Novelle per un anno - 1923 - In silenzio
13. Pena di vivere così
I.
Silenzio di specchio, odore di cera ai pavimenti, fresca
lindura di tendine di mussola alle finestre: da undici anni
così, la casa della signora Léuca. Ma ora s'è fatta nelle
stanze come una strana sordità.
Possibile che la signora Léuca abbia acconsentito che dopo
undici anni di separazione il marito torni a convivere con
lei?
Fa dispetto che la pendola grande della sala da pranzo
faccia udire in questa sordità, così distintamente in tutte
le stanze, il suo tic e tac lento e staccato, come se il
tempo possa seguitare a scorrere ormai placido e uguale come
prima.
Nel salottino (che ha l'impiantito sensibilissimo) fu jeri
un tintinnire d'oggettini di vetro e d'argento, quasi che le
gocciole dei candelabri dorati sulla mensola e i bicchierini
della rosoliera sul tavolino da tè avessero brividi di paura
e fremiti d'indignazione alla fine della visita
dell'avvocato Aricò che la signora Léuca chiama con le
amiche «grillo vecchio»; dopo aver perorato e perorato
quell'avvocato se n'era andato, badando a ripetere fino
all'ultimo:
- Eh, la vita... la vita...
E si stringeva nelle spallucce, socchiudendo i grossi occhi
ovati nel visetto olivigno, e stirava penosamente il magro
collo per spingere su e su, dall'angustia delle spalle così
ristrette, la punta del piccolo mento aguzzo.
Credevano tutti quegli oggettini di vetro e d'argento che la
signora Léuca, lì, alta e dritta, e così fresca, così bianca
e rosea, con le piccole lenti in cima al naso affilato, di
fronte a quel cosino verde e nero che si storceva tutto per
licenziarsi ancora una volta ripetendo sulla soglia
dell'uscio: - La vita... la vita... - dovesse almeno negar
col capo o alzar la mano in segno di protesta. La vita? Eh
già, proprio quella, la vita: una vergogna da non potersi
nemmeno confessare; una miseria da compatire così,
stringendo le spalle e socchiudendo gli occhi, o spingendo
su su il mento come fosse anche un ben duro e amaro boccone
da ingozzare. E che cos'era allora questa che da undici anni
lei, la signora Léuca, viveva qua, in questa sua casa monda
e schiva, con le discrete visite di tanto in tanto delle sue
buone amiche del patronato di beneficenza e del dotto
parroco di Sant'Agnese e di quel bravo signor Ildebrando
l'organista?
Non era vita questa che si godeva qua nella santa pace
inalterabile, qua in tanta lindura d'ordine, in questo
silenzio, tra il tic e tac lento e staccato della pendola
grande che batte le ore e le mezz'ore con un suono languido
e blando entro la cassa di vetro?
II.
Alla parrocchia di Sant'Agnese è corsa a dar l'allarme come
una colomba spaventata la vecchia signorina Trecke del
patronato di beneficenza.
- La signora Léuca, la signora Léuca, col marito...
Lo spavento è divenuto stupore e lo stupore s'è poi
liquefatto in un sorriso vano della bianca bocca sdentata
davanti al placido assentimento del capo con cui il parroco
ha accolto la notizia già nota.
Lunga di gambe, corta di vita e con la schiena ad arco,
ancora biondissima a sessantasei anni, la signorina Trecke,
mezzo russa, mezzo tedesca, ma più russa forse che tedesca,
convertita dalla buon'anima di suo cognato al cattolicesimo
e zelantissima, ha conservato nel viso pallido e flaccido
gli azzurrini occhi primaverili dei suoi diciott'anni, come
due chiari laghi che tra la desolazione s'ostinino a
riflettere i cieli innocenti e ridenti della sua giovinezza.
Eppure molti nuvoloni tempestosi sono passati da allora a
offuscarli tante volte. Ma persiste a fingere di non averne
mai saputo nulla la signorina Trecke; e così, la sua bontà,
che pure è vera, assume spesso apparenze d'ipocrisia. Non
vuole che l'amarezza delle tristi esperienze insidii e
corroda la saldezza della nuova fede, e preferisce
manifestare la sua bontà come affatto ingenua e inesperta,
vale a dire come proprio non è. E questo provoca tanta
stizza in chi le vuol bene, perché non si capisce come lei
non riconosca quanto più merito avrebbe della sua bontà se
la manifestasse come superstite sperimentata e vittoriosa di
tutte le tristezze della vita.
Liquefatta in quel sorriso vano, comincia a domandare con
una compunta maraviglia se il signor Marco Léuca, marito
della signora Léuca, è dunque veramente degno di perdono,
cosa che lei non ha mai immaginato perché - saranno forse
calunnie, dato che il signor parroco approva la
riconciliazione - ma non ha tre figli, tre, tre femminucce,
questo signor Léuca, con una... come si dice? sì, con
un'altra donna? E allora come... che farà adesso? le
abbandonerà per riconciliarsi con la moglie? Ah no? E che
allora? Due case? Qua la moglie, e là quell'altra con le
tre, sì, come si dice?, figliuole naturali?
- Ma no, ma no, - si prova a rassicurarla il parroco con la
consueta placidità soffusa di mite aria protettrice.
Ci sono le catacombe a Sant'Agnese e anche la chiesa
sotterranea, cupa e solenne; ma poi la casa parrocchiale è
in mezzo a un verde così dolce e chiaro e con tanto aperto
davanti e tanta aria e tanto sole; e si vede negli occhi
limpidi del parroco e si sente nella calda voce di lui il
bene che fanno, non pure al corpo, anche all'anima.
- No, cara signorina Trecke. Niente due case, niente
abbandono; e neppure una vera e propria riconciliazione:
avremo, se Dio vorrà, un semplice amichevole
riavvicinamento, qualche visitina di tanto in tanto, e
basterà così. Per un po' di conforto.
- A lui?
- Ma sì, a lui. Un po' di sollievo alla colpa che pesa; il
balsamo d'una buona parola al rimorso che punge. Non ha
chiesto altro, e la nostra eccellente signora Léuca non
avrebbe potuto del resto accordargli altro. Stia tranquilla.
Le posa come fossero cose, le parole, il signor parroco:
cose pulite e levigate - là - là - là - bei vasetti di
porcellana sul tavolino che gli sta davanti, ciascuno con un
fiorellino di carta, di quelli con lo stelo di fil di ferro
ricoperto di carta velina verde, che fanno un così grazioso
effetto e costano poco. Ma bisognerebbe consigliare a quel
bravo signor Ildebrando, l'organista che fa anche da
segretario al signor parroco, di non approvarle tanto con
quei melliflui sorrisi e quelle mossettine del capo. Se ne
sente finir lo stomaco quella brava signorina Trecke.
Il signor Ildebrando non ha saputo mai perdonare ai suoi
genitori, morti da tanto tempo, d'avergli imposto un nome
così sonoro e compromettente, il più improprio di tutti i
nomi che avrebbero potuto imporgli, non solo ai suo
corpicciuolo gracile, fievole, ma anche alla sua indole, al
suo animo. Non ha mai potuto soffrire il signor Ildebrando
quegli omacci sanguigni e prepotenti che han bisogno di far
fracasso, gettar certe occhiatacce, prender certe pose con
le mani sul petto: ci sono io, ci sono io; non ha mai voluto
esserci per nulla, lui; ha cercato sempre di restare in
ombra, tepido appena appena, insipido e scolorito. Gli pare
che la signorina Trecke, così scolorita anche lei, dovrebbe
far come lui, e invece, ecco che vuol mettersi in mezzo,
immischiarsi in ciò che non la riguarda; ecco che, a
proposito di quel signor Marco Léuca, domanda al signor
parroco:
- E allora, potrei anche invitarlo a cena a casa mia?
Il parroco casca dalle nuvole:
- Ma no! Che c'entra lei, signorina Trecke?
E questa stiracchiando il vano sorriso della bocca bianca:
- Eh, se se ne deve aver pietà... Mia nipote dice di
conoscerlo.
Il parroco la guarda severamente:
- Lei farebbe bene, cara signorina, a sorvegliare un po' la
sua nipote.
- Io? E come potrei, signor parroco? Non capisco proprio
nulla io; e gliene sto dando ora stesso la prova. Proprio
nulla, proprio nulla...
E così dicendo, apre le braccia e s'inchina per andar via,
ancora con quel sorriso sulle labbra e gli occhi infantili
velati di pena per quest'incorreggibile ignoranza che
sempre, Dio mio, la affliggerà.
III.
Tre giorni dopo, il signor Marco Léuca, accompagnato dall'avvocatino
Aricò, fece la sua prima visita alla moglie.
