Novelle per un anno - 1923 - La mosca
11. Tra due ombre
Stridore di catene e scambio di saluti e d'augurii, ultime
raccomandazioni e grida di richiamo tra i passeggeri di
terza classe e la gente che s'affollava su lo scalo dell'Immacolatella
o sulle barchette ballanti attorno al piroscafo in parterza.
- De vení cu tte! de vení cu tte !
- No! no! t' 'o ddico!
- E nun avé paura!
- Core mio, core 'e mamma, stenne 'e mmane!
- Addò sta? addò sta?
- Mo sta cca!
- Allegramente!
E tra tanta confusione, per accrescere l'agitazione di chi
partiva, il suono titillante dei mandolini d'una banda di
musici girovaghi.
- Faustino! Dio mio, guarda Niní... guarda Bicetta... -
gridava al Sangelli la moglie che non si moveva per timore
del mal di mare, prima ancora che il piroscafo si mettesse
in movimento.
Non c'era stato verso d'indurla ad andare a sedere sul piano
di coperta destinato alla prima classe, a pruavía. S'era
buttata come una balla sul sedile del lucernario della
camera di poppa; e cosí grassa come s'era fatta pochi anni
dopo il matrimonio, bionda e pallida, con gli occhi azzurri
ovati, non si curava nemmeno dello spettacolo che dava con
quel suo ridicolo sgomento, aggrappata con la mano tozza
piena d'anelli al bracciuolo di legno del sedile, quasi che,
tenendolo cosí, volesse impedire lo scotimento fitto fitto e
continuo della macchina già sotto pressione.
Strillava lamentosamente per Bicetta, per Niní, per
Carluccio, ma non osava neppure girare un po' la testa per
vedere dove fossero. L'ampio velo turchino attorno al
cappello di paglia, col vento, le sbatteva in faccia; lo
lasciava sbattere, pur di non muoversi; e teneva fissi gli
occhi spaventati a una manica a vento lí presso, suo incubo
forse, ma anche riparo e protezione.
- Carluccio, Dio mio, dov'è? Faustino! Faustino! E Bicetta?
Con l'aria che batteva viva, da terra là sopra coperta e che
si portava via il fumo della ciminiera tra il cordame
dell'alberatura, nel chiarore aperto e fresco, tutto
lampeggiante dei riflessi del sole al tramonto sul mare un
po' mosso a ogni sollevarsi dei parasoli, quei tre benedetti
ragazzi, che non erano stati mai su un piroscafo, parevano
impazziti; si ficcavano tra la gente, da per tutto, tra le
scale sul passavanti, le lapazze, i ponti di sbarco, sotto
le lance; volevano veder tutto, e correvano davvero il
rischio anche di precipitar giú in mare.
Faustino Sangelli, andando loro dietro, si sentiva intanto
finir lo stomaco a quelle raccomandazioni della moglie. Non
gli era parso mai tanto ridicolo il suo nome in diminutivo
sulle labbra di quella donna cosí grassa, né mai tanto
sgradevole la voce di lei.
Avrebbe voluto gridarle:
- E sta' zitta! Non vedi che sto badando a loro?
Ma aveva sulle labbra, rassegato, un sorriso freddo e fatuo,
come di chi si presti a far cosa che a lui veramente non
appartenga o non prema molto.
Oh Dio, come? I figliuoli? Non gli premevano i figliuoli? Sí,
gli premevano. Ma in quel momento, Faustino Sangelli - il
quale aveva già trentasei anni e qualche pelo bianco, piú
d'uno, nella barba e alle tempie - si sentiva proprio
costretto a sorridere in quel modo, di quel mezzo sorriso
freddo e fatuo, tra di compiacenza e di rassegnazione. Non
poteva farne a meno. Avrebbe seguitato a sorridere cosí,
anche se Carluccio o Niní o Bicetta fossero caduti - non in
mare, no, Dio liberi! - ma lí sopra coperta e si fossero
messi a piangere. Perché non sorrideva lui cosí,
propriamente; ma un altro Faustino Sangelli, di circa
diciott'anni, e dunque senza quella barba, e dunque senza né
quella moglie né quei figliuoli.
