Novelle per un anno - 1923 - La mosca
7. Lo scaldino
Quei lecci neri piantati in doppia fila intorno alla vasta
piazza rettangolare, se d'estate per far ombra, d'inverno
perché servivano? Per rovesciare addosso ai passanti, dopo
la pioggia, l'acqua rimasta tra le fronde, a ogni
scosserella di vento. E anche per imporrire di piú il povero
chiosco di Papa-re, servivano.
Ma senza questo male, del resto riparabile, ch'essi
cagionavano d'inverno, sarebbero stati poi un bene, un
refrigerio d'estate? No. E dunque? Dunque l'uomo, se qualche
cosa gli va bene, se la prende senza ringraziar nessuno,
come se ci avesse diritto; poco poco, invece, che gli vada
male, s'inquieta e strilla. Bestia irritabile e
irriconoscente, l'uomo. Gli basterebbe, santo Dio, non
passare sotto i lecci della piazza, quand'è piovuto da poco.
È vero però che, d'estate, Papa-re non poteva goder
dell'ombra di quei lecci là, dentro il suo chiosco. Non
poteva goderne perché non vi stava mai durante il giorno, né
d'estate né d'inverno. Che cosa facesse di giorno e dove se
ne stesse, era un mistero per tutti. Tornava ogni volta da
via San Lorenzo, e veniva da lontano e con la faccia scura.
Il chiosco era sempre chiuso, e Papa-re, quasi senza
goderselo, ne pagava la tassa che grava su tutti i beni
immobili.
Poteva parere un'irrisione considerar come "immobile" anche
questo chiosco di Papa-re, che a momenti camminava da solo,
dai tanti tarli che lo abitavano, in luogo del proprietario
sempre assente. Ma il fisco non bada ai tarli. Anche se il
chiosco si fosse messo a passeggiare da sé per la piazza e
per le strade, avrebbe pagato sempre la tassa, come un
qualunque altro bene immobile davvero.
Dietro il chiosco, un po' piú là, sorgeva un caffè
posticcio, di legname, o - piú propriamente, con licenza del
proprietario - una baracca dipinta con cotal pretensione di
stil floreale, dove fino a tarda notte certe cosí dette
canzonettiste, con l'accompagnamento d'un pianofortino
scordato, dai tasti ingialliti come i denti d'un pover'uomo
che digiuni per professione, strillavano... ma no, che
strillavano, poverette, se non avevano neanche fiato per
dire: "Ho fame"?
Eppure, quel caffè-concerto era ogni sera pieno zeppo
d'avventori che, con la gola strozzata dal fumo e dal puzzo
del tabacco, si spassavano come a un carnevale alle smorfie
sguajate e compassionevoli, ai lezii da scimmie tisiche, di
quelle femmine disgraziate, le quali, non potendo la voce,
mandavano le braccia e piú spesso le gambe ai sette cieli ("Benee!
Bravaa! Biiis!"), e parteggiavano anche per questa o per
quella, mettendo negli applausi e nelle disapprovazioni
tanto calore e tanto accanimento, che piú volte la questura
era dovuta intervenire a sedarne la violenza rissosa.
Per questi egregi avventori Papa-re stava, d'inverno, ogni
notte fin dopo il tocco, a morirsi di freddo nel chiosco,
pisolando, con la sua mercanzia davanti: sigari, candele
steariche, scatole di fiammiferi, cerini per le scale, e i
pochi giornali della sera, che gli restavano dal giro per le
strade consuete.
Sul far della sera, veniva al chiosco e aspettava che una
ragazzetta, sua nipotina, gli recasse un grosso scaldino di
terracotta; lo prendeva per il manico e, col braccio teso,
lo mandava un pezzo avanti e dietro per ravvivarne il fuoco;
poi lo ricopriva con un po' di cenere che teneva in serbo
nel chiosco e lo lasciava lí, a covare, senza neanche
curarsi di chiudere a chiave lo sportello.
Non avrebbe potuto resistere al freddo della notte per tante
ore, senza quello scaldino, Papa-re, vecchio com'era ormai e
cadente.
