Novelle per un anno - 1923 - La mosca
12. Niente

La botticella che corre fragorosa nella notte per la vasta
piazza deserta, si ferma davanti al freddo chiarore d'una
vetrata opaca di farmacia all'angolo di via San Lorenzo. Un
signore impellicciato si lancia sulla maniglia di quella
vetrata per aprirla. Piega di qua, piega di là - che
diavolo? - non s'apre.
- Provi a sonare, - suggerisce il vetturino.
- Dove, come si suona?
- Guardi, c'è lí il pallino. Tiri.
Quel signore tira con furia rabbiosa.
- Bell'assistenza notturna!
E le parole, sotto il lume della lanterna rossa, vaporano
nel gelo della notte, quasi andandosene in fumo.
Si leva lamentoso dalla prossima stazione il fischio d'un
treno in partenza. Il vetturino cava l'orologio; si china
verso uno dei fanaletti; dice:
- Eh, vicino le tre...
Alla fine il giovine di farmacia, tutto irto di sonno, col
bavero della giacca tirato fin sopra gli orecchi, viene ad
aprire.
E subito il signore:
- C'è un medico?
Ma quegli, avvertendo sulla faccia e sulle mani il gelo di
fuori, dà indietro, alza le braccia, stringe le pugna e
comincia a stropicciarsi gli occhi, sbadigliando:
- A quest'ora?
Poi, per interrompere le proteste dell'avventore, il quale -
ma sí, Dio mio, sí - tutta quella furia, sí, con ragione:
chi dice di no? - ma dovrebbe pure compatire chi a quell'ora
ha anche ragione d'aver sonno - ecco, ecco, si toglie le
mani dagli occhi e prima di tutto gli fa cenno d'aspettare;
poi, di seguirlo dietro il banco, nel laboratorio della
farmacia.
Il vetturino intanto, rimasto fuori, smonta da cassetta e
vuole prendersi la soddisfazione di sbottonarsi i calzoni
per far lí apertamente, al cospetto della vasta piazza
deserta tutta intersecata dai lucidi binarii delle tramvie,
quel che di giorno non è lecito senza i debiti ripari.
Perché è pure un piacere, mentre qualcuno si dibatte in
preda a qualche briga per cui deve chiedere agli altri
soccorso e assistenza, attendere tranquillamente, cosí, alla
soddisfazione d'un piccolo bisogno naturale, e veder che
tutto rimane al suo posto: là, quei lecci neri in fila che
costeggiano la piazza, gli alti tubi di ghisa che sorreggono
la trama dei fili tramviarii, tutte quelle lune vane in cima
ai lampioni, e qua gli uffici della dogana accanto alla
stazione.
Il laboratorio della farmacia, dal tetto basso, tutto
scaffalato, è quasi al bujo e appestato dal tanfo dei
medicinali. Un sudicio lumino a olio, acceso davanti a
un'immagine sacra sulla cornice dello scaffale dirimpetto
all'entrata, pare non abbia voglia di far lume neanche a se
stesso. La tavola in mezzo, ingombra di bocce, vasetti,
bilance, mortaj e imbuti, impedisce di vedere in prima se
sul logoro divanuccio di cuojo, là sotto a quello scaffale
dirimpetto all'entrata, sia rimasto a dormire il medico di
guardia.
- Eccolo, c'è - dice il giovine di farmacia, indicando un
pezzo d'omone che dorme penosamente, tutto aggruppato e
raffagottato, con la faccia schiacciata contro la spalliera.
- E lo chiami, perdio!
- Eh, una parola! Capace di tirarmi un calcio, sa?
- Ma è medico?
- Medico, medico. Il dottor Mangoni.
- E tira calci?
- Capirà, svegliarlo a quest'ora...
- Lo chiamo io!
E il signore, risolutamente, si china sul divanuccio e
scuote il dormente.
- Dottore! dottore!
Il dottor Mangoni muggisce dentro la barbaccia arruffata che
gl'invade quasi fin sotto gli occhi le guance; poi stringe
le pugna sul petto e alza i gomiti per stirarsi; infine si
pone a sedere, curvo, con gli occhi ancora chiusi sotto le
sopracciglia spioventi. Uno dei calzoni gli è rimasto tirato
sul grosso polpaccio della gamba e scopre le mutande di tela
legate all'antica con una cordellina sulla rozza calza nera
di cotone.
