Novelle per un anno - 1923 - In silenzio
9. La veglia
I.
Marco Mauri, nel bujo della scala avvivato appena da
l'incerto barlume che s'insinuava dal corridojo dove aveva
lasciato la candela accesa, domandò a un signore che
s'affrettava a salire:
- Il medico? Venga, muore!
Quegli si arrestò un istante, come per discernere chi
l'investiva con quella domanda e con quell'annunzio:
- Muore?
Il Mauri, singhiozzando e gestendo, senza poter rispordere,
si mise a risalire a balzi la scala, poi tolse da terra la
candela, attraversò il corridojo, infilò per primo l'uscio
in fondo.
- Qua, - disse, - in quest'altra camera!
Il nuovo arrivato lo seguì ansioso, guardingo, come se dalle
cose che balzavan dall'ombra al lume fuggente della candela
che quegli teneva in mano, volesse prima indovinare dove
fosse venuto a cacciarsi. Su la soglia della seconda camera
si arrestò, ansante.
Era un uomo di circa cinquant'anni, alto di statura,
dall'aria rabbuffata; portava occhiali a staffa, cerchiati
d'oro non aveva né barba né baffi; quasi calva la sommità
del capo ma ciocche di capelli biondi gli scendevano
scompostamente su la fronte e su le tempie. Se le rialzò; e
si tenne un tratto le mani sul capo.
Giaceva sul letto disfatto, nella camera in disordine appena
rischiarata, una donna. Livida, col viso già orribilmente
stirato ai due lati del naso, teneva gli occhi chiusi, i
capelli, d'un bellissimo color rosso, sciolti e sparsi su
guanciale. Pareva già come inabissata nella morte, ma
frequenti, muti singulti incoscienti le scotevano ancora il
capo appena appena.
Un vecchio pretucolo senza sottana, bruno, coi calzoni a
mezza gamba, le calze lunghe e le fibbie di argento alle
scarpine, interruppe la preghiera che labbreggiava distratto
accanto al letto e si levò da sedere in un'ansia dubbiosa;
mentre il Mauri diceva a bassa voce, smaniando, tra le
lagrime:
- Qua, qua, guardi: la ferita è qua! - (e si premeva forte
l'indice d'una mano sul basso ventre). - Qua. Il colpo,
evidentemente, è deviato: la mano era inesperta. Sente?
Singhiozza così, da questa mattina... Perché? Non l'hanno
operata a tempo, capisce? non hanno voluto operarla... Veda,
veda Lei, le dia subito ajuto.
Non s'aspettava che quell'uomo, da lui creduto il medico,
rimasto lì a piè del letto, con gli occhi dilatati fissi
sulla moribonda, si rivoltasse a un tratto a guatarlo.
- Non ode, sa! non ode più! - aggiunse, allora, con un gesto
disperato.
Ma quegli si voltò verso il prete che già si era accostato
timido, perplesso.
- Don Camillo Righi? - domandò.
- A servirla, proprio io, sissignore! E... Lei, di grazia!
Il dottor Silvio Gelli?
- Ah, il marito? - ghignò il Mauri.
- Zitto lei! - saltò a dirgli il vecchio pretucolo,
stizzito. - Fuori di qua! fuori di questa camera!
E lo trasse per un braccio nella camera attigua.
- No, scusate, spiegatemi, - sopravvenne a dirgli l'altro,
guardandolo freddamente, con disprezzo; ma s'interruppe,
vedendo all'improvviso venir fuori da un angolo in ombra un
mostriciattolo, una povera sbiobbina, alta appena un metro,
dal volto giallastro disfatto, in cui però spiccavano
vivacissimi gli occhi neri, pieni di spavento.
- Di là, Margherita, di là, - le disse il prete, indicando
la camera della moribonda. - Mia sorella, - aggiunse,
rivolto al Gelli, con uno sguardo che invocava compassione.
Ma il Gelli riprese a dire con durezza:
- Mi avete scritto che moriva...
- Pentita, sì, creda, signor professore! - s'affrettò a
rassicurarlo il Righi. - Proprio pentita, sa! Lei stessa,
anzi, la poverina, ha voluto chiederle perdono per mio
mezzo.
- Chi è dunque costui? - domandò, sprezzante, il Gelli.
- Ecco, Le dirò... È venuto, non so di dove...
- Ma sì, da Perugia, da Perugia, - interloquì il Mauri,
ponendosi a sedere su un divanuccio presso al tavolino su
cui ardeva la candela.
Il Righi riprese, impacciatissimo:
- La sera dello stesso giorno che ci capitò qua la signora.
Io e le mie donne credemmo anzi dapprima che fosse un
parente. Eh, Margherita?
La sbiobbina, rimasta presso l'uscio, impaurita, chinò più
volte il capo, guardando il Gelli, con un sorriso
incosciente su le labbra.
- Poi, - seguitò il Righi, - quando la signora... dopo,
volle confessarsi con me, seppi che... sì, lui la... la
perseguitava, ecco!
Il Mauri ruppe in un altro ghigno, scrollando il capo.
