Novelle per un anno - 1923 - La mosca
14. Il sonno del vecchio
Mentre nel salotto della Venanzi ferveva la conversazione in
varie lingue su i piú disparati argomenti, Vittorino Lamanna
pensava alle due notizie che la padrona di casa gli aveva
date, appena entrato. L'una buona, l'altra cattiva. La
buona, che alla lettura della sua commedia avrebbe
assistito, quel giorno, Alessandro De Marchis, il vecchio
venerando che tanta luce di pensiero aveva diffuso nel mondo
co' suoi libri di scienza e di filosofia e che giustamente
ora la patria considerava come una delle sue piú fulgide
glorie. La cattiva, che Casimiro Luna, il "brillante"
giornalista Luna, reduce da Londra, ove si era recato a
"intervistare" un giovine scienziato italiano che aveva
fatto or ora una grande scoperta scientifica, ne avrebbe
parlato nella radunanza, prima che l'"intervista" fosse
pubblicata sul giornale della sera.
Il Lamanna non invidiava al Luna tutte quelle doti
appariscenti, che in pochi anni lo avevano reso il beniamino
del pubblico, specialmente femminile; gl'invidiava la
fortuna. Prevedeva che tra breve tutti gli sguardi si
sarebbero rivolti con simpatia al giornalista effimero,
elegantissimo, e che nessuno piú avrebbe badato a lui; e si
lasciava vincere a poco a poco dal malumore, al quale, senza
bisogno, pareva facesse da mantice un certo signore che la
Venanzi gli aveva messo alle costole: un signore arguto,
calvo, di cui non ricordava piú il nome, ma che gli
ricordava invece quello di tutti gli altri lí presenti,
dicendo male di ciascuno.
- Chi vuole, caro signore, che capisca un'acca della sua
commedia, tra tutta questa gente qui? Non se ne curi, però.
Basterà si sappia che lei l'ha letta nel salotto
intellettuale della Venanzi. Ne parleranno i giornali. Il
che, al giorno d'oggi, vuol dire tutto. La maggior parte,
come vede, sono forestieri che spiccicano appena appena
qualche parola d'italiano. Non sanno bene come si scriva la
parola soldo, ma s'accorgono subito adesso se il soldo è
falso, e sanno meglio di noi che vale cinque centesimi.
L'industria dei forestieri? Idea sbagliata, caro signore!
Perché...
Venne, per fortuna, la signora Alba Venanzi a liberarlo da
quel tormento. Era entrata nel salotto la marchesa Landriani,
a cui la Venanzi lo voleva presentare.
- Marchesa, eccole il nostro Vittorino Lamanna, futura
gloria del teatro nazionale.
- Per carità! - disse Vittorino Lamanna, arrossendo,
inchinandosi e sorridendo.
La vecchia e grassa marchesa Landriani, dall'aria
perennemente stordita, stava a togliersi dal naso gli
occhiali a staffa azzurri e, prima d'inforcarsi quelli
chiari, rimase un pezzo con gli occhi chiusi e un sorriso
freddo, rassegato sulle labbra pallide.
- Conosco, conosco... - disse, molle molle. - Mi ajuti a
rammentare dove ho letto di recente roba sua.
- Mah, - fece il Lamanna, compiaciuto, cercando nella
memoria. - Non saprei.
E citò una o due riviste, dove aveva di recente stampato
qualche cosa.
- Ah, ecco, sí. Bravo! Non ricordavo bene. Leggo tanto,
leggo tanto, che poi mi trovo imbarazzata. Sí sí, appunto.
Bravo, bravo.
E lo guardò con le lenti chiare, e col sorriso freddo
rassegato ancora sulle labbra.
- Quella lí? - diceva, poco dopo, all'orecchio del Lamanna
il signore calvo, che evidentemente lo perseguitava. -
Quella lí? Una talpa, caro signore! Non conosce neppure l'o.
E non di meno, va ripetendo che conosce tutti, che ha letto
roba di tutti. Lo avrà detto anche a lei, scusi, non è vero?
Non ci creda, per carità! Una talpa di prima forza, le dico.
Entrò, in quel momento, Casimiro Luna. Vittorino Lamanna lo
conosceva bene, fin da quand'era, come lui, un ignoto.
Ragion per cui il Luna lo degnò appena d'un freddissimo
saluto.
- Miro! Miro!
