Novelle per un anno - 1923 - La mosca
10. Con altri occhi
Dall'ampia finestra, aperta sul
giardinetto pensile della casa, si vedeva come posato
sull'azzurro vivo della fresca mattina un ramo di
mandorlo fiorito, e si udiva, misto al reco quatto
chioccolio della vaschetta in mezzo al giardino, lo
scampanio festivo delle chiese lontane e il garrire
delle rondini ebbre d'aria e di sole.
Nel ritrarsi dalla finestra sospirando, Anna
s'accorse che il marito quella mattina s'era dimenticato
di guastare il letto, come soleva ogni volta, perché i
servi non s'avvedessero che non s'era coricato in camera
sua. Poggiò allora i gomiti sul letto non toccato, poi
vi si stese con tutto il busto, piegando il bel capo
biondo sui guanciali e socchiudendo gli occhi, come per
assaporare nella freschezza del lino i sonni che egli
soleva dormirvi. Uno stormo di rondini sbalestrate
guizzarono strillando davanti alla finestra. ,
- Meglio se ti fossi coricato qui, - mormorò
tra sé, e si rialzò stanca.
Il marito doveva partire quella sera stessa,
ed ella era entrata nella camera di lui per preparargli
l'occorrente per il viaggio.
Nell'aprire l'armadio, sentì come uno squittio
nel cassetto interno e subito si ritrasse, impaurita.
Tolse da un angolo della camera un bastone dal manico
ricurvo e, tenendosi stretta alle gambe la veste, prese
il bastone per la punta e si provò ad aprire con esso,
così discosta, il cassetto. Ma, nel tirare, invece del
cassetto, venne fuori agevolmente dal bastone una lucida
lama insidiosa. Non se l'aspettava; n'ebbe ribrezzo e si
lasciò cadere di mano il fodero dello stocco.
In quel punto, un altro squittio la fece
voltare di scatto, in dubbio se anche il primo fosse
partito da qualche rondine guizzante davanti alla
finestra.
Scostò con un piede l'arma sguainata e trasse
in fuori tra i due sportelli aperti il cassetto pieno
d'antichi abiti smessi del marito. Per improvvisa
curiosità si mise allora a rovistare in esso e, nel
riporre una giacca logora e stinta, le avvenne di
tastare negli orli sotto il soppanno come un cartoncino,
scivolato lì dalla tasca in petto sfondata; volle vedere
che cosa fosse quella carta caduta lì chi sa da quanti
anni e dimenticata; e così per caso Anna scoprì il
ritratto della prima moglie del marito.
Impallidendo, con la vista intorbidata e il
cuore sospeso, corse alla finestra, e vi rimase a lungo,
attonita, a mirare l'immagine sconosciuta, quasi con un
senso di sgomento.
La voluminosa acconciatura del capo e la veste
d'antica foggia non le fecero notare in prima la
bellezza di quel volto; ma appena poté coglierne le
fattezze, astraendole dall'abbigliamento che ora, dopo
tanti anni, appariva goffo, e fissarne specialmente gli
occhi, se ne sentì quasi offesa e un impeto d'odio le
balzò dal cuore al cervello: odio di postuma gelosia;
l'odio misto di sprezzo che aveva provato per colei
nell'innamorarsi dell'uomo ch'era adesso suo marito,
dopo undici anni dalla tragedia coniugale che aveva
distrutto d'un colpo la prima casa di lui.
Anna aveva odiato quella donna non sapendo
intendere come avesse potuto tradire l'uomo ora da lei
adorato e, in secondo luogo, perché i suoi parenti
s'erano opposti al matrimonio suo col Brivio, come se
questi fosse stato responsabile dell'infamia e della
morte violenta della moglie infedele.
Era lei, sì, era lei, senza dubbio! la prima
moglie di Vittore: colei che s'era uccisa!
Ne ebbe la conferma dalla dedica scritta sul
dorso del ritratto: Al mio Vittore, Almira sua - 11
Novembre 1873.
Anna aveva notizie molto vaghe della morta:
sapeva soltanto che il marito, scoperto il tradimento,
l'aveva costretta, con l'impassibilità di un giudice, a
togliersi la vita.
Ora ella si richiamò con soddisfazione alla
mente questa condanna del marito, irritata da quel «mio»
e da quel «sua» della dedica, come se colei avesse
voluto ostentare così la strettezza del legame che
reciprocamente aveva unito lei e Vittore, unicamente per
farle dispetto.
A quel primo lampo d'odio, guizzato dalla
rivalità per lei sola ormai sussistente, seguì
nell'anima di Anna la curiosità femminile di esaminare i
lineamenti di quel volto, ma quasi trattenuta dalla
strana costernazione che si prova alla vista di un
oggetto appartenuto a qualcuno tragicamente morto;
costernazione ora piú viva, ma a lei non ignota, poiché
n'era compenetrato tutto il suo amore per il marito
appartenuto già a quell'altra donna.
