Novelle per un anno - 1923 - La mosca
2. L'eresia catara
Bernardino Lamis, professore ordinario di storia delle
religioni, socchiudendo gli occhi addogliati e, come soleva
nelle piú gravi occasioni, prendendosi il capo inteschiato
tra le gracili mani tremolanti che pareva avessero in punta,
invece delle unghie, cinque rosee conchigliette lucenti,
annunziò ai due soli alunni che seguivano con pertinace
fedeltà il suo corso:
- Diremo, o signori, nella ventura lezione, dell'eresia
catara.
Uno de' due studenti, il Ciotta - bruno ciociaretto di
Guarcino, tozzo e solido - digrignò i denti con fiera gioja
e si diede una violenta fregatina alle mani. L'altro, il
pallido Vannícoli, dai biondi capelli irti come fili di
stoppia e dall'aria spirante, appuntí invece le labbra, rese
piú dolente che mai lo sguardo dei chiari occhi languidi e
stette col naso come in punto a annusar qualche odore
sgradevole, per significare che era compreso della pena che
al venerato maestro doveva certo costare la trattazione di
quel tema, dopo quanto glien'aveva detto privatamente.
(Perché il Vannícoli credeva che il professor Lamis
quand'egli e il Ciotta, finita la lezione, lo accompagnavano
per un lungo tratto di via verso casa, si rivolgesse
unicamente a lui, solo capace d'intenderlo.)
E difatti il Vannícoli sapeva che da circa sei mesi era
uscita in Germania (Halle a. S.) una mastodontica monografia
di Hans von Grobler su l'Eresia Catara, messa dalla critica
ai sette cieli, e che su lo stesso argomento, tre anni
prima, Bernardino Lamis aveva scritto due poderosi volumi,
di cui il von Grobler mostrava di non aver tenuto conto, se
non solo una volta, e di passata, citando que' due volumi,
in una breve nota; per dirne male.
Bernardino Lamis n'era rimasto ferito proprio nel cuore; e
piú s'era addolorato e indignato della critica italiana che,
elogiando anch'essa a occhi chiusi il libro tedesco, non
aveva minimamente ricordato i due volumi anteriori di lui,
né speso una parola per rilevare l'indegno trattamento usato
dallo scrittore tedesco a uno scrittor paesano. Piú di due
mesi aveva aspettato che qualcuno, almeno tra i suoi antichi
scolari, si fosse mosso a difenderlo; poi, tuttoché -
secondo il suo modo di vedere - non gli fosse parso ben
fatto, s'era difeso da sé, notando in una lunga e minuziosa
rassegna, condita di fine ironia, tutti gli errori piú o
meno grossolani in cui il von Grobler era caduto, tutte le
parti che costui s'era appropriate della sua opera senza
farne menzione, e aveva infine raffermato con nuovi e
inoppugnabili argomenti le proprie opinioni contro quelle
discordanti dello storico tedesco.
Questa sua difesa, però, per la troppa lunghezza e per lo
scarso interesse che avrebbe potuto destare nella
maggioranza dei lettori, era stata rifiutata da due riviste;
una terza se la teneva da piú d'un mese, e chi sa quanto
tempo ancora se la sarebbe tenuta, a giudicare dalla
risposta punto garbata che il Lamis, a una sua
sollecitazione, aveva ricevuto dal direttore.
Sicché dunque davvero Bernardino Lamis aveva ragione, uscito
dall'Università, di sfogarsi quel giorno amaramente coi due
suoi fedeli giovani che lo accompagnavano al solito verso
casa. E parlava loro della spudorata ciarlataneria che dal
campo della politica era passata a sgambettare in quello
della letteratura, prima, e ora, purtroppo, anche nei sacri
e inviolabili dominii della scienza; parlava della servilità
vigliacca radicata profondamente nell'indole del popolo
italiano, per cui è gemma preziosa qualunque cosa venga
d'oltralpe o d'oltremare e pietra falsa e vile tutto ciò che
si produce da noi; accennava infine agli argomenti piú forti
contro il suo avversario, da svolgere nella ventura lezione.
E il Ciotta, pregustando il piacere che gli sarebbe venuto
dall'estro ironico e bilioso del professore, tornava a
fregarsi le mani, mentre il Vannícoli, afflitto, sospirava.
