III.
Avrebbe voluto attaccarsi subito
al seno il piccino; il padrone era d'accordo
con lei; ma Ersilia, che doveva in tutto
contrariare il marito, nossignore, volle
prima che un medico esaminasse il latte.
- C'è bisogno del medico? -
disse Annicchia, ridendo. - Non vede come
sto?
Era raggiante di salute, fresca
e rosea.
Ersilia, dal letto, la guardò
odiosamente, come se ella, con quelle
parole, avesse voluto attirare l'attenzione
del marito.
- Il medico! Voglio subito il
medico! - insistette.
E il Mori, borbottando la sua
solita frase, dovette andare per il medico.
Questi venne verso sera, quando
già Annicchia spasimava di nuovo per il seno
inturgidito, e il bambino, che non riusciva
ad attaccarsi a quello, del resto, arido
della madre, trangosciava, affamato.
Ennio avrebbe voluto assistere
alla visita; ma la moglie lo cacciò via:
- Che hai da vedere? Di'
piuttosto a Margherita che porti un
cucchiajo e un bicchier d'acqua.
- Bionda, eh?... bionda...
bionda... - diceva, in tanto, il medico che
aveva in vezzo ripetere tre e quattro volte
di seguito la stessa parola, guardando con
aria astratta, come se stentasse ogni volta
a fissare il pensiero.
Annicchia, nel vedersi osservata
a quel modo, diventò rossa come un papavero.
- Bionda, eh? diciamo,
gentilissima signora, - seguitava intanto il
medico, - bionda, è vero? gentilissima
signora... Bella giovane... bella, e pare
sana, anche sana... Ma bruna, eh, bruna,
bruna sarebbe stata meglio... Il latte delle
brune, sicuro, il latte delle brune...
Basta, vediamo un po'.
Fece alzare il capo ad Annicchia
e le esaminò le glandule del collo; dopo
altre osservazioni, distratto, cominciò a
sbottonarle il corpetto. Annicchia, tremante
di vergogna, stupita e imbarazzata, cercò di
impedirglielo, riparandosi il seno con le
mani.
- Cava, eh? cava fuori, - le
disse il medico.
Ersilia scoppiò a ridere.
- Perché... perché ri... perché
ride, gentilissima signora?
- Ma non vede come si vergogna
codesta sciocca? - gli fece notare Ersilia.
- Di me? Io sono il medico!
- Non c'è avvezza, - riprese
Ersilia. - E poi le nostre donne, sa, noi
siciliane non siamo mica come le donne di
qua.
- Ah, - fece subito il medico, -
capisco, capisco... so bene, so bene... più
pudibonde, eh? pudibonde... Ma io sono il
medico; un medico è come il confessore.
Vediamo un po': spremi tu stessa qualche
goccia in questo cucchiajo. Quanto tempo ha
il tuo figliuolo?
- L'ho comprato, - rispose
Annicchia, forzandosi a guardarlo in volto,
- che saranno due mesi.
- L'hai comprato? che dici?
- Come debbo dire?
- Ma fatto, figliuola mia,
fatto... I figliuoli si fanno... si fanno...
Che c'è di male?
Quando il medico finalmente,
dopo l'esame del latte andò via, Annicchia
si abbandonò su una seggiola, sfinita come
se avesse sostenuto una tremenda fatica:
- Ah, signorina mia, che
vergogna! mi sentivo morire.
Poco dopo, udendo vagire il
bambino, corse alla culla e subito gli porse
il petto.
- Tie', sàziati, figlio bello
mio, animuccia mia!
Ersilia, dal letto, la guatò di
nuovo: le vide i biondi capelli dorati,
spartiti nel mezzo, in due bande che si
ripiegavano sugli orecchi e le
incorniciavano il volto delicato; le
intravide il seno meravigliosamente bianco e
formoso; e le disse, stizzita:
- Sarebbe stato meglio
custodirlo, prima; e poi dargli il latte per
addormentarlo.
- Lo lasci succhiare, poverino!
- esclamò Annicchia. - Ha proprio fame! Se
sentisse come succhia, come succhia!
Poco dopo, nella camera accanto,
destinata a lei e al piccino, non rifiniva
d'esclamare, ammirando la mobilia e i
cortinaggi:
- Gesù! che cose, a Roma! che
cose!
E si sentì impacciata davanti a
quel letto nuovo, così bello, apparecchiato
per lei. Ricordò allora l'impaccio più vivo
provato, due anni addietro, alla vista di un
altro letto, nel quale per la prima volta
avrebbe dovuto coricarsi non più sola:
rivide col pensiero la sua casetta lontana,
com'era già, allorché Titta, senza quelle
ideacce cattive che lo avevano rovinato,
aveva messa su, amorosamente, per le nozze;
com'era adesso, squallida e nuda, con due
seggiole appena e un letto solo, per lei e
per la suocera.
