Novelle per un anno - 1923 - La mosca
13. Mondo di carta
Un gridare, un accorrere di gente in capo a Via Nazionale,
attorno a due che s'erano presi: un ragazzaccio sui quindici
anni, e un signore ispido, dalla faccia gialliccia, quasi
tagliata in un popone, su la quale luccicavano gli
occhialacci da miope, grossi come due fondi di bottiglia.
Sforzando la vocetta fessa, quest'ultimo voleva darsi
ragione e agitava di continuo le mani che brandivano l'una
un bastoncino d'ebano dal pomo d'avorio, l'altra un
libraccio di stampa antica.
Il ragazzaccio strepitava pestando i piedi sui cocci d'una
volgarissima statuetta di terracotta misti a quelli di gesso
abbronzato della colonnina che la sorreggeva.
Tutti attorno, chi scoppiava in clamorose risate, chi faceva
un viso lungo lungo e chi pietoso: e i monelli, attaccati ai
lampioni, chi abbajava, chi fischiava, chi strombettava sul
palmo della mano.
- È la terza! è la terza! - urlava il signore. ¾ Mentre
passo leggendo, mi para davanti le sue schifose statuette, e
me le fa rovesciare. È la terza! Mi dà la caccia! Si mette
alle poste! Una volta al Corso Vittorio; un'altra a Via
Volturno; adesso qua.
Tra molti giuramenti e proteste d'innocenza, il figurinajo
cercava anch'esso di farsi ragione presso i piú vicini:
- Ma che! È lui! Non è vero che legge! Mi ci vien sopra! O
che non veda, o che vada stordito, o che o come, fatto si
è...
- Ma tre? Tre volte? - gli domandavano quelli tra le risa.
Alla fine, due guardie di città, sudate, sbuffanti,
riuscirono tra tutta quella calca a farsi largo; e siccome
l'uno e l'altro dei contendenti, alla loro presenza,
riprendevano a gridare piú forte ciascuno le proprie
ragioni, pensarono bene, per togliere quello spettacolo, di
condurli in vettura al piú vicino posto di guardia.
Ma appena montato in vettura, quel signore occhialuto si
drizzò lungo lungo sulla vita e si mise a voltare a scatti
la testa, di qua, di là, in su, in giú; infine s'accasciò,
aprí il libraccio e vi tuffò la faccia fino a toccar col
naso la pagina; la sollevò tutto sconvolto, si tirò sulla
fronte gli occhialacci e rituffò la faccia nel libro per
provarsi a leggere con gli occhi soltanto; dopo tutta questa
mimica cominciò a dare in smanie furiose, a contrarre la
faccia in smorfie orrende, di spavento, di disperazione:
- Oh Dio. Gli occhi. Non ci vedo piú. Non ci vedo piú!
Il vetturino si fermò di botto. Le guardie, il figurinajo,
sbalorditi, non sapevano neppure se colui facesse sul serio
o fosse impazzito; perplessi nello sbalordimento, avevano
quasi un sorriso d'incredulità sulle bocche aperte.
C'era là una farmacia; e, tra la gente ch'era corsa dietro
la vettura e l'altra che si fermò a curiosare, quel signore,
tutto scompigliato, cadaverico in faccia, sorretto per le
ascelle, vi fu fatto entrare.
Mugolava. Posto a sedere su una seggiola, si diede a
dondolare la testa e a passarsi le mani sulle gambe che gli
ballavano, senza badare al farmacista che voleva osservargli
gli occhi, senza badare ai conforti, alle esortazioni, ai
consigli che gli davano tutti: che si calmasse; che non era
niente; disturbo passeggero; il bollore della collera che
gli aveva dato agli occhi. A un tratto, cessò di dondolare
il capo, levò le mani, cominciò ad aprire e chiudere le
dita.
- Il libro! Il libro! Dov'è il libro?