Tutto arruffato, arrozzito, malandato, irto di commozione,
fu, tra quella specchiante lindura di casa, per quei
mobiletti gracili, nitidi del salottino, gelosi della loro
castità, uno sbalordimento d'angosciosa trepidazione.
Cinque minuti senza poter parlare, ad arrangolare come una
bestia ferita, con un tremore spaventoso di tutto il corpo.
E che terrore poi, che balzo, che scompiglio, quando, non
potendo parlare, quasi afferrato e costretto dalla
disperazione, si buttò a terra sui ginocchi davanti alla
moglie, su quell'impiantito sensibilissimo. La signora Léuca,
che stentava ancora a riconoscerlo, così cangiato, così
arrozzito e invecchiato dopo undici anni, avrebbe voluto
accostarsi per sollevarlo da terra, ma non riusciva a
vincere il ribrezzo e lo spavento, e si tirava indietro,
invece, per non vederselo così davanti in ginocchio, e
gemeva:
- Ma no... Dio, no!
Le toccò ripeterla più volte quest'esclamazione e fu quasi
tentata di scapparsene di là a un certo punto, quando parve
che lui e l'Aricò si volessero azzuffare. L'Aricò l'aveva
investito irritatissimo gridandogli di non far scenate,
d'alzarsi e star tranquillo e composto; e lui l'aveva
respinto con una furiosa bracciata per mostrarsi a lei in
tutta la sua disperazione e abiezione; voleva alzare la
faccia disfatta da terra e guardarla, e non poteva; e
restava lì, Dio, restava lì, certo con la vergogna, ora, del
suo atto teatrale mancato, che pur avrebbe voluto sostenere
fino all'ultimo perché vi era stato trascinato dalla foga
d'un sentimento sincero, dalla speranza forse che lei se ne
sarebbe lasciata commuovere, intenerire fino a posargli la
mano sui capelli in atto di perdono, non per carezza.
Dio mio, ma poteva far questo la signora Léuca? Avrebbe
dovuto capirlo, che non poteva. Commiserazione, sì,
compatimento può aver per lui, carità, come per tutti quei
disgraziati che al pari di lui sentono la vita come una fame
che insudicia e non si sazia mai.
- La vita!
Così, ecco, come lui l'ha scritta in faccia, con una
violenza che comincia a rilassarsi sguajatamente. Che brutto
segno, quel labbro inferiore che gli pende bestialmente e
quelle borse nere intorno agli occhi torbidi e addogliati.
Ma verrà qui ora, di tanto in tanto - ecco, sì. come dice
l'avvocato - per respirare un po' di pace, per ristoro dello
spirito, ora che i capelli si son fatti grigi - lei li ha
già tutti bianchi - e risentire la dolcezza della casa,
benché...
- Benché?
- La dolcezza della casa, lei dice, avvocato?
La signora Léuca sa bene che non ha più nessuna dolcezza la
sua casa; solo una gran quiete. Ma quella quiete poi... No,
non dice che le pesi; dice anzi che n'è contenta? la signora
Léuca: legge, lavora per sé e per i poveri, va in questua
con le amiche del patronato di beneficenza, va in chiesa,
esce anche spesso per compere o per andare dalla sarta (ché
ancora le piace vestir bene), va quando deve dall'avvocato
Aricò che ha cura dei suoi affari, e insomma non sta in ozio
un momento. È contenta così, certo, poiché Dio non volle che
fosse contenta altrimenti, che la sua vita cioè avesse altri
più intimi affetti. Ma c'è pur questo silenzio che a volte,
tra un punto e l'altro della maglietta di lana per una bimba
povera del quartiere, o tra un rigo e l'altro del libro che
sta leggendo, pare sprofondi tutt'a un tratto nel tempo
senza fine e vi renda vani, o piuttosto, sconsolati ogni
pensiero, ogni opera. Gli occhi si fissano su un oggetto
della stanza e, per quanto lì da tanto tempo e familiare,
quell'oggetto è come se non l'abbiano mai veduto, o come se
tutt'a un tratto si sia votato d'ogni senso. E sorge un
rimpianto: no, di nulla più ormai, ma di quello che non ha
avuto, che non ha potuto avere; e una certa pena anche, non
pena più veramente, un certo senso di disgusto che si fa
quasi stizza dentro, per l'inganno che il suo stesso cuore
un tempo le fece, di potere esser lieta, anzi felice,
sposando un uomo che... - un uomo, insomma. Non sa più
nemmeno disprezzarlo, ormai, la signora Léuca.
- La vita...
Pare che debba esser così. Questo, ecco, il disgusto. Non
come il suo cuore, da giovinetta, la sognò; ma questa
miseria che (forse è peccato dirlo) ad accostarcisi, pare
debba proprio insudiciare; da compiangere fors'anche, certo
anzi da compiangere, perché ogni piacere è poi pagato a
prezzo di lagrime e di sangue. Ma non è facile.
Per rispondere al signor parroco che le ha domandato: - Ma
chi le ha detto, in nome di Dio, che la carità debba esser
facile? - lei s'è lasciata persuadere a ricevere il marito
di tanto in tanto, per una breve visita, ora che il
disprezzo di prima s'è cangiato in questa commiserazione,
che non è propriamente per lui soltanto, ma per tutti quei
disgraziati che sentono la vita come lui.
Ha riconosciuto la signora Léuca che molte delle opere di
carità a cui attende sono anche un modo per lei di passare
il tempo; fa, è vero, più di quanto potrebbe; si stanca a
salire e scendere tante scale e vince spesso con la volontà
la stanchezza degli occhi e delle mani nel lavorare per i
poveri fino a tarda notte; dà poi in beneficenza gran parte
delle sue rendite, privandosi di cose che per lei non
sarebbero al tutto superflue; ma un vero e proprio
sacrifizio non può dire che l'abbia mai fatto, come sarebbe
vincere quel disgusto, quel certo orrore che nasce dalla
propria carne al pensiero d'un contatto insoffribile, o
rischiar di rompere quell'armonia di vita raccolta in tanta
lindura d'ordine. Ha paura che non potrà mai farlo. Nascono
pure in lei gli stessi sentimenti che in tutti gli altri; ma
mentre gli altri vi s'abbandonano cecamente, lei, appena
sorti, li avverte e, se buoni, li accompagna come
s'accompagna un bambino per mano. Ha troppo attento lo
spirito; ha troppo vissuto in silenzio. La vita le si è
quasi diradata fino al punto che le relazioni tra lei e le
cose più consuete non hanno più talvolta nessuna certezza, e
te avviene allora di scoprire di quelle cose tutt'a un
tratto aspetti nuovi e strani che la turbano, come se
d'improvviso e per un attimo lei penetrasse in un'altra
insospettata realtà che le cose abbiano per sé, nascosta,
oltre quella che comunemente si dà loro. Teme d'impazzire, a
fissarcisi. Ma distrarsene è difficile, con quel sospetto
che le persiste come agguattato sotto il consueto aspetto
delle cose. Che gli altri credano placidissima la sua vita e
abbiano di lei il concetto che sia la serenità in persona,
dovrebbe perciò irritarla, almeno in segreto. Invece no. Se
ne compiace, perché anche lei vuol crederlo, sicura di non
aver mai dato campo a desiderii, di cui, appena balenati,
non abbia respinto tante volte l'immagine. Perché veramente
lei ha il disgusto della vita che insudicia. Vi sta in
mezzo, la cerca per portarvi la sua opera di carità. Ma non
potrebbe, se non sentisse che il suo spirito ne resta
immune. Il solo sacrificio che lei può fare, è questo:
vincere quest'orrore. È poco. Perché anche in questo, ciò
che lei fa per gli altri è assai meno di ciò che ha fatto
per sé quando, tante volte, ha dovuto vincere l'orrore del
suo stesso corpo, della sua stessa carne, per tutto ciò che
nell'intimità si passa, anche senza volerlo, e che nessuno
vuol confessare nemmeno a se stesso.
IV.
Con l'aria consueta di svagata innocenza, la signorina
Trecke è venuta intanto a prendere informazioni, portando
con sé la nipote. Ha trovato altre amiche in visita: la
signora Marzorati con la figliuola, la signora Mielli, alle
quali la signora Léuca, spinta a parlare, cerca di dire il
meno che può su quella prima visita del marito.
La signorina Trecke esclama:
- Ah senti! È dunque venuto?
La nipote ha subito uno scatto di fastidio:
- Perché fingi di non saperlo, se lo sai?
La signorina Trecke la guarda e si liquefà nel suo sorriso
vano:
- Lo sapevo? Ah sì, lo sapevo... Ma che doveva venire, non
che fosse venuto.
La nipote si scrolla e le volta le spalle per mettersi a
parlare con la signorina Marzorati; il che cagiona subito
una viva apprensione alla mamma, signora Marzorati, che non
ha affatto piacere che la nipote della signorina Trecke
parli con la sua figliuola.