A un certo punto il professor Lamis tacque e prese un'aria
astratta: segno, questo, per i due scolari, che il
professore voleva esser lasciato solo.
Ogni volta, dopo la lezione, si faceva una giratina per
sollievo giú per la piazza del Pantheon, poi su per quella
della Minerva, attraversava Via dei Cestari e sboccava sul
Corso Vittorio Emanuele. Giunto in prossimità di Piazza San
Pantaleo, prendeva quell'aria astratta, perché solito -
prima di imboccare la Via del Governo Vecchio, ove abitava
- d'entrare (furtivamente, secondo la sua intenzione) in
una pasticceria, donde poco dopo usciva con un cartoccio in
mano. I due scolari sapevano che il professor Lamis non
aveva da fare neppur le spese a un grillo, e non si potevano
perciò capacitare della compera di quel cartoccio
misterioso, tre volte la settimana.
Spinto dalla curiosità, il Ciotta era finanche entrato un
giorno nella pasticceria a domandare che cosa il professore
vi comperasse.
- Amaretti, schiumette e bocche di dama.
E per chi serviranno?
Il Vannícoli diceva per i nipotini. Ma il Ciotta avrebbe
messo le mani sul fuoco che servivano proprio per lui, per
il professore stesso; perché una volta lo aveva sorpreso per
via nel mentre che si cacciava una mano in tasca per trarne
fuori una di quelle schiumette e doveva già averne un'altra
in bocca, di sicuro, la quale gli aveva impedito di
rispondere a voce al saluto che lui gli aveva rivolto.
- Ebbene, e se mai, che c'è di male? Debolezze! - gli aveva
detto, seccato, il Vannícoli, mentre da lontano seguiva con
lo sguardo languido il vecchio professore, il quale se ne
andava pian piano, molle molle, strusciando le scarpe.
Non solamente questo peccatuccio di gola, ma tante e
tant'altre cose potevano essere perdonate a quell'uomo che,
per la scienza, s'era ridotto con quelle spalle aggobbate
che pareva gli volessero scivolare e fossero tenute su,
penosamente, dal collo lungo, proteso come sotto un giogo.
Tra il cappello e la nuca la calvizie del professor Lamis si
scopriva come una mezza luna cuojacea; gli tremolava su la
nuca una rada zazzeretta argentea, che gli accavallava di
qua e di là gli orecchi e seguitava barba davanti - su le
gote e sotto il mento - a collana.
Né il Ciotta né il Vannícoli avrebbero mai supposto che in
quel cartoccio Bernardino Lamis si portava a casa tutto il
suo pasto giornaliero.
Due anni addietro, gli era piombata addosso da Napoli la
famiglia d'un suo fratello, morto colà improvvisamente: la
cognata, furia d'inferno, con sette figliuoli, il maggiore
dei quali aveva appena undici anni. Notare che il professor
Lamis non aveva voluto prender moglie per non esser
distratto in alcun modo dagli studii. Quando, senz'alcun
preavviso, s'era veduto innanzi quell'esercito strillante,
accampato sul pianerottolo della scala, davanti la porta, a
cavallo d'innumerevoli fagotti e fagottini, era rimasto
allibito. Non potendo per la scala, aveva pensato per un
momento di scappare buttandosi dalla finestra. Le quattro
stanzette della sua modesta dimora erano state invase; la
scoperta d'un giardinetto, unica e dolce cura dello zio,
aveva suscitato un tripudio frenetico nei sette orfani
sconsolati, come li chiamava la grassa cognata napoletana.
Un mese dopo, non c'era piú un filo d'erba in quel
giardinetto. Il professor Lamis era diventato l'ombra di se
stesso: s'aggirava per lo studio come uno che non stia piú
in cervello, tenendosi pur nondimeno la testa tra le mani
quasi per non farsela portar via anche materialmente da
quegli strilli, da quei pianti, da quel pandemonio
imperversante dalla mattina alla sera. Ed era durato un
anno, per lui, questo supplizio, e chi sa quant'altro tempo
ancora sarebbe durato, se un giorno non si fosse accorto che
la cognata, non contenta dello stipendio che a ogni
ventisette del mese egli le consegnava intero, ajutava dal
giardinetto il maggiore dei figliuoli a inerpicarsi fino
alla finestra dello studio, chiuso prudentemente a chiave,
per fargli rubare i libri:
- Belli grossi, neh, Gennarie', belli grossi e nuovi!