- Ecco, dottore... Subito, la prego, - dice impaziente il
signore. - Un caso d'asfissia...
- Col carbone? - domanda il dottore, volgendosi ma senza
aprir gli occhi. Alza una mano a un gesto melodrammatico e,
provandosi a tirar fuori la voce dalla gola ancora
addormentata, accenna l'aria della "Gioconda": Suicidio? In
questi fieeeriii momenti...
Quel signore fa un atto di stupore e d'indignazione. Ma il
dottor Mangoni, subito, arrovescia indietro il capo e
incignando ad aprire un occhio solo:
- Scusi, - dice, - è un suo parente?
- Nossignore! Ma la prego, faccia presto! Le spiegherò
strada facendo. Ho qui la vettura. Se ha da prendere qualche
cosa...
- Sí, dammi... dammi... - comincia a dire il dottor Mangoni,
tentando d'alzarsi, rivolto al giovine di farmacia.
- Penso io, penso io, signor dottore, - risponde quello,
girando la chiavetta della luce elettrica e dandosi attorno
tutt'a un tratto con una allegra fretta che impressiona
l'avventore notturno.
Il dottor Mangoni storce il capo come un bue che si disponga
a cozzare, per difendersi gli occhi dalla súbita luce.
- Sí, bravo figliuolo, - dice. - Ma mi hai accecato. Oh, e
il mio elmo? dov'è?
L'elmo è il cappello. Lo ha, sí. Per averlo, lo ha:
positivo. Ricorda d'averlo posato, prima d'addormentarsi, su
lo sgabello accanto al divanuccio. Dov'è andato a finire?
Si mette a cercarlo. Ci si mette anche l'avventore; poi
anche il vetturino, entrato a riconfortarsi al caldo della
farmacia. E intanto il commesso farmacista ha tutto il tempo
di preparare un bel paccone di rimedii urgenti.
- La siringa per le iniezioni, dottore, ce l'ha?
- Io? - si volta a rispondergli il dottor Mangoni con una
maraviglia che provoca in quello uno scoppio di risa.
- Bene bene. Dunque, si dice, carte senapate. Otto,
basteranno? Caffeina, stricnina. Una Pravaz. E l'ossigeno,
dottore? Ci vorrà pure un sacco d'ossigeno, mi figuro.
- Il cappello ci vuole! il cappello! il cappello prima di
tutto! - grida tra gli sbuffi il dottor Mangoni. E spiega
che, tra l'altro, c'è affezionato lui a quel cappello,
perché è un cappello storico: comperato circa undici anni
addietro in occasione dei solenni funerali di Suor Maria
dell'Udienza, Superiora del ricovero notturno al vicolo del
Falco, in Trastevere, dove si reca spesso a mangiare ottime
ciotole di minestra economica, e a dormire, quando non è di
guardia nelle farmacie.
Finalmente il cappello è trovato, non lí nel laboratorio ma
di là, sotto il banco della farmacia. Ci ha giocato il
gattino.
L'avventore freme d'impazienza. Ma un'altra lunga
discussione ha luogo, perché il dottor Mangoni, con la tuba
tutta ammaccata tra le mani, vuole dimostrare che il
gattino, sí, senza dubbio, ci ha giocato, ma che anche lui,
il giovine di farmacia, le ha dovuto dare col piede, per
giunta, una buona acciaccata sotto il banco. Basta. Un gran
pugno allungato dentro la tuba, che per miracolo non la
sfonda, e il dottor Mangoni se la butta in capo su le
ventitré.
- Ai suoi ordini, pregiatissimo signore!
- Un povero giovine, - prende a dir subito il signore
rimontando su la botticella e stendendo la coperta su le
gambe del dottore e su le proprie.
- Ah, bravo! Grazie.
- Un povero giovine che m'era stato tanto raccomandato da un
mio fratello, perché gli trovassi un collocamento. Eh già,
capisce? come se fosse la cosa piú facile del mondo; t-o-to,
fatto. La solita storia. Pare che stiano all'altro mondo,
quelli della provincia: credono che basti venire a Roma per
trovare un impiego: t-o-to, fatto. Anche mio fratello,
sissignore! m'ha fatto questo bel regalo. Uno dei soliti
spostati, sa: figlio d'un fattore di campagna, morto da due
anni al servizio di questo mio fratello. Se ne viene a Roma,
a far che? niente, il giornalista, dice. Mi presenta i
titoli: la licenza liceale e uno zibaldone di versi. Dice:
"Lei mi deve trovar posto in qualche giornale". Io? Roba da
matti! Mi metto subito in giro per fargli ottenere il
rimpatrio dalla questura. E intanto, potevo lasciarlo in
mezzo alla strada, di notte? Quasi nudo, era; morto di
freddo, con un abituccio di tela che gli sventolava addosso;
e due o tre lire in tasca: non piú di tanto. Gli do alloggio
in una mia casetta, qua, a San Lorenzo, affittata a certa
gente... lasciamo andare! Gentuccia che subaffitta due
camerette mobiliate. Non mi pagano la pigione da quattro
mesi. Me n'approfitto; lo ficco lí a dormire. E va bene!
