Novelle per un anno - 1923 - In silenzio
10. Lo spirito maligno
Carlo Noccia fu da giovane per circa sette anni in Africa, a
Bona, commerciante, vi soffrì anche la fame nei primi tempi,
e soltanto a furia di stenti, di rischi e d'incredibili
fatiche riuscì a metter da parte un gruzzolo modesto.
Ritornato in Sicilia, per non apparire ingenuo in mezzo ai
commercianti suoi compaesani, produttori e sensali d'agrumi
e di zolfo, gente ladra, usa a combattere tra le insidie e
con ogni sorta d'inganni, provò il bisogno di lasciar loro
intendere che con quelle stesse arti egli aveva guadagnato
colà il suo danaro. Dovette insomma confarsi al modo di
pensare di quelli e disonorar le sue fatiche e il frutto di
esse per aver pregio e considerazione agli occhi loro. E
s'aggirò, faccente, con l'aria d'un furbo matricolato, in
mezzo al traffico rumoroso del piccolo porto di mare, tra i
grandi depositi di zolfo accatastati su la spiaggia; a bordo
dei piroscafi d'ogni nazione, tra marinai e interpreti e
scaricatori e stivatori, aspirando con voluttà l'odor del
catrame e della pece, mentre gli occhi gli lacrimavano
bruciati dalla polvere dello zolfo diffusa nell'aria.
Stordito dai gridi dei barcaioli e dei facchini del porto,
tra un continuo sbaccaneggiar di liti, e i fischi delle
sirene e il fumo delle macchine, credette sinceramente che
la necessità d'ingannare, i cattivi pensieri venissero dal
fermento stesso di quella vita esagitata, esalassero dalle
bocche delle stive, dall'acqua stessa del mare sporca di
zolfo e di carbone, dal muffido pacciame delle alghe secche
su la spiaggia solcata, scavata dal transito incessante dei
carri striduli, carichi di minerale; credette sinceramente
ch'egli, senza volere, vivendo lì, respirando in quell'aria,
avrebbe appreso quell'arte in poco tempo; e fu felicissimo
quando poté aver la dimostrazione che già gli altri
credevano che non avesse più bisogno d'apprender altro. Si
vide tutt'a un tratto posto a capo d'uno dei più grossi
depositi di zolfo. Il proprietario, giovanotto ambizioso,
che aveva dovuto interrompere gli studi universitarii per la
morte improvvisa del padre, era affatto ignaro di commercio
e attendeva piuttosto a ingraziarsi con servigi e favori gli
animi dei suoi compaesani per essere eletto sindaco del
Comune. Naturalmente, diventò subito preda dei più furbi
speculatori di piazza, e segnatamente di un certo Grao, il
quale cominciò a irretirlo in una vasta impresa da tentare
col nobilissimo scopo di allibertare il commercio dello
zolfo dallo sfruttamento delle case estere d'esportazione
che avevano sede nei maggiori centri dell'isola; impresa per
cui egli, in poco tempo, centuplicando le sue ricchezze (e
diceva poco!) avrebbe avuto gloria di salvatore
dell'industria zolfifera siciliana, e sarebbe stato eletto
sindaco subito, senza alcun dubbio.
Il Noccia ammirava sopra tutti questo Grao; lo teneva in
conto d'un oracolo. Forse, a destare in lui tanta
ammirazione e così cieca fiducia aveva gran parte una
figliuola, che costui aveva, bellissima, e della quale egli
si era innamorato. Il fatto è che quando il Grao gettò in
quella vasta impresa il suo principale, e questi domandò a
lui, suo magazziniere e amministratore, consigli e
schiarimenti sui giuochi ora al rialzo ora al ribasso a cui
quegli lo esponeva, egli, con la massima buona fede, gli
dette sempre quei consigli e quegli schiarimenti che il Grao
di nascosto e senza parere gli aveva suggeriti. Se non che,
sempre, alla scadenza degli impegni, il suo principale, se
aveva giocato al ribasso, s'era trovato di fronte a uno
spaventoso rialzo, e viceversa; sicché in meno d'un anno era
stato liquidato.
Nessuno volle credere alla buona fede del Noccia. Come mai
non s'era accorto che il Grao faceva volta per volta di
soppiatto il giuoco inverso?
Non se n'era accorto, perché anche lui credeva a occhi
chiusi che quella vasta impresa commerciale, se non proprio
centuplicato, avrebbe certo accresciuto di molto le
ricchezze del suo principale. Al primo, al secondo, al terzo
colpo fallito, credette sinceramente alla disperazione del
Grao, e che nel nuovo giuoco proposto fosse la salvezza e il
rifacimento dei danni.