Mezza la sua biblioteca era andata a finire per pochi soldi
sui muricciuoli.
Indignato, su le furie, quel giorno stesso, Bernardino Lamis
con sei ceste di libri superstiti e tre rustiche scansie, un
gran crocefisso di cartone, una cassa di biancheria, tre
seggiole, un ampio seggiolone di cuojo, la scrivania alta e
un lavamano, se n'era andato ad abitare - solo - in quelle
due stanzette di via Governo Vecchio, dopo aver imposto alla
cognata di non farsi vedere mai piú da lui.
Le mandava ora per mezzo d'un bidello dell'Università,
puntualmente ogni mese, lo stipendio, di cui tratteneva
soltanto lo stretto necessario per sé.
Non aveva voluto prendere neanche una serva a mezzo
servizio, temendo che si mettesse d'accordo con la cognata.
Del resto, non ne aveva bisogno. Non s'era portato nemmeno
il letto, dormiva con uno scialletto su le spalle,
avvoltolato in una coperta di lana, entro il seggiolone. Non
cucinava. Seguace a modo suo della teoria del Fletcher, si
nutriva con poco, masticando molto. Votava quel famoso
cartoccio nelle due ampie tasche dei calzoni, metà qua, metà
là, e mentre studiava o scriveva, in piedi com'era solito,
mangiucchiava o un amaretto o una schiumetta o una bocca di
dama. Se aveva sete, acqua. Dopo un anno di quell'inferno,
si sentiva ora in paradiso.
Ma era venuto il von Grobler con quel suo libraccio su
l'Eresia Catara a guastargli le feste.
Inizio
pagina
Quel giorno, appena rincasato, Bernardino Lamis si
rimise al lavoro, febbrilmente.
Aveva innanzi a sé due giorni per finir di stendere
quella lezione che gli stava tanto a cuore. Voleva
che fosse formidabile. Ogni parola doveva essere una
frecciata per quel tedescaccio von Grobler.
Le sue lezioni egli soleva scriverle dalla prima
parola fino all'ultima, in fogli di carta
protocollo, di minutissimo carattere. Poi,
all'Università, le leggeva con voce lenta e grave,
reclinando indietro il capo, increspando la fronte e
stendendo le pàlpebre per potere vedere attraverso
le lenti insellate su la punta del naso, dalle cui
narici uscivano due cespuglietti di ispidi peli
grigi liberamente cresciuti. I due fidi scolari
avevano tutto il tempo di scrivere quasi sotto
dettatura. Il Lamis non montava mai in cattedra:
sedeva umilmente davanti al tavolino sotto. I
banchi, nell'aula, erano disposti in quattro ordini,
ad anfiteatro. L'aula era buja, e il Ciotta e il
Vannícoli all'ultimo ordine, uno di qua, l'altro di
là, ai due estremi, per aver luce dai due occhi
ferrati che si aprivano in alto. Il professore non
li vedeva mai durante la lezione: udiva soltanto il
raspío delle loro penne frettolose.
Là, in quell'aula, poiché nessuno s'era levato in
sua difesa, lui si sarebbe vendicato della villania
di quel tedescaccio, dettando una lezione
memorabile.
Avrebbe prima esposto con succinta chiarezza
l'origine, la ragione, l'essenza, l'importanza
storica e le conseguenze dell'eresia catara,
riassumendole dai suoi due volumi; si sarebbe poi
lanciato nella parte polemica, avvalendosi dello
studio critico che aveva già fatto sul libro del von
Grobler. Padrone com'era della materia, e col lavoro
già pronto, sotto mano, a una sola fatica sarebbe
andato incontro: a quella di tenere a freno la
penna. Con l'estro della bile, avrebbe scritto in
due giorni, su quell'argomento, due altri volumi piú
poderosi dei primi.
Doveva invece restringersi a una piana lettura di
poco piú di un'ora: riempire cioè di quella sua
minuta scrittura non piú di cinque o sei facciate di
carta protocollo. Due le aveva già scritte. Le tre o
quattro altre facciate dovevano servire per la parte
polemica.
