Novelle per un anno - 1923 - La mosca
4. Le medaglie
Sciaramè, quella mattina, s'aggirava per la sua cameretta
come una mosca senza capo.
Piú d'una volta Rorò, la figliastra, s'era fatta all'uscio,
a domandargli:
- Che cerca?
E lui, dissimulando subito il turbamento, frenando la
smania, le aveva risposto, dapprima, con una faccetta
morbida, ingenua:
- Il bastone, cerco.
E Rorò:
- Ma lí, non vede? All'angolo del canterano.
Ed era entrata a prenderglielo. Poco dopo, a una nuova
domanda di Rorò, aveva ancora trovato modo di dirle che gli
bisognava un... sí, un fazzoletto pulito. E lo aveva avuto;
ma ecco, non si risolveva ancora ad andarsene.
La verità era questa: che Sciaramè, quella mattina, cercava
il coraggio di dire una certa cosa alla figliastra; e non lo
trovava. Non lo trovava, perché aveva di lei la stessa
suggezione che aveva già avuto della moglie, morta da circa
sette anni. Di crepacuore, sosteneva Rorò, per la
imbecillità di lui.
Perché Carlandrea Sciaramè, agiato un tempo, aveva perduto a
un certo punto il dominio dei venti e delle piogge, e dopo
una serie di mal'annate, aveva dovuto vendere il poderetto e
poi la casa e, a sessantotto anni, adattarsi a fare il
sensale d'agrumi. Prima li vendeva lui, gli agrumi, ch'erano
il maggior prodotto del podere (li vendeva per modo di dire:
se li lasciava rubare, portar via per una manciata di soldi
dai sensali ladri); ora avrebbe dovuto farla lui la parte
del ladro, e figurarsi come ci riusciva!
Già, non gliela lasciavano nemmeno mettere in prova. Una
volta tanto, qualche affaruccio, per pagargli la sensería,
come carità. E per guadagnarsela, quella sensería, doveva
correre, povero vecchio, un'intera giornata, infermiccio
com'era, gracile, malato di cuore, con quei piedi gonfi,
imbarcati in certe scarpacce di panno sforacchiate.
Quand'era al vespro, rincasava, disfatto e cadente, con due
lirette in mano, sí e no.
La gente però credeva che di tutte le pene che gli toccava
patire si rifacesse poi nelle grandi giornate del calendario
patriottico, nelle ricorrenze delle feste nazionali,
allorché con la camicia rossa scolorita, il fazzoletto al
collo, il cappello a cono sprofondato fin su la nuca, recava
in trionfo le sue medaglie garibaldine del Sessanta.
Sette medaglie!
Eppure, arrancando in fila coi commilitoni nel corteo,
dietro la bandiera del sodalizio dei Reduci, Sciaramè
sembrava un povero cane sperduto. Spesso levava un braccio,
il sinistro, e con la mano tremicchiante o si stirava sotto
il mento la floscia giogaja o tentava di pinzarsi i peluzzi
ispidi sul labbro rientrato; e insomma pareva facesse di
tutto per nascondere cosí, sotto quel braccio levato, le
medaglie, dando a ogni modo a vedere che non gli piaceva
farne pompa.
Molti, vedendolo passare, gli gridavano:
- Viva la patria, Sciaramè!
E lui sorrideva, abbassando gli occhietti calvi, quasi
mortificato, e rispondeva piano, come a se stesso:
- Viva... viva...
La Società dei Reduci Garibaldini aveva sede nella stanza a
pianterreno dell'unica casupola rimasta a Sciaramè di tutte
le sue proprietà. Egli abitava su, con la figliastra, in due
camerette, a cui si accedeva per una scaletta da quella
stanza terrena. Su la porta era una tabella, ove a grosse
lettere rosse era scritto:
REDUCI GARIBALDINI
Dalla finestra di Rorò s'allungava graziosamente su quella
tabella una rappa vagabonda di gelsomini.
Nella stanza, un tavolone coperto da un tappeto verde, per
la presidenza e il consiglio; un altro, piú piccolo, per i
giornali e le riviste; una scansia rustica a tre palchetti,
polverosa, piena di libri in gran parte intonsi; alle
pareti, un gran ritratto oleografico di Garibaldi; uno, di
minor dimensione, di Mazzini, uno, ancor piú piccolo, di
Carlo Cattaneo; e poi una stampa commemorativa della Morte
dell'Eroe dei Due Mondi, fra nastri, lumi e bandiere.
Rorò, ogni giorno, rassettate le due camerette di sopra,
indossata una ormai famosa camicetta rossa fiammante,
scendeva in quella stanza a terreno e sedeva presso la porta
a conversare con le vicine, lavorando all'uncinetto. Era una
bella ragazza, bruna e florida, e la chiamavano la
Garibaldina.
Ora Sciaramè, quel giorno, doveva dire appunto alla
figliastra di non scendere piú in quella stanza, sede della
Società, e di rimanersene invece a lavorare su, nella sua
cameretta, perché Amilcare Bellone, presidente dei Reduci,
s'era lamentato con lui, non propriamente di quest'abitudine
di Rorò, ch'era infine la padrona di casa, ma perché, con la
scusa di venire a leggere i giornali, vi entrava quasi ogni
mattina un giovinastro, un tal Rosolino La Rosa, il quale,
per essere andato in Grecia insieme con tre altri giovanotti
del paese, il Betti, il Gàsperi e il Marcolini, a combattere
nientemeno contro la Turchia, si credeva garibaldino anche
lui.
Il La Rosa, ricco e fannullone, era orgoglioso di questa sua
impresa giovanile; se n'era fatta quasi una fissazione, e
non sapeva piú parlar d'altro. Uno de' suoi tre compagni, il
Gàsperi, era stato ferito leggermente a Domokòs; ed egli se
ne vantava quasi la ferita fosse invece toccata a lui. Era
anche un bel giovane, Rosolino La Rosa: alto, smilzo, con
una lunga barba quadra, biondo-rossastra, e un pajo di
baffoni in su, che, a stirarli bene, avrebbe potuto
annodarseli come niente dietro la nuca.