Passano cinque giorni; non c'è verso d'ottenere il foglio di
rimpatrio dalla questura. La meticolosità di questi
impiegati: come gli uccelli, sa? cacano da per tutto, scusi!
Per rilasciare quel foglio debbono far prima non so che
pratiche là, al paese; poi qua alla questura. Basta: questa
sera ero a teatro, al Nazionale. Viene, tutto spaventato, il
figlio della mia inquilina a chiamarmi a mezzanotte e un
quarto, perché quel disgraziato s'era chiuso in camera,
dice, con un braciere acceso. Dalle sette di sera, capisce?
A questo punto il signore si china un poco a guardare nel
fondo della vettura il dottore che, durante il racconto, non
ha piú dato segno di vita. Temendo che si sia
riaddormentato, ripete piú forte:
- Dalle sette di sera!
- Come trotta bene questo cavallino, - gli dice allora il
dottore Mangoni, sdrajato voluttuosamente nella vettura.
Quel signore resta, come se al bujo abbia ricevuto un pugno
sul naso.
- Ma scusi, dottore, ha sentito?
- Sissignore.
- Dalle sette di sera. Dalle sette a mezzanotte, cinque ore.
- Precise.
- Respira però, sa! Appena appena. È tutto rattrappito, e...
- Che bellezza! Saranno... sí, aspetti, tre... no, che dico
tre? cinque anni saranno almeno, che non vado in carrozza.
Come ci si va bene!
- Ma scusi, io le sto parlando...
- Sissignore. Ma abbia pazienza, che vuole che m'importi la
storia di questo disgraziato?
- Per dirle che sono cinque ore...
- E va bene! Adesso vedremo. Crede lei che gli stia rendendo
un bel servizio?
- Come?
- Ma sí, scusi! Un ferimento in rissa, una tegola sul capo,
una disgrazia qualsiasi... prestare ajuto, chiamare il
medico, lo capisco. Ma un pover'uomo, scusi, che zitto zitto
si accuccia per morire?
- Come! - ripete, vieppiù trasecolato, quel signore.
E il dottor Mangoni, placidissimo:
- Abbia pazienza. Il piú l'aveva fatto, quel poverino.
Invece del pane, s'era comperato il carbone. Mi figuro che
avrà sprangato l'uscio, no? otturato tutti i buchi; si sarà
magari alloppiato prima; erano passate cinque ore; e lei va
a disturbarlo sul piú bello!
- Lei scherza! - grida il signore.
- No no; dico sul serio.
- Oh perdio! - scatta quello. - Ma sono stato disturbato io,
mi sembra! Sono venuti a chiamarmi...
- Capisco, già, a teatro.
- Dovevo lasciarlo morire? E allora, altri impicci, è vero?
come se fossero pochi quelli che m'ha dati. Queste cose non
si fanno in casa d'altri, scusi!
- Ah, sí, sí; per questa parte, sí, ha ragione, - riconosce
con un sospiro il dottor Mangoni. - Se ne poteva andare a
morire fuori dai piedi, lei dice. Ha ragione. Ma il letto
tenta, sa! Tenta, tenta. Morire per terra come un cane... Lo
lasci dire a uno che non ne ha!
- Che cosa?
- Letto.
- Lei?
Il dottor Mangoni tarda a rispondere. Poi, lentamente, col
tono di chi ripete una cosa già tant'altre volte detta:
- Dormo dove posso. Mangio quando posso. Vesto come posso.
E subito aggiunge:
- Ma non creda oh, che ne sia afflitto. Tutt'altro. Sono un
grand'uomo, io, sa? Ma dimissionario.
Il signore s'incuriosisce di quel bel tipo di medico in cui
gli è avvenuto cosí per caso d'imbattersi; e ride,
domandando:
- Dimissionario? Come sarebbe a dire dimissionario?
- Che capii a tempo, caro signore, che non metteva conto di
nulla. E che anzi, quanto piú ci s'affanna a divenir grandi,
e piú si diventa piccoli. Per forza. Ha moglie lei, scusi?
- Io? Sissignore.
- Mi pare che abbia sospirato dicendo sissignore.
- Ma no, non ho sospirato affatto.
¾ E allora, basta. Se non ha sospirato, non ne parliamo piú.
E il dottor Mangoni torna a rannicchiarsi nel fondo della
vettura, dando a vedere cosí che non gli pare piú il caso di
seguitare la conversazione. Il signore ci resta male.
- Ma come c'entra mia moglie, scusi?
Il vetturino a questo punto, si volta da cassetta e domanda:
- Insomma, dov'è? A momenti siamo a Campoverano!
- Uh, già! - esclama il signore. - Volta! volta! La casa è
passata da un pezzo.
- Peccato tornare indietro, - dice il dottor Mangoni, ¾
quando s'è quasi arrivati alla mèta.
Il vetturino volta, bestemmiando.
Una scaletta buja, che pare un antro dirupato: tetra umida
fetida.
- Ahi! Maledizione. Diòòòdiodio!
- Che cos'è? s'è fatto male?
- Il piede. Ahiahi. Ma non ci avrebbe un fiammifero, scusi?
- Mannaggia! Cerco la scatola. Non la trovo!
Alla fine, un barlume che viene da una porta aperta sul
pianerottolo della terza branca.
La sventura, quando entra in una casa, ha questo di
particolare: che lascia la porta aperta, cosí che ogni
estraneo possa introdursi a curiosare.
Il dottor Mangoni segue zoppicando il signore che attraversa
una squallida saletta con un lumino bianco a petrolio per
terra presso l'entrata; poi, senza chieder permesso a
nessuno, un corridojo bujo, con tre usci: due chiusi,
l'altro, in fondo, aperto e debolmente illuminato. Nello
spasimo di quella storta al piede, trovandosi col sacco
dell'ossigeno in mano, gli viene la tentazione di
scaraventarlo alle spalle di quel signore; ma lo posa per
terra, si ferma, si appoggia con una mano al muro, e con
l'altra, tirato su il piede, se lo stringe forte alla noce,
provandosi a muoverlo in qua e in là, col volto tutto
strizzato.
Intanto, nella stanza in fondo al corridojo, è scoppiata,
chi sa perché, una lite tra quel signore e gl'inquilini. Il
dottor Mangoni lascia il piede e fa per muoversi, volendo
sapere che cosa è accaduto, quando si vede venire addosso
come una bufera quel signore che grida:
- Sí, sí, da stupidi! da stupidi! da stupidi!
Fa appena a tempo a scansàrlo; si volta, lo vede inciampare
nel sacco d'ossigeno:
- Piano! piano, per carità!
Ma che piano! Quello allunga un calcio al sacco; se lo
ritrova tra i piedi; è di nuovo per cadere e, bestemmiando,
scappa via, mentre sulla soglia della stanza in fondo al
corridojo appare un tozzo e goffo vecchio in pantofole e
papalina, con una grossa sciarpa di lana verde al collo, da
cui emerge un faccione tutto enfiato e paonazzo, illuminato
dalla candela stearica, sorretta in una mano.
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- Ma scusi... dico, o che era meglio allora, che lo
lasciavamo morire qua, aspettando il medico?
Il dottor Mangoni crede che si rivolga a lui e gli
risponde:
- Eccomi qua, sono io.
Ma quello alza e protende la mano con la stearica;
lo osserva, e come imbalordito gli domanda:
- Lei? chi?
- Non diceva il medico?
- Ma che medico! ma che medico! - insorge,
strillando, nella camera di là, una voce di donna.
E si precipita nel corridojo la moglie di quel degno
vecchio in pantofole e papalina, tutta sussultante,
con una nuvola di capelli grigi e ricci per aria,
gli occhi affumicati ammaccati e piangenti, la bocca
tagliata di traverso, oscenamente dipinta, che le
freme convulsa. Sollevando il capo da un lato, per
guardare, soggiunge imperiosa:
- Se ne può andare! se ne può andare! Non c'è piú
bisogno di lei! L'abbiamo fatto trasportare al
Policlinico, perché moriva!