È davvero uno scandalo quella nipote della signorina Trecke.
Basta vedere come va vestita. E si dicono di lei certe cose!
Solo la signora Léuca, tra le tante amiche, comprende che se
quella ragazza è così, la colpa non è tutta sua, ma dipende
anche da ciò che quotidianamente avviene tra lei e la zia.
S'è impegnata, tra loro due, come una gara molto pericolosa.
La zia s'ostina a mostrare di non comprendere il male che la
nipote fa; e questa allora lo fa per costringerla a
comprenderlo e a smettere quella fintaggine insopportabile.
E chi sa dove arriverà!
Ma Dio mio, come deve regolarsi la signorina Trecke, se si
dà sempre il caso che, dove lei suppone che ci possa esser
male, là - nossignori - male non c'è; e viceversa poi par
che ci sia, e grave, dove lei proprio non riesce a capire
che ci possa essere?
Sarà una sventura, ma è così.
Ecco, per esempio: ha creduto che dovesse portare chi sa
quale sconvolgimento nell'animo della signora Léuca quella
«terribile» visita del marito, la vista di lui dopo undici
anni di separazione, e invece niente: placida e fresca, la
signora Léuca ne discorre con le amiche, come se non fosse
avvenuto nulla.
- Ma se non è proprio avvenuto nulla, - sorride la signora
Léuca. - E stato qui un quarto d'ora, con l'avvocato.
- Ah, meno male, con l'avvocato! Ho avuto tanta, oh tanta
paura io, che venisse solo.
- Ma no, perché?
- Mia nipote m'ha detto che è tanto violento. Insegna
appunto nella scuola, Nella, dove lui porta ogni mattina la
maggiore delle sue... Dio mio, sì, non saranno legittime, ma
credo, non so, che si debbano chiamar figliuole, no? benché
non ne portino il nome. Eh, Nella, come hai detto che si
chiamano?
La nipote, brusca:
- Smacca.
- Sarà il cognome della madre, - osserva la signora Mielli,
che pare arrivi ogni volta da molto lontano alle poche
parole che le avviene di dire.
- Già, forse, - riprende la signorina Trecke. - Si figurino
che una mattina a questa figliuola, in presenza di mia
nipote, diede un... come si dice? ceffone, già, ceffone...
ma così forte che la mandò in terra, poverina, e dice che
con l'unghia, nel darglielo, la ferì alla guancia; per
quanto poi, vedendo che s'era fatta male, dice che s'è messo
a piangere. Oh! avrà, avrà pianto anche qua, suppongo.
La signora Léuca, poiché anche le due altre amiche si
voltano a guardarla per sapere se il marito abbia pianto
davvero durante la visita, è costretta a dir di sì. E subito
allora la nipote della signorina Trecke torna a voltarsi,
come se, pur discorrendo fervidamente con la signorina
Marzorati, sia stata sempre a orecchi tesi verso il crocchio
delle signore, e di scatto, rivolgendosi alla zia:
- Niente di male, sai! niente di male, per la signora Léuca,
in questo pianto del marito. Te n'avverto, perché tu non
finga di commuovertene.
Detto questo, riprende il suo discorso con la signorina
Marzorati.
La signora Léuca non può non notare che in quelle parole,
nel tono con cui sono state proferite, è contenuta una
sprezzante provocazione a lei, per uno scopo che non riesce
a indovinare, se non è solo quello d'offendere con la
derisione il suo modo di comportarsi. Non dice nulla. Guarda
le due amiche, che si son guardate tra loro facendo un viso
lungo lungo di gelata maraviglia, e con pena sorride come
per indurre a compatire, per riguardo a quella povera
signorina Trecke, la quale, al solito, non ha capito nulla
ed è rimasta, allo scatto della nipote, liquefatta in quel
sorriso vano della sua bocca sdentata.
- Ora non si vede tanto, - confida in quel mentre Nella
Trecke in un orecchio alla signorina Marzorati, - ma le
assicuro che dev'essere stato al suo tempo un gran tipo chic
il marito della signora Léuca.
La signora Marzorati dà a vedere di sentirsi più che mai
sulle spine vedendo la figliuola interessarsi tanto a ciò
che le dice quella diavola là. E la signora Léuca torna a
sorridere con pena per quell'ambascia di madre.
È una ragazzona rubiconda con gli occhiali, la figlia della
signora Marzorati, soffocata da un gran seno, ma gonfio
soltanto d'una certa allarmata ingenuità infantile che, di
tratto in tratto investita, a sbuffi, da strani pensieri
segreti o subitanee impressioni, le avvampa il viso, le
riempie gli occhi di lagrime improvvise, perché teme di non
esser più creduta quella fanciullona che è. Ma forse dubita
anche lei stessa, dentro di sé, d'esser qualche volta
cattiva, perché resta in forse lei stessa della sua
sincerità, per via di quei lampi pazzeschi che nella sua
bambinaggine la fanno intravedere diversa da quella che lei
si crede e che tutti la credono.
Dio, come appar chiaro tutto questo alla signora Léuca! Ed è
una sofferenza, non è mica una soddisfazione per lei, che i
suoi occhi vedano così chiaro, così a dentro, tutto, con la
più precisa coscienza di non ingannarsi. E là, quella
signora Mielli, con quell'aria di non saper mai quello che
fa, come se facesse o dicesse tutto lontano da sé,
senz'accorgersi di nulla, quasi per poter dire a un bisogno,
se colta in fallo: «Ah sì? Oh guarda! Io? ho fatto questo?
ho detto questo?».
Quando, alla fine, le cinque amiche se ne vanno, si sente
così stanca e triste, la signora Léuca. Guarda le sedie del
salottino, smosse, dov'esse poc'anzi stavano sedute. Quelle
sedie vuote, fuori di posto, pare domandino sperdute il
perché di quel loro disordine; che cosa quelle signore siano
venute a fare; se avevan proprio bisogno di quella visita.
Mah! Pare di sì, che ci sia questo bisogno di sapere che
cosa dà agli altri o come è per gli altri la vita, e che se
ne pensi e che se ne dica. Bisogno di viver fuori, in questa
curiosità della vita degli altri, o per riempire il vuoto
della nostra, distrarci dai fastidi, dagli affanni che ci
dà. E così passare il tempo. È accaduta una disgrazia? un
caso strano? Com'è? Come si spiega? Si corre a vedere, a
sentire. Ah, è così? Ma no, che! Così non può essere. E
allora come? Quando poi non avviene nulla, la noja, il peso
delle solite occupazioni. E l'angoscia di vedere, come ora
la signora Léuca la vede, lentamente morire ai vetri la luce
del giorno.
V.
S'era stabilito col parroco e l'avvocato che il signor Marco
Léuca non sarebbe venuto mai solo in casa della moglie, e
che le visite - brevi - non dovessero essere più di due al
mese. Invece, a pochi giorni di distanza dalla prima, eccolo
un'altra volta, e solo; con l'aria d'un cane che preveda
d'esser male accolto e, aspettandosi un calcio, sogguardi
pietosamente.
La signora Léuca riesce a dissimulare il turbamento per la
contrarietà che ne prova, e lo fa entrare e sedere nella
saletta da pranzo.
Appena seduto, lui si copre con le grosse mani la faccia e
si mette a piangere; ma senza nessuna teatralità, questa
volta.
La signora Léuca lo guarda e comprende che quel pianto, per
finire, aspetta che lei dica una parola di pietosa
esortazione.
E poi?
No no. Che sia ritornato, così presto e solo, e che lei non
si sia rifiutata di riceverlo, è già troppo. Incoraggiarlo
con qualche buona parola sarebbe come accettar senz'altro
che i patti possano d'ora in poi non esser più rispettati e
abilitarlo a venire anche ogni giorno e a chiedere subito
chi sa che cos'altro.
No no. Bisogna che lo trovi lui da sé, smettendo di
piangere, il coraggio di dire perché è ritornato. La
ragione. Una ragione di fatto, se l'ha.
Dio mio! Dio mio! Dopo due ore di supplizio, la signora
Léuca resta come intronata, convulsa in tutte le fibre del
corpo.
Le ha detto d'esser venuto perché voleva confessarsi. E
invano lei gli ha ripetuto più volte ch'era inutile, perché
sapeva, sapeva tutto dall'avvocato Aricò. Ha voluto farle la
confessione.
Turpitudini. Bagnate di certe lagrime, tanto più schifose,
quanto più sincere.
E a ognuna, guardandola con occhi atroci, soggiungeva: - Ma
questo non lo sai!