Ah, senza un pajo di buone gambe, senza una voce squillante,
come far piú il giornalajo? Ma non gli anni soltanto lo
avevano debellato cosí, né soltanto le membra aveva
imbecillite dall'età: anche l'anima, per le tante disgrazie,
povero Papa-re. Prima disgrazia, si sa, la scoronazione del
Santo Padre; poi la morte della moglie; poi quella
dell'unica figliuola; morte atroce, in un ospedale infame,
dopo il disonore e la vergogna, dond'era venuta al mondo
quella ragazzetta, per cui egli, ora, seguitava a vivere e a
tribolare. Se non avesse avuto quella povera innocente da
mantenere...
L'immagine del destino che opprimeva e affogava, nella
vecchiaja, Papa-re, si poteva intravedere in quel suo gran
cappellaccio roccioso e sbertucciato, che, troppo largo di
giro, gli sprofondava fin sotto la nuca e fin sopra gli
occhi. Chi gliel'aveva regalato? dove lo aveva ripescato?
Quando, sott'esso, Papa-re fermo in mezzo alla piazza
socchiudeva gli occhi, pareva dicesse: "Eccomi qua. Vedete?
Se voglio vivere, devo stare per forza sotto questo cappello
qua, che mi pesa e mi toglie il respiro!"
Se voglio vivere! Ma non avrebbe voluto vivere per
nientissimo affatto, lui: s'era tremendamente seccato; non
guadagnava quasi piú nulla. Prima, i giornali glieli davano
a dozzine; ora il distributore gliene affidava sí e no poche
copie, per carità, quelle che gli restavano dopo aver
fornito tutti gli altri rivenditori che s'avventavano
vociando per aver prima le loro dozzine e far piú presto la
corsa. Papa-re, per non farsi schiacciare tra la ressa, se
ne stava indietro ad aspettare che anche le donne fossero
provviste prima di lui; qualche malcreato, spesso, gli
lasciava andare un lattone, e lui se lo pigliava in santa
pace e si tirava da canto per non essere investito a mano a
mano da quelli che, ottenute le copie, si scagliavano a
testa bassa, con cieca furia, in tutte le direzioni. Egli li
vedeva scappar via come razzi, e sospirava, tentennando
sulle povere gambe piegate.
- A te, Papa-re: sciala, due dozzine, stasera! C'è la
rivoluzione in Russia.
Papa-re alzava le spalle, socchiudeva gli occhi, pigliava il
suo pacco, e via dopo tutti gli altri, adoperandosi anche
lui a correre con quelle gambe e forzando la voce chioccia a
strillare:
- La Tribúuuna!
Poi, con altro tono:
- La rivoluzione in Russiaaa!
E infine, quasi tra sé:
- Importante stasera la Tribuna.
Manco male che due portinaj in via Volturno, uno in via
Gaeta, un altro in via Palestro gli eran rimasti fedeli e lo
aspettavano. Le altre copie doveva venderle cosí, alla
ventura, girando per tutto il quartiere del Macao. Verso le
dieci, stanco, affannato, andava a rintanarsi nel chiosco,
ove aspettava, dormendo, che gli avventori uscissero dal
caffè. Ne aveva fino alla gola, di quel mestieraccio! Ma,
quando si è vecchi, che rimedio c'è? Vuòtati pure il capo,
non ne trovi nessuno. Là, il muraglione del Pincio.
Vedendo, sul tramonto, apparire la nipotina quasi scalza,
con la vesticciuola sbrendolata, e infagottata, povera
creatura, in un vecchio scialle di lana che una vicina le
aveva regalato, Papa-re si pentiva ogni volta anche della
poca spesa di quel fuoco che pur gli era indispensabile. Non
gli restava piú altro di bene nella vita, che quella bambina
e quello scaldino. Vedendoli arrivare entrambi, sorrideva
loro da lontano, stropicciandosi le mani. Baciava in fronte
la nipotina e si metteva ad agitar lo scaldino per
ravvivarne la brace.
L'altra sera, intanto, o che avesse l'anima piú imbecillita
del solito, o che si sentisse piú stanco, nel mandare avanti
e dietro lo scaldino, tutt'a un tratto, ecco che gli sfugge
di mano, e va a schizzar là, in mezzo alla piazza, in
frantumi. "Paf!"Una gran risata della gente, che si trovava
a passare, accolse quel volo e quello scoppio, per la faccia
che fece Papa-re nel vedersi scappar di mano il fido
compagno delle sue fredde notti e per l'ingenuità della
bimba che gli era corsa dietro, istintivamente, come se
avesse voluto acchiapparlo per aria.