Lo chiamavano tutti per nome, cosí, di qua e di là, ed egli
aveva un sorriso e una parola graziosa per ciascuno. Accennò
di ghermire una rosa dal seno d'una signora e poi egli
stesso fece un gesto di stupore e d'indignazione per la sua
temerità, e la signora ne rise, felicissima. La padrona di
casa non ebbe bisogno di presentarlo a nessuno. Lo
conoscevano tutti.
Nel vederlo cosí vezzeggiato e incensato, Vittorino Lamanna
pensava quanto facile dovesse riuscire a colui il far valere
quel po' d'ingegno di cui era dotato, quanto facile la vita.
"Vita?" domandò tuttavia a se stesso. "E che vita è mai
quella ch'egli vive? Una continua stomachevole finzione! Non
uno sguardo, non un gesto, non una parola, sinceri. Non è
più un uomo: è una caricatura ambulante. E bisogna ridursi a
quel modo per aver fortuna, oggi?" Sentiva, cosí pensando,
un profondo disgusto anche di sé, vestito e pettinato alla
moda, e si vergognava d'esser venuto a cercare la lode, la
protezione, l'ajuto di quella gente che non gli badava.
A un tratto, nel salotto si fece silenzio e tutti si volsero
verso l'uscio, in attesa. Entrava, a braccio della moglie,
Alessandro De Marchis.
Ansava il grand'uomo, tozzo e corpulento, dal testone calvo,
sotto la cui cute liscia giallastra spiccava la trama delle
vene turgide. La moglie coi capelli fulvi, pomposamente
acconciati, lo sorreggeva, diritta, tronfia, e guardava di
qua e di là, sorridendo con le labbra dipinte.
Tutti si mossero a ossequiare.
Alessandro De Marchis, lasciandosi cadere pesantemente sul
seggiolone preparato apposta per lui, sorrideva con la bocca
sdentata, senza baffi né barba, ed emetteva, tra l'ànsito
che gli davano la pinguedine e la vecchiaja, come un
grugnito, e guardava con gli occhi quasi spenti, scialbi,
acquosi.
Ma subito un vivissimo imbarazzo si diffuse nel salotto:
tutti gli occhi, appena guardavano al grand'uomo, si
voltavano altrove, schivandosi a vicenda.
La De Marchis, infocata in volto, contenendo a stento il
dispetto, accorse presso il marito, gli si parò davanti,
vicinissima, e gli disse piano, ma con voce vibrata:
- Alessandro, abbottonati! Vergogna!
Il povero vecchio si recò subito la grossa mano tremante,
ove la moglie imperiosamente con gli occhi gl'indicava, e la
guardò quasi impaurito, con un sorriso scemo sulle labbra.
Poco dopo, mentre Casimiro Luna riferiva "brillantemente" il
suo colloquio col giovine inventore italiano sulla famosa
scoperta, un'altra impressione piú penosa della prima
dovettero provare i convenuti nel salotto della Venanzi,
guardando il vecchio glorioso.
Alessandro De Marchis, che era pure un celebre fisico, i cui
libri senza dubbio quel giovine inventore italiano aveva
dovuto studiare e consultare, Alessandro De Marchis s'era
messo a dormire, col testone reclinato sul petto.
Vittorino Lamanna fu tra i primi ad accorgersene, e si sentí
gelare. Casimiro Luna seguitava a parlare; ma, a un certo
punto, seguendo lo sguardo degli altri, e vedendo anche lui
il De Marchis immerso nel sonno, atteggiò il volto di tal
commiserazione che a piú d'uno scappò irresistibilmente un
breve riso subito soffocato.
- Ma a ottantasei anni, scusi, - osservò piano, all'orecchio
del Lamanna, quello stesso signore arguto, - a ottantasei
anni, davanti alla soglia della morte, che può piú
importare, caro signore, ad Alessandro De Marchis che
Guglielmo Marconi abbia scoperto il telegrafo senza fili?
Domani morrà. È già quasi morto. Lo guardi.
Vittorino Lamanna, pallido, alterato, si voltò per dirgli
sgarbatamente che si stesse zitto; ma incontrò lo sguardo
della Venanzi che gli fece un cenno, levandosi e uscendo dal
salotto. Si alzò anche lui poco dopo, e la seguí nel
salottino accanto.
La trovò, che accendeva una sigaretta, traendo con voluttà
le prime boccate di fumo.
- Fumate, fumate, Lamanna, fumate anche voi, - gli disse,
presentandogli una scatola di sigarette. - Non ne potevo
piú! Se non fumo, muojo.
Arrivò dal salotto, attraverso la vetrata, un fragoroso
scoppio di risa.