E trovava il coraggio di mettergliele davanti, là, con la
più brutale impudenza, convinto che lei, quasi riparata
dall'orrore che ne provava, non poteva esserne toccata; e
perché, nel mettergliele così davanti, godeva, godeva di
farsi sempre più basso, per esser calpestato da lei;
raggiunto, in quel fango, dal piede di lei:
- Come Maria... tu... il serpe...
È ancora sbalordita la signora Léuca da certe oscene
immagini di vizi insospettati. Dalla stessa offesa che ne
ricevevano, i suoi occhi sono stati attratti a fissarle,
precise, in tutto il loro schifo, quelle immagini. E ne ha
ancora sulle guance le vampe della vergogna. E un altro
schifo, un altro schifo nelle dita, ora che lo avverte: lo
schifo d'un biglietto da cento lire che, come ubriaca di
tutta quella vergogna, gli ha dato all'ultimo, e che lui s'è
preso, quasi di nascosto da se stesso, strappandoglielo
presto presto dalla mano che pur così, quasi di nascosto,
glielo porgeva.
Ora si domanda se non era questo il vero scopo della visita
di lui.
Forse no.
È stata lei a darglielo, quel danaro, per farlo andar via e
levarselo davanti.
Non se ne vorrebbe far coscienza, ma deve pur riconoscere
che, almeno esplicitamente, lui non gliel'ha chiesto. Ha
detto, sì, per commuoverla, che tutto quel po' che gli è
rimasto del suo patrimonio l'ha vincolato alle tre figliuole
e consegnato all'Aricò, che ne rimette gl'interessi a quella
donna per i bisogni di casa; e che lui è lasciato senza un
soldo in tasca, dall'avarizia di colei, tanto che non ha da
pagarsi nemmeno un sigaro, nemmeno una tazza di caffè,
quando n'ha voglia, da prendere in piedi in un bar. E le si
è intenerito davanti fino alle lagrime, parlando di queste
privazioni; ma non le ha chiesto nulla; né avrebbe potuto,
dopo quella confessione che voleva parer fatta con l'intento
di scusare, se non in tutto, almeno in parte, la sua
abiezione, rovesciandola addosso a quella donna e accusando
sé soltanto per la debolezza della propria natura così
purtroppo inchinevole a cedere a tutte le tentazioni dei
sensi; non avrebbe potuto, dopo averla pregata a mani
giunte, supplicata di voler sorreggere, anche con la sua
vista soltanto, quella sua debolezza.
Ora, avergli dato così, quasi di nascosto, quel danaro, e
aver così tentato quella debolezza che aveva chiesto al
contrario d'esser sorretta, per levarsene davanti subito lo
spettacolo nauseante, è stata veramente una cattiva azione.
La signora Léuca lo sente. E l'avvilimento che ne prova
diventa più forte, quanto più considera che forse lui non ne
ha provato altrettanto nel prendersi quel danaro.
Nel voltarsi verso una delle finestre, vede il sole steso là
sul verde vivo di quei vasti terreni da vendere che si
scorgono dalla saletta da pranzo, con quella fila di
cipressi in mezzo a qualche pino, superstiti di un'antica
villa patrizia scomparsa. E quest'azzurro di bella giornata
che ride limpido e puro e dà tanta luce a tutta la casa
silenziosa.
- Dio mio! Dio mio! - torna a gemere la signora Léuca,
coprendosi il volto con le mani. - Il male che si fa... il
male che si riceve...
E così con le mani sul volto, rivede a questa considerazione
l'immagine d'un vecchio candido pastore inglese incontrato
ad Ari, in Abruzzo, quell'estate che vi andò a villeggiare,
in quell'antica pensione inglese che pareva un castello in
cima al colle. Quanto verde! Quanto sole! E quella frotta di
ragazzette che le si faceva attorno, ogni qual volta dal
fondo di quella viuzza si fermava ad ammirare le ampie
vallate.
- Marzietta di Lama...
Ecco, sì, Marzietta. Si chiamava Marzietta, una di queste
ragazze. Che occhi! Foravano. E che risatine sotto il
braccio levato per farle vedere quello sgraffietto sul naso.
Ah, potere esser madre! Neanche questo. Neanche? Ma sarebbe
stato tutto per lei, se avesse potuto esser madre.
Si guarda le mani; vi scorge l'anello nuziale: ha la
tentazione di strapparselo dal dito e buttarlo fuori dalla
finestra.
L'ha tenuto lì per segno del suo stato.
Ora vede in esso l'obbrobrio dell'uomo che gliel'ha dato;
tutti gli obbrobrii che or ora lui le ha confessati; e si
torce in grembo le mani.
Eppure, forse, se la carne anche in lei fosse diventata
padrona, attirata, trascinata cecamente da una curiosità
perversa e perfidamente istigata verso certi abissi di
perdizione ora intravisti, chi sa se non vi sarebbe
precipitata anche lei.
La signora Léuca si guarda attorno. I mobili della saletta
da pranzo, così tersa, si sono come allontanati nell'attesa
che lei risenta in essi la vita monda e schiva di prima;
così allontanati in quell'attesa, che lei quasi non li vede
più, ora che la sua vita di prima è insidiata, sconvolta,
offesa dalla torbida violenza di quel corpo d'uomo entrato
lì a cimentar la consistenza di quanto lei finora aveva
creduto d'edificare con tanto ordine e tanta lindura in sé e
attorno a sé. La sua coscienza, la sua casa.
S'è lasciata mettere a questo cimento. Ma chi l'ha
consigliata e indotta, fin dove vuole che arrivi la carità
di lei, scendendo a contatto di tanta nascosta vergogna?
Vergogna di tutti, e più forse di quanti mostrano d'esserne
immuni perché meglio degli altri riescono a tenerla nascosta
anche a se stessi, che d'un che se la porti scritta in
faccia, come quel povero mostro là.
Dev'essere come un castigo per lei? Ma castigo di che?
Credono che se lui s'allontanò da casa, undici anni
addietro, fino a cadere in tanta abiezione, sia stato per
colpa di lei che non seppe trattenerlo a sé?
Non è vero. Non gli negò mai quanto, come marito, poteva
pretendere che non gli mancasse da lei. E questo, non solo
per dovere, non solo per non dargli un facile pretesto
d'allontanarsi. No. Anche a costo d'una pena che più d'ogni
altra ha afflitto l'anima di lei, nell'obbligo crudele che
si è sempre fatto della sincerità più difficile: quella che
offende e ferisce l'amor proprio; lei oggi ancora si
confessa che no, no, il suo corpo non cedeva allora soltanto
per quel dovere, ma si concedeva anche per sé, anche sapendo
bene che non poteva valer per esso la scusa di quel dovere
di fronte alla sua coscienza che, subito dopo, si
risvegliava disgustata, perché già da un pezzo, non pur
l'amore, ma ogni stima le era caduta per quell'uomo.
Non lo allontanò lei; volle allontanarsi lui, quando ciò che
lei poteva concedergli non gli bastò più.
Ora, a chi le ha consigliato quella carità per
commiserazione della bestialità sofferente e mortificata,
per la bestialità che s'è lasciata trascinare cieca fino
alle ultime abiezioni, non ha forse il diritto lei di
domandare, indignata, se non sia troppo facile codesta
commiserazione che le han presentato come una prova
difficile per il suo spirito di carità; e se al contrario
un'altra commiserazione non sia assai più difficile: quella
per chi riesca a liberarsi da ogni bestialità, nella vita
che è pur questa, piena di miserie e brutture che offendono,
quando, come si fa, non ci si voglia dar l'aria d'ignorarle,
di non averle sperimentate in noi stessi.
La signora Léuca, che ha saputo affermare e sostenere in sé,
nel suo corpo, e contro il suo corpo stesso, questa
liberazione, vuole allora, in nome della vita e di tutte le
miserie ch'essa comporta, aver l'orgoglio d'essere anche
lei, ma ben altrimenti, commiserata; sì sì, commiserata,
commiserata; non ammirata. Basta, alla fine, con questa
insulsa ammirazione! Non è mica di marmo lei, da non esserle
costata nulla, la liberazione.
E per la prima volta le danno uggia, vera uggia, tedio,
avversione, tutto quell'ordine, tutta quella lindura della
sua casa.
Scrolla il capo; balza in piedi:
- Ipocrisie!
VI.
Se n'è uscito stronfiando, ubriaco di soddisfazione, Marco
Léuca, da quella visita alla moglie. E ora gli pare che, tra
gli alberi e le case, l'aperto del viale se lo faccia lui,
se lo allarghi lui, gonfiando il petto per respirare. Ah,
vivaddio! S'è liberato. E stringe, come ad averne la prova,
tra le dita della mano affondata nella tasca dei calzoni
quel logoro biglietto da cento lire ripiegato in quattro.
S'è liberato dalle angustie affliggenti in cui l'avevano
attuffato il parroco e l'avvocato, spingendolo su per la
scala della redenzione in casa della moglie.