Del resto, ad attestar la sua buona fede stava il fatto che
alla fine nella rovina del suo principale egli vide anche la
sua: perduto il posto e, quel che più gli dolse, anche la
speranza di far sua la figlia del Grao; e che si sentì come
cascar dalle nuvole allorché il Grao gli venne avanti con le
braccia aperte per ringraziarlo di quanto aveva fatto.
Protestò allora, di fronte al Grao stesso, la sua innocenza
e la sua buona fede ma quegli, ammiccando furbescamente e
battendogli una mano sulla spalla, gli fece intendere che lo
riteneva, anche per quella protesta, suo degno compare, anzi
suo degno genero; e un'altra cosa gli fece intendere: che
nessuno lo avrebbe lodato di non essersi approfittato del
suo posto e di quel giuoco per arricchire, e che anzi
sarebbe stato stimato da tutti uno sciocco, un buono a
nulla, proprio come quel suo principale e degno come questo
d'esser giocato e poi buttato là in un canto con una pedata.
Avvenne intanto che per invidia dell'agiatezza che gli era
venuta da quelle nozze con la figlia del ricchissimo
speculatore, si vide addosso inaspettatamente l'odio feroce
di tutti i suoi compaesani. Presero a chiamarlo Giuda e a
stimarlo capace d'ogni infamia, di ogni perfidia e ad
avvelenargli con questa stima anche l'amore per la sposa.
Volle dimostrare che non era, non era, perdio, quel che
tutti lo stimavano; ma ecco che in tre o quattro occasioni,
senza che ne sapesse né il come né il perché, dai suoi atti
e dalle sue buone intenzioni era saltata fuori
all'improvviso la dimostrazione contraria, fino al punto
che, un giorno, per una inesplicabile intestatura su un
conto sbagliato, s'era visto citare in tribunale per poche
centinaja di lire da un suo subalterno colmato di beneficii.
Il Noccia cominciò a credere allora all'esistenza d'un certo
spirito maligno nato e nutrito dall'odio, dall'invidia, dal
rancore, dai cattivi pensieri e insomma da tutto il male che
ci vogliono i nostri nemici; uno spirito maligno che ci sta
sempre attorno agile vigile e pronto a nuocerci,
approfittando dei nostri dubbi e della nostra perplessità,
con spinte e suggerimenti e consigli e insinuazioni che
hanno in prima tutta l'aria della più onesta saggezza, del
più sennato consiglio, e che poi tutt'a un tratto si
scoprono falsi e insidiosi, sicché tutta la nostra condotta
appare all'improvviso agli occhi altrui e anche ai nostri
stessi sotto una luce sinistra, dalla quale non sappiamo
più, così soprappresi, come sottrarci.
Certo era stato questo spirito maligno a fargli sbagliare
quel conto.
E intanto, ecco qua, anche capace d'approfittarsi di poche
centinaja di lire a danno d'un poveretto lo avevan creduto i
suoi compaesani. E d'allora in poi ciascuno s'era sentito in
diritto di negargli quel che gli doveva, sicché per riavere
il suo si vedeva ogni volta costretto a intentare una lite.
Ora, per una di queste liti, che da un pezzo si trascinava
nei tribunali e che forse il Noccia, stanco e avvilito,
avrebbe volentieri mandato a monte, se la rabbia non lo
avesse forzato a dimostrare ancora una volta che la
giustizia stava dalla sua, eccolo in viaggio per Roma a
sollecitare di persona il patrocinio del deputato del suo
collegio.
Inizio pagina
Aveva già quarantasette anni, e l'animo gli
s'era profondamente incupito per tutta
quella guerra d'odio e di invidia.
Come una bestia, ferita in una caccia
feroce, e ricoverata in una tana non sua,
egli si guardava ormai davanti e dietro,
diffidente e ombroso.
I grandi occhi chiari, d'acciajo, negli
sguardi obliqui, davano in quel suo volto
fosco, bruno, cotto dal sole nelle lontane
arrabbiate spiagge di Sicilia, l'impressione
d'un vuoto strano. E in quel suo volto egli
sentiva ora quasi un disagio insolito per
certe rughe che di tratto in tratto gli si
spianavano, ammirando lo splendore della
città.
Aveva in petto il portafogli gonfio di molte
migliaja d lire. Forse, partendo dalla
Sicilia, s'era proposto di con cedersi, se
non tutti, parecchi di quegli svaghi per lui
affatto nuovi, che una città come Roma
poteva offrirgli. Ma in quattro giorni, per
quel ritegno ombroso, divenuto in lui quasi
istintivo, non aveva ancora ceduto a nessuna
tentazione, e si sentiva stanco, oppresso e
inquieto.
Aveva preso alloggio nell'albergo della
Nuova Roma presso la stazione, e faceva ogni
volta chilometri e chilometri per andarvisi
a rinchiudere per una mezz'oretta; ne
riusciva poco dopo più smanioso di prima e
senza mèta.