Inizio
pagina
- Caro, caro, quel Luna! Sentite? Trova modo di
far ridere anche parlando di una scoperta
scientifica. Speriamo che si svegli! - sospirò
poi, alludendo al De Marchis. - Chi sa come deve
soffrirne quella povera Cristina!
- Cristina? - domandò, accigliato, Vittorino
Lamanna.
- La moglie, - spiegò la Venanzi. - Non l'avete
veduta? È tanto bella! Forse ora s'ajuta un po'
con la chimica. Ah, è stato un vero peccato
sacrificare alla gloria di quel vecchio tanta
bellezza! Calcolo sbagliato! Il vecchio glorioso
se ne sta lí, come vedete, abbandonato dalla
vita, dimenticato dalla morte. La povera
Cristina, evidentemente, contò che, sí, il
sacrifizio della sua bellezza alla gloria non
sarebbe durato tanto, e che la luce di questa
gloria avrebbe poi illuminato meglio la sua
bellezza. Calcolo sbagliato! E ora, poverina,
vuol cavare dalla gloria a cui s'è sacrificata
tutte quelle magre soddisfazioni che può: si
trascina il marito dappertutto; per miracolo non
si appende al collo le innumerevoli decorazioni
di lui, nazionali e forestiere. Il vecchio però,
eh! il vecchio se ne vendica: dorme cosí
dappertutto, sapete! Dorme, dorme. Ed è già
molto che non ronfi!
Vittorino Lamanna sentí cascarsi le braccia.
Pensò alla prossima lettura della sua commedia,
mentre il vecchio dormiva; pensò al detto di un
celebre commediografo francese: che durante la
lettura o la rappresentazione d'un dramma, il
sonno debba esser considerato come un'opinione,
e si lasciò scappare dalle labbra:
- Oh Dio! E allora?
La Venanzi, a questo ingenuo sospiro, scoppiò a
ridere, proprio di cuore.
- Non temete, non temete! - gli disse poi. -
Procureremo di tenerlo sveglio. Ma già, vedrete
che non ce ne sarà bisogno. L'arte vostra farà
da sé il miracolo.
- Ma se mi dice che dorme sempre!
- No: sempre sempre poi no! Se mai, però, gli
metteremo accanto il Gabrini: sapete? quello che
vi tormenta. Me ne sono accorta. Ah, il Gabrini
è terribile! Capacissimo d'allungargli sotto
sotto qualche pizzicotto. Lasciate fare a me!
Entrò in quel momento Flora, la bellissima
figliuola della Venanzi, a chiamare la madre.
Casimiro Luna aveva finito d'esporre la sua
"intervista" ed era scappato via.
La Venanzi carezzò la splendida figliuola alla
presenza del giovanotto, le ravviò i capelli, le
rassettò sul seno ricolmo le pieghe della
camicetta di seta. Flora la lasciò fare,
sorridente, con gli occhi rivolti al giovine;
poi disse alla madre:
- Sai che donna Cristina è andata via anche lei?
La madre allora s'adirò fieramente.
- Via? E mi lascia lí quel mausoleo
addormentato? Ah! È un po' troppo, mi pare!
Dov'è andata?
- Mah! - sospirò la figlia. - Ha detto che
ritornerà tra poco.
Poi si volse al Lamanna e aggiunse:
- Non dubiti: glielo sveglio io, or ora, con una
tazza di tè.
Il Lamanna, già col sangue tutto rimescolato,
avrebbe voluto pregare la Venanzi di mandare a
monte la lettura della commedia e di
permettergli d'andar via di nascosto. Ma la
signora Alba s'era già levata e aveva schiuso la
bussola per rientrare in salotto con la figlia.
Quando di lí a poco, questa con una tazza di tè
in una mano e nell'altra il bricco del latte,
pregò la signora inglese che sedeva accanto al
De Marchis di scuoterlo per un braccio,
Vittorino Lamanna, divenuto nervosissimo,
avrebbe voluto gridarle: "Ma lo lasci dormire,
perdio!". Cosí, quelli che non sapevano del
continuo sonno del vecchio, avrebbero potuto
attribuirne la causa alla relazione del Luna e
non alla prossima lettura della sua commedia.
Destato, Alessandro De Marchis guardò Flora con
gli occhi stralunati:
- Ah sí... Guglielmo... Guglielmo Marconi...
- No, scusi, senatore, - disse Flora, con un
sorriso. - Col latte o senza?
- Col... col latte, sí, grazie.