Ora la vecchia laggiù lo aveva
tutto per sé, quel letto a due, poiché forse
il bambino dormiva in casa della vicina.
Povero Luzziddu, così piccino, là, fuori di
casa, e con la mamma sua così lontana! Certo
quella donna non poteva aver per lui le cure
che aveva per il proprio figliuolo; e
Luzziddu, messo da parte doveva aspettar
quieto quel po' che avanzava: lui, lui che
finora aveva avuto tutta per sé la mamma
sua!
Annicchia si mise a piangere; ma
poi, temendo che qualcuno se n'avvedesse,
asciugò le lagrime e, per confortarsi, pensò
che lì presso, a guardia, c'era la nonna, la
quale, all'occorrenza, avrebbe saputo farsi
valere con quel suo fare cupo e imperioso.
Degna madre di Titta! Ma buona in fondo,
com'era buono Titta; certo col tempo si
sarebbe convinta che, se la nuora aveva
osato disobbedire, vi era stata costretta
dalla necessità e per il bene di tutti.
Ora, per dimostrare quasi a sé
stessa ch'era stato un sacrifizio il suo e
che, nel compierlo, aveva pensato soltanto
al bene degli altri e non al suo, avrebbe
voluto dormire magari per terra e non lì, su
quel letto signorile, sotto quel
cortinaggio: il piccino, lì, poiché tutta
quella ricchezza era profusa per lui; e lei
per terra, come una cagna. Non le dava
proprio l'animo di entrare sotto quelle
coperte, pensando allo strame su cui giaceva
il suo Luzziddu e a quello della suocera.
Ma, di lì a pochi giorni, il
goffo e pomposo abbigliamento recato dalla
sarta doveva maggiormente offenderla in quel
suo segreto sentimento. Erano proprio per
lei tutte quelle galanterie, grembiuli
ricamati, nastri di raso, spilloni
d'argento? E doveva uscire così, come se
dovesse andare a una mascherata?
Ersilia, che già s'era levata di
letto, si stizzì acerbamente:
- Uh, quante smorfie! Me
l'aspettavo. Qua usa così, e così devi
vestire, ti piaccia o non ti piaccia.
- Come comanda Vossignoria, -
s'affrettò a risponderle Annicchia, per
calmarla. - Mi perdoni. Vossignoria ha speso
tanti bei denari per me che non merito
nulla. E poi, che c'entra? Vossignoria è la
padrona... Dicevo, che mi sembra curioso...
perché nel nostro paese...
- Qua siamo a Roma, - troncò
Ersilia. - Del resto, stai benissimo.
Era vero. Il rosso acceso dello
zendado dava un vivo risalto al biondo dei
capelli, all'azzurro degli occhi limpidi e
gaj. Ersilia era certa che, uscendo a
passeggio con lei, avrebbe fatto una pessima
figura; ma la vanità, l'ambizione di aver la
balia parata riccamente, erano più forti in
lei della stessa gelosia.
La condusse con sé, la prima
volta, in carrozza.
Annicchia, infocata in volto
dalla vergogna, teneva gli occhi bassi, sul
piccino che le giaceva in grembo. Ersilia
intanto notava che tutti per via si
fermavano e si voltavano a mirarla.
- Su, su, - le disse, - tieni
alta la testa. Non diamo spettacolo! Pare
che t'abbiano schiaffeggiata!
Annicchia si provò ad alzare gli
occhi e a tener alta la testa. A poco a
poco, la maraviglia dello spettacolo
insolito e grandioso della città le fece
scordar la vergogna, e si mise a guardare
come allocchita, dove Ersilia le indicava.
- Gesù, Gesù, - mormorava tra sé
Annicchia, - che cose grandi! che cose...
Rientrò in casa, da quella prima
passeggiata, stordita, quasi vacillante, con
gli orecchi che le ronzavano, come se fosse
stata in mezzo a un tumulto e avesse
faticato tanto a uscirne. E si sentì di gran
lunga, di gran lunga più lontana dal suo
paese, come non si sarebbe mai immaginato e
quasi sperduta in un altro mondo, che non le
pareva ancor vero.
- Gesù! Gesù!
Intanto, di là, il Mori dava a
leggere alla moglie una lettera arrivata
dalla Sicilia, durante l'assenza di lei.
La signora Manfroni scriveva
alla figlia che la vecchia Marullo le aveva
rimandato il denaro che ella secondo
l'accordo con Annicchia, le aveva anticipato
sulla prima mesata del baliatico: la vecchia
non aveva voluto neanche vederlo da lontano;
piuttosto, diceva, sarebbe morta di fame o
sarebbe andata a mendicare di porta in porta
un tozzo di pane. Intanto, era venuta la
vicina, a cui Annicchia aveva affidato il
bambino, a protestare contro quella vecchia
strega, che non le voleva dar nulla, neanche
per provvedere ai bisogni della creaturina.