Esaminandone il volto, Anna notò subito quanto
dissomigliasse dal suo; e le sorse a un tempo dal cuore
la domanda, come mai il marito che aveva amato quella
donna, quella giovinetta certo bella per lui, si fosse
poi potuto innamorare di lei così diversa.
Sembrava bello, molto piú bello del suo anche
a lei quel volto che, dal ritratto, appariva bruno.
Ecco: e quelle labbra si erano congiunte nel bacio alle
labbra di lui; ma perché mai agli angoli della bocca
quella piega dolorosa? e perché così mesto lo sguardo di
quegli occhi intensi? Tutto il volto spirava un profondo
cordoglio; e Anna ebbe quasi dispetto della bontà umile
e vera che quei lineamenti esprimevano, e quindi un moto
di repulsione e di ribrezzo, sembrandole a un tratto di
scorgere nello sguardo di quegli occhi la medesima
espressione degli occhi suoi allorché, pensando al
marito, ella si guardava nello specchio, la mattina,
dopo essersi acconciata.
Ebbe appena il tempo di cacciarsi in tasca il
ritratto: il marito si presentò, sbuffando, sulla soglia
della camera.
- Che hai fatto? Al solito? Hai rassettato? Oh
povero me! Ora non trovo piú nulla!
Vedendo poi lo stocco sguainato per terra:
- Ah! Hai anche tirato di scherma con gli
abiti dell'armadio?
E rise di quel riso che partiva soltanto dalla
gola, quasi qualcuno gliel'avesse vellicata; e, ridendo
così, guardò la moglie, come se domandasse a lei il
perché del suo proprio riso. Guardando, batteva di
continuo le palpebre celerissimamente su gli occhietti
cauti, neri, irrequieti.
Vittore Brivio trattava la moglie come una
bambina non d'altro capace che di quell'amore ingenuo e
quasi puerile di cui si sentiva circondato, spesso con
fastidio, e al quale si era proposto di prestar solo
attenzione di tempo in tempo, mostrando anche allora una
condiscendenza quasi soffusa di lieve ironia, come se
volesse dire: « Ebbene, via! per un po' diventerò
anch'io bambino con te: bisogna fare anche questo, ma
non perdiamo troppo tempo! ».
Anna s'era lasciata cadere ai piedi la vecchia
giacca in cui aveva trovato il ritratto. Egli la
raccattò infilzandola con la punta dello stocco, poi
chiamò dalla finestra nel giardino il servotto che
fungeva anche da cocchiere e che in quel momento
attaccava al biroccio il cavallo. Appena il ragazzo si
presentò in maniche di camicia nel giardino davanti alla
finestra, il Brivio gli buttò in faccia sgarbatamente la
giacca infilzata, accompagnando l'elemosina con un: «
Tieni, è per te ».
- Così avrai meno da spazzolare - aggiunse,
rivolto alla moglie, - e da rassettare, speriamo!
E di nuovo emise quel suo riso stentato
battendo piú e piú volte le pàlpebre.
Altre volte il marito s'era
allontanato dalla città e non per pochi giorni soltanto,
partendo anche di notte come quella volta; ma Anna,
ancora sotto l'impressione della scoperta di quel
ritratto, provò una strana paura di restar sola, e lo
disse, piangendo, al marito.
Vittore Brivio, frettoloso nel timore di non
fare a tempo e tutto assorto nel pensiero dei suoi
affari, accolse con mal garbo quel pianto insolito della
moglie.
- Come! Perché? Via, via, bambinate!
E andò via di furia, senza neppur salutarla.
Anna sussultò al rumore della porta ch'egli si
chiuse dietro con impeto; rimase col lume in mano nella
saletta e sentì raggelarsi le lagrime negli occhi. Poi
si scosse e si ritirò in fretta nella sua camera, per
andar subito a letto.
Nella camera già in ordine ardeva il lampadino
da notte.
- Va' pure a dormire - disse Anna alla
cameriera che la attendeva. - Fo da me. Buona notte.
Spense il lume, ma invece di posarlo, come
soleva, su la mensola, lo posò sul tavolino da notte,
presentendo - pur contro la propria volontà - che forse
ne avrebbe avuto bisogno piú tardi. Cominciò a svestirsi
in fretta, tenendo gli occhi fissi a terra, innanzi a
sé. Quando la veste le cadde attorno ai piedi, pensò che
il ritratto era là e con viva stizza si sentì guardata e
commiserata da quegli occhi dolenti, che tanta
impressione le avevano fatto. Si chinò risolutamente a
raccogliere dal tappeto la veste e la posò senza
ripiegarla, su la poltrona a piè del letto, come se la
tasca che nascondeva il ritratto e il viluppo della
stoffa dovessero e potessero impedirle di ricostruirsi
l'immagine di quella morta.
