascherata di carità, l’invidia; per il
fatto che colei era la mamma vera del piccino.)
Per diminuire questa superiorità che Nicolina aveva su loro incontestabile,
appena svezzato il bambino, quasi la esclusero da ogni cura di esso. Tutt’e due
però sentivano che questa esclusione non bastava. Perché il bambino restasse
insieme con loro legato tutto alla memoria del morto, bisognava che Nicolina ne
avesse un altro, qualche altro di suo; bisognava insomma dar marito a Nicolina.
La Baronessa avrebbe seguitato ad alloggiarla nel palazzo, in un quartierino a
parte; le avrebbe assegnato una buona dote, trovandole un buon giovine per
marito, timorato e rispettoso, che fosse anche di presidio a lei, a Filomena e a
tutta la casa.
Nicolina, interpellata, s’oppose dapprincipio recisamente; protestò che non
voleva esser da meno di Filomena, lei, nel lutto del Barone, ritenendo che anzi
toccasse a lei di guardarlo di più, questo lutto, per via del bambino. Quelle
non le dissero che proprio per questo desideravano che si maritasse; ma si
mostrarono così fredde con lei e così scontente del rifiuto, che alla fine, a
poco a poco, la indussero a cedere.
Filomena, donna di mondo e tanto saggia che finanche il Barone, sant’anima, ne
aveva seguito sempre i consigli, aveva già bell’e pronto il marito: un certo don
Nitto Trettarì, giovine di notajo, civiletto, di buona famiglia e di poche
parole. Non brutto, no! Che brutto! Un po’ magrolino... Ma via, con la buona
vita, avrebbe fatto presto a rimettersi in carne. Bisognava dirgli soltanto che
non si facesse cucire così stretti i calzoni perché le gambe le aveva sottili di
suo e con quei calzoncini parevano due stecchi, e che poi si levasse il vizio di
tener la punta della lingua attaccata al labbro superiore; del resto, giovinotto
d’oro!
Passato l’anno di lutto stretto, si stabilirono le nozze. La Baronessa assegnò a
Nicolina venticinque mila lire di dote, un ricco corredo e alloggio e vitto nel
palazzo; le donò anche abiti e gioje.
– Pompa no, – diceva allo sposo, che si storceva tutto per ringraziare e si
passava di tratto in tratto la mano su una falda del farsetto, come se qualche
cane minacciasse d’addentargliela. – Pompa no, caro don Nitto, perché il cuore
in verità non ce la consente a nessuna delle tre; ma... (la lingua, don Nitto!
dentro, la lingua, benedetto figliuolo! avete tanto ingegno e parete uno scemo)
un po’ di festa, dicevo, ve la faremo, non dubitate.
Nicolina piangeva, sentendo questi discorsi, e si teneva stretto il bambino al
seno, come se, sposando, dovesse abbandonarlo per sempre. Don Nitto s’angustiava
di quelle lagrime irrefrenabili, ma non diceva nulla, perché la Baronessa lo
aveva pregato di lasciar piangere Nicolina, che ne aveva ragione. Tra breve, con
l’ajuto di Dio, forse non avrebbe pianto più; ma ora bisognava lasciarla
piangere.
Non ci fu verso – venuto il giorno delle nozze – d’indurre Nicolina a levarsi
l’abito di lutto: minacciò di mandare a monte il matrimonio, se la costringevano
a indossarne uno di colore. O con quello, o niente. Don Nitto consultò i
parenti, la madre, le due sorelle, i cognati, passandosi e ripassandosi la mano
sulla falda del farsetto; specialmente le due sorelle tenevano duro, perché
erano venute con gli abiti di seta sgargianti del loro matrimonio e tutti gli
ori e i «guardaspalle» di raso, a pizzo, con la frangia fino a terra. Ma alla
fine dovettero tutti sottomettersi alla volontà della sposa.
E andarono in processione, prima in chiesa, poi allo stato civile; lo sposo, tra
le due sorelle, avanti; poi Nicolina, tra la Baronessa e Filomena, tutt’e tre in
fittissime gramaglie, come se andassero dietro a un mortorio; infine la mamma
dello sposo tra i due generi.
Ma la scena più commovente avvenne nella sala del municipio.
C’erano in quella sala, appesi in fila alle pareti, i ritratti a olio di tutti i
sindaci passati: quello di don Francesco di Paola Vivona era, si può ben
supporre, al posto d’onore, proprio sopra la testa dell’assessore addetto allo
stato civile.
La Baronessa fu la prima a scorgere quel ritratto, e prese a piangere prima con
lo stomaco, sussultando. Non potendo parlare, mentre l’assessore leggeva gli
articoli del codice, urtò col gomito Nicolina, che le stava accanto. Come questa
si voltò a guardarla e, seguendo gli occhi di lei, scorse anch’ella il ritratto,
gittò un grido acutissimo e proruppe in un pianto fragoroso. Allora anche la
Baronessa e Filomena non poterono più contenersi, e tutt’e tre, con le mani nei
capelli, davanti all’assessore sbalordito, levarono le grida, come il giorno
della morte.
– Figlio, Cicciuzzo nostro, che ci guarda! fiamma dell’anima nostra, quanto eri
bello! Come facciamo, Cicciuzzo nostro, senza di te? Angelo d’oro, vita della
vita nostra!
E bisognò aspettare che quel pianto finisse per passare alla firma del contratto
nuziale.
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