- Vah, io non capisco! - esclamò il prete. - Non c'è stato
possibile, creda, mandarlo via.
- E non me ne andrò! - raffibbiò sordamente il Mauri,
guardando verso terra.
Silvio Gelli lo fissò un tratto; poi domandò al Righi:
- Questa è casa vostra?
- Albergo! - rispose il Mauri, invece del prete, senza alzar
gli occhi.
- Nossignore! - rimbeccò pronto il Righi, su le furie - Chi
gliel'ha detto? dove sta scritto? Questa è, se mai,
pensione, ma d'estate. Ora non è stagione, ed è casa mia
soltanto, e vi ricevo chi mi pare e piace, e le ripeto: Vada
via! Quante volte gliel'ho a dire? Come parere ch'io abbia
tollerato la sua sconvenienza, scusi! Lei non ha più nulla
da far qui, ora, che è venuto il signor professore! Dunque,
si levi su!
- Non me ne vado! - ripeté il Mauri, rimanendo seduto e
guardando fisso il prete, con gli occhi da matto.
- Neanche se vi scaccio io? - gli gridò allora il Gelli,
appressandosi e parandoglisi di fronte.
- Nossignore! M'insulti, mi bastoni; ma mi lasci star qui! -
proruppe, con un orribile schianto nella voce, il Mauri. -
Che le faccio io? che ombra posso più darle? Me ne starò
qua, in questa camera... per carità! Mi lasci piangere. Lei
non può piangerla, signore. La lasci piangere a me: perché
quella infelice non ha bisogno, creda, d'essere perdonata;
ma d'esser pianta! Lei, mi perdoni, avrebbe dovuto ammazzare
come un cane colui che prima gliela tolse e poi ebbe cuore
d'abbandonarla; non deve scacciar me che l'ho raccolta, che
l'ho adorata e che per lei ho spezzato anche la mia vita.
Per lei, io, Marco Mauri, sappia che ho abbandonato la mia
famiglia, mia moglie, i miei figli!
Si levò in piedi, così dicendo, con gli occhi sbarrati, le
braccia alzate, e soggiunse:
- Veda un po' se è possibile che lei mi scacci!
Silvio Gelli, in preda a uno sbalordimento che non lasciava
intendere se in lui fosse più sdegno o pietà, ira o
vergogna, rimase a guardare quell'uomo già maturo, così
alterato dalla furia del disperato cordoglio. Gli vide
scorrere grosse lagrime per la faccia contratta, che
andavano a inzuppargli l'ispida barba nera, qua e là
brizzolata, spartita sul mento.
Un gemito angoscioso venne dalla camera da letto.
Il Mauri si mosse istintivamente per accorrere. Ma il Gelli
lo arrestò, intimandogli:
- Non entri!
- Sì signore, - si rimise egli, inghiottendo le lagrime. -
Vada Lei; è giusto. Veda, veda se sia possibile far qualche
cosa. Lei è un gran medico, lo so. Ma già, meglio che muoja!
Dia retta, la lasci morire, perché... se lei è venuto a
perdonarla, io...
Si nascose il volto con le mani, rompendo un'altra volta in
singhiozzi, e andò a buttarsi di nuovo sul divanuccio, tutto
raggomitolato, nel rabbioso cordoglio che lo divorava.
Don Camillo Righi toccò pian piano il braccio al Gelli e
indicò la camera della moribonda, che forse si era scossa
dal letargo.
- Ma. no, scusate... - gli disse il Gelli, con un sorriso
sforzato, tremante su le labbra. - Intenderete bene che io
non m'aspettavo...
- Ha ragione, ha ragione; ma la prego di compatire: costui è
pazzo... - si lasciò scappare il Righi.
- Pazzo... pazzo... - nicchiò allora il Mauri. - Sì, per
disperazione forse, sì... per rimorso! Ma perché non gli hai
tu scritto, prete, che Flora s'è uccisa per me?
- Flora? - domandò il Gelli, senza volerlo.
- Fulvia, Fulvia, lo so! - si corresse subito il Mauri.
- Ma s'è fatta chiamar Flora, dopo. Lei non lo sa, e io so
tutto: la sua vita d'ora e quella di prima: tutto; e so
anche perché lei è venuto qua.
- Ah, bene! - esclamò il Gelli. - Io, invece, comincio a non
saperlo più.
- Glielo dico io! - ribatté il Mauri. - Senta: sono su
l'orlo d'un abisso, sia ch'ella viva, sia che muoja; posso
dunque parlare come voglio, senza più riguardo a nulla né a
nessuno.
- Signor professore, scusi... - si provò a suggerire di
nuovo il Righi, tra le spine.
- Ma no, ma no: lo lasci dire... - gli rispose il Gelli.
- Siamo davanti alla morte! - esclamò il Mauri. - Non c'è
più gelosia. Né lei, del resto, può aver ragione di
adontarsi di me. Flora, quand'io la conobbi, era sulla
strada. Dunque? Ha fatto male codesto prete a non scriverle
che si è uccisa per me.