Tutti si guardarono negli occhi, stupiti; poi risero. Ah,
aveva un libro con sé? Aveva il coraggio, con quegli occhi,
di andar leggendo per istrada? Come, tre statuette? Ah sí? e
chi, chi, quello? Ah sí? Gliele metteva davanti apposta? Oh
bella! oh bella!
¾ Lo denunzio! - gridò allora il signore, balzando in piedi,
con le mani protese e strabuzzando gli occhi con
scontorcimenti di tutto il volto ridicoli e pietosi a un
tempo. - In presenza di tutti qua, lo denunzio! Mi pagherà
gli occhi! Assassino! Ci sono due guardie qua; prendano i
nomi, subito, il mio e il suo. Testimoni tutti! Guardia,
scrivete: Balicci. Sí, Balicci; è il mio nome. Valeriano, sí,
via Nomentana 112, ultimo piano. E il nome di questo
manigoldo, dov'è? è qua? lo tengano! Tre volte,
approfittando della mia debole vista, della mia distrazione,
sissignori, tre schifose statuette. Ah, bravo, grazie, il
libro, sí, obbligatissimo! Una vettura, per carità. A casa,
a casa, voglio andare a casa! Resta denunziato.
E si mosse per uscire, con le mani avanti; barellò; fu
sorretto, messo in vettura e accompagnato da due pietosi
fino a casa.
Fu l'epilogo buffo e clamoroso d'una quieta sciagura che
durava da lunghissimi anni. Infinite volte, per unica
ricetta del male che inevitabilmente lo avrebbe condotto
alla cecità, il medico oculista gli aveva detto di smettere
la lettura. Ma il Balicci aveva accolto ogni volta questa
ricetta con quel sorriso vano con cui si risponde a una
celia troppo evidente.
- No? - gli aveva detto il medico. - E allora séguiti a
leggere, e poi mi lodi la fine! Lei ci perde la vista,
glielo dico io. Non dica poi, se me lo credevo! Io la ho
avvertita!
Bell'avvertimento! Ma se vivere, per lui, voleva dir
leggere! Non dovendo piú leggere, tanto valeva che morisse.
Fin da quando aveva imparato a compitare, era stato preso da
quella manía furiosa. Affidato da anni e anni alle cure di
una vecchia domestica che lo amava come un figliuolo,
avrebbe potuto campare sul suo piú che discretamente, se per
l'acquisto dei tanti e tanti libri che gl'ingombravano in
gran disordine la casa, non si fosse perfino indebitato. Non
potendo piú comprarne di nuovi, s'era dato già due volte a
rileggersi i vecchi, a rimasticarseli a uno a uno tutti
quanti dalla prima all'ultima pagina. E come quegli animali
che per difesa naturale prendono colore e qualità dai
luoghi, dalle piante in cui vivono, cosí a poco a poco era
divenuto quasi di carta: nella faccia, nelle mani, nel
colore della barba e dei capelli. Discesa a grado a grado
tutta la scala della miopia, ormai da alcuni anni pareva che
i libri se li mangiasse davvero, anche materialmente, tanto
se li accostava alla faccia per leggerli.
Condannato dal medico, dopo quella tremenda caldana, a stare
per quaranta giorni al bujo, non s'illuse piú neanche lui
che quel rimedio potesse giovare, e appena poté uscire di
camera, si fece condurre allo studio, presso il primo
scaffale. Cercò a tasto un libro, lo prese, lo aprí, vi
affondò la faccia, prima con gli occhiali, poi senza, come
aveva fatto quel giorno in vettura; e si mise a piangere
dentro quel libro, silenziosamente. Piano piano poi andò in
giro per l'ampia sala, tastando qua e là con le mani i
palchetti degli scaffali. Eccolo lí, tutto il suo mondo! E
non poterci piú vivere ora, se non per quel tanto che lo
avrebbe ajutato la memoria!