Nonno e nipotina si guardarono negli occhi, rimminchioniti.
Papa-re, ancora col braccio proteso, nell'atto di mandare
avanti lo scaldino. Eh, troppo avanti lo aveva mandato! E il
carbone acceso, ecco, friggeva là, tra i cocci, in una pozza
d'acqua piovana.
- Viva l'allegria! - diss'egli alla fine, riscotendosi e
tentennando il capo. - Ridete, ridete. Starò allegro
anch'io, stanotte. Va', Nena mia, va'. Alla fin fine, forse
è meglio cosí.
E s'avviò per i giornali.
Quella sera, invece di venire a rintanarsi verso le dieci
nel chiosco, prese un giro piú alla lontana per le vie del
Macao. Avrebbe trovato freddo il suo covo notturno, e piú
freddo avrebbe sentito a star lí fermo, seduto. Ma, alla
fine, si stancò. Prima d'entrare nel chiosco volle guardare
il punto della piazza, ove lo scaldino era schizzato, come
se gli potesse venire di là un po' di caldo. Dal caffè
posticcio venivano le stridule note del pianofortino e, a
quando a quando, gli scrosci d'applausi e i fischi degli
avventori. Papa-re col bavero del pastrano logoro tirato fin
sopra gli orecchi, le mani gronchie dal freddo, strette sul
petto con le poche copie del giornale che gli erano rimaste,
si fermò un pezzo a guardare dietro il vetro appannato della
porta. Si doveva star bene, lí dentro, con un poncino caldo
in corpo. Brrr! s'era rimessa la tramontana, che tagliava la
faccia e sbiancava finanche il selciato della piazza. Non
c'era una nuvola in cielo e pareva che anche le stelle lassù
tremassero tutte di freddo. Papa-re guardò, sospirando, il
chiosco nero sotto i lecci neri, si cacciò i giornali sotto
l'ascella e s'appressò per sfilare la sola banda davanti.
- Papa-re - chiamò allora qualcuno, con voce rôca,
dall'interno del chiosco.
Il vecchio giornalajo ebbe un sobbalzo e si sporse a
guardare.
- Chi è là?
- Io, Rosalba. E lo scaldino?
- Rosalba?
- Vignas. Non ti ricordi piú? Rosalba Vignas.
- Ah, - fece Papa-re, che riteneva in confuso i nomi strambi
di tutte le canzonettiste passate e presenti del caffè.
- E perché non te ne vai al caldo? Che stai a far lí?
- Aspettavo te. Non entri?
- E che vuoi da me? Fatti vedere.
- Non voglio farmi vedere. Sto qua accoccolata, sotto la
tavoletta. Entra. Ci staremo bene.
Papa-re girò il chiosco, con la banda in mano, ed entrò,
curvandosi, per lo sportello.
- Dove sei?
- Qua, - disse la donna.
Inizio
pagina
Non si vedeva, nascosta com'era sotto la tavoletta
su cui Papa-re posava i giornali, i sigari, le
scatole di fiammiferi e le candele. Stava seduta
dove di solito il vecchio appoggiava i piedi, quando
si metteva a sedere sul sediolino alto.
- E lo scaldino? - domandò quella di nuovo, da lí
sotto. - L'hai smesso?
- Sta' zitta, mi s'è rotto, oggi. M'è scappato di
mano, nel dimenarlo.
- Oh guarda! E ti muori di freddo? Ci contavo io,
sullo scaldino. Su, siedi. Ti riscaldo io, Papa-re.
- Tu? Che vuoi piú riscaldarmi, tu, ormai. Sono
vecchio, figlia. Va', va'. Che vuoi da me?
La donna scoppiò in una stridula risata e gli
afferrò una gamba.
- Va', sta' quieta! - disse Papa-re, schermendosi. -
Che tanfo di zozza. Hai bevuto?
- Un pochino. Mettiti a sedere. Vedrai che
c'entriamo. Su, cosí... monta su. Ora ti riscaldo le
gambe. O vuoi un altro scaldino? Eccotelo.