La signora Manfroni aggiungeva che aveva
dato a quella vicina metà della mesata, a
patto però ch'ella desse ogni giorno alla
vecchia, come carità che partisse da lei, un
piatto di minestra per non farla proprio
morir di fame. Consigliava alla figlia di
non stare a mandar l'altra metà che la
Marullo non avrebbe mai accettato, e
concludeva dichiarandosi dolentissima di
essersi cacciata in questo impiccio per aver
voluto seguire il consiglio altrui.
- Il tuo bel consiglio! - scattò
Ersilia, ripiegando la lettera. - Non devi
farne mai una giusta!
- Io? - rimbeccò Ennio. - E che
ho forse scritto alla tua degnissima signora
madre che mi scegliesse per balia la nuora
d'una pazza furiosa?
- No; ma di volere una balia
siciliana! Se non avessi avuto questa
splendida idea, non ci troveremmo ora in
questi impicci. Del resto, va' là, va' là
che ti piace, e molto, la balietta
siciliana! Già me ne sono accorta.
Il Mori sgranò tanto d'occhi.
- La balia di mio figlio?
- Grida, grida: fa' sentire
tutto di là...
- Prima mi pungi, e poi vuoi che
non gridi? Anche gelosa della balia di mio
figlio, adesso? Sei pazza?
- Tu sei pazzo! Avessi tu tanto
sale qui, quanto ne ho io! Intanto, che si
fa? che dobbiamo farne, di questo denaro?
- Non vorrai mica, spero,
spiattellarle che sua suocera lo rifiuta.
- Ma figùrati! Darle questo
dispiacere? Me ne guarderei bene!
Il Mori perdette la pazienza e,
scrollandosi rabbiosamente, andò via.
IV.
Gli toccava, ora, anche questo:
privarsi di fare una carezza, finanche di
volgere uno sguardo al suo piccino, perché
la moglie sospettava già che la balia
potesse interpretar quelle carezze, quegli
sguardi come rivolti a lei.
- E perché, - gli domandava
ella, infatti, - perché non ti compiaci di
tuo figlio quando sta in braccio a me, e vai
invece a fargli tante smorfie quando sta con
quella?
Sdegnato, avvilito di
quell'ingiusto e odioso sospetto, Ennio le
gridava:
- Ma se con te non ci sta mai!
Il bambino, ogni qual volta ella
se lo prendeva in braccio, si metteva a
piangere e tendeva le manine alla balia.
Forse ella lo teneva male, non tanto perché
non ci fosse avvezza, quanto per timore che
potesse averne sporcate le ricche vesti da
camera di cui faceva grande sfoggio.
Quantunque non ricevesse mai
visite e di rado uscisse di casa, pure
spendeva enormemente per gli abiti, dei
quali alla fine restava sempre scontenta,
come di tutto e di sé stessa. Si sentiva, ed
era forse davvero infelice; ma di questa sua
infelicità incolpava gli altri, anziché la
propria indole scontrosa, l'aspro carattere,
la mancanza di ogni garbo. Era convinta che
se si fosse imbattuta in un altr'uomo che
l'avesse amata e compresa, non avrebbe
sentito tutto quel vuoto che sentiva dentro
e attorno a sé. Ora le era venuto in uggia
finanche il bambino, perché questi
dimostrava di voler più bene alla balia che
a lei. E non passava giorno che,
anneghittita in quell'ozio, non piangesse di
nascosto. Il marito le vedeva qualche volta
gli occhi gonfi e rossi, ma fingeva di non
accorgersene; schivava quanto più poteva di
parlare con lei, ormai certo che, per quanto
dicesse o facesse, non sarebbe riuscito a
ispirarle, a comunicarle quell'affetto per
la vita, di cui ella sentiva il desiderio
smanioso, ma del quale nello stesso tempo la
riteneva incapace. Se l'aspettava dagli
altri, la vita, senza intendere che ciascuno
deve farsela da sé. Del resto, se era
infelice, non meno infelice era lui che
doveva viverci insieme. Bella esistenza, la
sua! Tutto il giorno tappato lì, nello
studio. Meno male che, di tanto in tanto,
venivano a trovarlo gli amici del partito,
coi quali poteva almeno sfogarsi, discutere
liberamente.
Durante quelle discussioni, il
vecchio scrivano dello studio era mandato in
sala. S'inchinava, ogni volta,
profondamente, il signor Felicissimo
Ramicelli a quei signori rivoluzionari e
usciva con molta dignità. Appena varcata la
soglia però, e richiuso l'uscio, strizzava
un occhio, sollevava un piede e si
stropicciava, contentone, le mani; poi
rizzandosi le punte dei baffetti ritinti,
andava a seder su la panca della sala
d'ingresso, con la speranza che vi capitasse
Annicchia, la bella balietta siciliana.