- Ma io, - si scusò il Righi, tirato di nuovo in ballo, - io
ho obbedito al mio sacro ministero, e basta.
- Buffonate! - tornò a sghignare il Mauri. - Volete sul
serio rappresentare la commedia del perdono, adesso? Bene:
vada là, dunque, lei; vada ad accordarle il perdona e se ne
torni dond'è venuto, là, là, a Como, nell'amena sua villa di
Cavallasca, con l'amor proprio contento, con la bella
soddisfazione della propria generosità! Ma vi par questo i
luogo e l'ora di rappresentar commedie? Glielo dica lei
francamente, a codesto prete, che cosa l'ha spinto a venir
qua. Il rimorso, prete, il rimorso! Perché lui, lui, ridusse
quella disgraziata alla disperazione, tant'anni fa! È vero?
Lo dica. Finiamola. Là c'è una donna che muore assassinata.
Finiamola! Ora lei s'è fatto un uomo virtuoso, uno
scienziato illustre... Sfido! S'è tenuta con sé la
figliuola!
- Vi proibisco... - gridò il Gelli, fremendo in tutto i
corpo e contenendosi a stento.
- E che dico io? - riprese umile il Mauri. - Dico che
quell'anima innocente ha avuto il potere di farla rinsavire
non è vero? Ma pensi intanto, che neppure quella donna
sarebbe là, se lei non si fosse tenuta la figliuola.
- Voi avete abbandonato i vostri figli, e avete il coraggio
di parlare così, di fronte a me?
- Sissignore! E io m'accuso, io! Io sono qua con lo strazio
d'un doppio delitto, infatti. Perché l'ho ingannata io,
questa donna. Sissignore: le ho detto ch'ero scapolo, che
non avevo nessuno. Le ho detto la verità a modo mio. Quella
che era verità per me. Mia moglie invece, capisce? è andata
a trovarla... lì, a Perugia, e le ha detto... che le avrà
detto? Io non so! So che lei, lusingandosi di ridar la pace
a una famiglia, se n'è venuta qua, per torsi di mezzo... Ora
come vuole ch'io me ne vada? Lei, la martire, m'ha
perdonato. Ma a me non può bastare il suo perdono. Bisogna
che io me ne stia a piangere, qua, finch'ella è in vita, e
poi... poi, non so! Senta: mi vuol dare ascolto? Si levi la
maschera, lei che è venuto a perdonare, e vada a buttarsi in
ginocchio davanti a quel letto, a farsi piuttosto perdonare
lei, e dica a quella povera donna che è una santa, le dica
che è la vittima di tutti noi, le dica che gli uomini sono
vigliacchi: non si disonorano mai, gli uomini! Solo se
rubano un po' di danaro, perché, se poi rubano l'onore a una
donna, è niente! se ne vantano! Guardi, guardi come dovremmo
fare, noi uomini...
D'improvviso s'inginocchiò davanti alla sbiobbina atterrita;
le prese le braccia e le gridò:
- Sputami! Sputami! sputami in faccia!
Sopravvennero alle grida due donne, svegliate di
soprassalto, mezzo discinte: la signora Nàccheri, cognata
del Righi, vedova, e la figliuola Giuditta, con un bambino
in braccio.
Il Gelli e il prete erano rimasti lì, sbalorditi dalla
violenza di quel forsennato.
La Nàccheri accorse a liberare la povera sbiobbina, che
tremava tutta, lì lì per svenire.
- Va', va', Margherita! Oh guardate, Signore Iddio, che s'ha
a vedere! Ma si vergogni, lei, e la faccia finita una buona
volta! Siamo stufi, sa! siamo stufi! Su, via, si levi, su!
Il Mauri, rimasto ginocchioni, con la faccia per terra,
singhiozzava. A un tratto, balzò in piedi, e domandò:
- Non sono più un uomo civile, io, è vero? Non c'è più
neppure l'ombra della civiltà, in me? Che scompiglio, gran
Dio, per questo illustre signore che è venuto a perdonare!
per questo signor Canonichetto affittacamere! E lei,
signora? Oh oh oh, guarda! E il parrucchino riccio, biondo?
Se l'è dimenticato sul tavolino da notte? Buffoni, buffoni!
M'inchino, mille ossequii, buffoni!
E, inchinandosi furiosamente e sghignazzando, scappò via.
- Quell'uomo impazzisce... - mormorò il Gelli, stupefatto.
- Ma mi pare che sia già ito via col cervello, scusi! -
osservò la Nàccheri.
- Screanzato! - aggiunse la figlia.
Don Camillo Righi, rimasto più a lungo degli altri
trasecolato (pensava forse che il matto avrebbe potuto
buttargli in faccia ben altre accuse), si scosse per
presentare alla cara cognata e alla nipote il signor
professore, che aveva avuto la santa ispirazione di
accorrere all'invito, per accordare di presenza il perdono:
- Dio lo benedica! Tanto buono...