Così gli avvenne, la mattina del quinto
giorno, di cacciarsi in un caffeuccio lì nei
pressi della stazione, per passarvi un po'
di tempo.
C'erano pochi avventori e molte mosche. Il
Noccia ordinò una tazza di birra e stese la
mano al tavolino accanto per prendere un
giornale che vi stava posato. Ma le mosche
lo tormentavano. Per cacciarne una, sfondò
il giornale; voleva ripagarlo, ma il padrone
non permise; per cacciarne un'altra per poco
non rovesciò la tazza di birra. Smise allora
di leggere e, sbuffando, allungò le mani
sulla panca imbottita di cuojo; ma subito ne
ritrasse una, la destra, che aveva toccato
qualche cosa, e si voltò a guardare.
Era una vecchia borsetta, evidentemente
lasciata lì da qualche avventore.
Forse era vuota. Se non vuota, che poteva
mai contenere? pochi soldi, qualche lira
d'argento. E il Noccia rimase un pezzo
perplesso, se prenderla o farla prendere dal
caffettiere, perché la restituisse al
proprietario, se fosse venuto a cercarla.
Guardò il caffettiere dietro il banco. Non
gli parve che avesse faccia da restituir la
borsetta, se ci fosse dentro qualche cosa.
Forse sarebbe stato meglio accertarsene,
prima. Allungò cautamente la mano e la
prese. Pesava. L'aprì un poco; vi intravide
una piastra d'argento e due monetine da due
centesimi. Tornò a guardare il caffettiere,
e non ebbe alcun dubbio che quella piastra e
quelle due monetine sarebbero andate a
finire nella ciotola dentro il banco.
Che fare? Pensò che il giorno avanti aveva
letto nella cronaca d'un giornale un nobile
esempio da imitare: quello d'un fattorino di
telegrafo che aveva trovato per istrada un
portafogli con più di mille lire, ed era
andato a depositarlo in questura. Imitare
quel nobile esempio? In questura avrebbero
voluto il suo nome e lo avrebbero stampato
sui giornali nel dar l'annunzio della
borsetta trovata. Pensò che nel circolo di
compagnia gli sfaccendati del suo paese
leggevano i giornali di Roma dall'articolo
di fondo all'ultimo avviso di pubblicità in
sesta pagina. Quantunque lo ritenessero
capace di approfittarsi anche di poche lire,
avrebbero detto sghignazzando che la
borsetta, lui, l'aveva consegnata alla
questura perché conteneva soltanto una
piastra e quattro centesimi. Veramente,
darsi per così poco tutta quell'aria
d'onestà gli parve troppo. Che fare allora?
Durando quell'esitazione, non stimò prudente
tenere ancora la borsetta in mano, alla
vista di tutti, e se la ficcò nel taschino
del panciotto per riflettere con comodo se
non gli sarebbe meglio convenuto, per non
aver tanti impicci, rimetterla al posto dove
l'aveva trovata. Ma forse allora qualche
altro avventore senza scrupoli se la sarebbe
presa senza pensar due volte; e quel
poveretto che l'aveva smarrita...
«Oh via,» fece tra sé a questo punto il
Noccia. «In fin dei conti, son cinque
lire...»
E stava per trarre dal taschino la borsa,
quando entrò di furia nel caffeuccio e
s'avventò verso il suo tavolino un sudicia
vecchia dalla faccia aguzza, che soffiava
come un biacco, col naso da civetta e il
muso irto di grigi peluzzi tirandosi via
dagli occhi i capelli lanosi, scarmigliati
sotto il decrepito cappellino annodato al
mento.
- C'è lì la borsetta! la mia borsetta! l'ho
lasciata lì.
Così investito, il Noccia guardò la grinta
della vecchi, e subito concepì il sospetto
che, essendosi egli messo in tasca la
borsetta, quella dovesse ritener per certo
che avesse voluto appropriarsela, e allora
le rivolse un sorriso vano da scemo, e si
finse ignaro: - Una borsetta? dove? - E
prima si scostò e poi si alzò per farla
cercar bene; e quando la vecchia, dopo aver
cercato su la panca, sotto la panca tra i
piedi dei tavolini con irosa smania che
lasciava intender chiaramente quel sospetto,
levò l'arcigna faccia e gli domandò,
squadrandolo biecamente: - Lei non l'ha
trovata? - egli, che pur si struggeva di non
poter più ormai cacciarsi due dita in tasca
per restituirgliela, ebbe naturalmente, per
quello stesso struggimento, un fiero scatto
e, arrossendo fin nel bianco degli occhi, le
rispose:
- Siete matta?