Ci voleva poco a capire che non veniva nella sede dei Reduci
per leggere i giornali e le riviste, ma per farsi vedere lí
come uno di casa tra i garibaldini, e anche per fare un po'
all'amore con Rorò dalla camicetta rossa.
Sciaramè lo aveva capito anche lui; ma sapeva pure che Rorò
era molto accorta e che il giovanotto era ricco e sventato.
Poteva egli, in coscienza, troncare la probabilità d'un
matrimonio vantaggioso per la figliastra? Egli era vecchio e
povero; tra breve, dunque, come sarebbe rimasta quella
ragazza, se non riusciva a procurarsi un marito? Poi, non
era veramente suo padre e non aveva perciò tanta autorità su
lei da proibirle di fare una cosa, in cui non solo riteneva
che non ci fosse nulla di male, ma da cui anzi prevedeva che
potesse derivarle un gran bene.
D'altro canto, però, Amilcare Bellone non aveva torto,
neanche lui. Questi erano affari di famiglia, in cui la
Società dei Reduci non aveva che vedere. Già nella via si
sparlava di quell'intrighetto del La Rosa e di Rorò, a cui
pareva tenesse mano la Società; e il Bellone, ch'era di
questa e del suo buon nome giustamente geloso, non poteva
permetterlo. Che fare intanto? Come muoverne il discorso a
Rorò? Era da piú di un'ora tra le spine il povero Sciaramè,
quando Rorò stessa venne a offrirgliene il modo. Già
acconciata con la sua camicetta rossa fiammante, entrò nella
camera del patrigno, spazientita:
- Insomma, esce o non esce questa mattina? Non mi ha fatto
neanche rassettare la camera! Me ne scendo giú.
- Aspetta, Rorò, senti, - cominciò allora Sciaramè,
facendosi coraggio. - Volevo dirti proprio questo.
- Che?
- Che tu, ecco, sí... dico, non potresti, dico, non ti
piacerebbe lavorare quassù, in camera tua, piuttosto che giú?
- E perché?
- Ma, ecco, perché giú, sai? i... i socii...
Rorò aggrottò subito le ciglia.
- Novità? Scusi, si sono messi forse a pagarle la pigione, i
signori Reduci?
Sciaramè fece un sorrisino scemo, come se Rorò avesse detto
una bella spiritosaggine.
- Già, - disse. - È vero, non... non pagano la pigione.
- E che vogliono dunque? - incalzò, fiera, Rorò. - Che
pretendono? Dettar legge, per giunta, in casa nostra?
- No: che c'entra! si provò a replicare Sciaramè. - Sai che
fui io, che volli io offrir loro...
- La sera, - concesse, per tagliar corto Rorò. - La sera,
padronissimi! giacché lei ebbe la felicissima idea
d'ospitarli qua. E so io quel che mi ci vuole ogni notte a
prender sonno, con tutte le loro chiacchiere e le canzonacce
che cantano, ubriachi! Ma basta. Ora pretenderebbero che
io...?
- Non per te, - cercò d'interromperla Sciaramè, - non per
te, propriamente, figliuola mia...
- Ho capito! - disse, infoscandosi, Rorò. - Avevo capito
anche prima che lei si mettesse a parlare. Ma risponda ai
signori Reduci cosí: che si facciano gli affari loro, ché ai
miei ci bado io; se questo loro non accomoda, se ne vadano,
che mi faranno un grandissimo piacere. Io ricevo in casa mia
chi mi pare e piace. Devo renderne conto soltanto a lei.
Dica un po': forse lei non si fida piú di me?
- Io sí, io sí, figliuola mia!
- E dunque, basta cosí! Non ho altro da dirle.
E Rorò, piú rossa in volto della sua camicetta, voltò le
spalle e se ne scese giú, con un diavolo per capello.
Sciaramè diede un'ingollatina, poi rimase in mezzo alla
camera a stirarsi il labbro e a battere le pàlpebre,
stizzito, non sapeva bene se contro se stesso o contro Rorò
o contro i Reduci. Ma qualche cosa bisognava infine che
facesse. Intanto, questa: uscir fuori. Un po' d'aria!
All'aria aperta, chi sa! qualche idea gli sarebbe venuta. E
scese la scaletta, con una mano appoggiata al muro e l'altra
al bastoncino che mandava innanzi; poi giú un piede gonfio e
poi l'altro, soffiando per le nari, a ogni scalino, la pena
e lo stento; attraversò la stanza terrena e uscí senza dir
nulla a Rorò, che già parlava con una vicina e non si voltò
neppure a guardarlo.
Ah che sollievo sarebbe stato per lui se questa benedetta
figliuola si fosse maritata, magari con qualche altro
giovine, se non proprio col La Rosa! Col La Rosa, veramente
a pensarci bene gli sembrava difficile: punto primo, perché
Rorò era povera; poi, perché la chiamavano la Garibaldina, e
i signori La Rosa, invece, per il figliuolo sventato
cercavano una ragazza assennata, senza fumi patriottici. Non
che Rorò ne avesse: non ne aveva mai avuti; ma s'era fatta
pur troppo questa fama, e forse ora se n'avvaleva, come
d'una ragna a cui nessuno poteva dire che lei avesse posto
mano, per farvi cascare quel farfallino del La Rosa.
- Magari! - sospirava tra sé e sé Sciaramé, pensando che,
veramente, pareva già avviluppato bene il farfallino.
Via, come andare a guastar quella ragna proprio adesso, per
far piacere ai signori Reduci che non pagavano neppure la
pigione? E in che consisteva, alla fin fine, tutto il male
per Amilcare Bellone? Nel fatto che il La Rosa aveva portato
in Grecia la camicia rossa. Dispetto e gelosia! La camicia
rossa addosso a quel giovanotto pareva a quel benedett'uomo
un vero e proprio sacrilegio, e lo faceva infuriare come un
toro. Se a leggere i giornali, là dai Reduci, fosse venuto
qualche altro giovanotto, certo non se ne sarebbe curato.