La vita, non l'aveva vissuta; poteva dire di non aver visto
bene mai nulla: a tavola, a letto, per via, sui sedili dei
giardini pubblici, sempre e da per tutto, non aveva fatto
altro che leggere, leggere, leggere. Cieco ora per la realtà
viva che non aveva mai veduto; cieco anche per quella
rappresentata nei libri che non poteva piú leggere.
La grande confusione in cui aveva sempre lasciato tutti i
suoi libri, sparsi o ammucchiati qua e là sulle seggiole,
per terra, sui tavolini, negli scaffali, lo fece ora
disperare. Tante volte s'era proposto di mettere un po'
d'ordine in quella babele, di disporre tutti quei libri per
materie, e non l'aveva mai fatto, per non perder tempo. Se
l'avesse fatto, ora, accostandosi all'uno o all'altro degli
scaffali, si sarebbe sentito meno sperduto, con lo spirito
meno confuso, meno sparpagliato.
Fece mettere un avviso nei giornali, per avere qualcuno
pratico di biblioteche, che si incaricasse di quel lavoro
d'ordinamento. In capo a due giorni gli si presentò un
giovinotto saccente, il quale rimase molto meravigliato nel
trovarsi davanti un cieco che voleva riordinata la libreria
e che pretendeva per giunta di guidarlo. Ma non tardò a
comprendere, quel giovanotto, che - via - doveva essere
uscito di cervello quel pover'uomo, se per ogni libro che
gli nominava, eccolo là, saltava di gioja, piangeva, se lo
faceva dare, e allora, palpeggiamenti carezzevoli alle
pagine e abbracci, come a un amico ritrovato.
Inizio
pagina
- Professore, - sbuffava il giovanotto. - Ma cosí
badi che non la finiamo piú!
- Sí, sí, ecco, ecco, - riconosceva subito il
Balicci. - Ma lo metta qua, questo: aspetti, mi
faccia toccare dove l'ha messo. Bene, bene qua, per
sapermi raccapezzare.
Erano per la maggior parte libri di viaggi, d'usi e
costumi dei varii popoli, libri di scienze naturali
e d'amena letteratura, libri di storia e di
filosofia.
Quando alla fine il lavoro fu compiuto, parve al
Balicci che il bujo gli s'allargasse intorno in
tenebre meno torbide, quasi avesse tratto dal caos
il suo mondo. E per un pezzo rimase come
rimbozzolito a covarlo.
Con la fronte appoggiata sul dorso dei libri
allineati sui palchetti degli scaffali, passava ora
le giornate quasi aspettando che, per via di quel
contatto, la materia stampata gli si travasasse
dentro. Scene, episodii, brani di descrizioni gli si
rappresentavano alla mente con minuta, spiccata
evidenza; rivedeva, rivedeva proprio in quel suo
mondo alcuni particolari che gli erano rimasti piú
impressi, durante le sue riletture: quattro fanali
rossi accesi ancora, alla punta dell'alba, in un
porto di mare deserto, con una sola nave ormeggiata,
la cui alberatura con tutte le sartie si stagliava
scheletrica sullo squallore cinereo della prima
luce; in capo a un erto viale, su lo sfondo di
fiamma d'un crepuscolo autunnale, due grossi cavalli
neri con le sacche del fieno alla testa.
Ma non poté reggere a lungo in quel silenzio
angoscioso. Volle che il suo mondo riavesse voce,
che si facesse risentire da lui e gli dicesse
com'era veramente e non come lui in confuso se lo
ricordava. Mise un altro avviso nei giornali, per un
lettore o una lettrice; e gli capitò una certa
signorinetta tutta fremente in una perpetua
irrequietezza di perplessità. Aveva svolazzato per
mezzo mondo, senza requie, e anche per il modo di
parlare dava l'immagine d'una calandrella smarrita,
che spiccasse di qua, di là il volo, indecisa, e
s'arrestasse d'un subito, con furioso sbàttito
d'ali, e saltellasse, rigirandosi per ogni verso.
