E veramente, al ricordo della mamma, di nuovo ora
don Angelino si sentí salire le lagrime agli occhi.
Ma intanto, proprio per lei, proprio per la sua
vecchia mamma era venuto a quella risoluzione; per
non ingannarla piú; e anche per lo strazio che gli
dava il vedersi venerato da lei come un piccolo
santo. Che crudeltà, che crudeltà di spettacolo,
quel sonno di vecchio! Era pure nella miseria
infinita di quel corpo stremato in abbandono la
dimostrazione piú chiara delle verità nuove che gli
s'erano rivelate.
Ma in quel punto si schiuse l'uscio della cameretta
ed entrò la vecchia sorella di don Pietro, piccola,
cerea, vestita di nero, con un fazzoletto nero di
lana in capo, piú curva e piú tremula del fratello.
Parve a don Angelino che - chiamata dalle sue
lagrime - entrasse nella cameretta la sua mamma,
piccola, cerea e vestita di nero come quella. E alzò
gli occhi a guardarla, quasi con sgomento, senza
comprendere in prima il cenno con cui gli domandava:
- Che fa, dorme?
Don Angelino fece di sí col capo.
- E tu perché piangi?
Ma ecco che il vecchio schiude gli occhi imbambolati
e con la bocca ancora aperta solleva il capo dalla
spalliera della poltroncina.
- Ah, tu Angelino? che c'è?
La sorella gli s'accostò e, curvandosi sulla
poltrona, gli disse piano qualche parola
all'orecchio. Allora don Pietro si alzò a stento e,
strascicando i piedi, venne a posare una mano sulla
spalla di don Angelino, e gli domandò:
- Vuoi farmi una grazia, figliuolo mio? È arrivata
dalla campagna una povera vecchia, che chiede di me.
Vedi che mi reggo appena in piedi. Vorresti andare
in vece mia? È giú in sagrestia. Puoi scendere di
qua, dalla scaletta interna. Va', va', che tu sei
sempre il mio buon figliuolo. E Dio ti benedica!
Don Angelino, senza dir nulla, andò. Forse non aveva
neanche compreso bene. Per la scaletta interna della
cura, buja, angustissima, a chiocciola, si fermò;
appoggiò il capo alla mano che, scendendo, faceva
scorrere lungo il muro, e si rimise a piangere, come
un bambino. Un pianto che gli bruciava gli occhi e
lo strozzava. Pianto d'avvilimento, pianto di rabbia
e di pietà insieme. Quando alla fine giunse alla
sagrestia, si sentí improvvisamente come alienato da
tutto. La sagrestia gli parve un'altra, come se vi
entrasse per la prima volta. Frigida, squallida e
luminosa. E trovandovi seduta la vecchia, quasi non
comprese che cosa vi stesse ad aspettare, e quasi
non gli parve vera.
Era una decrepita contadina, tutta infagottata e
lercia, dalle pàlpebre sanguigne orribilmente
arrovesciate. Biasciando, faceva di continuo balzare
il mento aguzzo fin sotto il naso. Reggeva in una
mano due galletti per le zampe, e mostrava nel palmo
dell'altra mano tre lire d'argento, chi sa da quanto
tempo conservate. Per terra, davanti ai piedi
imbarcati in due logore enormi scarpacce da uomo,
aveva una sudicia bisaccia piena di mandorle secche
e di noci.
Don Angelino la guatò con ribrezzo.
- Che volete?
La vecchia, sforzandosi di sbirciarlo, barbugliò
qualcosa con la lingua imbrogliata entro le gote
flosce e cave, tra le gengive sdentate.
- Come dite? Non sento. Vi chiamate zia Croce?
Sí, zia Croce. Era la zia Croce. Don Pietro la
conosceva bene. La zia Croce Scoma; che il marito le
era morto tant'anni fa, nel fiume di Naro, annegato.
Veniva a piedi, con quella bisaccia sulle spalle,
dalle pianure del Cannatello. Piú di sette miglia di
cammino. E con quell'offerta di due galletti e di
quella bisaccia di mandorle e di noci e con le tre
lire della messa doveva placare (don Pietro lo
sapeva) San Calògero, il santo di tutte le grazie,
che le aveva fatto guarire il figlio d'una malattia
mortale. Appena guarito, però, quel figlio se n'era
andato in America. Le aveva promesso che di là le
avrebbe scritto e mandato ogni mese tanto da
mantenersi. Erano passati sedici mesi; non ne aveva
piú notizia; non sapeva neppure se fosse vivo o
morto. Lo avesse almeno saputo vivo, pazienza per
lei, se non le mandava niente. Neanche un rigo di
lettera! Niente. Ma ora tutti in campagna le avevano
detto che questo dipendeva perché lei, appena
guarito il figlio, non aveva adempiuto il voto a San
Calògero. E certo doveva essere cosí: lo riconosceva
anche lei. Il voto però non lo aveva adempiuto (don
Pietro lo sapeva) perché s'era spogliata di tutto
per quella malattia del figlio e le erano rimasti
appena gli occhi per piangere: piangere sangue!
ecco, sangue! Poi, andato via il figlio, vecchia
com'era e senz'ajuto di nessuno, come trovare da
mettere insieme l'offerta e quelle tre lire della
messa, se guadagnava appena tanto ogni giorno da non
morire di fame? Sedici mesi le ci eran voluti, e con
quali stenti, Dio solo lo sapeva! Ma ora, ecco qua i
due galletti, ed ecco le tre lire e le mandorle e le
noci. San Calògero misericordioso si sarebbe placato
e tra poco, senza dubbio, le sarebbe arrivata
dall'America la notizia che il figlio era vivo e
prosperava.