E gli posò su le gambe come un involto, caldo,
caldo.
- Che roba è? - domandò il vecchio.
- Mia figlia.
- Tua figlia? Ti sei portata appresso anche la
bimba?
- M'hanno cacciata di casa, Papa-re. Mi ha
abbandonata.
- Chi?
- Lui, Cesare. Sono in mezzo alla strada. Con la
pupa in braccio.
Papa-re scese dal seggiolino, si curvò nel bujo
verso la donna accoccolata e le porse la bimba.
- Tieni qua, figlia, tieni qua, e vattene. Ho i miei
guaj; lasciami in pace!
- Fa freddo, - disse la donna con voce ancor piú
rauca. - Mi cacci via anche tu?
- Ti vorresti domiciliare qua dentro? - le domandò,
aspro, Papa-re. - Sei matta o ubbriaca davvero?
La donna non rispose, né si mosse. Forse piangeva.
Come una sfumatura di suono, titillante, dal fondo
di via Volturno s'intese nel silenzio una
mandolinata, che s'avvicinava di punto in punto, ma
che poi, a un tratto, tornò a perdersi man mano,
smorendo, in lontananza.
- Lasciamelo aspettare qua, ti prego, - riprese,
poco dopo, la donna, cupamente.
- Ma aspettare, chi? - domandò di nuovo Papa-re.
- Lui, te l'ho detto: Cesare. È là, nel caffè. L'ho
veduto dalla vetrata.
- E tu va' a raggiungerlo, se sai che è là! Che vuoi
da me?
- Non posso, con la pupa. Mi ha abbandonata! È là
con un'altra. E sai con chi? Con Mignon, già! con la
celebre Mign... già, che comincerà a cantare domani
sera. La presenta lui, figúrati! Le ha fatto
insegnare le canzonette dal maestro, a un tanto
all'ora. Sono venuta per dirgli due paroline, appena
esce. A lui e a lei. Lasciami star qua. Che male ti
faccio? Ti tengo anzi piú caldo, Papa-re. Fuori, con
questo freddo, la povera creatura mia... Tanto, ci
vorrà poco: una mezz'oretta sí e no. Via, sii buono,
Papa-re! Rimettiti a sedere e riprenditi la bimba su
le ginocchia. Qua sotto non la posso tenere. Starete
piú caldi tutti e due. Dorme, povera creatura, e non
dà fastidio.
Papa-re si rimise a sedere e si riprese la bimba
sulle ginocchia, borbottando:
- Oh guarda un po' che altro scaldino son venuto a
trovare io qua, stanotte. Ma che gli vuoi dire?
- Niente. Due parole, - ripeté quella.
Tacquero per un buon pezzo. Dalla prossima stazione
giungeva il fischio lamentoso di qualche treno in
arrivo o in partenza. Passava per la vasta piazza
deserta qualche cane randagio. Laggiú, imbacuccate,
due guardie notturne. Nel silenzio, si sentivano
perfino ronzare le lampade elettriche.
- Tu hai una nipotina, è vero, Papa-re? - domandò la
donna, riscotendosi con un sospiro.
- Nena, sí.
- Senza mamma?
- Senza.
- Guarda la mia figliuola. Non è bella?
Papa-re non rispose.
- Non è bella? - insistette la donna. - Ora che ne
sarà di lei, povera creatura mia? Ma cosí... cosí
non posso piú stare. Qualcuno dovrà pure averne
pietà. Tu capisci che non trovo da lavorare, con lei
in braccio. Dove la lascio? E poi, sí! chi mi
prende? Neanche per serva mi vogliono.
- Sta' zitta! - la interruppe il vecchio,
scrollandosi convulso; e si mise a tossire.
Ricordava la figlia, che gli aveva lasciato cosí,
sulle ginocchia, una creaturina come quella. La
strinse piano piano a sé, teneramente. La carezza
però non era per lei, era per la nipotina, ch'egli
in quel punto ricordava cosí piccola, e quieta e
buona come questa.
Venne dal caffè un piú forte scoppio d'applausi e di
grida scomposte.
- Infame! - esclamò a denti stretti la donna. - Se
la spassa là, con quella brutta scimmia piú secca
della morte. Di', viene qua ogni sera al solito, è
vero? a comprare il sigaro, appena esce.
- Non so, - disse Papa-re, alzando le spalle.
- Cesare, il Milanese, come non sai? Quel biondo,
alto, grosso, con la barba spartita sul mento,
sanguigno. Ah, è bello! E lui lo sa, canaglia, e se
n'approfitta. Non ti ricordi che mi prese con sé,
l'anno scorso?
- No, - le rispose il vecchio, seccato. - Come vuoi
che mi ricordi, se non ti lasci vedere?
La donna emise un ghigno, come un singulto, e disse
cupamente:
- Non mi riconosceresti piú. Sono quella che cantava
i duettini con quello scimunito di Peppot. Peppot,
sai? Monte Bisbin? Sí, quello. Ma non fa nulla, se
non ti ricordi. Non sono piú quella. M'ha finita, mi
ha distrutta, in un anno. E sai? In principio,
diceva anche che mi voleva sposare. Roba da ridere,
figúrati!
- Figúrati! - ripeté Papa-re, già mezzo appisolato.
- Non ci credetti mai, - seguitò la donna. - Dicevo
tra me: Purché mi tenga, ora. E lo dicevo per via di
codesta creatura che, non so come, forse perché mi
presi troppo di lui, avevo concepito. Dio mi volle
castigare cosí. Poi, che ne sapevo io? poi fu
peggio. Avere una figlia! pare niente! Gilda Boa...
ti ricordi di Gilda Boa? mi diceva: "Buttala!". Come
si butta? Lui, sí, la voleva buttare davvero. Ebbe
il coraggio di dirmi che non gli somigliava. Ma
guardala, Papa-re, se non è tutta lui! Ah, infame!
Lo sa bene che è sua, che io non potevo farla con
altri, perché per lui io... non ci vedevo piú dagli
occhi, tanto mi piaceva! E gli sono stata peggio
d'una schiava, sai? M'ha bastonata, ed io zitta;
m'ha lasciata morta di fame, ed io zitta. Ci ho
sofferto, ti giuro, non per me, ma per codesta
creatura, a cui, digiuna, non potevo dar latte. Ora,
poi...
Seguitò cosí per un pezzo; ma Papa-re non la sentiva
piú: stanco, confortato dal calore di quella piccina
trovata lí in luogo del suo scaldino, s'era al suo
solito addormentato. Si destò di soprassalto,
quando, aperta la vetrata del caffè, gli avventori
cominciarono a uscire rumorosamente, mentre gli
ultimi applausi risonavano nella sala. Ma, ov'era la
donna?
- Ohé! Che fai? - le domandò Papa-re, insonnolito.
Ella s'era cacciata carponi, ansimante, tra i piedi
della sedia alta, su cui Papa-re stava seduto; aveva
schiuso con una mano lo sportello; e rimaneva lí,
come una belva, in agguato.
- Che fai? - ripeté Papa-re.
Una pistolettata rintronò in quel punto fuori del
chiosco.
- Zitto, o arrestano anche te! - gridò la donna al
vecchio, precipitandosi fuori e richiudendo di furia
lo sportello.
Papa-re, atterrito dagli urli, dalle imprecazioni,
dal tremendo scompiglio dietro il chiosco, si curvò
sulla piccina che aveva dato un balzo allo sparo, e
si restrinse tutto in sé, tremando. Accorse di furia
una vettura, che, poco dopo, scappò via di galoppo,
verso l'ospedale di Sant'Antonio. E un groviglio di
gente furibonda passò vociando davanti al chiosco e
si allontanò verso Piazza delle Terme. Altra gente
però era rimasta lí, sul posto, a commentare
animatamente il fatto, e Papa-re, con gli orecchi
tesi, non si moveva, temendo che la bimba mettesse
qualche strillo. Poco dopo, uno dei camerieri del
caffè venne a comperare un sigaro al chiosco.
- Eh, Papa-re, hai visto che straccio di tragedia?
- Ho... inteso... - balbettò.
- E non ti sei mosso? - esclamò ridendo il
cameriere.
- Sempre col tuo scaldino, eh?
- Col mio scaldino, già... - disse Papa-re, curvo,
aprendo la bocca sdentata a uno squallido sorriso.
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