Cosí pensando, Sciaramè pervenne alla piazza principale del
paese e andò a sedere, com'era solito, davanti a uno dei
tavolini del Caffè, disposti sul marciapiede.
Lí seduto, ogni giorno, aspettava che qualcuno lo chiamasse
per qualche commissione: aspettando, mangiato dalle mosche e
dalla noja, s'addormentava. Non prendeva mai nulla, in quel
Caffè, neanche un bicchier d'acqua con lo schizzo di
fumetto; ma il padrone lo sopportava perché spesso gli
avventori si spassavano con lui forzandolo a parlare e di
Calatafimi e dell'entrata di Garibaldi a Palermo e di
Milazzo e del Volturno. Sciaramè ne parlava con accorata
tristezza, tentennando il capo e socchiudendo gli occhietti
calvi. Ricordava gli episodii pietosi, i morti, i feriti,
senz'alcuna esaltazione e senza mai vantarsi. Sicché, alla
fine, quelli che lo avevano spinto a parlare per goderselo,
restavano afflitti, invece, a considerare come l'antico
fervore di quel vecchietto fosse caduto e si fosse spento
nella miseria dei tristi anni sopravvissuti.
Vedendolo, quella mattina, piú oppresso del solito, uno
degli avventori gli gridò:
- E su, coraggio, Sciaramè! Tra pochi giorni sarà la festa
dello Statuto. Faremo prendere un po' d'aria alla vecchia
camicia rossa!
Sciaramè fece scattare in aria una mano, in un gesto che
voleva dire che aveva altro per il capo. Stava per posare il
mento su le mani appoggiate al pomo del bastoncino, quando
si sentí chiamare rabbiosamente da Amilcare Bellone
sopravvenuto come una bufera. Sobbalzò e si levò in piedi,
sotto lo sguardo iroso del Presidente della Società dei
Reduci.
- Gliel'ho detto, sai? a Rorò. Gliel'ho detto questa mattina
- premise, per ammansarlo, accostandoglisi.
Ma il Bellone lo afferrò per un braccio, lo tirò a sé e,
mettendogli un pugno sotto il naso, gli gridò:
- Ma se è là!
- Chi?
- Il La Rosa!
- Là?
- Sí, e adesso te lo accomodo io. Te lo caccio via io, a
pedate!
- Per carità! - scongiurò Sciarame. - Non facciamo scandali!
Lascia andar me. Ti prometto che non ci metterà piú piede.
Credevo che bastasse averlo detto a Rorò... Ci andrò io,
lascia fare!
Il Bellone sghignò; poi, senza lasciargli il braccio, gli
domandò:
- Vuoi sapere che cosa sei?
Sciaramè sorrise amaramente, stringendosi nelle spalle.
- Mammalucco? - disse. - E te ne accorgi adesso? Lo so da
tanto tempo, io, bello mio.
E s'avviò, curvo, scotendo il capo, appoggiato al
bastoncino.
Quando Rorò, che se ne stava seduta presso la porta, scorse
il patrigno da lontano, fece segno a Rosolino La Rosa di
scostarsi e di sedere al tavolino dei giornali. Il La Rosa
con una gambata fu a posto; aprí sottosopra una rivista, e
s'immerse nella lettura.
E Rorò:
- Cosí presto? - domandò al patrigno, col piú bel musino
duro della terra. - Che le è accaduto?
Sciaramè guardò prima il La Rosa che se ne stava coi gomiti
sul piano del tavolino e la testa tra le mani, poi disse
alla figliastra:
- Ti avevo pregata di startene su.
- E io le ho risposto che a casa mia... - cominciò Rorò; ma
Sciaramè la interruppe, minaccioso, alzando il bastoncino e
indicandole la scaletta in fondo:
- Su, e basta! Debbo dire una parolina qua al signor La
Rosa.
- A me? - fece questi, come se cascasse dalle nuvole,
voltandosi e mostrando la bella barba quadra e i baffoni in
su.
Si levò in piedi, quant'era lungo, e s'accostò a Sciaramè
che restò, di fronte a lui, piccino piccino.
- State, state seduto, prego, caro don Rosolino. Vi volevo
dire, ecco... Va' su tu, Rorò!
Rosolino La Rosa si spezzò in due per inchinarsi a Rorò, che
già s'avviava per la scaletta, borbottando, rabbiosa.
Sciaramè aspettò che la figliastra fosse su; si volse con un
fare umile e sorridente al La Rosa e cominciò:
- Voi siete, lo so, un buon giovine, caro don Rosolino mio.
Rosolino La Rosa tornò a spezzarsi in due:
- Grazie di cuore!
- No, è la verità - riprese Sciaramè. - E io, per conto mio,
mi sento onorato...
- Grazie di cuore!
- Ma no, è la verità, vi dico. Onoratissimo, caro don
Rosolino, che veniate qua per... per leggere i giornali.
Però, ecco, io qua sono padrone e non sono padrone. Voi
vedete: questa è la sede della Società dei Reduci; e io, che
sono padrone e non sono padrone, ho verso i miei compagni,
verso i socii, una... una certa responsabilità, ecco.
- Ma io... - si provò a interrompere Rosolino La Rosa.
- Lo so, voi siete un buon giovine - soggiunse subito
Sciaramè, protendendo le mani, - venite qua per leggere i
giornali; non disturbate nessuno. Questi giornali, però,
ecco... questi giornali, caro don Rosolino mio, non sono
miei. Fossero miei... ma tutti, figuratevi! Non essendo
socio...
- Alto là! - esclamò a questo punto il La Rosa, protendendo
lui, adesso, le mani, e accigliandosi. - Vi aspettavo qua:
che mi diceste questo. Non sono socio? Benissimo. Rispondete
ora a me: in Grecia, io, ci sono stato, sí o no?
- Ma sicuro che ci siete stato! Chi può metterlo in dubbio?
- Benissimo! E la camicia rossa, l'ho portata, sí o no?
- Ma sicuro! - ripeté Sciarame.