Le due donne cercavano di scusarsi con lui di quanto era
accaduto e per i loro indumenti notturni, quand'ecco di
ritorno il Mauri, ilare, che si spingeva innanzi un
omacciotto calvo, barbuto, stizzito dalla furia sconveniente
di quel matto.
- Ecco il dottor Balla!
- Lei vada via! subito! via! - inveì allora il Gelli,
afferrando per il bavero della giacca il Mauri e
scrollandolo e spingendolo verso l'uscio sul corridojo.
- Sissignore! sissignore! - disse il Mauri, senza opporre
nessuna resistenza, rinculando. - Mi lasci dire soltanto due
parole al dottore! Ecco, dottore; la salvi lei, per carità!
Non la faccia salvare a lui, altrimenti per me è perduta...
Me ne vado, me ne vado da me... si calmi!.. Mi raccomando,
dot...
Il Gelli gli diede un ultimo spintone e richiuse l'uscio.
- Ha fatto bene, benone, benissimo - esclamò il Righi
sollevato.
- Ma la porta, giù, scusate, perché ha da rimanere aperta? -
domandò la Nàccheri, stizzita, al cognato. - Che modo è
codesto? Va', Margherita, va': di' che chiudano subito!
La sbiobbina andò, e tutti, vedendola passare in mezzo a
loro, osservarono il modo con cui ella moveva le gambe
sbieche; come se non avessero altro da fare in quel momento.
Il dottor Balla sbuffò; poi, guardando con dispetto tutti
quei visi stravolti intorno a sé, annunziò:
- Sono stato a Montepulciano.
- Ah, bene! Dunque? - domandò il Righi.
- Dunque... che dunque? Niente! Una scarrozzata inutile. Ho
visto il collega Cardelli... gli ho riferito... Ma egli
stima... sì, inutile ormai la sua venuta.
- Abbiamo qui con noi, - disse il Righi, - il marito della
signora... il dottor Gelli... un luminare.
- Ah, - esclamò il Balla. - Felicissimo!
Gli s'appressò e, con la facondia collerica di un uomo
esasperato della propria sorte, il quale, convinto delle
persecuzioni continue di essa, abbia precisato nel suo
cervello le ingiustizie patite e le ripeta sempre con le
stesse parole, con la stessa espressione, quasi
compiacendosi di aver saputo così bene precisarle ed
esprimerle, gli espose le sciagurate condizioni in cui si
trovava in quel piccolo paese di Toscana, a esercitare la
professione di medico. C'era, è vero, un ospedaletto fornito
anche... sì, discretamente; ma erano due medici soli: l'uno,
il Nardoni, dedicato più specialmente alla chirurgia; lui,
alla fisica. Ora il collega Nardoni era infermo da parecchi
giorni.
- Infermo, già, infermo... - ripeté, come se il Nardoni
glielo facesse apposta, per creargli imbarazzi. Quindi
concluse improvvisamente: - Scusi, ha visitato la signora?
Il Gelli negò col capo.
- No? come no? Ah... già!
E il Balla guardò con stizza il Righi, compunto, e le due
donne ancor più compunte.
- Che dobbiamo fare, insomma? - domandò alla fine. - È già
quasi il tocco, scusino.
Il Gelli entrò per primo nella camera da letto; gli altri lo
seguirono.
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II.
La moribonda aveva aperto gli occhi, il cui
colore azzurro smoriva con infinita
tristezza tra il livido delle occhiaje
incavate. Alla vista del marito, fece quasi
per rannicchiarsi, sgomenta, nel fondo del
letto. Dagli occhi le sgorgarono due lagrime
che, non potendo scorrerle per guance, le
invetrarono lo sguardo smarrito.
Con un sorriso nervoso, involontario, che
esprimeva sforzo atroce che faceva su sé
stesso per dominare il fermento degli
opposti sentimenti: odio, nausea, pietà, i
dispetto, Silvio Gelli si chinò su lei:
- Fulvia, eh... vedi? eccomi qua... Tu m'hai
fatto chiamare, è vero? Son venuto.
- Opera di vera misericordia! - sospirò di
nuovo, da l'altra sponda del letto, don
Camillo Righi, per ajutarlo.
Ma il Gelli non gliene fu grato:
- No! Nient'affatto! - negò anzi, con ira. -
Sor venuto, debbo dirlo, per riconoscere il
danno... il danno degli antichi miei torti,
debbo dirlo. Non mi aspettavo, vero... di...
di sentirmelo dire da altri, ecco!
E sorrise di nuovo, nervosamente, guardando
in giro il dottor Balla, le due donne, il
prete, che annuirono, imb~arazzati.
- Ma sono venuto proprio per questo, -
raffermò, chinandosi di nuovo sul letto. -
Sì, Fulvia; e non mi pento d'esser venuto.
Si rialzò soddisfatto, parendogli d'avere
almeno rimediato in qualche modo al ridicolo
della sua posizione.
La moribonda aveva richiuso gli occhi, e le
due lagrime ora, le scorrevano lente. Agitò
le labbra.
- Che dici? - domandò egli, tornando a
chinarsi, pronto, su lei.