Irruppe nello studio, gridando il suo nome:
- Tilde Pagliocchini. Lei? Ah già... me lo...
sicuro, Balicci, c'era scritto sul giornale... anche
su la porta... Oh Dio, per carità, no! guardi,
professore, non faccia cosí con gli occhi. Mi
spavento. Niente, niente, scusi, me ne vado.
Questa fu la prima entrata. Non se n'andò. La
vecchia domestica, con le lagrime agli occhi, le
dimostrò che quello era per lei un posticino proprio
per la quale.
- Niente pericoli?
Ma che pericoli! Mai, che è mai? Solo, un po'
strano, per via di quei libri. Ah, per quei libracci
maledetti, anche lei, povera vecchia, eccola là, non
sapeva piú se fosse donna o strofinaccio.
- Purché lei glieli legga bene.
La signorina Tilde Pagliocchini la guardò, e
appuntandosi l'indice d'una mano sul petto:
- Io?
Tirò fuori una voce, che neanche in paradiso.
Ma quando ne diede il primo saggio al Balicci con
certe inflessioni e certe modulazioni, e volate e
smorzamenti e arresti e scivoli, accompagnati da una
mimica tanto impetuosa quanto superflua, il
pover'uomo si prese la testa tra le mani e si
restrinse e si contorse come per schermirsi da tanti
cani che volessero addentarlo.
- No! Cosí no! Cosí no! per carità! - si mise a
gridare.
E la signorina Pagliocchini, con l'aria piú ingenua
del mondo:
- Non leggo bene?
- Ma no! Per carità, a bassa voce! Piú bassa che
può! quasi senza voce! Capirà, io leggevo con gli
occhi soltanto, signorina!
- Malissimo, professore! Leggere a voce alta fa
bene. Meglio poi non leggere affatto! Ma scusi, che
se ne fa? Senta (picchiava con le nocche delle dita
sul libro). Non suona! Sordo. Ponga il caso,
professore, che io ora le dia un bacio.
Il Balicci s'interiva pallido:
- Le proibisco!
- Ma no scusi! Teme che glielo dia davvero? Non
glielo do! Dicevo per farle avvertir subito la
differenza. Ecco, mi provo a leggere quasi senza
voce. Badi però che, leggendo cosí io fischio
l'esse, professore!
Alla nuova prova, il Balicci si contorse peggio di
prima. Ma comprese che, su per giú, sarebbe stato lo
stesso con qualunque altra lettrice, con qualunque
altro lettore. Ogni voce, che non fosse la sua, gli
avrebbe fatto parere un altro il suo mondo.
- Signorina, guardi, mi faccia il favore, provi con
gli occhi soltanto, senza voce.
La signorina Tilde Pagliocchini si voltò a
guardarlo, con tanto d'occhi.
- Come dice? Senza voce? E allora, come? per me?
- Sí, ecco, per conto suo.
- Ma grazie tante! - scattò, balzando in piedi, la
signorina. - Lei si burla di me? Che vuole che me ne
faccia io, dei suoi libri, se lei non deve sentire?
- Ecco, le spiego, - rispose il Balicci, quieto, con
un amarissimo sorriso. ¾ Provo piacere che qualcuno
legga qua, in vece mia. Lei forse non riesce a
intenderlo, questo piacere. Ma gliel'ho già detto:
questo è il mio mondo; mi conforta il sapere che non
è deserto, che qualcuno ci vive dentro, ecco. Io le
sentirò voltare le pagine, ascolterò il suo silenzio
intento, le domanderò di tanto in tanto che cosa
legge, e lei mi dirà... oh, basterà un cenno... e io
la seguirò con la memoria. La sua voce, signorina,
mi guasta tutto!
- Ma io la prego di credere, professore, che la mia
voce è bellissima! - protestò, sulle furie, la
signorina.