- Dunque, sono andato, ho combattuto, sono ritornato. Ho
prove io, badate, Sciaramè, prove, prove, documenti che
parlano chiaro. E allora, sentiamo un po': secondo voi, che
cosa sono io?
- Ma un bravo giovinotto siete, un buon figliuolo, non ve
l'ho detto?
- Grazie tante! - squittí Rosolino La Rosa. - Non voglio
saper questo. Secondo voi, sono o non sono garibaldino?
- Siete garibaldino? Ma sí, perché no? - rispose,
imbalordito, Sciaramè, non sapendo dove il La Rosa volesse
andar a parare.
- E reduce? - incalzò questi allora. - Sono anche reduce,
perché non sono morto e sono ritornato. Va bene? Ora i
signori veterani non permettono che io venga qua a leggere i
giornali perché non sono socio, è vero? L'avete detto voi
stesso. Ebbene: vado or ora a trovare i miei tre compagni
reduci di Domokòs, e tutt'e quattro d'accordo, questa sera
stessa, presenteremo una domanda d'ammissione alla Società.
- Come? come? - fece Sciaramè, sgranando gli occhi. - Voi
socio qua?
- E perché no? - domandò Rosolino La Rosa, aggrottando piú
fieramente le ciglia. -Non ne saremmo forse degni, secondo
voi?
- Ma sí, non dico... per me, figuratevi! tanto onore e tanto
piacere! - esclamò Sciaramè. - Ma gli altri, dico, i... miei
compagni...
- Voglio vederli! - concluse minacciosamente il La Rosa. -
Io so che ho diritto di far parte di questa Società piú di
qualche altro; e, all'occorrenza, Sciaramè, potrei
dimostrarlo. Avete capito?
Cosí dicendo, Rosolino La Rosa prese con due dita il bavero
della giacca di Sciaramè e gli diede una scrollatina; poi,
guardandolo negli occhi, aggiunse:
- A questa, sera, Sciaramè, siamo intesi?
Il povero Sciaramè rimase in mezzo alla stanza, sbalordito,
a grattarsi la nuca.
Erano rimasti a far parte della Società dei Reduci poco piú
d'una dozzina di veterani, nessuno dei quali era nativo del
paese. Amilcare Bellone, il presidente, era lombardo, di
Brescia; il Nardi e il Navetta romagnoli, e tutti insomma di
varie regioni d'Italia, venuti in Sicilia chi per il
commercio degli agrumi e chi per quello dello zolfo.
La Società era sorta, tanti e tanti anni fa, d'improvviso
una sera per iniziativa del Bellone. Si doveva festeggiare a
Palermo il centenario dei Vespri Siciliani. Alla notizia che
Garibaldi sarebbe venuto in Sicilia per quella festa
memorabile, s'erano raccolti nel Caffè i pochi garibaldini
residenti in paese, con l'intento di recarsi insieme a
Palermo a rivedere per l'ultima volta il loro Duce glorioso.
La proposta del Bellone, di fondare lí per lí un sodalizio
di Reduci che potesse figurare con una bandiera propria nel
gran corteo ch'era nel programma di quelle feste, era stata
accolta con fervore. Alcuni avventori del Caffè avevano
allora indicato al Bellone Carlandrea Sciaramè, che se ne
stava al solito appisolato in un cantuccio discosto, e gli
avevano detto ch'era anche lui un veterano garibaldino, il
vecchio patriota del paese; e il Bellone, acceso dal ricordo
dei giovanili entusiasmi e un po' anche dal vino, gli s'era
senz'altro accostato: - Ehi, commilitone! Picciotto!
Picciotto! - Lo aveva scosso dal sonno e chiamato, tra gli
evviva, a far parte del nascente sodalizio. Costretto a
bere, a quell'ora insolita, tropp'oltre la sua sete,
Carlandrea Sciaramè s'era lasciata scappare a sua volta la
proposta che, per il momento, la nuova Società avrebbe
potuto aver sede nella stanza a terreno nel suo casalino. I
Reduci avevano subito accettato; poi, dimenticandosi che
Sciaramè aveva profferto quella stanza precariamente, erano
rimasti lí per sempre, senza pagar la pigione.
Sciaramè però, dando gratis la stanza, aveva il vantaggio di
non pagare le tre lirette al mese che pagavano gli altri per
l'abbonamento ai giornali, per l'illuminazione, ecc. ecc.
Del resto, per lui, il disturbo era, se mai, la sera
soltanto, quando i socii si riunivano a bere qualche fiasco
di vino, a giocare qualche partitina a briscola, a leggere i
giornali e a chiacchierar di politica.
Nessuno supponeva che il povero Sciaramè, tra la figliastra
e il Bellone, fosse come tra l'incudine e il martello. Il
presidente bresciano non ammetteva repliche: impetuoso e
urlone, s'avventava contro chiunque ardisse contraddirlo.
- I ragazzini! oh! i ragazzini! - cominciò a strillare
quella sera, dopo aver letta la domanda del La Rosa e
compagnia, ballando dalla bile e agitando la carta sotto il
naso dei socii e sghignazzando, con tutto il faccione
affocato. - I ragazzini, signori, i ragazzini! Eccoli qua!
Le nuove camicie rosse, a tre lire il metro, di ultima
fabbrica, signori miei, incignate in Grecia, linde, pulite e
senza una macchia! Sedete, sedete; siamo qua tutti; apro la
seduta: senza formalità, senz'ordine del giorno, le
liquideremo subito subito, con una botta di penna! Sedete,
sedete.
Inizio
pagina
Ma i socii, tranne Sciaramè, gli s'erano stretti
attorno per vedere quella carta, come se non
volessero crederci e lo affollavano di domande,
segnatamente il grasso e sdentato romagnolo,
Navetta, ch'era un po' sordo e aveva una gamba di
legno, una specie di stanga, su cui il calzone
sventolava e che, andando, dava certi cupi tonfi che
incutevano ribrezzo.