Il caffettiere e i pochi avventori gli
diedero ragione e, appena la vecchia
piangendo e brontolando se ne fu andata, gli
dissero che era una poveraccia da compatire,
mezzo svanita di cervello e stordita sempre
dal caffè e dai liquori che ingozzava,
dacché le era morta all'ospedale l'unica
figliuola.
Il Noccia ora si sentiva su le spine; voleva
subito pagare e andar via. Intanto, aveva
messo la borsetta della vecchia nello stesso
taschino ove teneva la sua. Se nel cavar
questa, fosse venuta fuori anche
quell'altra? si sentiva tutto il sangue alla
testa, e gli occhi gli brillavano come per
febbre. Trasse dalla tasca in petto il
portafogli gonfio di carte da cento.
- Non avrebbe spicci? - gli domandò il
caffettiere, meravigliato.
Ed egli non trovò la voce per rispondergli;
disse di no, col capo. Uno degli avventori
si profferse di cambiar lui il biglietto, e
il Noccia, lasciando una mancia di cinque
lire, uscì dal caffeuccio.
Appena fuori, il suo primo pensiero fu
quello di buttar via la borsetta in qualche
angolo nascosto. Ma quell'ultima notizia che
gli avevano dato della vecchia nel caffè,
che ella cioè era una poveretta mezzo
impazzita per la morte della figliuola, gli
fece stimare più che mai indegno quell'atto.
Pur ammesso che la vecchia avesse avuto il
sospetto ch'egli volesse tenersi la borsetta
trovata, questo sospetto in fondo non era
ingiusto, poiché egli veramente, contro la
sua volontà, ridendo prima come uno scemo,
poi scostandosi e alzandosi per farla cercar
lì nel posto, aveva agito come se in realtà
avesse voluto appropriarsi quella borsetta.
E buttandola via, ora, non avrebbe avuto
sempre la colpa della sottrazione? L'avrebbe
trovata un altro, che non avrebbe sentito
l'obbligo di restituirla, l'obbligo che ne
aveva lui, lui che conosceva a chi essa
apparteneva e gliel'aveva negata in faccia.
No, no: buttarla via sarebbe stato un atto
anche più vile di quel che aveva dianzi
commesso. Pensò allora che quei pochi
avventori del caffeuccio e il caffettiere
avevano dovuto accorgersi dal suo portafogli
ben fornito ch'egli era un signore, un
signore il quale poteva permettersi il lusso
d'offrire a quella povera vecchia un
compenso di dieci o venti lire per la
borsetta perduta. Ecco, sì. Avrebbe lasciato
al banco venti lire alla presenza di quei
testimoni, o avrebbe domandato al
caffettiere l'indirizzo della vecchia per
recarsi lui stesso a dargliele.
E il Noccia ritornava con questo proposito
sui proprii passi, quand'ecco, lì presso
l'entrata del caffeuccio, di nuovo la
vecchia che, tenendosi con ambo le mani i
cerfugli lanosi spioventi su gli occhi,
andava curva e piangente, guardando in
terra, ancora in cerca della sua borsetta.
Il Noccia la fermò, toccandole lievemente
una spalla, trasse dal portafogli due
biglietti da dieci lire e, tutto commosso
per la buona azione che faceva, glieli
porse, balbettando che li accettasse per la
perdita sofferta. Ma si vide tutt'a un
tratto acciuffato dalla vecchia, la quale,
scrollandolo furiosamente, si mise a
strillare:
- Venti lire? A chi le dai? Ah, ladro! E il
resto? Venti lire sole mi dai? Al ladro! al
ladro!
Accorse gente da tutte le parti, accorsero
anche due guardie di questura e al Noccia
che, dapprima stordito, poi abbrancato da
cento braccia aveva preso a divincolarsi
inferocito, fu trovata addosso la borsetta,
nella quale, sissignori, c'era la piastra da
cinque, ma c'erano anche due vecchi marenghi
da venti lire e non due monetine da due
centesimi, come al Noccia era sembrato a
prima vista, là, nel caffeuccio. Perciò la
vecchia reclamava con tanta rabbia il resto.
Ma anche cento lire, anche duecento, anche
mille, gliene avrebbe date ora il Noccia. E
cavava dalla tasca il portafogli. Se non
che, anche quel portafogli, come la borsetta
siamo giusti, poteva ormai credersi rubato.
E il Noccia fu trascinato in questura.
Ora, è certo che a un ladro non passa per il
capo di restituire una parte del suo furto.
Ma anche generalmente si crede che neppure a
un galantuomo possa passare per il capo di
mettersi in tasca una borsetta che non gli
appartiene, e di negarlo poi in faccia, così
come il Noccia aveva fatto. Bisognava dunque
trattenerlo in arresto e domandare ragguagli
in Sicilia sul conto di lui. Non sarebbe
stato serio prestar fede alla persecuzione
di un certo spirito maligno, di cui
quell'arrestato farneticava.
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