Tutti si protesero verso il letto.
- Grazie, - alitò ella.
- No, no, - rispose egli. - Ora, io... Che
dici?
Le palpebre chiuse della moribonda si erano
gonfiate e nuove lagrime e, quasi punte da
lievi tremiti, si agitavano insieme con le
labbra. Egli comprese che una parola, un
nome, tremava in quelle lagrime nascoste e
su quelle labbra, senza trovar la voce,
nell'angoscia; si rabbujò in volto
profondamente commosso:
- Livia?... Sì... Basta, ora... Non agitarti
così... Parleremo poi.
- La figlia, - spiegò piano il Righi al
dottor Balla. Questi chinò più volte il
capo, seccato; poi, vedendosi guardato dal
Gelli, domandò perplesso:
- Vogliamo?... Prego, signori, ci lascino
soli.
Il Righi, la cognata e la nipote uscirono,
trepidi, con gli occhi lagrimosi.
Il dottor Balla chiuse l'uscio della camera,
poi s'accostò al letto, per scoprire la
giacente. Ma questa, come impaurita,
fissando il marito, trattenne con una mano
la coperta, e disse:
- Tu?
- Come? - domandò il Balla, sorpreso, e si
volse a guardare il Gelli.
Gli vide il volto contratto, come per un
fitto spasimo improvviso, o per vivo
ribrezzo.
- Non vuoi? - le domandò il Gelli,
chinandosi un'altra volta su lei. - Non
debbo? È vero, sì... io non sono venuto qua
come medico... e forse...
Si alzò, guardò il medico e aggiunse:
- Mi assumerei una tremenda
responsabilità...
- Sono già tre giorni e una notte, - disse
il Balla, interpretando a suo modo la
perplessità del marito. - Ed è evidente che
il processo di infiammazione è molto
inoltrato... Tentare ora, dice lei? Eh già,
una tremenda responsabilità... Ma d'altra
parte...
- Sì, d'altra parte, bisognerà pure tentare,
- soggiunse il Gelli.
- Dunque, pazienza, eh? signora... - disse
allora il Balla, tirando pian piano la
coperta.
Ella richiuse gli occhi e aggrottò
dolorosamente le ciglia.
Il Balla si mise a sfasciare la ferita.
Nel silenzio, gli oggetti della camera, le
tende, la candela che ardeva sul cassettone,
riflessa nello specchio, parve al Gelli che
assumessero, nella immobilità loro,
sentimento di vita e fossero come sospesi in
una attesa angosciosa. Impressionato dalla
lucidezza di questa sua percezione, in quel
momento, si distrasse: guardò in giro la
camera, come per far la conoscenza di quegli
oggetti che così, in un paese lontano, a lui
ignoto, erano testimoni di quel triste
imprevedibile avvenimento della sua vita.
Quando il Balla lo richiamò a sé, dicendo: -
Ecco... - egli chinò subito gli occhi su la
ferita scoperta, calmo, e non vide altro,
non pensò più ad altro, come se fosse venuto
lì per un consulto. Esaminò a lungo,
attentamente, la ferita. Forse, tentata a
tempo la laparatomia, ci sarebbe stata
qualche speranza di salvezza. Ma ormai, dopo
quattro giorni...
Silvio Gelli si sollevò; guardò il Balla
acutamente. Questi si strinse nelle spalle
e, tanto per dire qualcosa, indicando certi
segni esteriori attorno alla ferita, diede
alcune spiegazioni affatto inutili.
Il Gelli si chinò di nuovo a osservare; poi
guardò la moglie, senza badare all'altro che
domandava:
- Rifasciamo?
Rifasciata e ricoperta, Fulvia schiuse gli
occhi, guardò il marito e domandò con un
filo di voce:
- Muojo?
- No, - rispose egli, posandole una mano su
la fronte. - Sta' tranquilla, sta'
tranquilla. A domani, dottore. Farò io.
Prepari tutto.
Il Balla lo guardò perplesso, se intendere
come una pietosa bugia quel proponimento e
quell'ordinazione.
- Gli strumenti dell'ospedale? - domandò.
- Sì, - rispose il Gelli. - Tutto.
- E... e farò venire anche, - aggiunse il
Balla, cercando gli occhi di lui per fargli
un cenno d'intelligenza, - anche la nostra
infermiera, che è il braccio destro del
collega Nardoni, eh?
- Nardoni? No, non c'è bisogno di lui.
- No, scusi... dico l'infermiera, Aurelia.
Sta da circa tredici anni, lì, nel nostro
ospedaletto.
- Ah! bene! - sospirò il Gelli, astratto. -
Tredici anni? Proprio tredici anni... è
vero, Fulvia? Tredici anni...
- Di che? - fece il Balla.
Non capiva. Attese ancora un po', quindi,
seccato, scrollò le spalle e andò via.
Silvio Gelli sedette accanto al letto. La
moribonda allora volse il capo verso di lui;
ma i capelli, nel volgersi, la impacciarono.