Il Bellone si liberò della ressa con una bracciata,
andò a prender posto al tavolino della presidenza,
sonò il campanello e si mise a leggere la domanda
dei giovani con mille smorfie e giocolamenti degli
occhi, del naso e delle labbra, che suscitavano a
mano a mano piú sguajate le risa degli ascoltatori.
Il solo Sciaramè se ne stava serio serio ad
ascoltare, col mento appoggiato al pomo del
bastoncino e gli occhi fissi al lume a petrolio.
Terminata la lettura, il presidente assunse un'aria
grave e dignitosa. Sciaramè lo frastornò, alzandosi.
- A posto! A sedere! - gli gridò Bellone.
- Il lume fila - osservò timidamente Sciaramè.
- E tu lascialo filare! Signori, io ritengo oziosa,
io ritengo umiliante per noi qualsiasi discussione
su un argomento cosí ridicolo. (Benissimo!) Tutti
d'accordo, con una botta di penna, respingeremo
questa incredibile, questa inqualificabile... questa
non so come dire! (Scoppio d'applausi).
Ma il Nardi, l'altro romagnolo, volle parlare e
disse che stimava necessario e imprescindibile
dichiarare una volta per sempre che per garibaldini
dovevano considerarsi quelli soltanto che avevano
seguito Garibaldi (Bene! Bravo! Benissimo!), il
vero, il solo, Giuseppe Garibaldi (Applausi
fragorosi, ovazioni), Giuseppe Garibaldi, e basta.
- E basta, sí, e basta!
- E aggiungiamo! - sorse allora a dire, pum, il
Navetta, - aggiungiamo, o signori, che la... la,
come si chiama? la sciagurata guerra della Grecia
contro la... la, come si chiama? la Turchia, non
può, non deve assolutamente esser presa sul serio,
per la... sicuro, la, come si chiama? la pessima
figura fatta da quella nazione che... che...
- Senza che! - gridò, seccato, il Bellone, sorgendo
in piedi. - Basta dire soltanto: "da quella nazione
degenere!".
- Bravissimo! Del genere! del genere! Non ci vuol
altro! - approvarono tutti.
A questo punto Sciaramè sollevò il mento dal
bastoncino e alzò una mano.
- Permettete? - chiese con aria umile.
I socii si voltarono a guardarlo, accigliati, e il
Bellone lo squadrò, fosco.
- Tu? Che hai da dire, tu?
Il povero Sciaramè si smarrí, inghiottí, protese
un'altra volta la mano.
- Ecco... Vorrei farvi osservare che... alla fin
fine... questi... questi quattro giovanotti...
- Buffoncelli! - scattò il Bellone. - Si chiamano
buffoncelli e basta. Ne prenderesti forse le difese?
- No! - rispose subito Sciaramè. - No, ma, ecco,
vorrei farvi osservare, come dicevo, che... alla fin
fine, hanno... hanno combattuto, ecco, questi
quattro giovanotti, sono stati al fuoco, sí... si
sono dimostrati bravi, coraggiosi..., uno anzi fu
ferito... che volete di piú? Dovevano per forza
lasciarci la pelle, Dio liberi? Se Lui, Garibaldi,
non ci fu, perché non poteva esserci - sfido! era
morto... - c'è stato il figlio però, che ha diritto,
mi sembra, di portarla, la camicia rossa, e di farla
portare perciò a tutti coloro che lo seguirono in
Grecia, ecco. E dunque...
Fino a questo punto Sciaramè poté parlare
meravigliato lui stesso che lo lasciassero dire, ma
pur timoroso e a mano a mano vieppiú costernato del
silenzio con cui erano accolte sue parole. Non
sentiva in quel silenzio il consenso, sentiva anzi
che con esso i compagni quasi lo sfidavano a
proseguire per veder dove arrivasse la sua
dabbenaggine o la sua sfrontatezza, oppure per
assaltarlo a qualche parola non ben misurata; e
perciò cercava di rendere a mano a mano piú umile
l'espressione del volto e della voce. Ma ormai non
sapeva piú che altro aggiungere; gli pareva d'aver
detto abbastanza, d'aver difeso del suo meglio quei
giovanotti. E intanto quelli seguitavano a tacere,
lo sfidavano a parlare ancora. Che dire? Aggiunse:
- E dunque mi pare...
- Che ti pare? - proruppe allora, furibondo, il
Bellone, andandogli davanti, a petto.
- Un corno! un corno! - gridarono gli altri,
alzandosi anch' essi.
E se lo misero in mezzo e presero a parlare
concitatamente tutti insieme e chi lo tirava di qua
e chi di là per dimostrargli che sosteneva una causa
indegna e che se ne doveva vergognare. Vergognare,
perché difendeva quattro mascalzoni scioperati! - O
che le epopee, le vere epopee come la garibaldina,
potevano avere aggiunte, appendici? Di ridicolo, di
ridicolo s'era coperta la Grecia!
Il povero Sciaramè non poteva rispondere a tutti,
sopraffatto, investito. Colse a volo quel che diceva
il Nardi e gli gridò:
- L'impresa non fu nazionale? Ma Garibaldi, scusate,
Garibaldi combatté forse soltanto per l'indipendenza
nostra? Combatté anche in America, anche in Francia
combatté, Cavaliere dell'Umanità! Che c'entra!
- Ti vuoi star zitto, Sciaramè? - tuonò a questo
punto il Bellone, dando un gran pugno su la tavola
presidenziale. Non bestemmiare! Non far confronti
oltraggiosi! Oseresti paragonare l'epopea
garibaldina con la pagliacciata della Grecia?
Vergògnati! Vergògnati, perché so bene io la ragione
della tua difesa di questi quattro buffoni. Ma noi,
sappi, prendendo stasera questa decisione, faremo un
gran bene anche a te; ti libereremo da un moscone
che insidia all'onore della tua casa; e tu devi
votare con noi, intendi? La domanda deve essere
respinta all'unanimità, perdio! Vota con noi! vota
con noi!
- Permettete almeno che io mi astenga... - scongiurò
Sciaramè, a mani giunte.
- No! Con noi! con noi! - gridarono, inflessibili, i
socii, irritatissimi.