Questo gli avveniva per il fatto che, tra la gente che
quella sera partiva da Napoli col piroscafo per la Sicilia,
aveva intraveduto e riconosciuto subito un suo lontano
parente, un tal Silvestro Crispo, già tutto grigio e piú
ispido e piú cupo di quando, tanti e tanti anni addietro,
lui, Faustino Sangelli, allor quasi ragazzo imberbe,
studentello matricolino di lettere all'Università di
Palermo, gli aveva tolto l'amore di Lillí, loro comune
cugina, di cui tutti e due allora erano perdutamente
innamorati e quel poveretto aveva tentato di uccidersi,
chiudendosi in camera una notte col braciere acceso. Ora
Lillí da otto anni era moglie di colui; e Faustino Sangelli
sapeva che, nonostante l'età, si conservava ancora
bellissima e fresca.
Tutti i ricordi scottanti, gli errori, i rimorsi della prima
gioventù, improvvisamente, alla vista di quell'uomo, gli
avevano fatto un tale impeto dentro, che n'era come
stordito. Al solo pensiero che quel Silvestro Crispo potesse
vederlo, invecchiato e cosí dietro a quei tre ragazzi mal
vestiti, e con quella moglie grassa e ridicola che strillava
di là, si sentiva vaneggiare in un avvilimento di vergogna,
acre e insopportabile, al quale reagiva seguitando a
sorridere a quel modo, mentre avvertiva con una lucidità che
gl'incuteva quasi ribrezzo, che non soltanto lui qual era
adesso, ma lui anche qual era stato tant'anni addietro,
sedici anni addietro, viveva tuttora e sentiva e ragionava
con quegli stessi pensieri, con quegli stessi sentimenti,
che già da tanto tempo credeva spenti o cancellati in sé; ma
cosí vivo, cosí "presentemente" vivo che, quasi non
parendogli piú vero in quel momento tutto ciò che lo
circondava, e pur non potendo negarne a se stesso la realtà,
non potendo negare per esempio che quei tre ragazzi là
fossero suoi; ecco qua, sorrideva, proprio come se non
fossero; proprio come se lui non fosse questo Faustino
d'adesso, ma quello: diviso in due vite distanti e
contemporanee; vere tutt'e due, e vane tutte e due nello
stesso tempo; e di là quella biondona pallida, di cui gli
arrivava la voce sgraziata: "Faustino! Faustino!" - e qua,
fuggente e ammiccante tra il rimescolío dei passeggeri sopra
coperta, Lillí, Lillí di ventidue anni, bella come quando di
nascosto, da lontano, per tentarlo, tenendo socchiuso
l'uscio della sua cameretta si scopriva il seno tra il
candor delle trine e con la mano faceva appena appena l'atto
d'offrirglielo e subito con la stessa mano se lo nascondeva.
Aveva quattr'anni piú di lui, Lillí. E che passione, che
frenesie, prima ch'ella accondiscendesse a fidanzarsi con
lui, corteggiata da tanti, anche da quel povero Silvestro
Crispo, che s'affannava in tutti i modi a lavorare per farsi
uno stato e ottener subito la mano di lei! Ma allora Lillí
non si curava di nessuno dei due: di Silvestro Crispo,
perché troppo rozzo, ispido e brutto; di lui, perché troppo
ragazzo; e s'univa perfidamente a tutti i parenti che se lo
prendevano a godere per lo spettacolo che dava loro con
quella sua passione precoce e della gelosia che lo assaliva
appena vedeva qualcuno ottenere i sorrisi di lei. Finché,
all'improvviso, chi sa perché, forse per qualche dispetto o
per qualche disinganno inatteso o per prendersi una subita
rivincita su qualcuno, ella gli s'era accostata amorosa, gli
s'era promessa, ma a patto che subito egli si fosse
apertamente fidanzato con lei. Lí per lí, gli era parso di
toccare il cielo col dito. Per piú d'un mese aveva dovuto
combattere per strappare il consenso al padre, il quale
saggiamente gli aveva fatto osservare ch'era troppo
intempestivo per lui un impegno di quel genere; che la
cugina aveva quattr'anni piú di lui, e che egli, ancora
studente, avrebbe dovuto aspettare per lo meno altri sei
anni per farla sua. Ostinato, dopo molte promesse e
giuramenti, era riuscito a spuntarla. Se non che, subito
dopo, nel vedersi presentare a tutti, cosí ancor quasi
ragazzo, senza uno stato, come promesso sposo di Lillí,
s'era sentito ridicolo agli occhi di tutti e specialmente di
quegli altri giovanotti che, corrisposti, avevano per
qualche tempo amoreggiato con la sua fidanzata. La passione,
cosí cocente quand'era nascosta, contrariata e derisa, aveva
perduto a un tratto il fervore, tutta la poesia; e poco dopo
egli se n'era scappato dalla Sicilia per troncare quel
fidanzamento, ch'era stato intanto il colpo di grazia per
quel Silvestro Crispo. Nel vedersi posposto a un
giovanottino ancor imberbe, senza né arte né parte, lui che
già lavorava, lui che era già uomo; sdegnato, disperato,
aveva voluto uccidersi; ed era stato salvato per miracolo.