Ecco che ora ne discende liberato. La moglie ha come tirato
una barra, con quelle cento lire: lei di qua, e lui di là.
Restare di là, restare di là. Di qua non si passa; non deve
più passare: che seguiti di là a insudiciarsi quanto gli
pare. Ah che rifiato! Che allegria! E che non s'arrischi a
presumere di non aver più bisogno di carità, nobilitandosi.
Cento lire: va' a bere! ubriacati!
Guarda attorno con un lustro di pazzia negli occhi e ride
impudente.
Com'ha rappresentato bene la sua parte! Cento lire, in
compenso. Quasi una lira per lagrima. E che gusto a vederla
impallidire a certe descrizioni, con gli occhi intorbidati,
poverina, e pur fissi fino allo spasimo, dietro quelle lenti
in cima al naso. Eh perché, sì, faranno schifo, ma quando
certe cose che nessuno vede, c'è chi trova il modo di farle
vedere, è inutile, attirano la curiosità e, anche se non
fanno gola, si vogliono sapere, e c'è anche il caso che il
ribrezzo stesso, messo lì al cimento, restringendosi,
asciugandosi come carne al fuoco, chieda che tu lo lardelli
con certi allarmati perché che ti domanda, per sapere più
precisamente, ma così, da lontano, senza toccare. Mani
caste, poverine, che raggricciamenti! Ma no, via, toccate,
toccate, arrischiate una toccatina a sentire che non fa
male; e poi ci starete, che vi piacerà.
Sghignazza, e c'è più d'uno che si volta a sbirciarlo.
Quelle ragazzotte là, alla fontana di Sant'Agnese. Carine.
Fosse lecito tastarle, con la scusa d'un sorso d'acqua. Ma
no! Lui vuol bere vino, e come un signore, in una
bottiglieria di lusso. E poi con quelle non c'è gusto. Il
gusto è con le altre, con quelle dalle groppe da cavalle e
certi abissi dove il piacere t'afferra tutto, da non
potertene più distaccare.
[...]
Dice che le bambine, piangano o non piangano, bisogna
pettinarle così. Se no, con la polvere e la porcheria che
s'attacca alla testa...
- Che fanno?
- Che fanno? Li fanno!
E allora sarebbero altri pianti, ogni mattina, per
liberarle, a forza di pettine. Se basta! Tante volte bisogna
ricorrere al rasojo. E belline, allora, tutt'e tre col
testoncino raso.
Là, là. Le trecce.
Ma almeno, santo Dio, non le facesse così fitte, dure,
tirate!
Da tanto che son tirate, s'attorcono dietro la nuca alle tre
povere piccine come due codini di majale, congiunti per le
punte da una cordellina.
Così unti d'olio poi, con quella scriminatura spaccata a
filo fin sotto la nuca, i capelli (la grande, Sandrina, n'ha
tanti!) - sissignori - pajon pochini pochini. Due codini di
majale, addirittura.
Ora egli si volta a guardarglieli dietro le spalle, a
Sandrina, quei poveri capellucci così strizzati, mentre se
la porta per mano lungo i viali di Villa Borghese, e ha la
tentazione di fermarsi a disfarglieli.
Attraversa la villa per far più presto. Non ha voluto
prendere il tram per aver tempo di prevenire la figliuola e
di farle le raccomandazioni opportune sulla visita che ora
farà. Il cammino però è lungo: da via Flaminia, dove egli
abita, fin presso a Sant'Agnese; e teme che, a farlo tutto a
piedi, la piccina non abbia a stancarsi troppo.
Ma non sono soltanto i capellucci, povera Sandrina! Quel
vestitino, quel cappello, le mutandine che le si scoprono
dalla sottanella... E come se sapesse di non aver nessuna
grazia, conciata a quel modo, va come una vecchina.
Ma da qualche tempo, se egli si ribella, perché vorrebbe
veder messe con un po' di garbo le figliuole, e per esempio
accenna di voler disfare quelle treccioline, la minaccia è:
- Bada che te le bacio!
Perché è venuto fuori a colei, da alcuni mesi, qua al labbro
di sotto, come un ovolino duro duro, un nodo che s'è a poco
a poco ingrossato e fatto livido, quasi nero.
Non sarà niente. Non può essere niente, perché, a premerlo,
neanche le fa male. Le hanno consigliato di farselo vedere
da un medico; ma lei dice che non se ne vuol curare. Di ben
altro, purtroppo, avrebbe da curarsi: d'una certa stanchezza
per tutta la persona, e di quel mal di capo che non la
lascia mai, e anche d'una febbretta che le viene la sera. Ma
lo sa bene da che provengono tutti questi malanni. È la
vitaccia che è costretta a fare.
A ogni modo, per scrupolo, non bacia più le bambine. Bacia
lui, la notte, apposta, ridendo di rabbia e tenendogli
acciuffata la testa con tutt'e due le mani perché non si
muova e lei glieli possa mettere lì su la bocca, quei baci,
tutti quelli che vuole, lì, lì; ché se è vero che il male è
quello che le vicine di casa le han lasciato intravedere,
glielo vuole attaccare: lì, allo stesso posto. (Scherza. Da
malvagia, sì; ma scherza. Perché poi non ci crede.)
Non ci crede neanche lui, o, piuttosto, non vorrebbe
crederci, perché non gli pare possibile che la morte si
presenti così, in forma di quell'ovolino sui labbro, che non
prude né fa male, come se non ci fosse. Non ci vuol credere
anche, perché sarebbe una fortuna troppo grande. Ride anche
lui perciò, di rabbia fredda, nel prendersi quei baci, che
vorrebbero esser morsi velenosi. Ma l'altro giorno s'è
fermato allo specchio d'uno sporto di bottega per guardarsi
a lungo le labbra, passandovi sopra un dito, lentamente,
stirando, per accertarsi che non vi avvertiva nessuna
screpolatura. E non le bacia più da alcuni giorni neanche
lui, le bambine. Al più, sui capelli, qualche volta, la più
piccola, che non si può fare proprio a meno di baciarla, per
certe cosette carine che fa o che dice.
Le altre due, Sandrina qua, e la mezzana, Lauretta, sono
sempre un po' come intontite; come in attesa sempre d'un
nuovo spavento. Se ne son presi tanti, di spaventi,
assistendo alle liti furibonde che avvengono in casa quasi
ogni giorno, sotto i loro occhi; e peggio anche, quando il
padre e la madre si chiudono in camera, e di là vengono
urti, pianti, rumori di schiaffi, di busse, di calci,
d'inseguimenti, tonfi, fracasso d'oggetti lanciati e andati
in frantumi. Anche jeri sera, una lite.
E difatti egli tiene un fazzoletto avvolto attorno alla mano
destra per nascondere un lungo sgraffio; se pure non è stato
un morso. E un altro sgraffio più lungo ha sul collo.
- Sei stanca, Sandrina?
- No, papà.
- Non vorresti sedere là su quel sedile? Un tantino, per
riposarti.
- No, papà.
- E allora, uscendo dalla villa escendendo per via Veneto,
prenderemo il tram. Intanto, senti. Ti porto in una bella
casa. Vuoi?
Sandrina alza gli occhi a guardarlo di sotto il cappellino,
con un sorriso incerto. Ha già notato che il padre le parla
con una voce insolita: ne è contenta, ma non sa che
pensarne. Dice più col capo che con la voce:
- Sì.
- Da una signora che... che io conosco, - riprende lui. - Ma
tu...
E si ferma; non sa come proseguire. Sandrina, senza darlo a
vedere, si fa molto attenta, e aspetta ch'egli seguiti a
parlare. Ma poiché egli non dice più nulla, s'arrischia a
domandare: - E come si chiama?
- È... è una zia, - le risponde lui. - Ma tu a casa, bada,
non devi dirne nulla, non solo alla mamma, ma neanche a
Laura, neanche a Rosina; a nessuno, a nessuno. Hai capito?
Si ferma di nuovo a guardarla. Anche Sandrina lo guarda, ma
abbassa subito gli occhi.
- Hai capito? - le ripete lui, chino, con voce cattiva,
seguitando a guardarla. Sandrina allora s'affretta a dir di
sì, più volte, col capo.
- A nessuno.
- A nessuno...
- Sai perché non voglio che tu lo dica? - soggiunge egli,
riprendendo a camminare. - Perché la mamma, con questa...
con questa zia, è in lite. Guaj se viene a sapere che ti ho
condotto da lei. Hai visto jeri? Farebbe peggio!
E dopo un'altra pausa: - Hai capito?
- Sì, papà.
- Non dir niente a nessuno! O guaj!