E tanto fecero e tanto dissero, che costrinsero il
povero Sciaramè a votar di no, con loro.
Due giorni dopo, sul giornaletto locale, comparve
questa protesta del Gàsperi, il ferito di Domokòs.
GARIBALDINI VECCHI E NUOVI
Riceviamo e pubblichiamo:
Egregio Signor Direttore,
a nome mio e de' miei compagni, La Rosa, Betti e
Marcolini, Le comunico la deliberazione votata ad
unanimità dal Sodalizio dei Reduci Garibaldini, in
seguito alla nostra domanda d'ammissione.
Siamo stati respinti, signor Direttore!
La nostra camicia rossa, per i signori veterani del
Sodalizio, non è autentica. Proprio cosí! E sa
perché? perché, non essendo ancor nati o essendo
ancora in fasce, quando Giuseppe Garibaldi -il vero,
il solo - come dice la deliberazione - si mosse a
combattere per la liberazione della Patria, noi
poveretti non potemmo naturalmente con le nostre
balie e con le nostre mamme seguir Lui, allora, e
abbiamo avuto il torto di seguire invece il Figlio
(che pare, a giudizio dei sullodati veterani, non
sia Garibaldi anche lui) nell'Ellade sacra. Ci si fa
una colpa, infatti, del triste e umiliante esito
della guerra greco-turca, come se noi a Domokòs non
avessimo combattuto e vinto, lasciando sul campo di
battaglia l'eroico Fratti e altri generosi.
Ora capirà, egregio signor Direttore, che noi non
possiamo difendere, come vorremmo, il Duce nostro,
la nobile idealità che ci spinse ad accorrere
all'appello, i nostri compagni d'arme caduti e i
superstiti, dall'indegna offesa contenuta
nell'inqualificabile deliberazione dei nostri
Reduci: non possiamo, perché ci troviamo di fronte a
vecchi evidentemente rimbecilliti. La parola può
parere in prima un po' dura, ma non parrà piú tale
quando si consideri che questi signori hanno
respinto noi dal sodalizio senza pensare che intanto
ne fa parte qualcuno, il quale non solo non è mai
stato garibaldino, non solo non ha mai preso parte
ad alcun fatto d'armi, ma osa per giunta d'indossare
una camicia rossa e di fregiarsi il petto di ben
sette medaglie che non gli appartengono, perché
furono di suo fratello morto eroicamente a Digione.
Detto questo, mi sembra superfluo aggiungere altri
commenti alla deliberazione. Mi dichiaro pronto a
dimostrare coi documenti alla mano quanto asserisco.
Se vi sarò costretto, smaschererò anche
pubblicamente questo falso garibaldino, che ha pure
avuto il coraggio di votare con gli altri contro la
nostra ammissione.
Intanto, pregandola, signor Direttore, di pubblicare
integralmente nel suo periodico questa mia protesta,
ho l'onore di dirmi
Suo dev.mo
ALESSANDRO GÀSPERI
Era noto anche a noi da un pezzo che della Società
dei Reduci Garibaldini faceva parte un messer tale
che non è punto reduce come non fu mai garibaldino.
Non ne avevamo mai fatto parola, per carità di
patria, né ce ne saremmo mai occupati, se ora l'atto
inconsulto della suddetta Società non avesse
giustamente provocato la protesta del signor Gàsperi
e degli altri giovani valorosi che combatterono in
Grecia. Riteniamo che la Società dei Reduci, per
dare almeno una qualche soddisfazione a questi
giovani e provvedere al suo decoro, dovrebbe adesso
affrettarsi ad espellere quel socio per ogni
riguardo immeritevole di farne parte.
(N. d. R.)
Amilcare Bellone, col giornaletto in mano - mentre
tutto il paese commentava meravigliato la protesta
del Gàsperi - si precipitò, furente, nella sede
della Società e, imbattutosi in Carlandrea Sciaramè,
che s'avviava triste e ignaro al Caffè della piazza,
lo prese per il petto e lo buttò a sedere su una
seggiola, schiaffandogli con l'altra mano in faccia
il giornale.
- Hai letto? Leggi qua!
- No... Che... che è stato? - balbettò Sciaramè,
soprappreso con tanta violenza.
- Leggi! leggi - gli gridò di nuovo il Bellone,
serrando le pugna, per frenare la rabbia; e si mise
a far le volte del leone per la stanza.
Il povero Sciaramè cercò con le mani mal ferme le
lenti; se le pose sulla punta del naso; ma non
sapeva che cosa dovesse leggere in quel giornale. Il
Bellone gli s'appressò; glielo strappò di mano e,
apertolo, gl'indicò nella seconda pagina la
protesta.
- Qua! qua! Leggi qua!
- Ah, - fece, dolente, Sciaramè, dopo aver letto il
titolo e la firma. - Non ve l'avevo detto io?
- Va' avanti! Va' avanti! - gli urlò il Bellone; e
riprese a passeggiare.
Sciaramè si mise a leggere, zitto zitto. A un certo
punto, aggrottò le ciglia; poi le spianò, sbarrando
gli occhi e spalancando la bocca. Il giornale fu per
cadergli di mano. Lo riprese, lo accostò di piú agli
occhi, come se la vista gli si fosse a un tratto
annebbiata. Il Bellone s'era fermato a guardarlo con
occhi fulminanti, le braccia conserte, e attendeva,
fremente, una protesta, una smentita, una
spiegazione.
- Che ne dici? Alza il capo! Guardami!
Sciaramè, con faccia cadaverica, restringendo le
palpebre attorno agli occhi smorti, scosse
lentamente la testa, in segno negativo, senza poter
parlare; posò sul tavolino il giornale e si recò una
mano sul cuore.
- Aspetta... - poi disse, piú col gesto che con la
voce.
Si provò a inghiottire; ma la lingua gli s'era d'un
tratto insugherita. Non tirava piú fiato.