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Ora eccolo là! Marito di Lillí. Padre (sapeva anche
questo, Faustino Sangelli), padre d'un bambino, di
cui gli avevano tanto vantato la bellezza. Bello
come mamma. Dunque, forse felice, quell'uomo lí.
Mentre lui... Ecco, perché, correndo appresso a quei
bambini non belli e mal vestiti, aveva bisogno di
sorridere a quel modo Faustino Sangelli in quel
momento; bisogno, proprio bisogno di veder viva, di
ventidue anni, là, fuggente e ammiccante, tra il
rimescolío dei passeggeri Lillí, Lillí che
accennava, cosí fuggendo e riparandosi dietro le
spalle dei passeggeri, di scoprirsi ancora il seno e
far con la mano appena appena l'atto d'offrirglielo
e subito con la stessa mano l'atto di nasconderselo.
Ah, tante volte, tante volte, ebbro d'amore,
gliel'aveva baciato, lui, quel piccolo seno! E ora
voleva che quell'uomo lí lo sapesse. Sí, sí.
Sorrideva a quel modo per farglielo sapere. E con
tal rabbia, con tal livore - pur con quel sorriso
sulle labbra - pensava, sentiva, vedeva tutto
questo, che a un certo punto costretto a correre fin
quasi ai piedi di Silvestro Crispo per acchiappare a
tempo uno dei bambini che stava per cadere,
acchiappatolo, si rizzò tutto fremente davanti a
lui, quasi a petto, come se si aspettasse che quello
dovesse saltargli al collo per strozzarlo.
Silvestro Crispo, invece, lo guardò appena con la
coda dell'occhio; evidentemente senza riconoscerlo.
E s'allontanò pian piano.
Faustino Sangelli restò di gelo a quello sguardo
d'assoluta indifferenza. Da che rideva, da che
baciava vivo, con labbra ardenti, il tepido, piccolo
seno bianco di Lillí, e costringeva quell'uomo a
chiudersi in camera con un braciere acceso per
asfissiarsi, ecco che d'un tratto spariva in lui
l'immagine di ciò ch'era stato, come un'ombra; e
un'altra ombra d'improvviso sottentrava, l'ombra
miserabile di se stesso, ombra irriconoscibile, se
colui non lo aveva riconosciuto, dopo sedici anni: i
sedici anni di tutti i suoi sogni svaniti, e di
tante noje e di tante amarezze; i sedici anni che lo
avevano invecchiato precocemente; che gli avevano
portato la sciagura di quella moglie, il tormento di
quei figliuoli.
Di furia, inferocito, con la scusa della caduta di
quel piccino riparata a tempo, mentre tra il
cresciuto clamore la sirena della ciminiera
avventava il rauco fischio formidabile, acchiappò
gli altri due, andò a prendere la moglie, e giú, a
cuccia! a cuccia!
- Andiamo a dormire!
Ma Niní voleva il biscotto; l'acqua, Bicetta;
Carluccio, la tromba.
- A dormire! a dormire! Avete sentito il babau?
- Oh Dio, Faustino, e non è presto?
- Che presto! che presto! Meglio che ti trovi
accucciata, prima che si esca dal porto! Giú! giú!
- La tromba, papà!
- Oh Dio, Faustino, mi gira la testa...
- Ma se siamo ancora fermi! Se ancora non si muove!
- Biccotto, papà!
- Papà, quando bevo?
- Giú! giú! Berrai giú! Andiamo!
- Oh Dio, Faustino...
- Corpo di... Giusto qua?... Cameriere! cameriere!
Tutta la nottata, quella delizia lí. E fosse stato
cattivo il mare! Ma che! Un olio. E che strilli, che
strilli!
- Sta' zitta! Pare che ti scànnino!
- Oh Dio, muojo! Reggimi, Faustino! Ah, non
arrivo... non arrivo... Voglio scendere!
- Scendiamo, papà.
- A casa, andiamo a casa, papà!
- Mammà, oh Dio! ho paura, papà!
- Fermi, perdio! E tu stenditi giú, supina, o vado a
buttarmi a mare!
Di solito tanto paziente con la moglie e coi
figliuoli, era diventato una belva, Faustino
Sangelli, quella notte, per mare. Ma come Dio volle,
verso il tocco, la moglie s'assopí; i bambini
s'addormentarono.
Egli rimase un pezzo nella cuccetta, seduto, coi
gomiti sulle ginocchia e la testa tra le mani. E
stando cosí seduto, si vide, a un certo punto, sotto
gli occhi emergere il pancino, che da alcuni anni
gli era cresciuto; e vide quasi per ischerno
ciondolare dalla catena dell'orologio una medaglina
d'oro, premio volgare d'un misero concorso vinto. A
diciott'anni, innamorato di Lillí, aveva sognato la
gloria. Era finito professor di liceo, non tanto
miserabile perché la moglie gli aveva recato una
buona dote. Ah Dio, un po' d'aria, un po' d'aria! Si
sentiva soffocare!
Spense la lampadina elettrica; uscí dalla cuccetta;
attraversò un po' barcollando e reggendosi alle
pareti di legno del corridojo, e salí in coperta.
La notte era scurissima, polverata di stelle. Gli
alberi del piroscafo vibravano allo scotimento della
macchina e dalla ciminiera sboccava continuo un
pennacchio di fumo denso, rossastro. Il mare, tutto
nero, rotto dalla prua, s'apriva spumeggiando un
poco lungo i fianchi del piroscafo. Tutti i
passeggeri s'erano ritirati nelle loro cuccette.
Faustino Sangelli tirò su il bavero del pastrano; si
diede una rincalcata al berretto da viaggio;
passeggiò un tratto sul ponte riservato alla prima
classe; guardò i passeggeri di terza buttati come
bestie a dormire su la coperta, con le teste sui
fagotti, attorno alla bocca della stiva: poi,
alzando il capo, vide dall'altra parte, sul ponte di
poppa riservato ai passeggeri di seconda, uno - lui?
- presso il parapetto, appoggiato a una delle
bacchette di ferro che sorreggevano la tenda.
Al bujo non discerneva bene. Ma pareva lui,
Silvestro Crispo. Doveva esser lui. Forse, anche
prima che egli lo scorgesse tra i passeggeri in
partenza quella sera da Napoli, era stato scorto da
lui. E forse, quand'egli sorreggendo il bambino che
stava per cadere, s'era rizzato a guardarlo, lo
sguardo che colui gli aveva rivolto con la coda
dell'occhio nell'allontanarsi non era
d'indifferenza, ma di sdegno, e forse d'odio. Ora
là, fermo, insaccato nelle spalle, anch'esso col
bavero del pastrano tirato su e il berretto
rincalcato, guardava il mare. Da guardare però non
c'era nulla, in quella tenebra. Dunque pensava.
Anche lui, dunque, sapendo che l'antico rivale
viaggiava sullo stesso piroscafo, non poteva
dormire, quella notte. Che pensava?
Faustino Sangelli stette a spiarlo un pezzo con una
pena, con una pena che, a mano a mano crescendo, gli
si faceva piú amara e piú angosciosa: pena della
vita che è cosí; pena delle memorie che dolgono,
come se i dolori presenti non bastassero al cuore
degli uomini. Ma a poco a poco, cominciò quasi a
svaporargli, quella pena, nella vastità sconfinata,
tenebrosa, sotto quella polvere di stelle, e si
vide, si sentí piccolissimo, e piccolissimo vide il
rivale; piccolissima, la sua miseria annegarsi nel
sentimento che gli s'allargava smisurato, della
vanità di tutte le cose. Allora, con amaro dileggio,
si persuase a profittar del mare tranquillo e del
sonno della moglie e dei figliuoli per farsi una
dormitina anche lui, fino all'approdo in Sicilia a
giorno chiaro.
Cosí fece. Ma la bella filosofia gli venne meno di
nuovo, come il piroscafo fu per doppiare Monte
Pellegrino e imboccare il golfo di Palermo. Ora la
moglie era diventata coraggiosissima: una leonessa;
e anche i figliuoli, tre leoncini. Volevano andare
sul ponte subito subito a godere della magnifica
vista dell'entrata a Palermo.
- Nossignori! Non permetto! Prima aspettate che il
vapore si fermi!
- Oh Dio, Faustino, ma se tutti gli altri passeggeri
sono già su!