E cozzando in un braccio il marito violentemente:
- Fallo andar via!
Ma il marito dà uno strillo e un balzo perché, cosí
cozzato nel braccio, ha avuto sulle dita la
sgocciolatura calda della candela.
- Eh, piano, santo Dio!
Il dottor Mangoni protesta, ma senza troppo sdegno,
che non è un ladro, né un assassino da esser mandato
via a quel modo; che se è venuto, è perché sono
andati a chiamarlo in farmacia; che per ora ci ha
guadagnato soltanto una storta al piede, per cui
chiede che lo lascino sedere almeno per un momento.
- Ma si figuri, qua, venga, s'accomodi, s'accomodi,
signor dottore, - s'affretta a dirgli il vecchio,
conducendolo nella stanza in fondo al corridojo;
mentre la moglie, sempre col capo sollevato da un
lato per guardare come una gallina stizzita, lo spia
impressionata da tutta quella feroce barba fin sotto
gli occhi.
- Bada, oh, se per aver fatto il bene, - dice ora,
ammansata, a mo' di scusa, - ci si deve anche
prendere i rimproveri!
- Già, i rimproveri, - soggiunge il vecchio
cacciando la candela accesa nel bocciuolo della
bugia sul tavolino da notte accanto al lettino
vuoto, disfatto, i cui guanciali serbano ancora
l'impronta della testa del giovinetto suicida.
Quietamente si toglie poi dalle dita le gocce
rapprese, e seguita:
- Perché dice che nossignori, non si doveva portare
all'ospedale, non si doveva.
- Tutto annerito era! - grida, scattando, la moglie.
¾ Ah, quel visino. Pareva succhiato. E che occhi! E
quelle labbra, nere, che scoprivan qua, qua, i
denti, appena appena. Senza piú fiato...
E si copre il volto con le mani.
- Si doveva lasciarlo morire senza ajuto? -
ridomanda placido il vecchio. - Ma sa perché s'è
arrabbiato? Perché sospetta, dice, che quel povero
ragazzo sia un figlio bastardo di suo fratello.
¾ E ce l'aveva buttato qua, - riprende la moglie
balzando in piedi di nuovo, non si sa se per rabbia
o per commozione. - Qua, per far nascere in casa mia
questa tragedia, che non finirà per ora, perché la
mia figliuola, la maggiore, se n'è innamorata,
capisce? Come una pazza, vedendolo morire - ah, che
spettacolo! - se l'è caricato in collo, io non so
com'ha fatto! se l'è portato via, con l'ajuto del
fratello, giú per le scale, sperando di trovare una
carrozza per istrada. Forse l'hanno trovata. E mi
guardi, mi guardi là quell'altra figliuola, come
piange.
Il dottor Mangoni, entrando, ha già intraveduto
nell'attigua saletta da pranzo una figliolona bionda
scarmigliata intenta a leggere, coi gomiti sulla
tavola e la testa tra le mani. Legge e piange, sí;
ma col corpetto sbottonato e le rosee esuberanti
rotondità del seno quasi tutte scoperte sotto il
lume giallo della lampada a sospensione.
Il vecchio padre, a cui il dottor Mangoni ora si
volta come intronato, fa con le mani gesti di grande
ammirazione. Sul seno della figliuola? No. Su ciò
che la figliuola sta leggendo di là fra tante
lagrime. Le poesie del giovinetto.
- Un poeta! - esclama. - Un poeta, che se lei
sentisse... cose! Me ne intendo, perché professore
di belle lettere a riposo. Cose grandi, cose grandi.
E si reca di là per prendere alcune di quelle
poesie; ma la figliuola con rabbia se le difende,
per paura che la sorella maggiore, ritornando col
fratello dall'ospedale, non gliele lascerà piú
leggere, perché vorrà tenersele per sé gelosamente,
come un tesoro di cui lei sola dev'esser l'erede.
- Almeno qualcuna di queste che hai già lette, -
insiste timidamente il padre.
Ma quella, curva con tutto il seno su le carte,
pesta un piede e grida: - No! - Poi le raccoglie
dalla tavola, se le ripreme con le mani sul seno
scoperto e se le porta via in un'altra stanza di là.
Il dottor Mangoni si volta allora a guardar di nuovo
quella tristezza di lettino vuoto, che rende vana la
sua visita; poi guarda la finestra che, non ostante
il gelo della notte, è rimasta aperta in quella
lugubre stanza per farne svaporare il puzzo del
carbone.