- Io... - prese quindi a balbettare, ansimando, - io
ci... ci fui io... a... a Calatafimi... a... a
Palermo... poi a Milazzo... e in... in Calabria a...
a Melito... poi su, su fino a... a Napoli... e poi
al Volturno...
- Ma come ci fosti? Le prove! Le prove! I documenti!
Come ci fosti?
- Aspetta... Io... con... con Stefanuccio... Avevo
il somarello...
- Che dici? Che farnetichi? Le medaglie di chi sono?
Tue o di tuo fratello? Parla! Questo voglio sapere!
- Sono... Lasciami dire... A Marsala... stavamo lí,
al Sessanta, io e Stefanuccio, il mio fratellino...
Gli avevo fatto da padre... a Stefanuccio... Aveva
appena quindici anni, capisci? Mi scappò di casa,
quando... quando sbarcarono i Mille... per seguir
Lui, Garibaldi, coi volontarii... Torno a casa; non
lo trovo... Allora presi a nolo un somarello... Lo
raggiunsi prima a Calatafimi, per riportarmelo a
casa... A quindici anni, ragazzino, che poteva fare,
cuore mio?... Ma lui mi minacciò che si sarebbe
fatto saltar la... la testa, dice, con quel vecchio
fucile piú alto di lui che gli avevano dato... se io
lo costringevo a tornare indietro... la testa... E
allora, persuaso dagli altri volontarii, lasciai in
libertà il somarello... che poi mi toccò ripagare...
e... e m'accompagnai con loro.
- Volontario anche tu? E combattesti?
- Non... non avevo... non avevo fucile...
- E avevi invece paura?
- No, no... Piuttosto morire che lasciarlo!
- Seguisti dunque tuo fratello?
- Sí, sempre!
E Sciaramè ebbe come un brivido lungo la schiena, e
si strinse piú forte il petto con la mano,
curvandosi vie più.
- Ma le medaglie? La camicia rossa? - riprese il
Bellone, scrollandolo furiosamente, - di chi sono?
Tue o di tuo fratello? Rispondi!
Sciaramè aprí le braccia, senza ardire di levare il
capo; poi disse:
- Siccome Stefanuccio non... non se le poté
godere...
- Te le sei portate a spasso tu! - compí la frase il
Bellone. - Oh miserabile impostore! E hai osato di
gabbare cosí la nostra buona fede? Meriteresti ch'io
ti sputassi in faccia; meriteresti ch'io... Ma mi
fai pietà! Tu uscirai ora stesso dal sodalizio!
Fuori! Fuori!
- Mi cacciate di casa mia?
- Ce n'andremo via noi, ora stesso! Fa' schiodare
subito la tabella dalla porta! Ma come, ma come non
mi passò mai per la mente il sospetto che, per
essere cosí stupido, bisognava che costui Garibaldi
non lo avesse mai veduto nemmeno da lontano!
- Io? - esclamò Sciaramè con un balzo. - Non lo
vidi? io? Ah, se lo vidi! E gli baciai anche le
mani! A Piazza Pretorio, gliele baciai, a Palermo,
dove s'era accampato! Le mani!
- Zitto, svergognato! Non voglio piú sentirti! Non
voglio piú vederti! Fai schiodare la tabella e guaj
a te se osi piú gabellarti da garibaldino!
E il Bellone s'avviò di furia verso la porta. Prima
d'uscire, si voltò a gridargli di nuovo:
- Svergognato!
Rimasto solo, Sciaramè provò a levarsi in piedi; ma
le gambe non lo reggevano piú; il cuore malato gli
tempestava in petto. Aggrappandosi con le mani al
tavolino, alla sedia, alla parete, si trascinò su.
Rorò, nel vederselo comparire davanti in quello
stato, gettò un grido; ma egli le fece segno di
tacere; poi le indicò il cassettone nella camera e
le domandò quasi strozzato:
- Tu... le carte di là... al La Rosa?
- Le carte? Che carte? - disse Rorò, accorrendo a
sostenerlo, tutta sconvolta.
- Le mie... i documenti di... di mio fratello... -
balbettò Sciaramè appressandosi al cassettone. -
Apri... Fammi vedere...
Rorò aprí il cassetto. Sciaramè cacciò una mano con
le dita artigliate sul fascetto dei documenti
logori, ingialliti, legati con lo spago; e, rivolto
alla figliastra con gli occhi spenti, le domandò:
- Li... li hai mostrati tu... al La Rosa?
Rorò non poté in prima rispondere; poi, sconcertata
e sgomenta, disse:
- Mi aveva chiesto di vederli... Che male ho fatto?
Sciaramè le si abbandonò fra le braccia, assalito da
un impeto di singhiozzi. Rorò lo trascinò fino alla
seggiola accanto al letto e lo fece sedere,
chiamandolo, spaventata:
- Papà! papà! Perché? Che male ho fatto? Perché
piange? che le è avvenuto?
- Va'... va'... lasciami! - disse, rantolando,
Sciaramè. - E io che li ho difesi... io solo...
Ingrati!... Io ci fui! Lo accompagnai... Quindici
anni aveva... E il somarello... alle prime
schioppettate... Le gambe, le gambe... Per due,
patii... E a Milazzo... dietro quel tralcio di
vite... un toffo di terra, qua sul labbro...
Rorò lo guardava, angosciata e sbalordita,
sentendolo sparlare cosí.
- Papà... papà... che dice?
Ma Sciaramè, con gli occhi senza sguardo, sbarrati,
una mano sul cuore, il volto scontraffatto, non la
sentiva piú.
Vedeva, lontano, nel tempo.
Lo aveva seguito davvero, quel suo fratellino
minore, a cui aveva fatto da padre; lo aveva
raggiunto davvero, con l'asinello, prima di
Calatafimi, e scongiurato a mani giunte di
tornarsene indietro, a casa, in groppa all'asinello,
per carità, se non voleva farlo morire dal terrore
di saperlo esposto alla morte, ancora cosí ragazzo!
Via! Via! Ma il fratellino non aveva voluto saperne,
e allora anche lui, a poco a poco, fra gli altri
volontarii, s'era acceso d'entusiasmo ed era andato.