Sandrina, dopo queste raccomandazioni e queste minacce,
sogguardando la faccia scura del padre, non prova più nessun
piacere ad andare nella casa bella di quella zia. Comprende
che il padre non ci va per fare un piacere a lei, ma perché
ci vuole andar lui, a rischio d'una lite con la mamma, se
questa verrà a saperlo; non certamente da lei. Ma se la
mamma, al ritorno, le domanderà dove è stata?
Appena le sorge questo pensiero, suggerito dalla paura,
Sandrina si volta di nuovo verso il padre.
- Papà...
- Che vuoi?
- E come dirò allora alla mamma?
Il padre le scuote violentemente la mano per cui la conduce,
e tutto il braccino con essa.
- Ma nulla! ma nulla, t'ho detto! Non devi dirle nulla!
- No; se mi domanda dove sono stata, - gli fa osservare, più
che mai sbigottita, Sandrina.
Allora egli si pente della violenza e si china subito a
carezzare, commosso, la piccina.
- Bella! bella mia! Non avevo capito... Ma sì, te lo dirò io
poi, te lo dirò io come devi risponderle, se ti domanda dove
sei stata... Su, su, adesso! Fai vedere a papà il tuo bel
sorrisino. Su! Un sorrisino bello, come quello del Teatro
dei piccoli quando ti ci portai...
La commozione è più per se stesso, che per la bambina;
perché in quel momento si sente buono, lui. E il cuore gli
si gonfia d'una tenerissima gioja nel sorprendere un sorriso
di compiacimento sulle labbra d'una signora che, trovandosi
a passargli accanto, lo vede così curvo e premuroso intorno
alla figliuola. Un premio maggiore s'aspetta dalla boccuccia
di Sandrina; ma questa, sì, gli sorride, o piuttosto si
prova a sorridergli, solo per ubbidire; e tutto il suo
visino, freddo e dolente, dice al padre di contentarsi così
di questo piccolo, pallido sorrisino che può fargli. Per
quel che vuole da lei, non potrebbe di più.
Non ha ancora dieci anni Sandrina; ma già pensa che a
difendersi deve provvedere da sé, cominciando dal padre,
dalla madre e dalle sorelline.
Nel visino bianco, non bello anche perché patito, gli occhi
non sono come forse li vorrebbe il nasetto che si drizza in
mezzo a loro un po' ardito: sono serii e fermi. E non sempre
è buono lo sguardo, quand'essi si fissano attenti, o quando
si volgono obliqui per un istante, quasi di nascosto.
Egli avverte questa segreta ostilità della figlia, e
drizzandosi per riprendere il cammino, è pieno d'astio al
pensiero che non può aspettarsi nulla di meglio dalle
figliuole d'una madre come quella.
Così quel giorno la signora Léuca si vede arrivare in casa
il marito con quella figliuola.
È ancora afflitto per la sua bontà mal rimeritata, stizzito
e turbato della scarsa gioja che la figlia gli ha
manifestato per quella visita furtiva; ma dentro di sé,
tuttavia, non pentito.
Non pentito, perché ha pensato a lungo, lui, che sarebbe un
gran bene per quelle sue tre figliuole, se riuscisse a
metterle sotto la protezione della moglie. Se la loro mamma
morisse (ma non ci crede); se anche, un giorno o l'altro -
chi sa! - anche lui dovesse venire a mancare; la moglie,
ricca, potrebbe ajutar quelle bambine, lei che ne ajuta
tante con la sua beneficenza. Così, se ha fatto male a
metterle al mondo e poi a rovinarle, almeno potrà dire
d'aver fatto qualche cosa per il loro avvenire.
Teme intanto che questo fine interessato appaia chiaro alla
moglie, che già ha dimostrato di sospettare che quelle
visite di lui possano avere qualche altro scopo, oltre il
bisogno d'un conforto morale. E non è ben sicuro ch'ella non
abbia a giudicar soverchio l'ardire di portarle in casa la
prova, là, delle sue colpe vergognose di marito.
Si presenta perciò un po' incerto e come sospeso. Vuol
parere un mendico alla porta della pietà di lei, anche per
quella sua figliuola, mendica. Si rianima subito, notando
negli occhi della moglie il gradimento inatteso, il piacere
ch'egli anzi sia venuto così accompagnato; e allora apre le
braccia e senza darlo a vedere tira pian piano un gran
sospiro con le labbra atteggiate d'un tremulo sorriso.
La signora Léuca, infatti, accoglie con molta tenerezza
quella piccina, la quale guarda con tanto d'occhi, smarrita.
E quasi non bada a lui.
- Oh, guarda! Vieni, vieni qua... Come ti chiami? Sandrina?...
Brava! Sei la maggiore, è vero? La maggiore, brava... E vai
a scuola? Oh, già alla quarta!... E allora, quanti anni hai?
Già tanti! Nove e mezzo... Vuoi levarti il cappellino? Ecco,
posiamolo qua... Siedi, siedi qua, vicino a me...
Si volge a lui che, rimasto in piedi, guarda ancora in
quell'atteggiamento, ma già di nuovo con le lacrime agli
occhi, e gli dice:
- Forse non sa chi sono...
Ma Sandrina, con gli occhi bassi, risponde:
- La zia.
- Ah cara, sì, la zia, - conferma subito la signora Léuca,
che non s'aspetta la risposta da parte di lei, e si china a
baciarle una manina.
Perché sa che è segno di simpatia, se i bambini parlano
prima che abbiano preso confidenza con qualcuno.
- La zia! la zia!
È abituata a sentirsi chiamar così, «la zia», da parecchie
bambine, per suggerimento affettuoso delle mamme, che
intendono dimostrarle in tal modo la loro gratitudine. E
prova un certo piacere, che egli abbia pensato di suggerir
per lei lo stesso appellativo alla figliuola, benché certo
per un'altra ragione.
E allora, poiché è la zia, bisogna che la nipotina abbia
subito subito la sua merenduccia di cioccolatte e
biscottini, e fettine di pane imburrato, e spalmato di
marmellata. Qua, qua, seduta a tavola, e col cuscino sotto,
così, bella alta, come una grande. E ora, questa salviettina
al collo qua:
- Va bene così?
E gliele imburra lei, le fettine, gliele spalma lei di
marmellata.
- E poi un cucchiaino così, di questa marmellata, da mettere
in bocca solo, senza la fettina, non lo vogliamo? Eh, mi
pare di sì!
Sandrina la guarda e sorride, beata, ma come se ancora non
credesse bene alla realtà di quanto le accade, di quel che
si vede attorno, tanto le par bello e nuovo.
Ora che la vede sorridere, però, la signora Léuca soffre di
più a guardarle quel vestitino addosso così sgarbato, quei
capellucci così tirati... Le debbono anche far male, povera
piccina! E come Sandrina finisce di far merenda, se la porta
di là, in camera, per scioglierle quelle treccioline e
fargliene una sola, grossa e lenta, ma fino a metà, e
sfioccato il resto, con un bel nodo di raso dove termina la
treccia; e poi le aggiusta i capellucci davanti,
facendoglieli scendere un po' sulla fronte, perché diano più
grazia al visino che s'è tutto colorito per la gioia. E che
lustro, che lustro le hanno preso gli occhi!
Pare un'altra, ora, Sandrina. Lei stessa, guardandosi allo
specchio, in mezzo alle belle cose che la circondano in
quella camera da letto, e che si riflettono quiete e
luminose nello stesso specchio, quasi non si riconosce più.
Non sa capire in prima la signora Léuca perché il padre,
quando ella gliela ripresenta così bene acconciata, ora, e
così tutta ravvivata, invece d'ammirarla e di compiacersene,
resti quasi dispiaciuto e turbato.
Possibile che nel cuore di lui, alla vista della nuova
grazia che la figliuola ha acquistato, si siano destati
all'improvviso gli stessi sentimenti che han turbato lei
dianzi nell'acconciare amorosamente quella bambina non sua?
Non vorrebbe la signora Léuca ch'egli credesse, che le cure
che s'è prese per la piccina siano come un modo di
significare a lui il rimpianto che quella figlia non abbia
potuto esser sua. Curandola, assaporando la gioia di quelle
cure, ella non ha voluto dir nulla a lui, proprio nulla; non
ha neppur pensato ch'egli stesse ad aspettare di là.
Ma poco dopo ch'egli se n'è andato, la signora Léuca, che
s'è recata alla finestra, non per veder lui sulla strada
insieme con la figliuola, ma per veder questa col suo bel
fiocco di capelli sulle spallucce; non vedendoli uscire dal
portone e, dopo aver aspettato un bel po', andando per
curiosità a spiare pian piano dalla porta che cosa sian
rimasti a fare tutti e due per le scale, si spiega il perché
di quel turbamento di lui e, rinfrancandosi, non può fare a
meno di sorridere.