Egli con una mano glieli ravviò e,
intenerendosi a quel suo atto, sospirò:
- Povera Fulvia!
Sì, i capelli erano ancora quelli d'un
tempo, ma quanto, quanto più misero e
sparuto le rendevano ora il volto cangiato,
e che ruga, ora, su quella fronte un giorno
così altera! Tredici anni! Che abisso!
Ella si provò a sporgere una mano dalle
coperte, e ripeté più con gli occhi che con
le labbra:
- Grazie.
Egli prese quella mano e la tenne stretta
fra le sue.
Ma non il contatto delle mani l'uno e
l'altra avvertirono in quel punto: gli occhi
dovevano prima intendersi tra loro e non
potevano ancora, poiché non solo lo sguardo,
ma tutta l'aria di lui aveva per Fulvia
un'espressione nuova, incomprensibile. Cercò
egli con gli occhi di rassicurare, di
sorreggere quasi, lo sguardo di lei che gli
sfuggiva, come in un dubbioso attonimento, e
aggiunse con la voce:
- Sì, Fulvia... per tutto quello che tu
soffristi con me... e che hai sofferto dopo,
per causa mia, fino a questo punto... Questo
tuo atto disperato ne è una prova... Sì,
io...
S'interruppe; volse il capo verso l'uscio,
che il Balla, andandosene, aveva lasciato
aperto. Di là, c'era forse qualcuno che
poteva sentire; c'era stato quel matto che,
nel furore della passione, osava dire in
faccia a tutti la verità, e che aveva
creduto di interpretare il sentimento, ond'egli
era stato spinto ad accorrere al letto della
moglie moribonda. Ora egli ripeteva, quasi,
le parole di lui. Ma no, no, non era vero:
non dal rimorso soltanto era stato spinto a
venire; ma da qualch'altra cosa insieme,
anzi da qualche altra cosa principalmente:
da un bisogno strano. Doveva dirlo...
- Aspetta.
Le lasciò la mano e si recò a richiudere
l'uscio.
- Anch'io però, sai, Fulvia? ho sofferto
tanto anch'io: non saprei più dir come...
come non mi sarei mai aspettato. Subito, fin
dal primo giorno. Compresi tutto; e, nello
stesso tempo, non compresi più nulla...
Proprio così. La bestialità mia, cinica,
senza ragione e senza scopo, o meglio, con
questo solo scopo: di dimostrarti che io
potevo tutto e tu niente... Facevo... Che
facevo? Non mi sono mai divertito! Ma era
come una sfida... A urtoni, ma... coi
guanti, è vero? ti sospinsi fin quasi
all'orlo del precipizio, e ti lasciai lì,
esposta, senza riparo, senza difesa,
aspettando che la vertigine ti cogliesse. E
tu, disperata, col tuo orgoglio, accettasti
infine la sfida, ti lasciasti cogliere dalla
vertigine, e giù, nel precipizio! Che vuoto!
Con la piccina sola, abbandonata... io,
inetto... io, indegno... Ho cercato di
colmarlo, comunque, da allora, questo vuoto
dentro e intorno a me, con le cure per la
bambina... coi miei studii... invano! Dentro
di me più profondo... intorno a me, più
vasto, e nero! Ho cercato finanche di
soffrire, apposta, per affermare in qualche
modo me stesso in questo vuoto... Ma no;
niente: non soffro... non soffro per te, non
soffro per me; soffro per la vita che è
così: tu qua ti uccidi... un altro là
impazzisce... chi crede di ragionare e non
conclude nulla... Vengo qua; dico: Muore;
vuole andarsene in pace; va', va',
accorri... E il mio sentimento s'infrange
contro una realtà che non potevo immaginare.
Sì: io non debbo perdonare, debbo essere
perdonato. Mi perdoni?
Si tolse le mani dalle tempie: aveva come
parlato a stesso; si volse verso il letto:
ella si era di nuovo assopita con le ciglia
un po' sollevate, come inorridita di quel
che aveva inteso, e pareva che ne
singultasse ancora dentro, così muta,
rigida, col capo volto verso di lui.
Stette a contemplarla un pezzo, quasi
impaurito. Gli parve che lo stiramento delle
guance si fosse un po' allentato. E per un
momento, rivide precisa in quel volto
l'immagine ch'egli per tanti anni aveva
serbato di lei. Era bella, era bella ancora!
Chi sa fin dove era caduta?... Ma la nobiltà
dei lineamenti era rimasta intatta; come se
il fango non l'avesse toccata. O forse ora
la morte...
Si alzò pian piano, per non destarla, e in
punta di piedi si recò nella stanza attigua,
dove la sbiobbina era rimasta sola ad
aspettare.
- Dorme, - le annunziò sottovoce, mirandola,
costernato del mistero che pareva
racchiudesse in sé, nel silenzio di quella
notte orribile, quella creatura che viveva
quasi per una atroce beffa della natura.
Ella gli sorrise di nuovo, di quel suo
sorriso incosciente e disse:
- Vado io.
III.
Il Gelli si pose a sedere su la stessa
sedia, donde quella s'era levata, lì presso
al tavolino su cui ardeva la candela.