Appena coricata, chiuse gli occhi e s'impose
di seguire col pensiero il marito per la via che
conduceva alla stazione ferroviaria. Se l'impose per
astiosa ribellione al sentimento che tutto quel giorno
l'aveva tenuta vigile a osservare, a studiare il marito.
Sapeva donde quel sentimento le era venuto e voleva
scacciarlo da sé.
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Nello sforzo della volontà, che
le produceva una viva sovreccitazione nervosa, si
rappresentò con straordinaria evidenza la via lunga,
deserta nella notte, rischiarata dai fanali
verberanti il lume tremulo sul lastrico che pareva
ne palpitasse: a piè d'ogni fanale, un cerchio
d'ombra; le botteghe, tutte chiuse; ed ecco la
vettura che conduceva Vittore. Come se l'avesse
aspettata al varco, si mise a seguirla fino alla
stazione: vide il treno lugubre, sotto la tettoja a
vetri; una gran confusione di gente in quell'interno
vasto, fumido, mal rischiarato, cupamente sonoro:
ecco, il treno partiva; e, come se veramente lo
vedesse allontanare e sparire nelle tenebre, rientrò
d'un subito in sé, aprì gli occhi nella camera
silenziosa e provò un senso angoscioso di vuoto,
come se qualcosa le mancasse dentro.
Sentì allora confusamente, smarrendosi,
che da tre anni forse, dal momento in cui era
partita dalla casa paterna, ella era in quel vuoto,
di cui ora soltanto cominciava ad assumere
coscienza. Non se n'era accorta prima, perché lo
aveva riempito solo di sé, del suo amore, quel
vuoto; se ne accorgeva ora, perché in tutto quel
giorno aveva tenuto quasi sospeso il suo amore, per
vedere, per osservare, per giudicare.
« Non mi ha neppure salutata! » pensò; e
si mise a piangere di nuovo, quasi che questo
pensiero fosse determinatamente la cagione del
pianto.
Sorse a sedere sul letto: ma subito
arrestò la mano tesa, nel levarsi, per prendere
dalla veste il fazzoletto. Via, era ormai inutile
vietarsi di rivedere, di riosservare quel ritratto!
Lo prese. Riaccese il lume.
Come se la era raffigurata diversamente
quella donna! Contemplandone ora la vera effigie,
provava rimorso dei sentimenti che la immaginaria le
aveva suggeriti. Si era raffigurata una donna,
piuttosto grassa e rubiconda, con gli occhi
lampeggianti e ridenti, inclinata al riso, agli
spassi volgari. E invece, ora, eccola: una
giovinetta che dalle pure fattezze spirava un'anima
profonda e addolorata; diversa sì, da lei, ma non
nel senso sguajato di prima: al contrario, anzi
quella bocca pareva non avesse dovuto mai sorridere,
mentre la sua tante volte e lietamente aveva riso; e
certo, se bruno quel volto (come dal ritratto
appariva), di un'aria men ridente del suo, biondo e
roseo.
Perché, perché così triste?
Un pensiero odioso le balenò in mente, e
subito staccò gli occhi dall'immagine di quella
donna, scorgendovi d'improvviso un'insidia non solo
alla sua pace, al suo amore che pure in quel giorno
aveva ricevuto piú d'una ferita, ma anche alla sua
orgogliosa dignità di donna onesta che non s'era mai
permesso neppure il piú lontano pensiero contro il
marito. Colei aveva avuto un amante! E per lui forse
era così triste, per quell'amore adultero, e non per
il marito!
Buttò il ritratto sul comodino e spense di
nuovo il lume, sperando di addormentarsi, questa
volta, senza pensare piú a quella donna, con la
quale non poteva aver nulla di comune. Ma, chiudendo
le palpebre, rivide subito, suo malgrado, gli occhi
della morta, e invano cercò di scacciare quella
vista.
- Non per lui, non per lui! - mormorò
allora con smaniosa ostinazione, come se,
ingiuriandola, sperasse di liberarsene.
E si sforzò di richiamare alla memoria
quanto sapeva intorno a quell'altro, all'amante,
costringendo quasi lo sguardo e la tristezza di
(negli occhi a rivolgersi non piú a lei, ma
all'antico amante, di cui ella conosceva soltanto il
nome: Arturo Valli. Sapeva che costui aveva sposato
qualche anno dopo, quasi a provare ch'era innocente
della colpa che gli voleva addebitare il Brivio di
cui aveva respinto energicamente la sfida,
protestando che non si sarebbe mai battuto con un
pazzo assassino. Dopo questo rifiuto, Vittore aveva
minacciato di ucciderlo ovunque lo avesse
incontrato, foss'anche in chiesa; e allora egli era
andato via con la moglie dal paese, nel quale era
poi ritornato, appena Vittore, riammogliatosi, se
n'era partito.