Lo scorge, seduto a metà della terza rampa, su uno scalino,
intento a rintrecciare fitti fitti sulla nuca della
figliuola quei due codini di prima. S'è levato dalla mano il
fazzoletto che vi teneva avvolto; e la signora Léuca
dall'alto scorge allora su quella mano il rosso dello
sgraffio; e l'altro più tremendo sgraffio gli scorge sulla
nuca.
Capisce tutto. Si pente di quel che ha fatto senza pensare
che avrebbe cagionato a lui un così grave impiccio. Si
rammenta all'improvviso delle due cordelline bisunte che
tenevan legate le treccine della figliuola e che son rimaste
sulla specchiera. Come farà egli adesso a legar quelle
treccine, se pure riuscirà a portarle a fine con quelle
grosse manone disadatte? E le due cordelline dovranno pure
esser quelle, se egli vuol riportare a casa la figliuola tal
quale ne è uscita, per non far sapere nulla della visita a
lei, a quella donnaccia che lo sgraffia così.
La signora Léuca vede necessario il suo intervento per
rimediare al mal fatto. Corre a prendere in camera le due
cordelline, e scende in fretta, risolutamente, le due rampe
di scala, dicendo a lui dall'alto mentre scende:
- Aspetta, aspetta... Lascia fare a me! Scusami, se non ho
pensato... Hai ragione... hai ragione...
E, com'egli si alza per cederle il posto, vergognoso
d'essere stato sorpreso da lei nella miseria di
quell'imbarazzo, siede sullo scalino e, presto presto, rifà
le treccine alla ragazza. Nel chinarsi a baciarla, si sente
prendere furtivamente una mano, e prima che abbia il tempo
di ritirarla, avverte con ribrezzo il contatto dei baffi e
delle labbra di lui.
Per un lungo pezzo la signora Léuca, risalita nella saletta
da pranzo, si stropiccia quella mano.
Passano venti giorni, passa un mese, la signora Léuca non
vede più ritornare il marito.
Ha aspettato ch'egli le portasse in casa, come aveva
promesso, le altre due figliuole più piccole, per fargliele
conoscere. Ma forse la madre avrà saputo di quelle visite a
lei; gli avrà fatto qualche scenata, e impedito di condurre
le altre due.
Suppone ch'egli si vergogni, forse, di venir solo, dopo
quella promessa; suppone che possa essersi ammalato, o che
possa essersi ammalata qualcuna delle figliuole, o anche
quella donna; suppone che egli sia rimasto troppo avvilito
l'ultima volta, sorpreso lì a sedere in mezzo alla scala con
le treccioline di quella povera piccina in mano. (Ne sorride
ancora pietosamente, la signora Léuca.) 0 forse si sarà
accorto del ribrezzo, con cui ella ritirò violentemente la
mano...
Tante supposizioni fa la signora Léuca. Le amiche del
patronato di beneficenza, che vengono a trovarla in quei
giorni, osservano, così senza parere, che forse ne fa
troppe. Ma se, come ritengono, è una pena per lei ricevere
in casa il marito, anche così per una breve visita di tanto
in tanto, dovrebbe esser contenta ch'egli da sé abbia
diradato queste visite, che per dir la verità s'eran fatte
un po' frequenti e, a quanto pare, non tanto brevi, anche.
Alla fine se ne accorge anche lei, la signora Léuca, che fa
troppe supposizioni; e deve riconoscere che ha una viva
curiosità di sapere perché egli non sia più venuto; ma senza
il minimo dubbio tuttavia sulla natura di quel suo
interessamento. Vorrebbe saperlo per lui, non per sé; se
cioè qualche cosa di male fosse accaduta a lui; non perché
possa esser male per lei ch'egli non venga più.
Né un male, né un bene. Tutto è per lei ormai come lontano.
Anche le cose più vicine. Basta che per un istante le senta
vive in sé, e subito le diventano come lontane. Questa
curiosità d'ora... Come se un giorno, tanti anni fa, la
avesse provata... Può accettare, accogliere qualunque
sofferenza, torcersi anche in uno spasimo, e non perdere mai
questa facoltà di non sentirsene veramente toccare là dove
il suo spirito è come immune di quanto può dare la vita di
sofferenze e di spasimi.
Ed ecco che, invece del marito, uno di quei giorni, viene l'avvocatino
Aricò insieme col vecchio parroco di Sant'Agnese.
Non c'è più dubbio che qualche cosa dev'essere accaduta.
Che cosa?
Mah! Non sanno dire, se una fortuna o una disgrazia. È morta
la donna. Quella donna.
- Morta?
Sì. Improvvisamente, in tre giorni, d'una polmonite. Ma
anche se questo male non l'avesse colta all'improvviso,
sarebbe morta lo stesso tra poco, perché il medico accorso a
curarla l'aveva trovata affetta da parecchi mesi d'un cancro
alla bocca.
La signora Léuca, a questa notizia, s'aombra. Domanda al
parroco e all'avvocato, se quando le proposero d'accordare
al marito il conforto di quelle visite, erano a conoscenza
di questo male che minacciava la donna.
Inizio pagina
I due protestano subito di no; il parroco,
davanti a Dio; l'avvocatino Aricò, come se
non bastasse, anche sulla sua parola
d'onore.
- E lui? - domandò allora la signora Léuca.
- Che cosa, lui?
- Se lui lo sapeva!
- Ah, ecco... sì, - è costretto a confessare
l'avvocatino, torcendosi un po' sulla
seggiola. - Dice che, sì... ne... ne aveva
il sospetto, lui... vago, ecco, dice.
Il vecchio parroco guarda la signora Léuca
accigliata, e poi domanda:
- Suppone che sia stato in previsione di
questa morte? Non credo!
- Oh signor parroco, - scatta la signora
Léuca, - per carità, non mi dica così.
Sapesse che avvilimento è per me! Non ho
mica bisogno, creda, che a un bambino
sudicio sia prima lavato il viso, per fargli
la carità. Mi perdoni! Lei ha poca stima di
me, signor parroco.
- Ma no... ma no... - si prova a protestare
sorridente, ma pure un po' arrossendo, il
vecchio parroco.
- Ma sì, mi scusi! - seguita la signora
Léuca. - Poca stima.
Il vecchio parroco, vedendola così
insolitamente infiammata, si fa serio.
- Vediamo di non peccar di superbia, mia
cara signora.
- Io?
- Lei, Sì. Perché c'è tanti modi, veda, di
peccar di superbia. Se per esempio lei con
un sospetto di questo genere avvilisse
troppo l'oggetto della sua carità, credendo
così di render questa più meritoria davanti
a Dio, o piuttosto davanti alla sua
coscienza, che già per questo fatto
comincerebbe a essere, creda, qualcosa di
diverso.
- La mia coscienza?
- Sì, signora.
- Di diverso da Dio?
- Sì, signora. Gliel'avverto! Da un pezzo,
da un pezzo lo noto in lei, con sommo
dispiacere. Dico, questo voler troppo vedere
le ragioni... con troppa inquietudine,
ecco... Se ne guardi.
La signora Léuca, pentita dello scatto,
china il capo dolorosamente, e si reca le
mani al volto.
- Sì, è vero, - mormora. - Sono così... sono
così...
A questo punto l'avvocatino Aricò, alla cui
fretta ogni discussione che non venga al
fatto è una siepe di spine, visto che
discuter troppo, secondo che ha finito or
ora di dire il signor parroco, equivale ad
allontanarsi da Dio, si prova a metter fuori
un:
- Sicché dunque, signora mia...
- No, aspetti avvocato, - si volge a dirgli
subito la signora Léuca, scoprendo il volto
turbato. - Sarà male, è certamente male,
signor parroco, questo che lei mi
rimprovera; e io la ringrazio. Ma non è per
superbia, creda! Tutt'altro, anzi...
- Avvilir l'oggetto della propria carità...
- No, me, me, signor parroco! ho piuttosto
piacere d'avvilir me, se ho fatto un cattivo
pensiero, veda! E credo meglio, a ogni modo,
che l'ajuto gli venga da una che, in questo
caso, sarebbe stata più cattiva di lui, se è
vero che egli quel pensiero non l'ha avuto.
Forse non so esprimermi chiaramente. Volevo
dirle prima, che anche se egli si fosse
riaccostato a me prevedendo prossima la
morte di quella donna, io, venendo a
saperlo, non mi sarei ritratta dal fare per
le sue bambine e per lui tutto quello che mi
sarà possibile... Aspetti, aspetti; mi lasci
dire! Non creda, per render più meritoria la
mia carità a costo di quest'avvilimento di
lui! Tutt'altro! Anzi perché mi sarebbe
parso più naturale, più umano, e più pietoso
anche, così. Senza nessuna apparenza di...
di sublimità, di false nobiltà
d'intenzioni... Ma così, ecco... perché...
perché siamo così... E se lui non è stato
così, tanto meglio per lui! Volevo dirle
questo.