- Lo credo, lo so - disse subito il Balicci. - Non
voglio farle offesa. Ma mi colora tutto
diversamente, capisce? E io ho bisogno che nulla mi
sia alterato; che ogni cosa mi rimanga tal quale.
Legga, legga. Le dirò io che cosa deve leggere. Ci
sta?
- Ebbene, ci sto, sí. Dia qua!
In punta di piedi, appena il Balicci le assegnava il
libro da leggere, la signorina Tilde Pagliocchini
volava via dallo studio e se n'andava a conversare
di là con la vecchia domestica. Il Balicci intanto
viveva nel libro che le aveva assegnato e godeva del
godimento che si figurava ella dovesse prenderne. E
di tratto in tratto le domandava: - Bello, eh? -
oppure: - Ha voltato? - Non sentendola nemmeno
fiatare, s'immaginava che fosse sprofondata nella
lettura e che non gli rispondesse per non
distrarsene.
- Sí, legga, legga... - la esortava allora, piano,
quasi con voluttà.
Talvolta, rientrando nello studio, la signorina
Pagliocchini trovava il Balicci coi gomiti su i
bracciuoli della poltrona e la faccia nascosta tra
le mani.
- Professore, a che pensa?
- Vedo... - le rispondeva lui, con una voce che
pareva arrivasse da lontano lontano. Poi,
riscotendosi con un sospiro: - Eppure ricordo che
erano di pepe!
- Che cosa, di pepe, professore?
- Certi alberi, certi alberi in un viale... Là,
veda, nella terza scansia, al secondo palchetto,
forse il terz'ultimo libro.
- Lei vorrebbe che io le cercassi, ora, questi
alberi di pepe? - gli domandava la signorina,
spaventata e sbuffante.
- Se volesse farmi questo piacere.
Cercando, la signorina maltrattava le pagine,
s'irritava alle raccomandazioni di far piano.
Cominciava a essere stufa, ecco. Era abituata a
volare, lei, a correre, a correre, in treno, in
automobile, in ferrovia, in bicicletta, su i
piroscafi. Correre, vivere! Già si sentiva soffocare
in quel mondo di carta. E un giorno che il Balicci
le assegnò da leggere certi ricordi di Norvegia, non
seppe piú tenersi. A una domanda di lui, se le
piacesse il tratto che descriveva la cattedrale di
Trondhjem, accanto alla quale, tra gli alberi, giace
il cimitero, a cui ogni sabato sera i parenti
superstiti recano le loro offerte di fiori freschi:
- Ma che! ma che! ma che! - proruppe su tutte le
furie. - Io ci sono stata, sa? E le so dire che non
è com'è detto qua!
Il Balicci si levò in piedi, tutto vibrante d'ira e
convulso:
- Io le proibisco di dire che non è com'è detto là!
- le gridò, levando le braccia. - M'importa un corno
che lei c'è stata! È com'è detto là, e basta! Dev'essere
cosí, e basta! Lei mi vuole rovinare! Se ne vada! Se
ne vada! Non può piú stare qua! Mi lasci solo! Se ne
vada!
Rimasto solo, Valeriano Balicci, dopo aver
raccattato a tentoni il libro che la signorina aveva
scagliato a terra, cadde a sedere su la poltrona;
aprí il libro, carezzò con le mani tremolanti le
pagine gualcite; poi v'immerse la faccia e restò lí
a lungo, assorto nella visione di Trondhjem con la
sua cattedrale di marmo, col cimitero accanto, a cui
i devoti ogni sabato sera recano offerte di fiori
freschi - cosí, cosí com'era detto là. - Non si
doveva toccare. Il freddo, la neve, quei fiori
freschi, e l'ombra azzurra della cattedrale. -
Niente lí si doveva toccare. Era cosí, e basta. Il
suo mondo. Il suo mondo di carta. Tutto il suo
mondo.
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