Il corvo però, come se godesse
del suono della sua campanella, s'aggirava
in alto, in alto, e non calava.
«Forse mi vede», pensò Cichè; e
si alzò per nascondersi più lontano.
Ma il corvo seguitò a volare in
alto, senza dar segno di voler calare. Cichè
aveva fame; ma pur non voleva dargliela
vinta. Si rimise a zappare. Aspetta,
aspetta; il corvo, sempre lassù, come se
glielo facesse apposta. Affamato, col pane
lì a due passi, signori miei, senza poterlo
toccare! Si rodeva dentro, Cichè, ma
resisteva, stizzito, ostinato.
- Calerai! calerai! Devi aver
fame anche tu!
Il corvo, intanto, dal cielo,
col suono della campanella, pareva gli
rispondesse, dispettoso:
- Né tu né io! Né tu né io!
Passò così la giornata. Cichè,
esasperato, si sfogò con l'asino,
rimettendogli la bardella, da cui pendevano,
come un festello di nuovo genere, le quattro
fave. E, strada facendo, morsi da arrabbiato
a quel pane, ch'era stato per tutto il
giorno il suo supplizio. A ogni boccone, una
mala parola all'indirizzo del corvo: - boja,
ladro, traditore - perché non s'era lasciato
prendere da lui.
Ma il giorno dopo, gli venne
bene.
Preparata l'insidia delle fave,
con la stessa cura, s'era messo da poco al
lavoro, allorché intese uno scampanellìo
scomposto lì presso e un gracchiar
disperato, tra un furioso sbattito d'ali.
Accorse. Il corvo era lì, tenuto per lo
spago che gli usciva dal becco e lo
strozzava.
- Ah, ci sei caduto? - gli
gridò, afferrandolo per le alacce. - Buona,
la fava? Ora a me, brutta bestiaccia!
Sentirai .
Tagliò lo spago; e, tanto per
cominciare, assestò al corvo due pugni in
testa.
- Questo per la paura, e questo
per i digiuni!
L'asino che se ne stava poco
discosto a strappar le stoppie dalla costa,
sentendo gracchiare il corvo, aveva preso
intanto la fuga, spaventato. Cichè lo
arrestò con la voce poi da lontano gli
mostrò la bestiaccia nera:
- Eccolo qua, Ciccio! Lo
abbiamo! lo abbiamo!
Lo legò per i piedi; lo appese
all'albero e tornò al lavoro. Zappando, si
mise a pensare alla rivincita che doveva
prendersi. Gli avrebbe spuntate le ali,
perché non potesse più volare; poi lo
avrebbe dato in mano ai figliuoli e agli
altri ragazzi del vicinato, perché ne
facessero scempio. E tra sé rideva.
Venuta la sera, aggiustò la
bardella sul dorso dell'asino tolse il corvo
e lo appese per i piedi al posolino della
groppiera; cavalcò, e via. La campanella,
legata al collo del corvo, si mise allora a
tintinnire. L'asino drizzò le orecchie e
s'impuntò.
- Arrì! - gli gridò Cichè, dando
uno strattone alla cavezza.
E l'asino riprese ad andare, non
ben persuaso però di quel suono insolito che
accompagnava il suo lento zoccolare sulla
polvere dello stradone.
Cichè, andando, pensava che da
quel giorno per le campagne nessuno più
avrebbe udito scampanellare in cielo il
corvo di Mìzzaro. Lo aveva lì, e non dava
più segno di vita, ora, la mala bestia.
- Che fai? - gli domandò,
voltandosi e dandogli in testa con la
cavezza. - Ti sei addormentato?
Il corvo, alla botta:
- Cràh!
Di botto, a quella vociaccia
inaspettata, l'asino si fermò, il collo
ritto, le orecchie tese. Cichè scoppiò in
una risata.
- Arrì, Ciccio! Che ti spaventi?
E picchiò con la corda l'asino
sulle orecchie. Poco dopo, di nuovo, ripeté
al corvo la domanda:
- Ti sei addormentato?
E un'altra botta, più forte. Più
forte, allora, il corvo:
- Cràh!
Ma questa volta, l'asino spiccò
un salto da montone e prese la fuga. Invano
Cichè, con tutta la forza delle braccia e
delle gambe, cercò di trattenerlo. Il corvo,
sbattuto in quella corsa furiosa, si diede a
gracchiare per disperato; ma più gracchiava
e più correva l'asino spaventato.
- Cràh! Cràh! Cràh!
Cichè urlava a sua volta,
tirava, tirava la cavezza; ma ormai le due
bestie parevano impazzite dal terrore che si
incutevano a vicenda, l'una berciando e
l'altra fuggendo. Sonò per un tratto nella
notte la furia di quella corsa disperata;
poi s'intese un gran tonfo, e più nulla.
Il giorno dopo, Cichè fu trovato
in fondo a un burrone, sfracellato, sotto
l'asino anch'esso sfracellato: un carnajo
che fumava sotto il sole tra un nugolo di
mosche.
Il corvo di Mìzzaro, nero
nell'azzurro della bella mattinata, sonava
di nuovo pei cieli la sua campanella, libero
e beato.