Già aveva tentato d'attaccar
discorso con lei:
- Sai come mi chiamo?
Felicissimo.
Ma Annicchia pareva non capisse;
gli voltava le spalle; e il signor Ramicelli
diceva allora a sé stesso:
- Felicissimo, eh già! Ma di
che?
Gli avevano imposto, come un
augurio, questo bel nome superlativo. -
Grazie! - ma, proprio, nella vita, non aveva
trovato mai di che dichiararsi, non che
felice, ma neppure appena appena contento,
il signor Ramicelli. Guadagnava otto lirette
al giorno, che gli sarebbero bastate forse,
se non avesse avuto un vizietto... un certo
vizietto...
- Eh, come si fa?
Le belle donnine...
Quell'Annicchia, per esempio,
che bocconcino! Ogni qualvolta la vedeva, si
sentiva toccar l'ugola. E gli pareva anche
una buona ragazza: gli pareva, intendiamoci!
perché tutte le balie, si sa: ragazze andate
a male, roba da... da guerra, là!
Annicchia, notando le occhiate,
i lezii da scimmia del signor Ramicelli, non
sapeva se dovesse riderne o aversene a male.
Le sembrava tanto curioso quel vecchietto
ancora così biondo! Certo, se non era già
andato via col cervello, poco ci doveva
mancare.
Là, nella saletta d'ingresso,
ella tentava di mettere a prova i piedini
del bimbo, reggendolo sotto le ascelle. Non
era ancor riuscita, dopo sei mesi, a
pronunziare correttamente il nome che il
Mori aveva imposto al bambino: Leonida. Lo
chiamava Nònida.
- Ma che Nònida! - le diceva il
signor Ramicelli, per stuzzicarla. -
LE-O-nida.
- Io non so dirlo.
- E Felicissimo? Non sai dirlo
neppure Felicissimo? Mi chiamo proprio così,
sai?
Annicchia si riprendeva in
braccio il bambino e andava via dalla
saletta, dicendo:
- Non ci credo.
- E neppure io, - concludeva,
filosoficamente, il signor Ramicelli, che
restava lì ad aspettare che la discussione
nello studio terminasse.
- Tattica... Farabutti...
L'educazione del proletariato... Programma
minimo... - Queste e simili espressioni
giungevano, di tratto in tratto, a gli
orecchi del Ramicelli, il quale scoteva
malinconicamente il capo e si volgeva
piuttosto a guardare verso l'uscio per cui
era andata via la balia, e sospirava. Gli
giungeva di là, qualche volta, una certa
ninna-nanna paesana, che Annicchia cantava
con voce dolce e malinconica, forse pensando
al suo bambino, e guardando intanto questo
che già, col suo latte, s'era fatto grosso e
bello, anche più grosso di quanto aveva
lasciato il suo, là! Ah, un gigante, certo,
si sarebbe fatto, povero Luzziddu, se ella
avesse potuto allattarlo! E invece... chi
sa! Le passavano tante brutte ideacce per il
capo! Spesso se lo sognava infermo, magro
magro, pelle e ossa, col colluccio vizzo e
un testone da rachitico che gli
s'abbandonava ora su una spalluccia ora
sull'altra e gl'ingrossava di punto in
punto, mentr'ella stava a contemplarlo,
raccapricciata, allibita: - Questo, il mio
Luzziddu? così s'è ridotto? - E voleva, nel
sogno angoscioso, dargli il suo latte,
subito subito; ma il bambino allora la
guardava con gli occhi cupi, truci della
nonna, e voltava la faccia, rifiutando il
seno ch'ella gli porgeva. Che strazio! Si
destava col cuore in gola, e fino a giorno
non riusciva a togliersi dagli occhi
l'immagine del figliuolo ridotto in quello
stato.
Non ardiva più, intanto, di
parlarne alla padrona che già più volte le
aveva risposto male, forse perché urtata
della sua soverchia insistenza, o forse
perché temeva che ella - pensando troppo
alla sua creaturina - trascurasse il bimbo.
Ma questo no, in coscienza: non poteva, né
doveva dirlo: eccolo qua Nònida, florido e
vispo!
Annicchia quasi quasi non sapeva
più riconoscere nella padrona d'oggi la
signorina Ersilia d'un tempo, così malamente
si vedeva trattata: peggio d'una serva.
Faceva di tutto per lasciarla contenta, si
piegava a tanti servizii a cui non era
obbligata, ora che Margherita, la sorda, era
andata via; e si sforzava di parere allegra
e di rincorare anche la padrona che dava in
ismanie e si disperava per ogni nonnulla.
- