Novelle per un anno - 1923 - La mosca
15. La distruzione dell'uomo

Vorrei sapere soltanto se il signor giudice istruttore
ritiene in buona fede d'aver trovato una sola ragione che
valga a spiegare in qualche modo questo ch'egli chiama
assassinio premeditato (e sarebbe, se mai, doppio
assassinio, perché la vittima stava per compire felicemente
l'ultimo mese di gravidanza).
Si sa che Nicola Petix s'è barricato in un silenzio
impenetrabile, prima davanti al commissario di polizia,
appena arrestato, poi davanti a lui, voglio dire al signor
giudice istruttore che inutilmente tante volte e in tutte le
maniere s'è provato a interrogarlo, e infine anche davanti
al giovane avvocato che gli hanno imposto d'ufficio, visto
che fino all'ultimo non ha voluto incaricarne uno di sua
fiducia per la difesa.
Di questo silenzio cosí ostinato si dovrebbe pur dare, mi
sembra, una qualche interpretazione.
Dicono che in carcere Petix dimostra la smemorata
indifferenza d'un gatto che, dopo aver fatto strazio d'un
topo o d'un pulcino, si raccolga beato dentro un raggio di
sole.
Ma è chiaro che questa voce, la quale vorrebbe dare a
intendere che Petix consumò il delitto con l'incoscienza
d'una bestia, non è stata accolta dal giudice istruttore, se
egli ha creduto di dovere ammettere e sostenere la
premeditazione nell'assassinio. Le bestie non premeditano.
Se s'appostano, il loro agguato è parte istintiva e naturale
della loro naturalissima caccia, che non le fa né ladre né
assassine. La volpe è ladra per il padrone della gallina: ma
per sé la volpe non è ladra: ha fame; e quand'ha fame,
acchiappa la gallina e se la mangia. E dopo che se l'è
mangiata, addio, non ci pensa più.
Ora Petix non è una bestia. E bisogna vedere, prima di
tutto, se questa indifferenza è vera. Perché, se vera, anche
di questa indifferenza si dovrebbe tener conto, come di quel
silenzio ostinato, di cui - a mio modo di vedere - sarebbe
la conseguenza più naturale; corroborati come sono l'una e
l'altro dall'esplicito rifiuto d'un difensore.
Ma non voglio anticipar giudizii, né mettere avanti per ora
la mia opinione.
Séguito a discutere col signor giudice istruttore.
Se il signor giudice istruttore crede che Petix sia da
punire con tutti i rigori della legge, perché per lui non è
uno scemo feroce da paragonare a una bestia, né un pazzo
furioso che per nulla abbia ucciso una donna a poche
settimane del parto; la ragione del delitto, di
quest'assassinio premeditato, quale può essere stata?
Una passione segreta per quella donna, no. Basterebbe che il
giovane avvocato d'ufficio mettesse sotto gli occhi ai
signori giurati, per un momento, un ritratto della povera
morta. La signora Porrella aveva quarantasette anni e a
tutto ormai poteva somigliare tranne che a una donna.
Ricordo d'averla veduta pochi giorni prima del delitto,
sulla fine d'ottobre, a braccetto del marito cinquantenne,
un pochino più piccolino di lei, ma col suo bravo pancino
anche lui, il signor Porrella, per il viale Nomentano sul
tramonto, non ostante il vento che sollevava in calde
raffiche fragorose le foglie morte.
Posso assicurare sulla mia parola d'onore, ch'era una
provocazione la vista di quei due, fuori a passeggio in una
giornata come quella, con tutto quel vento, tra il turbine
di tutte quelle foglie morte, piccoli sotto gli alti platani
nudi che armeggiavano nel cielo tempestoso con l'ispido
intrico dei rami.
Buttavano i piedi allo stesso modo, nello stesso tempo,
gravi, come per un cómpito assegnato.
Forse credevano che di quella passeggiata non si potesse
assolutamente fare a meno, ora che la gravidanza era agli
ultimi giorni. Prescritta dal medico; consigliata da tutte
le amiche del vicinato.
Seccante forse, sí, ma naturalissimo per loro che quel vento
insorgesse cosí di tratto in tratto e sbattesse furiosamente
di qua e di là tutte quelle foglie accartocciate senza mai
riuscire a spazzarle via; e che quei platani là, poiché a
tempo avevano rimesso le foglie, ora a tempo se ne
spogliassero per rimaner come morti fino alla ventura
primavera; e che là quel cane randagio fosse condannato da
ogni fiuto nel naso a fermarsi quasi a tutti i tronchi di
quei platani e ad alzare con esasperazione un'anca per non
spremer che poche gocciole appena, dopo essersi rigirato piú
e piú volte smaniosamente per cercarne il verso.
Giuro che non a me soltanto, ma a quanti passavano quel
giorno per il viale Nomentano sembrava incredibile che
quell'omino là potesse mostrarsi cosí soddisfatto di
portarsi a spasso quella moglie in quello stato; e più
incredibile che quella moglie si lasciasse portare, con
un'ostinazione che tanto più appariva crudele contro se
stessa, quanto più lei sembrava rassegnata allo sforzo
insopportabile che doveva costarle. Barellava, ansimava e
aveva gli occhi come induriti nello spasimo, non già di
quello sforzo disumano, ma dalla paura che non sarebbe
riuscita a portare fino all'ultimo quel suo ingombro osceno
nel ventre che le cascava. È vero che di tanto in tanto
abbassava su quegli occhi le palpebre livide. Ma non tanto
per vergogna le abbassava, quanto per il dispetto di vedersi
obbligata a sentirla, quella vergogna, dagli occhi di chi la
guardava e la vedeva in quello stato, alla sua età, vecchia
ciabatta ancora in uso per una cosa che pareva tanto.
Infatti, tenendo per il braccio il marito, avrebbe potuto
con qualche strizzatina sotto sotto richiamarlo dalla
soddisfazione a cui spesso e con troppa evidenza
s'abbandonava, d'esser lui, pur cosí piccolino e calvo e
cinquantenne, l'autore di tutto quel grosso guajo lí. Non lo
richiamava, perché era anzi contenta che avesse il coraggio
di mostrarla lui, quella soddisfazione, mentre a lei toccava
di mostrarne vergogna. Mi pare di vederla ancora, quando, a
qualche raffica più violenta che la investiva da dietro, si
fermava su le tozze gambe larghe, a cui s'attaccava la veste
che gliele disegnava sconciamente, mentre davanti le faceva
pallone. Allora ella non sapeva a qual riparo correr prima
col braccio libero; se abbassare cioè quel pallone della
veste, che rischiava di scoprirla tutta davanti, o se tener
per la falda il vecchio cappello di velluto viola, alle cui
malinconiche piume nere nasceva col vento una disperata
velleità di volo.
Ma veniamo al fatto.
Vi prego (se avete un po' di tempo) d'andar a visitare quel
vecchio casone in Via Alessandria, dove abitavano i coniugi
Porrella e anche, in due stanzette del piano di sotto,
Nicola Petix.
È uno di quei tanti casoni, tutti brutti a un modo, come
bollati col marchio della comune volgarità del tempo in cui
furon levati in gran furia, nella previsione che poi si
riconobbe errata d'un precipitoso e strabocchevole affluir
di regnicoli a Roma subito dopo la proclamazione di essa a
terza capitale del regno.
Tante private fortune, non solo di nuovi arricchiti, ma
anche d'illustri casati, e tutti i sussidii prestati dalle
banche di credito a quei costruttori, che parvero per più
anni in preda a una frenesia quasi fanatica, andarono allora
travolti in un enorme fallimento, che ancor si ricorda.
E si videro, dov'erano antichi parchi patrizii, magnifiche
ville e, di là dal fiume, orti e prati, sorger case e case e
case, interi isolati, per vie eccentriche appena tracciate;
e tante all'improvviso restare - ruderi nuovi - alzate fino
ai quarti piani, a infracidar senza tetto, con tutti i vani
delle finestre sguarniti, e fissato ancora in alto, ai buchi
dei muri grezzi, qualche resto dell'impalcatura abbandonata,
annerito e imporrito dalle piogge; e altri isolati, già
compiuti, rimaner deserti lungo intere vie di quartieri
nuovi, per cui non passava mai nessuno; e l'erba nel
silenzio dei mesi rispuntare ai margini dei marciapiedi,
rasente ai muri e poi, esile, tenerissima, abbrividente a
ogni soffio d'aria, riprendersi tutto il battuto delle
strade.
Parecchie di queste case poi, costruite con tutti i comodi
per accogliere agiati inquilini, furono aperte, tanto per
trarne qualche profitto, all'invasione della gente del
popolo. La quale, come può bene immaginarsi, ne fece in poco
tempo tale scempio, che quando alla fine, con l'andar degli
anni, cominciò a Roma veramente la penuria degli alloggi,
troppo presto temuta prima, troppo tardi rimediata poi per
la paura che teneva tutti di far nuove costruzioni a causa
di quella solenne scottatura, i nuovi proprietarii, che le
avevano acquistate a poco prezzo dalle banche sussidiatrici
degli antichi costruttori falliti, facendosi ora il conto di
quanto avrebbero dovuto spendere a riattarle e rimetterle in
uno stato di decenza per darle in affitto a inquilini
disposti a pagare una piú alta pigione, stimarono più
conveniente non farne nulla e contentarsi di lasciar le
scale con gli scalini smozzicati, i muri oscenamente
imbrattati, le finestre dalle persiane cadenti e i vetri
rotti imbandierate di cenci sporchi e rattoppati, stesi sui
cordini ad asciugare.
Se non che, adesso, in qualcuna di queste grandi e
miserabili case, pur tra cotali inquilini rimasti a compir
l'opera di distruzione sulle pareti e sugli usci e sui
pavimenti, qualche famiglia decaduta o di ceto medio,
d'impiegati o di professori, ha cominciato a cercar
ricovero, o per non averlo trovato altrove o per bisogno o
amor di risparmio, vincendo il ribrezzo di tutto quel
lerciume e più della mescolanza con quello che sí, Dio mio,
prossimo è, non si nega, ma che pur certamente, poco poco
che si ami la pulizia e la buona creanza, dispiace aver
troppo vicino; e non si può dire del resto che il dispiacere
non sia contraccambiato; tanto vero che questi nuovi venuti
sono stati in principio guardati in cagnesco, e poi, a poco
a poco, se han voluto esser visti men male, han dovuto
acconciarsi a certe confidenze piuttosto prese che
accordate.
Ora in quel casone là di Via Alessandria, quando avvenne il
delitto, i coniugi Porrella abitavano da circa quindici
anni; Nicola Petix, da una diecina. Ma mentre quelli da un
pezzo erano entrati nelle grazie di tutti i più antichi
casigliani, Petix s'era attirato al contrario sempre più
l'antipatia generale, per il disprezzo con cui guardava, a
cominciar dal portinajo ciabattino, tutti; senza mai voler
degnare non che d'una parola, ma neppur d'un lieve cenno di
saluto, nessuno.
Inizio
pagina
Ho detto, veniamo al fatto. Ma un fatto è come
un sacco che, vuoto, non si regge.
Se n'accorgerà bene il signor giudice
istruttore, se - come pare - vorrà provarsi a
farlo reggere cosí, senza prima farci entrar
dentro tutte quelle ragioni che certamente lo
han determinato, e che lui forse non immagina
neppure.
Petix ebbe per padre un ingegnere spatriato da
gran tempo e morto in America, il quale tutta la
fortuna raccolta in tanti anni laggiú con
l'esercizio della professione lasciò in eredità
a un altro figliuolo, maggiore di due anni di
Petix e ingegnere anche lui, con l'obbligo di
passare mensilmente al fratello minore, vita
natural durante, un assegnino di poche centinaja
di lire, quasi a titolo d'elemosina e non perché
gli spettassero di diritto, essendosi già
"mangiata", com'era detto nel testamento, "tutta
la legittima a lui spettante in un ozio
vergognoso".
Quest'ozio di Petix sarà bene intanto che non
venga considerato solamente dal lato del padre,
ma un po' anche da quello di lui, perché Petix
veramente frequentò per anni e anni le aule
universitarie, passando da un ordine di studii
all'altro, dalla medicina alla legge, dalla
legge alle matematiche, da queste alle lettere e
alla filosofia: non dando mai, è vero, nessun
esame, perché non si sognò mai di fare il medico
o l'avvocato, il matematico o il letterato o il
filosofo: Petix non ha voluto fare in verità mai
nulla; ma ciò non vuol dire che se ne sia stato
in ozio, e che quest'ozio sia stato vergognoso.
Ha meditato sempre, studiando a suo modo, sui
casi della vita e sui costumi degli uomini.
Frutto di queste continue meditazioni, un tedio
infinito, un tedio insopportabile tanto della
vita quanto degli uomini.
Fare per fare una cosa? Bisognerebbe star dentro
alla cosa da fare, come un cieco, senza vederla
da fuori; o se no, assegnarle uno scopo. Che
scopo? Soltanto quello di farla? Ma sí, Dio mio:
come si fa. Oggi questa e domani un'altra. O
anche la stessa cosa ogni giorno. Secondo le
inclinazioni o le capacità, secondo le
intenzioni, secondo i sentimenti o gl'istinti.
Come si fa.
Il guajo viene, quando di quelle inclinazioni e
capacità e intenzioni, di quei sentimenti e
istinti, seguiti da dentro perché si hanno e si
sentono, si vuol vedere da fuori lo scopo, che
appunto perché cercato cosí da fuori non si
trova più, come non si trova più nulla.
Nicola Petix arrivò presto a questo nulla, che
dovrebbe essere la quintessenza d'ogni
filosofia.
La vista quotidiana dei cento e più inquilini di
quel casone lercio e tetro, gente che viveva per
vivere, senza saper di vivere se non per quel
poco che ogni giorno pareva condannata a fare:
sempre le stesse cose; cominciò presto a dargli
un'uggia, un'insofferenza smaniosa; che si
esasperava sempre piú di giorno in giorno.
Sopra tutto intollerabili gli erano la vista e
il fracasso dei tanti ragazzini che brulicavano
nel cortile e per le scale. Non poteva
affacciarsi alla finestra su quel cortile, che
non ne vedesse quattro o cinque in fila chinati
a far lí i loro bisogni mentre addentavano
qualche mela fradicia o un tozzo di pane; o
sull'acciottolato sconnesso, ove stagnavano
pozze di acqua putrida (seppure era acqua), tre
maschietti buttati carponi a spiare donde e come
faceva pipí una bambinuccia di tre anni che non
se ne curava, grave, ignara e con un occhio
fasciato. E gli sputi che si tiravano, i calci,
gli sgraffii che si davano, le strappate di
capelli, e gli strilli che ne seguivano, a cui
partecipavano le mamme da tutte le finestre dei
cinque piani; mentre, ecco, la signorina
maestrina dalla faccetta sciupata e dai capelli
cascanti attraversa il cortile con un grosso
mazzo di fiori, dono del fidanzato che le
sorride accanto.
Petix aveva la tentazione di correre al cassetto
del comodino per tirare una rivoltellata a
quella maestrina, tale e tanta furia
d'indignazione gli provocavano quei fiori e quel
sorriso del fidanzato, le lusinghe dell'amore in
mezzo alla stomachevole oscenità di tutta quella
sporca figliolanza, che tra poco quella
maestrina si sarebbe anche lei adoperata ad
accrescere.
Ora pensate che da dieci anni ogni giorno Nicola
Petix assisteva in quel casone alle periodiche
immancabili gravidanze di quella signora
Porrella, la quale, arrivata fra nausee,
trepidazioni e patimenti al settimo o l'ottavo
mese, ogni volta rischiando di morire, abortiva.
In diciannove anni di matrimonio quella carcassa
di donna contava già quindici aborti.
La cosa più spaventevole per Nicola Petix era
questa: che non riusciva a vedere in quei due la
ragione per cui, con un'ostinazione cosí cieca e
feroce contro se stessi, volevano un figlio.
Forse perché diciott'anni addietro, al tempo
della prima gravidanza, la donna aveva preparato
di tutto punto il corredino del nascituro:
fasce, cuffiette, camicine, bavaglini, vestine
lunghe infiocchettate, pedalini di lana, che
aspettavano ancora di essere usati ormai
ingialliti e stecchiti nella loro insaldatura,
come cadaverini.
Ormai da dieci anni tra tutte quelle donne del
casamento che figliavano a più non posso e
Nicola Petix che a più non posso odiava questa
loro sporca figliolanza, s'era impegnata come
una sfida: quelle a sostenere che la signora
Porrella avrebbe questa volta fatto il figlio e
lui a dir di no, che neanche questa volta
l'avrebbe fatto. E quanto più premurose, con
infinite cure e consigli e attenzioni, quelle
covavano il ventre della donna che di mese in
mese ingrossava; tanto piú lui, vedendolo di
mese in mese ingrossare, si sentiva crescere
l'irritazione, la smania, il furore. Negli
ultimi giorni d'ogni gravidanza, alla sua
fantasia sovreccitata tutto quel casone si
rappresentava come un ventre enorme travagliato
disperatamente dalla gestazione dell'uomo che
doveva nascere. Non si trattava più per lui del
parto imminente della signora Porrella, che
doveva dargli una sconfitta; si trattava
dell'uomo, dell'uomo che tutte quelle donne
volevano che nascesse dal ventre di quella
donna; dell'uomo quale può nascere dalla bruta
necessità dei due sessi che si sono accoppiati.
Ebbene, l'uomo volle distruggere Petix quando fu
certo che finalmente quella sedicesima
gravidanza avrebbe avuto il suo compimento.
L'uomo. Non uno dei tanti, ma tutti in
quell'uomo; per fare in quell'uno la vendetta
dei tanti che vedeva lí, piccoli bruti che
vivevano per vivere, senza saper di vivere, se
non per quel poco che ogni giorno parevano
condannati a fare: sempre le stesse cose.
E avvenne pochi giorni dopo ch'io vidi i due
coniugi Porrella per il viale nomentano, tra il
turbine di quelle foglie morte, buttare i piedi
allo stesso modo, nello stesso tempo, gravi,
compunti, come per un cómpito assegnato.
La meta della quotidiana passeggiata era un
pietrone oltre la Barriera, dove il viale,
svoltando ancora una volta dopo Sant'Agnese e
restringendosi un poco, declina verso la vallata
dell'Aniene. Ogni giorno, seduti su quel
pietrone, si riposavano della lunga e lenta
camminata per una mezz'oretta, il signor
Porrella guardando il ponte fosco e certamente
pensando che di là erano passati gli antichi
romani; la signora Porrella seguendo con gli
occhi qualche vecchia cercatrice d'insalata tra
l'erba del declivio lungo il corso del fiume,
che appare lí sotto per un breve tratto dopo il
ponte; o guardandosi le mani e rigirandosi pian
piano gli anelli attorno alle tozze dita.
Anche quel giorno vollero arrivare alla meta,
non ostante che il fiume per le abbondanti
piogge recenti fosse in piena e straripato
minacciosamente sul declivio, quasi fin sotto a
quel loro pietrone; e non ostante che, seduto su
questo, come se stesse ad aspettarli,
scorgessero da lontano il loro coinquilino
Nicola Petix: tutto aggruppato e raccolto in sé
come un grosso gufo.
Si fermarono, scorgendolo, contrariati e
perplessi per un istante, se andare a sedere
altrove o tornare indietro. Ma quello stesso
avvertimento di contrarietà e di diffidenza li
spinse appunto ad accostarsi, perché sembrò loro
irragionevole ammettere che la presenza invisa
di quell'uomo e anche l'intenzione che pareva in
lui evidente d'esser venuto lí per essi
potessero rappresentare qualcosa di cosí grave,
da rinunziare a quella sosta consueta, di cui la
pregnante specialmente aveva bisogno.
Petix non disse nulla; e tutto si svolse in un
attimo, quasi quietamente. Come la donna
s'accostò al pietrone per mettervisi a sedere
egli la afferrò per un braccio e la trasse con
uno strappo fino all'orlo delle acque
straripate; là le diede uno spintone e la mandò
ad annegare nel fiume.
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