Poi, però, alle prime schioppettate... No, no, non
aveva desiderato di riavere il somarello
abbandonato, perché, quantunque la paura fosse stata
piú forte di lui, non sarebbe mai scappato, sapendo
che il suo fratellino, là, era intanto nella mischia
e che forse in quel punto, ecco, gliel'uccidevano.
Avrebbe voluto anzi correre, buttarsi nella mischia
anche lui e anche lui farsi uccidere, se avesse
trovato morto Stefanuccio. Ma le gambe, le gambe!
Che può fare un povero uomo quando non sia piú
padrone delle proprie gambe? Per due, davvero, aveva
patito, patito in modo da non potersi dire, durante
la battaglia e dopo. Ah, dopo, fors'anche piú!
quando, sul campo di battaglia, aveva cercato tra i
morti e i feriti il fratellino suo. Ma che gioja,
poi nel rivederlo, sano e salvo! E cosí lo aveva
seguito anche a Palermo, fino a Gibilrossa, dove lo
aveva aspettato, piú morto che vivo, parecchi
giorni: un'eternità! A Palermo, Stefanuccio, per il
coraggio dimostrato, era stato ascritto alla legione
dei Carabinieri genovesi, che doveva poi essere
decimata nella battaglia campale di Milazzo. Era
stato un vero miracolo, se in quella giornata non
era morto anche lui, Sciaramè. Acquattato in una
vigna, sentiva di tratto in tratto, qua e là, certi
tonfi strani tra i pampini; ma non gli passava
neanche per la mente che potessero esser palle,
quando, proprio lí, sul tralcio dietro al quale
stava nascosto... Ah, quel sibilo terribile, prima
del tonfo! Carponi, con le reni aperte dai brividi,
aveva tentato di allontanarsi; ma invano; ed era
rimasto lí, tra il grandinare delle palle,
atterrito, basito, vedendo la morte con gli occhi, a
ogni tonfo.
Li conosceva dunque davvero tutti gli orrori della
guerra; tutto ciò che narrava, lo aveva veduto,
sentito, provato; c'era stato insomma davvero, alla
guerra, quantunque non vi avesse preso parte attiva.
Ritornato in Sicilia, dopo la donazione di Garibaldi
a Re Vittorio del regno delle Due Sicilie, egli era
stato accolto come un eroe insieme col fratellino
Stefano. Medaglie, lui, però, non ne aveva avute: le
aveva avute Stefanuccio; ma erano come di tutt'e
due. Del resto, lui non s'era mai vantato di nulla:
spinto a parlare, aveva sempre detto quel tanto che
aveva veduto. E non avrebbe mai pensato di entrare a
far parte della Società, se quella maledetta sera lí
non ve lo avessero quasi costretto, cacciato in
mezzo per forza. Dell'onore che gli avevano fatto e
di cui egli alla fin fine non si sentiva proprio
immeritevole, giacché per la patria aveva pure
patito e non poco, s'era sdebitato ospitando gratis
per tanti anni la Società. Aveva indossato, sí, la
camicia rossa del fratello e si era fregiato il
petto di medaglie non propriamente sue; ma, fatto il
primo passo, come tirarsi piú indietro? Non aveva
potuto farne a meno, e s'era segretamente scusato
pensando che avrebbe cosí rappresentato il suo
povero fratellino in quelle feste nazionali, il suo
povero Stefanuccio morto a Digione, lui che se le
era ben guadagnate, quelle medaglie, e non se le era
poi potute godere, nelle belle feste della patria.
Ecco qua tutto il suo torto. Erano venuti i nuovi
garibaldini, avevano litigato coi vecchi, e lui
c'era andato di mezzo, lui che li aveva difesi, solo
contro tutti. Ah, ingrati! Lo avevano ucciso.
Rorò, vedendogli la faccia come di terra e gli occhi
infossati e stravolti, si mise a chiamare ajuto
dalla finestra.
Accorsero, costernati, ansanti, alcuni del vicinato.
- Che è? che è?
Restarono, alla vista di Sciaramè, là sulla
seggiola, rantolante.
Due, piú animosi, lo presero per le ascelle e per i
piedi e fecero per adagiarlo sul lettuccio. Ma non
lo avevano ancora messo a giacere, che...
- Oh! Che?
- Guardate!
- Morto?
Rorò rimase allibita, con gli occhi sbarrati, a
mirarlo. Guardò i vicini accorsi; balbettò:
- Morto? Oh Dio! Dio! Morto?
E si buttò sul cadavere, poi, in ginocchio, a piè
del letto, con la faccia nascosta, le mani protese:
- Perdono, papà mio! Perdono!
I vicini non sapevano che pensare. Perdono? Perché?
Che era accaduto? Ma Rorò parlava di certe carte, di
certi documenti... che ne sapeva lei? Fu strappata
dal letto e trascinata nell'altra camera. Alcuni
corsero a chiamare il Bellone, altri rimasero a
vegliare il morto.
Quando il presidente della Società dei Reduci, col
Navetta, il Nardi e gli altri socii, sopravvenne,
fosco e combattuto, Carlandrea Sciaramè sul suo
lettuccio era parato con la camicia rossa e le sette
medaglie sul petto.
I vicini, vestendo il povero vecchio, avevano
creduto bene di fargli indossare per l'ultima volta
l'abito delle sue feste. Non gli apparteneva? Ma ai
morti non si sogliono passare, sulle lapidi, tante
bugie, peggiori di questa? Là, le medaglie! Tutt'e
sette sul cuore!
Pum, pum, pum, il Navetta, con la sua gamba di
legno, gli s'accostò, aggrondato; lo mirò un pezzo;
poi si voltò ai compagni e disse, cupo:
- Gli si levano?
Il Bellone, che s'era ritratto con gli altri in
fondo alla camera, presso la finestra, a
confabulare, lo chiamò a sé con la mano, si strinse
nelle spalle e confermò il pensiero di quei vicini,
brontolando:
- Lascia. Ora è morto.
Gli fecero un bellissimo funerale.
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