- Ecco, dunque, - si lancia a dir di nuovo
l'avvocatino Aricò, vedendo che anche il
signor parroco, soddisfatto della
spiegazione, ritornando a sorridere, approva
e approva.
Ma purtroppo non ha fortuna. Benedetta
donna, questa signora Léuca! Nobilissima ma
tormentosa, per uno che ha tanto da fare!
Ecco che si volta a dirgli di nuovo:
- No, aspetti, la prego, avvocato!
Che altro ha da dire? Si vuol togliere del
tutto, adesso, il merito della carità. Ah,
santo Dio! Quel signor parroco, che cattiva
ispirazione, andarla ad accusar di
superbia... Sentiamo, sentiamo. Dice che non
sarebbe carità, ma un piacere per lei
prendersi in casa e curare, educare quelle
tre bambine, far loro da mamma. Benissimo! E
allora basta così. Se sarà anzi un piacere
per lei... Questo è più di quanto
s'aspettavano con la loro visita il signor
parroco e lui. Ringraziare e andarsene: gli
pare che non resti altro da fare.
Nossignori. Eh, nossignori. Piano piano. Il
tormento.
La signora Léuca vuol sapere a qual prezzo
intendono che lei paghi questo che sarà un
piacere per lei, di far da mamma a quelle
tre piccine.
L'avvocatino Aricò sbarra tanto d'occhi in
faccia al signor parroco, e si stizzisce
notando che questi mostra di comprendere il
riposto senso della domanda della signora
Léuca e di trovarsi di fronte a un caso di
coscienza che non gli s'era affacciato alla
mente venendo a proporre alla signora
d'accogliere in casa quelle tre orfane come
la più grande delle concessioni che potesse
fare.
C'è anche lui, il marito con le tre piccine.
Vedendosi riaccolto in casa, riprendendo a
convivere accanto a lei, sotto lo stesso
tetto...
- Ah già! ah già! - esclama l'Aricò,
grattandosi con un dito la nuca. - Ma gli
parlerò io, signora, non dubiti! Gli parlerà
anche il signor parroco! Non potrà mica
pretendere da lei l'impossibile.
- E allora? - gli domanda, per fermarlo
subito, la signora Léuca.
- Allora, che cosa?
- Avvocato, lei potrà parlargli quanto
vuole, non riuscirà mai a mutarlo. Sappiamo
com'è, Dio mio, e dobbiamo prenderlo com'è!
Lui prometterà, giurerà a lei e al signor
parroco. Poi... poi verrà certo il momento
che non terrà più conto della promessa.
Ebbene, io dico allora, data questa mia
assoluta, assoluta impossibilità... E dico
per me, badi, non per lui!
- Come, per lei?
- Per la mia responsabilità, avvocato.
Perché io debbo preveder fin d'ora quello
che certamente avverrà, sapendo, come so,
chi mi riprendo in casa. Vedrà che mi
lascerà qui le bambine, e se n'andrà,
dicendo che sarà stato per causa mia, perché
gliel'avrò aperta io stessa la porta, con le
mie mani, per ributtarlo alla sua vita di
prima!
- Ma nient'affatto, signora!
- Non neghi così precipitosamente. Vedrà che
avverrà come le sto dicendo io.
- Eh, ma allora, tanto peggio per lui,
scusi! Lei fa già troppo a prendersi in casa
quelle figliuole. Se egli vuol seguitare a
fare il... (mi perdoni, stavo per dirlo), il
responsabile sarà lui, non sarà mica lei!
Ma la signora Léuca, ora, non guarda più
l'avvocato Aricò che parla così; guarda il
vecchio parroco che tace.
E da quel silenzio la signora Léuca ha la
certezza che il vecchio parroco non pensa
più, che con questo voler troppo veder le
ragioni, e con troppa inquietudine, la
coscienza di lei s'allontani da Dio.
Vuol dire dunque che Dio la ispirerà; e che
per il momento - questo momento, che già per
lei è come lontano lontano - la conclusione
bisognerà rimetterla alla vita. Alla vita,
com'è stata sempre e come sempre sarà.
Addio silenzio di specchio, ordine, quiete,
lindura.
E tutta sossopra la casa della signora Léuca,
per accogliere più ospiti che non potrebbe;
quattro ospiti nuovi, a cui bisognerà trovar
posto, guastando, disponendo altrimenti le
stanze, abolendo il salottino, la stanza
dello spogliatojo, ammassando e anche
portando giù in cantina tanti mobili, che
forse saranno rivenduti, per collocare al
loro posto i tre lettini e altri mobili che
saranno comperati per le stanze da letto, le
quali, da due che erano (compresa quella
della serva), saranno adesso cinque.
La signora Léuca cederà la sua, che è la più
grande, alle tre bambine, e lei dormirà
nella stanzetta accanto, dov'era prima il
salottino, rinunziando al grosso armadio a
tre specchi, che non vi troverebbe posto.
Lui, il marito, bisognerà che s'adatti nello
spogliatoio che, dopo quella delle bambine,
è la stanza più larga, benché un po' buia.
Non ha nessun rammarico la signora Léuca né
per la rinunzia a tutte le sue comodità, né
per il sacrifizio di tanti oggetti cari. E
anzi lieta in mezzo al disordine delle
stanze, le quali, da che davano, ordinate,
l'impressione di tanta solitudine, ora, così
disordinate, e solo perché ancora così
disordinate, pajon già piene di vita.
Il nuovo aspetto ch'esse a mano a mano
cominciano ad assumere, sistemate alla
meglio, non le par certo bello. Le dà
tuttavia uno strano piacere, perché nella
sistemazione nuova, secondo il bisogno e le
necessità dello spazio, sia degli oggetti
vecchi, sia dei nuovi che a poco a poco
arrivano, vede attuarsi, prendere
consistenza l'immagine della nuova vita
della casa. Quegli oggetti, così ora
disposti, cominciano a rappresentargliela,
quasi traendogliela a poco a poco da
quell'incertezza in cui le si agita ancora
dentro, per fargliela vedere, come sarà -
questo qua, questo là - anche se, stando
così come possono, non stanno come lei forse
vorrebbe.
Pazienza.
Ora, intanto, può immaginarsi come farà,
come si moverà per le stanze, che le
sembrano nuove, per le cure nuove che le
nasceranno.
E nuovo, tutto quanto nuovo veramente ha
voluto almeno l'arredo per la camera delle
bambine, scegliendo lei ogni cosa, in giro
per mezze giornate da una bottega all'altra:
i tre lettucci bianchi, di ferro smaltato
(di legno, li avrebbe voluti; ma, fosse
stato uno! tre, costavano troppo; e
bisognerà pensare a far un po' d'economia su
tutto, d'ora in poi!); bianchi però, li ha
voluti anche bianchi, laccati bianchi, i due
cassettoni e l'armadietto a specchio, le
seggiole e i due tavolinetti da scrivere col
palchettino da un lato, per le due più
grandicelle che vanno a scuola (forse, non è
stato prudente, bianchi anche questi: ci
sarà il pericolo che presto li macchieranno
d'inchiostro; ma ella si propone d'insegnar
loro a far tutto a modino e di sorvegliarle
sempre, tutt'e due, quando faranno i compiti
di scuola, non perché non macchino i
tavolini, ma per i compiti, che li facciano
bene); e poi rosei, i tappetini a piè del
letto; rosea anche la tenda alla finestra, e
rosee le sopracoperte dei lettucci. Così,
bianca e rosea, tutta la camera.
Quell'antipatico grillo vecchio dell'Aricò,
dice: troppe spese; e che si sarebbero
potute risparmiare, facendo trasportare
dalla casa del marito almeno quei mobili -
letti, sedie, tavolini - che potevano
servire ancora per il padre e le figliuole.
Ma niente affatto! Nulla, qua, nemmeno un
chiodo, di quella casa!
Eh, ma se questa fosse una ripugnanza che
prova soltanto lei? Se invece lui e le
piccine avessero caro di vedersi attorno
qualche oggetto della casa antica?
Non gliela suggerisce l'Aricò, questa
riflessione; la fa lei, che ne fa sempre
tante. E allora, senz'altro, si reca a
visitar quella casa in principio di via
Flaminia, accompagnata dall'Aricò.
- Ma come? ora che le spese son fatte?
- Se ci sarà qualche cosa che vogliono
conservare...
Le vicine di casa, conoscenti e amiche della
morta, si fan tutte sull'uscio o corrono ad
affacciarsi alle finestre, quand'ella scende
dalla carrozza davanti al vecchio portone
sgangherato, alta e dritta, elegantemente
vestita, col velo sulla faccia; e quali e