Prima d'accingervisi, volle rileggere la bozza del
suo studio critico sul libro del von Grobler. La
trasse fuori dal cassetto della scrivania, vi soffiò
su per cacciar via la polvere, con le lenti già su
la punta del naso, e andò a stendersi lungo lungo
sul seggiolone.
A mano a mano, leggendo, se ne compiacque tanto, che
per miracolo non si trovò ritto in piedi su quel
seggiolone; e tutte, una dopo l'altra, in men
d'un'ora, s'era mangiato inavvertitamente le
schiumette che dovevano servirgli per due giorni.
Mortificato, trasse fuori la tasca vuota, per
scuoterne la sfarinatura.
Si mise senz'altro a scrivere, con l'intenzione di
riassumere per sommi capi quello studio critico. A
poco a poco però, scrivendo, si lasciò vincere dalla
tentazione d'incorporarlo tutto quanto di filo nella
lezione, parendogli che nulla vi fosse di superfluo,
né un punto né una virgola. Come rinunziare,
infatti, a certe espressioni d'una arguzia cosí
spontanea e di tanta efficacia? a certi argomenti
cosí calzanti e decisivi? E altri e altri ancora
gliene venivano, scrivendo, piú lucidi, piú
convincenti, a cui non era del pari possibile
rinunziare.
Quando fu alla mattina del terzo giorno, che doveva
dettar la lezione, Bernardino Lamis si trovò
davanti, sulla scrivania ben quindici facciate fitte
fitte, invece di sei.
Si smarrí.
Scrupolosissimo nel suo officio, soleva ogni anno,
in principio, dettare il sommario di tutta la
materia d'insegnamento che avrebbe svolto durante il
corso, e a questo sommario si atteneva
rigorosissimamente. Già aveva fatto, per quella
malaugurata pubblicazione del libro del von Grobler,
una prima concessione all'amor proprio offeso,
entrando quell'anno a parlare quasi senza
opportunità dell'eresia catara. Piú d'una lezione,
dunque, non avrebbe potuto spenderci. Non voleva a
nessun costo che si dicesse che per bizza o per
sfogo il professor Lamis parlava fuor di proposito o
piú del necessario su un argomento che non rientrava
se non di lontano nella materia dell'annata.
Bisognava dunque, assolutamente, nelle poche ore che
gli restavano, ridurre a otto, a nove facciate al
massimo, le quindici che aveva scritte.
Questa riduzione gli costò un cosí intenso sforzo
intellettuale, che non avvertí nemmeno alla
grandine, ai lampi, ai tuoni d'un violentissimo
uragano che s'era improvvisamente rovesciato su
Roma. Quando fu su la soglia del portoncino di casa,
col suo lungo rotoletto di carta sotto il braccio,
pioveva a diluvio. Come fare? Mancavano appena dieci
minuti all'ora fissata per la lezione. Rifece le
scale, per munirsi d'ombrello, e si avviò sotto
quell'acqua, riparando alla meglio il rotoletto di
carta, la sua "formidabile" lezione.
Giunse all'Università in uno stato compassionevole:
zuppo da capo a piedi. Lasciò l'ombrello nella
bacheca del portinajo; si scosse un po' la pioggia
di dosso, pestando i piedi; s'asciugò la faccia e
salí al loggiato.
L'aula - buja anche nei giorni sereni - pareva con
quel tempo infernale una catacomba; ci si vedeva a
mala pena. Non di meno, entrando, il professor Lamis,
che non soleva mai alzare il capo, ebbe la
consolazione d'intravedere in essa, cosí di
sfuggita, un insolito affollamento, e ne lodò in
cuor suo i due fidi scolari che evidentemente
avevano sparso tra i compagni la voce del
particolare impegno con cui il loro vecchio
professore avrebbe svolto quella lezione che tanta e
tanta fatica gli era costata e dove tanto tesoro di
cognizioni era con sommo sforzo racchiuso e tanta
arguzia imprigionata.
In preda a una viva emozione, posò il cappello e
montò, quel giorno, insolitamente, in cattedra. Le
gracili mani gli tremolavano talmente, che stentò
non poco a inforcarsi le lenti sulla punta del naso.