Preso il tè, rimase sveglio. Vittorino Lamanna,
che già si disponeva alla lettura, accolse in sé
la lusinga che la sua commedia avrebbe veramente
incatenato l'attenzione del vecchio, come la
Venanzi gli aveva lasciato sperare, e lesse a
voce alta il titolo: Conflitto.
Lesse i personaggi, lesse la descrizione della
scena, e volse una rapida occhiata al De Marchis.
Questi se ne stava ancora con le ciglia
corrugate e pareva attentissimo. Il Lamanna si
raffermò in quella lusinga, e cominciò a leggere
la prima scena, tutto rianimato.
S'era proposto di rappresentare un conflitto
d'anime, diceva lui. Un vecchio benefattore,
ancor valido, aveva sposato la sua beneficata;
questa, presa poco dopo d'amore per un giovane,
si dibatteva tra il sentimento del dovere e
della gratitudine e il ribrezzo che provava
nell'adempimento de' suoi doveri di sposa,
mentre il suo cuore era pieno di quell'altro.
Tradire, no; ma mentire, mentire neppure!
Orbene, chi sa! il De Marchis forse avrebbe
potuto intravedere in quella situazione
drammatica un caso simile al suo, e avrebbe
prestato attenzione fino all'ultimo. E il
Lamanna seguitava a leggere con molto calore.
A un tratto però, dagli occhi degli ascoltatori
comprese che il vecchio s'era rimesso a dormire.
Non ebbe il coraggio di guardare per
accertarsene. Cercò invece gli occhi del Gabrini
e li incontrò subito appuntati su lui, taglienti
di ironia.
- A ottantasei anni, davanti alla soglia della
morte... - gli parve di leggere in quello
sguardo; e subito sentí tutto il sangue
affluirgli alle guance, dalla stizza; si
confuse, s'impappinò, perdette il tono, il
colore, la misura; e, con un gran ronzío negli
orecchi, in preda a una esasperazione crescente
di punto in punto, strascinò miseramente la
lettura del suo lavoro fino alla fine.
Fu un supplizio per lui e per gli altri, che
parve durasse un secolo. Finito, non vide l'ora
di trovarsi solo in casa per lacerare in mille
minutissimi pezzi quel suo atto unico, ch'era
stato per lui strumento d'indicibile tortura.
Mezz'ora dopo, nel salotto della Venanzi non
c'era piú nessuno, tranne il vecchio che dormiva
sul seggiolone, col capo rovesciato sul petto,
le labbra flosce, da cui pendeva sul panciotto
un filo di bava.
Madre e figlia, nel salottino accanto, parlavano
della pessima figura fatta dal Lamanna e
mangiucchiavano intanto qualche violetta
inzuccherata.
- Oh! - esclamò a un tratto la madre. - Quella
lí non torna. Bisogna svegliare il vecchio.
Si recarono nel salotto e stettero un po' a
contemplare con una certa pena mista di ribrezzo
quel glorioso dormente, in cui ogni luce
d'intelletto era estinta da un pezzo.
Lo scossero pian piano, poi piú forte. Stentò
non poco Alessandro De Marchis a comprendere che
la moglie lo aveva abbandonato lí.
- Se vuole, - gli disse la Venanzi, - lo farò
accompagnare fino a casa.
- No, - rispose il vecchio, provandosi piú volte
a levarsi dal seggiolone. - Mi basta... mi basta
fino a piè della scala. Poi mi metto in vettura.
Riuscí finalmente a tirarsi su; guardò Flora; le
accarezzò una guancia.
- Sei un po' sciupatina, - le disse. - Bellina
mia, che cos'è? facciamo forse all'amore?
Flora, senza arrossire, alzò una spalla e
sorrise.
- Che dice mai, senatore!
- Male! - riprese allora il De Marchis. - A
diciannove anni bisogna fare all'amore. E credi
pure che non c'è niente di meglio, bellina mia.
Si accostò lentamente a una mensola, per tuffar
la faccia in un gran mazzo di rose; poi,
ritraendola, sospirò:
- Povero vecchio...
Scese pian piano, a gran fatica, la scala,
appoggiato al cameriere; si mise in vettura e
poco dopo si addormentò anche lí, senza il piú
lontano sospetto che la sera, nelle "note
mondane", tutti i giornali piú in vista
avrebbero parlato di lui, del suo grande
compiacimento per i trionfi di Guglielmo
Marconi, della sua vivissima simpatia per
Casimiro Luna e anche della sua paterna
benevolenza per Vittorino Lamanna, giovane
commediografo di belle speranze.
Inizio pagina