Ma dalla tristezza di questi avvenimenti
da lei rievocati, dalla viltà del Valli e, dopo
tanti anni, dalla dimenticanza del marito, il quale,
come se nulla fosse stato, s'era potuto rimettere
nella vita e riammogliare, dalla gioja che ella
stessa aveva provato nel divenir moglie di lui, da
quei tre anni trascorsi da lei senza mai un pensiero
per quell'altra, inaspettatamente un motivo di
compassione per costei s'impose ad Anna spontaneo;
ne rivide viva l'immagine, ma come da lontano
lontano, e le parve che con quegli occhi, intensi di
tanta pena, colei le dicesse, tentennando lievemente
il capo:
- Io sola però ne son morta! Voi tutti
vivete!
Si vide, si sentì sola
nella casa: ebbe paura. Viveva, sì, lei; ma da tre
anni, dal giorno delle nozze, non aveva piú
riveduto, neanche una volta, i suoi genitori, la
sorella. Lei che li adorava, e ch'era stata sempre
con loro docile e confidente, aveva potuto
ribellarsi alla loro volontà, ai loro consigli per
amore di quell'uomo; per amore di quell'uomo s'era
mortalmente ammalata e sarebbe morta, se i medici
non avessero indotto il padre a condiscendere alle
nozze. Il padre aveva ceduto, non consentendo, però,
anzi giurando che ella per lui, per la casa, dopo
quelle nozze, non sarebbe piú esistita. Oltre alla
differenza di età, ai diciotto anni che il marito
aveva piú di lei, ostacolo piú grave per il padre
era stata la posizione finanziaria di lui soggetta a
rapidi cambiamenti per le imprese rischiose a cui
soleva gettarsi con temeraria fiducia in se stesso e
nella fortuna.
In tre anni di matrimonio Anna, circondata
da agi, aveva potuto ritenere ingiuste o dettate da
prevenzione contraria le considerazioni della
prudenza paterna, quanto alle sostanze del marito,
nel quale del resto ella, ignara, riponeva la
medesima fiducia che egli in se stesso; quanto poi
alla differenza d'età, finora nessun argomento
manifesto di delusione per lei o di meraviglia per
gli altri, poiché dagli anni il Brivio non risentiva
il minimo danno né nel corpo vivacissimo e nervoso,
né tanto meno poi nell'animo dotato d'infaticabile
energia, d'irrequieta alacrità.
Di ben altro Anna, ora per la prima volta,
guardando (senza neppur sospettarlo) nella sua vita
con gli occhi di quella morta, trovava da lagnarsi
del marito. Sì, era vero: della noncuranza quasi
sdegnosa di lui ella si era altre volte sentita
ferire; ma non mai come quel giorno; e ora per la
prima volta si sentiva così angosciosamente sola,
divisa dai suoi parenti, i quali le pareva in quel
momento la avessero abbandonata lì, quasi che,
sposando il Brivio, avesse già qualcosa di comune
con quella morta e non fosse piú degna d'altra
compagnia. E il marito che avrebbe dovuto
consolarla, il marito stesso pareva non volesse
darle alcun merito del sacrifizio ch'ella gli aveva
fatto del suo amore filiale e fraterno, come se a
lei non fosse costato nulla, come se a quel
sacrifizio egli avesse avuto diritto, e per ciò
nessun dovere avesse ora di compensarnela. Diritto,
sì, ma perché lei se ne era così perdutamente
innamorata allora; dunque il dovere per lui adesso
di compensarla. E invece...
- Sempre così! - parve ad Anna di
sentirsi sospirare dalle labbra dolenti della morta.
Riaccese il lume e di nuovo, contemplando
l'immagine. fu attratta dall'espressione di quegli
occhi. Anche lei dunque, davvero, aveva sofferto per
lui? anche lei, anche lei, accorgendosi di non
essere amata, aveva sentito quel vuoto angoscioso?
- Si? sì? - domandò Anna, soffocata dal
pianto, all'immagine. E le parve allora che quegli
occhi buoni, intensi di passione, la commiserassero
a lor volta, la compiangessero di quell'abbandono,
del sacrifizio non rimeritato dell'amore che le
restava chiuso in seno quasi tesoro in uno scrigno,
di cui egli avesse le chiavi, ma per non servirsene
mai, come l'avaro.
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