Poco dopo, sobbalzò. L'uscio, che dava sul
corridoio, si schiudeva come da sé, pian
piano, nel silenzio.
Marco Mauri sporse il capo, con un dito su
la bocca per far segno di tacere; e si
introdusse, dicendo sottovoce:
- M'ero nascosto qua, al bujo, nel corridojo...
Sss... Ora che siamo noi due soli, zitto
zitto, senza fiatare, me ne starò qui. Lei
me lo può permettere: nessuno ci vede. Qua
noi due soli, zitti zitti, eh?
Il Gelli lo guardò sorpreso, accigliato;
poi, senza volerlo, sorrise nervosamente a
un gesto supplice che quegli con ambo le
mani gli rivolgeva; scrollò le spalle e
gl'indicò il canapè lì presso. Il Mauri vi
si pose a sedere, tutto contento.
Stettero entrambi un lungo tratto in
silenzio.
Poi il Mauri disse:
- Se Lei volesse stendersi qua, a riposare
un poco... No, è vero? E neanche io. La
bestia vorrebbe dormire: la coscienza non
glielo permette. Molti anni fa, quando mi
morì un figliuolo, dopo nove notti di veglia
assidua, non sentii pena, sul momento: avevo
troppo sonno, e dovetti prima dormire; poi,
quando mi destai, il dolore mi assalì. Ma
allora la coscienza non mi rimordeva. Ora,
quattro notti, sa, che non chiudo occhio; e
non ho sonno!
Tacque un pezzo, assorto; poi domandò,
fissando la fiamma della candela:
- Come lo chiamavano gli antichi quel fiume?
Ah, sì! Lete... il Lete... già! Il fiume
dell'oblìo... Scorre nelle taverne, ora,
questo fiume. E io non bevo! Da quattro
giorni, sa? niente: neanche un boccone di
pane. Acqua, là nella conca della fontana,
giù in piazza, come le bestie. Acquaccia
amara, renosiccia! puh! ma non mi va niente
Un po' d'acido prussico m'andrebbe... Mi
sento gli occhi sa come? questi due archi
qua delle ciglia, come i due archi di certi
ponticelli che accavalciano la rena e i
ciottoli d'un greto asciutto, arido, pieno
di grilli... Ci ho due grilli maledetti, qua
negli orecchi: stridono, stridono, e mi
fanno impazzire... Parlo bene, eh? Mi par
d'essere in campagna, quando m'esercitavo
nell'oratoria, sperando d'esser promosso
Pubblico Ministero, e imbussolavo i temi e
poi mi mettevo a improvvisare ad alta voce,
fra gli alberi: Signori della Corte, Signori
Giurati... Parlo, parlo, mi scusi perché non
posso farne a meno... Ho una smania, qua,
nello stomaco... Mi metterei a gridare!
Si stese, così dicendo, bocconi, sul canapè,
col mento sul bracciuolo e gli occhi
sbarrati.
Il Gelli lo guatò e, preso da un senso di
paura, si alzò si diresse verso l'uscio
della camera da letto; guardò dentro; poi si
trattenne là, sulla soglia.
Il Mauri si rimise a sedere e domandò
ansiosamente:
- Riposa?
Il Gelli accennò di sì col capo.
- E... dica, non c'è più speranza
proprio?... Nessuna?.. Se riposa!... Me la
vuol far vedere? da costà dov'è lei... un
momentino... Sì?
Balzò in piedi: gli s'accostò, rattenendo il
fiato, si rizzò su la punta dei piedi e
guardò nella camera.
La sbiobbina, che sedeva accanto al letto,
vide così le teste di quei due uomini, l'una
presso l'altra, che guardavano la moribonda.
Lo stupore di lei si ripercosse sul Gelli
che respinse allora indietro, con un
braccio, il Mauri.
- A sedere... Andate a sedere.
- Sissignore... Grazie... - disse questi,
obbedendo. - Eh, muore... muore... muore...
Gli occhi gli si arrossarono, e copiose
lagrime ripresero a colargli per le guance,
mentre si sforzava di soffocare i singhiozzi
che gli scotevano il petto. Quand'ebbe
pianto, così, un pezzo, aprì le braccia, si
strinse nelle spalle e fece per parlare; ma,
sentendo che la voce gli usciva ancora
grossa di pianto, s'addentò una mano;
strizzò gli occhi; ricacciò indietro
violentemente le lagrime.
- Ce ne staremo qua, - poi disse, - tutti e
due insieme, buoni buoni, a vegliarla fino
all'ultimo... Come due coccodrilli... Poi la
accompagneremo fino alla fossa, e quindi
ciascuno riprenderà la sua via... Lei, la
riprenderà: lei ha una casa, una gioja... Ia
figliuola ignara. I-gna-ra - beata lei! I
miei figli, invece, sanno tutto. Ha svelato
loro tutto la madre, per istintiva crudeltà.
Che bisogno ne aveva? non mi ama, non mi ha
mai amato; non sa proprio che farsi di me.