- Va bene. E voi state giú.
- Ma perché?
- Perché voglio cosí!
Figurarsi se si voleva far vedere da quello alla
luce del giorno, con quella moglie accanto tutta
ammaccata e spettinata, con quei tre piccini con gli
abitucci sporchi e tutti raggrinziti!
Ma quando, alla fine, il vapore s'ormeggiò e dalla
banchina dello scalo fu buttato il pontile sul
barcarizzo - via! via di furia! il facchino avanti,
con le valige, lui Faustino dietro, coi due
maschietti uno per mano; la moglie appresso, con la
Bicetta. Se non che, giunto a mezzo del pontile,
gettando per caso uno sguardo sotto la tettoja della
banchina alla gente venuta ad assistere allo sbarco
dei passeggeri, Faustino Sangelli non vide e non
capí piú nulla.
Lí, su la banchina, sotto la tettoja, c'era Lillí,
Lillí venuta col suo bambino ad accogliere il
marito, Lillí che lo guardava, sbalordita, con tanto
d'occhi; piú che sbalordita, quasi oppressa di
stupore.
La intravide appena. Lo stesso viso; lo stesso
corpo, saldo, svelto, formoso; solo gli parve che
avesse i capelli ritinti, dorati. Il pontile, la
folla, le valige, lo scalo, la tettoja, tutto gli
girò attorno. Avrebbe voluto sprofondare, sparire.
Dov'era il facchino? Chi aveva per mano? Si cacciò
nell'ufficio della dogana; ma, in tempo che faceva
visitare le valige ai doganieri, vide Silvestro
Crispo attraversar l'ufficio, fosco e solo.
E come? Lillí dunque non s'era accorta del marito?
Se l'era lasciato passar davanti senz'accorgersene?
Ed era venuta apposta cosí di buon mattino allo
scalo, per accoglierlo all'arrivo. Tanta impressione
dunque le aveva fatto la vista inattesa di lui, dopo
tanti anni? E chi sa che scena tra poco sarebbe
accaduta a casa, quand'ella, ritornando col bambino,
vi avrebbe trovato il marito, già arrivato; il
marito che avrebbe indovinato subito la ragione per
cui ella non s'era accorta di lui, là sulla banchina
dello scalo!
Fu per goderne malignamente, Faustino Sangelli; ma
ecco che sballottato con la moglie e i tre figliuoli
dentro un enorme e sgangherato omnibus d'albergo,
tutto fragoroso di vetri, là per il viale dei
Quattro Venti si vide raggiungere da una
carrozzella, la quale si mise lenta lenta a seguire
il lentissimo enorme omnibus fragoroso.
Nella carrozzella c'era Lillí col suo bambino.
Faustino Sangelli si sentí strappare le viscere,
tirare il respiro e non seppe piú da che parte
voltarsi a guardare per non veder l'antica fidanzata
che gli veniva appresso, appresso, e che lo guardava
sbalordita con tanto d'occhi. Patí morte e passione.
Quegli occhi, cosí stupiti, gli dicevano quant'era
cambiato; lo guardavano come di là da un abisso, ove
adesso anche il ricordo della sua lontana immagine
precipitava e ogni rimpianto, tutto. E di qua
dall'abisso, sul carrozzone traballante e fragoroso,
ecco, c'era lui, lui quale s'era ridotto, fra quei
tre figliuoli non belli e quella stupida moglie. Ah,
fare un salto da quel carrozzone a quella
carrozzella, mettere a terra il bambino di lei, e
attaccarsi con la bocca a quella bocca che era stata
sua tant'anni fa; commettere l'ultima pazzia,
fuggire, fuggire... - Perché lo guardava ella cosí?
Che pensava? Che voleva? Ecco, si chinava verso il
bambino che le sedeva accanto, poi rialzava la testa
e sorrideva, sorrideva guardando verso lui,
tentennando lievemente il capo. Lo derideva? Su le
spine, temendo che la moglie guardando a quella
carrozzella s'accorgesse della sua agitazione, si
prese sulle ginocchia uno dei figliuoli, gli grattò
con una mano la pancina e si mise a ridere, a ridere
anche lui, a ridere per fare a sua volta un ultimo
dispetto a lei che seguitava a venirgli appresso
senz'essersi accorta del marito arrivato con lui.
- Ti sei smattinata, e adesso a casa sentirai, cara,
sentirai!
Pensava, e rideva, rideva. Ma come una lumaca sul
fuoco.
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