Don Angelino, mentre la vecchia parlava cosí, andava
su e giú per la sagrestia, volgendo di qua e di là
occhiate feroci e aprendo e chiudendo le mani,
perché aveva la tentazione d'afferrare per le spalle
quella vecchia e scrollarla furiosamente, urlandole
in faccia:
- Questa è la tua fede?
Ma no: altri, altri, non quella povera vecchia;
altri, i suoi colleghi sacerdoti avrebbe voluto
afferrare per le spalle e scrollare, i suoi colleghi
sacerdoti che tenevano in quell'abiezione di fede
tanta povera gente, e su quell'abiezione facevano
bottega. Ah Dio, come potevano prendersi per una
messa le tre lire di quella vecchia, i galletti, le
mandorle e le noci?
- Riprendete codesta bisaccia e andatevene! - le
gridò, tutto fremente.
Quella lo guardò, sbalordita.
- Potete andarvene, ve lo dico io! - aggiunse don
Angelino, infuriandosi vieppiù. - San Calògero non
ha bisogno né di galletti né di fichi secchi! Se
vostro figlio ha da scrivervi, state sicura che vi
scriverà. Quanto alla messa, vi dico che don Pietro
è malato. Andatevene! andatevene!
Come intronata da quelle parole furiose, la vecchia
gli domandò:
- Ma che dice? Non ha capito che questo è un voto? È
un voto!
E c'era nella parola, pur ferma, un tale
sbalordimento per l'incomprensione di lui, quasi
incredibile, che don Angelino fu costretto a
fermarvi l'attenzione. Pensò ch'era lí in vece di
don Pietro, e si frenò. Con parole meno furiose
cercò di persuadere la vecchia a riportarsi i
galletti e le mandorle e le noci, e le disse che,
quanto alla messa, ecco, se proprio la voleva,
magari gliel'avrebbe detta lui, invece di don
Pietro, ma a patto che lei si tenesse le tre lire.
La vecchia tornò a guardarlo, quasi atterrita, e
ripeté:
- Ma come! Che dice? E allora che voto è? Se non do
quello che ho promesso, che vale? Ma scusi, a chi
parlo? Non parlo forse a un sacerdote? E perché
allora mi tratta cosí? O che forse crede che non do
a San Calògero miracoloso con tutto il cuore quello
che gli ho promesso? Oh Dio! oh Dio! Forse perché le
ho parlato di quanto ho penato per raccoglierlo?
E cosí dicendo, si mise a piangere perdutamente, con
quegli orribili occhi insanguati.
Commosso e pieno di rimorso per quel pianto, don
Angelino si pentí della sua durezza, sopraffatto
all'improvviso da un rispetto, che quasi lo avviliva
di vergogna, per quella vecchia che piangeva innanzi
a lui per la sua fede offesa. Le s'accostò, la
confortò, le disse che non aveva pensato quello che
lei sospettava, e che lasciasse lí tutto; anche le
tre lire, sí; e intanto entrasse in chiesa, che or
ora le avrebbe detto la messa.
Chiamò il sagrestano; corse al lavabo; e mentre
quello lo ajutava a pararsi, pensò che avrebbe
trovato modo di ridare alla vecchia, dopo la messa,
le tre lire e i galletti e quell'altra offerta della
bisaccia. Ma ecco, questa carità perché avesse il
valore che potesse renderla accetta a quella povera
vecchia, non richiedeva forse qualcosa ch'egli non
sentiva piú d'avere in sé? Che carità sarebbe stata
il prezzo d'una messa, se per tutti gli stenti e i
sacrifizii durati da quella vecchia per adempiere il
voto, egli non avesse celebrato quella messa col piú
sincero e acceso fervore? Una finzione indegna, per
una elemosina di tre lire?
E don Angelino, già parato, col calice in mano, si
fermò un istante, incerto e oppresso d'angoscia, su
la soglia della sagrestia a guardare nella chiesetta
deserta; se gli conveniva, cosí senza fede, salire
all'altare. Ma vide davanti a quell'altare
prosternata con la fronte a terra la vecchia, e si
sentí come da un respiro non suo sollevare tutto il
petto, e fendere la schiena da un brivido nuovo. O
perché se l'era immaginata bella e radiosa come un
sole, finora, la fede? Eccola lí, eccola lí, nella
miseria di quel dolore inginocchiato, nella
squallida angustia di quella paura prosternata, la
fede!
E don Angelino salí come sospinto all'altare,
esaltato di tanta carità, che le mani gli tremavano
e tutta l'anima gli tremava, come la prima volta che
vi si era accostato.
E per quella fede pregò, a occhi chiusi, entrando
nell'anima di quella vecchia come in un oscuro e
angusto tempio, dov'essa ardeva; pregò il Dio di
quel tempio, qual esso era, quale poteva essere:
unico bene, comunque, conforto unico per quella
miseria.
E finita la messa, si tenne l'offerta e le tre lire,
per non scemare con una piccola carità la carità
grande di quella fede.