Nell'aula il silenzio era perfetto. E il professor
Lamis, svolto il rotolo di carta, prese a leggere
con voce alta e vibrante, di cui egli stesso restò
meravigliato. A quali note sarebbe salito, allorché,
finita la parte espositiva per cui non era acconcio
quel tono di voce, si sarebbe lanciato nella
polemica? Ma in quel momento il professor Lamis non
era piú padrone di sé. Quasi morso dalle vipere del
suo stile, sentiva di tratto in tratto le reni
fènderglisi per lunghi brividi e alzava di punto in
punto la voce e gestiva, gestiva. Il professor
Bernardino Lamis, cosí rigido sempre, cosí
contegnoso, quel giorno, gestiva! Troppa bile aveva
accumulato in sei mesi, troppa indignazione gli
avevano cagionato la servilità, il silenzio della
critica italiana; e questo ora, ecco, era per lui il
momento della rivincita! Tutti quei bravi giovani,
che stavano ad ascoltarlo religiosamente, avrebbero
parlato di questa sua lezione, avrebbero detto che
egli era salito in cattedra quel giorno perché con
maggior solennità partisse dall'Ateneo di Roma la
sua sdegnosa risposta non al von Grobler soltanto,
ma a tutta quanta la Germania.
Leggeva cosí da circa tre quarti d'ora, sempre piú
acceso e vibrante, allorché lo studente Ciotta, che
nel venire all'Università era stato sorpreso da un
piú forte rovescio d'acqua e s'era riparato in un
portone, s'affacciò quasi impaurito all'uscio
dell'aula. Essendo in ritardo, aveva sperato che il
professor Lamis con quel tempo da lupi non sarebbe
venuto a far lezione. Giú, poi, nella bacheca del
portinajo, aveva trovato un bigliettino del
Vannícoli che lo pregava di scusarlo presso l'amato
professore perché "essendogli la sera avanti
smucciato un piede nell'uscir di casa, aveva
ruzzolato la scala, s'era slogato un braccio e non
poteva perciò, con suo sommo dolore, assistere alla
lezione".
A chi parlava, dunque, con tanto fervore il
professor Bernardino Lamis?
Zitto zitto, in punta di piedi, il Ciotta varcò la
soglia dell'aula e volse in giro lo sguardo. Con gli
occhi un po' abbagliati dalla luce di fuori, per
quanto scarsa, intravide anche nell'aula numerosi
studenti, e ne rimase stupito. Possibile? Si sforzò
a guardar meglio.
Una ventina di soprabiti impermeabili, stesi qua e
là a sgocciolare nella buja aula deserta, formavano
quel giorno tutto l'uditorio del professor
Bernardino Lamis.
Il Ciotta li guardò, sbigottito, sentí gelarsi il
sangue, vedendo il professore leggere cosí
infervorato a quei soprabiti la sua lezione, e si
ritrasse quasi con paura.
Intanto, terminata l'ora, dall'aula vicina usciva
rumorosamente una frotta di studenti di legge,
ch'erano forse i proprietarii di quei soprabiti.
Subito il Ciotta, che non poteva ancora riprender
fiato dall'emozione, stese le braccia e si piantò
davanti all'uscio per impedire il passo.
- Per carità, non entrate! C'è dentro il professor
Lamis.
- E che fa? - domandarono quelli, meravigliati
dell'aria stravolta del Ciotta.
Questi si pose un dito sulla bocca, poi disse piano,
con gli occhi sbarrati:
- Parla solo!
Scoppiò una clamorosa irrefrenabile risata.
Il Ciotta chiuse lesto lesto l'uscio dell'aula,
scongiurando di nuovo:
- Zitti, per carità, zitti! Non gli date questa
mortificazione, povero vecchio! Sta parlando
dell'eresia catara!
Ma gli studenti, promettendo di far silenzio,
vollero che l'uscio fosse riaperto, pian piano, per
godersi dalla soglia lo spettacolo di quei loro
poveri soprabiti che ascoltavano immobili,
sgocciolanti neri nell'ombra, la formidabile lezione
del professor Bernardino Lamis.
- ... ma il manicheismo, o signori, il manicheismo,
in fondo, che cosa è? Ditelo voi! Ora, se i primi
Albigesi, a detta del nostro illustre storico
tedesco, signor Hans von Grobler...
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