La luna rischiara il vano di quella finestra. Nella
notte alta, la luna. Il dottor Mangoni se la
immagina, come tante volte, errando per vie remote,
l'ha veduta, quando gli uomini dormono e non la
vedono piú, inabissata e come smarrita nella sommità
dei cieli.
Lo squallore di quella stanza, di tutta quella casa,
che è una delle tante case degli uomini, dove
ballonchiano tentatrici, a perpetuare
l'inconcludente miseria della vita, due mammelle di
donna come quelle ch'egli ha or ora intravedute
sotto il lume della lampada a sospensione nella
stanza di là, gl'infonde un cosí frigido
scoraggiamento e insieme una cosí acre irritazione,
che non gli è piú possibile rimanere seduto.
Si alza, sbuffando, per andarsene. Infine, via, è
uno dei tanti casi che gli sogliono capitare, stando
di guardia nelle farmacie notturne. Forse un po' piú
triste degli altri, a pensare che probabilmente, chi
sa! era un poeta davvero quel povero ragazzo. Ma, in
questo caso, meglio cosí: che sia morto.
- Senta, - dice al vecchio che s'è alzato anche lui
per riprendere in mano la candela. - Quel signore
che li ha rimproverati e che è venuto a scomodarmi
in farmacia, dev'essere veramente un imbecille.
Aspetti: mi lasci dire. Non già perché li ha
rimproverati, ma perché gli ho domandato se aveva
moglie, e mi ha risposto di sí; ma senza sospirare.
Ha capito?
Il vecchio lo guarda a bocca aperta. Evidentemente
non capisce. Capisce la moglie, che salta su a
domandargli:
- Perché chi dice d'aver moglie, secondo lei,
dovrebbe sospirare?
E il dottor Mangoni, pronto:
- Come m'immagino che sospira lei, cara signora, se
qualcuno le domanda se ha marito.
E glielo addita. Poi riprende:
- Scusi, a quel giovinetto, se non si fosse ucciso,
lei avrebbe dato in moglie la sua figliuola?
Quella lo guarda un pezzo, di traverso, e poi, come
a sfida, gli risponde:
- E perché no?
- E se lo sarebbero preso qua con loro in questa
casa? - torna a domandare il dottor Mangoni.
E quella, di nuovo:
- E perché no?
- E lei, - domanda ancora il dottor Mangoni, rivolto
al vecchio marito, - lei che se n'intende,
professore di belle lettere a riposo, gli avrebbe
anche consigliato di stampare quelle sue poesie?
Per non esser da meno della moglie, il vecchio
risponde anche lui:
- E perché no?
- E allora, - conclude il dottor Mangoni, - me ne
dispiace, ma debbo dir loro, che sono per lo meno
due volte piú imbecilli di quel signore.
E volta le spalle per andarsene.
- Si può sapere perché? - gli grida dietro la donna
inviperita.
Il dottor Mangoni si ferma e le risponde
pacatamente:
- Abbia pazienza. Mi ammetterà che quel povero
ragazzo sognava forse la gloria, se faceva poesie.
Ora pensi un po' che cosa gli sarebbe diventata la
gloria, facendo stampare quelle sue poesie. Un
povero, inutile volumetto di versi. E l'amore?
L'amore che è la cosa piú viva e piú santa che ci
sia dato provare sulla terra? Che cosa gli sarebbe
diventato? L'amore: una donna. Anzi, peggio, una
moglie: la sua figliuola.
- Oh! oh! - minaccia quella, venendogli quasi con le
mani in faccia. - Badi come parla della mia
figliuola!
- Non dico niente, - s'affretta a protestare il
dottor Mangoni. - Me l'immagino anzi bellissima e
adorna di tutte le virtú. Ma sempre una donna, cara
signora mia: che dopo un po' santo Dio, lo sappiamo
bene, con la miseria e i figliuoli, come si sarebbe
ridotta. E il mondo, dica un po'? Il mondo, dove io
adesso con questo piede che mi fa tanto male mi vado
a perdere; il mondo veda lei, veda lei, signora
cara, che cosa gli sarebbe diventato! Una casa.
Questa casa. Ha capito?
E facendo scattar le mani in curiosi gesti di nausea
e di sdegno, se ne va, zoppicando e borbottando:
- Che libri! Che donne! Che casa! Niente...
niente... niente... Dimissionario! dimissionario!
Niente.
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