Se li è cresciuti lei, là in campagna a modo
suo; e non hanno mai avuto per me né
rispetto né considerazione. Mi chiamano
Pretore; anzi Preto', come la loro madre, si
figuri! «È in casa il Preto'? No, è alla
Pretura il Preto'...» Ah, Lei non sa,
signore, che cosa voglia dire capitare a
venticinque anni in un paesettaccio, e
marcirvi per quattro, cinque, dieci eterni
anni... pretore! Se Le dicessi che io sposai
per avere in casa un pianoforte? Perché
musica io ho studiato; non ho mai studiato
legge... E ho sposato una donna più vecchia
di me, che aveva case e campagne... e che...
Ma se si diventa bruti! Dopo quattro o
cinque anni, assediati dalle miserie, dalle
bassezze umane, non ci resta più addosso
neppur una di quelle finzioni con cui la
società ci mascherava e scopriamo allora che
l'uomo è porco, per diritto di natura.
Scusi, sa! noi, questo diritto, ce lo siamo
negato, perché la società ci ha mandato a
scuola, da piccini, e ci ha insegnato
l'educazione, per farci soffrire e non farci
ingrassare; ma che c'entra? L'uomo bisogna
vederlo là, nel suo ambiente naturale, come
l'ho veduto io, tant'anni. Che uomini siamo
noi? Lei mi compatisce e io la rispetto...
Che bella cosa!
Rise e si stirò a lungo, prima da una parte,
poi dall'altra, le due bande della barba; ma
infine se le strinse tutt'e due nel pugno e
rimase a pensare, con gli occhi vividi,
ilari, parlanti.
Il Gelli stette un pezzo a osservarlo, poi
gli domandò con voce cupa:
- Dove l'avete conosciuta?
- Io? Flora? A Perugia, - s'affrettò a
rispondergli il Mauri, scotendosi. - Un mese
appena dopo il mio trasferimento colà, nel
gabinetto d'un mio collega, giudice
istruttore.
- Era arrestata?
- Nossignore. Era venuta per deporre. Stava
anche lei a Perugia da poco più d'un mese.
- Sola? Come?
- Mal'accompagnata. Con uno che...
aspetti!... un certo Gamba, sissignore, che
si spacciava per artista... per pittore: era
invece un miserabile applicatore mosaicista,
della Fabbrica di... di Murano, credo:
mandato per restaurare un mosaico di non so
più qual chiesa di Perugia. Ciò... ciò...
Ciò... Un mascalzone, che s'ubriacava tutti
i santi giorni, e... e la picchiava. Fu
trovato morto, una notte, su la strada, con
la testa spaccata.
Il Gelli si coprì il volto con le mani.
- Orrore, eh? - scattò il Mauri, levandosi
in piedi. - Mi faccia il piacere: lasci
andare! «Fin dove era caduta!», è vero? Che
orrore! Buffonate, via. Lei m'insegna che
tutto sta nel togliersi d'addosso, una prima
volta, sotto gli occhi di tutti, l'abito che
ci ha imposto la società. Si provi Lei, una
volta, a rubare cinque lire, e faccia che
venga scoperto nell'atto di rubare. Me ne
saprà dire qualche cosa! Ma Lei non ruba, è
vero? Grazie! E quella disgraziata avrebbe
forse fatto quello che fece se Lei, suo
marito... Lasci andare! lasci andare!
Eppure, sa? Flora, di Lei, non diceva male,
come non diceva male d'alcuno; neppure di
quel vigliacco che l'abbandonò, così da un
giorno all'altro, senza ragione. Lo scusava,
anzi; diceva d'averlo stancato, oppresso coi
suoi continui timori e la sua gelosia. E
anche Lei scusava, incolpando invece d'ogni
suo torto le donne, le donne che ella odiava
tutte profondamente in sé stessa... E
quando, pochi giorni or sono, sono venuto a
raggiungerla qua, ha voluto scusare anche
me, il mio tradimento, la mia menzogna,
incolpando sé stessa, certi suoi vezzi
involontarii, il malvagio istinto, com'ella
lo chiamava, il bisogno, cioè, che sentono
tutte le donne di piacere finanche al marito
della propria sorella...
Seguitò così un pezzo a sparlare, a
sparlare. Il Gelli aveva appoggiato le
braccia al tavolino, e vi aveva affondato il
volto. S'era addormentato? A un tratto,
Margherita, la sbiobbina, si presentò su la
soglia, spaventata. Il Mauri le fe' cenno di
non parlare.
- Morta? - domandò, senza voce.
Quella chinò il capo più volte, e allora il
Mauri, in punta di piedi, corse alla camera
da letto; ma, alla vista della donna
esanime, scoppiò in violenti singhiozzi e si
buttò su di lei disperatamente.
La sbiobbina s'accostò al dormente, per
scuoterlo; ma Silvio Gelli levò il capo
dalle braccia e le disse, aggrondato, con
gli occhi chiusi:
- Non dormo, sa. Lo lasci
piangere, ormai... Io lasci..
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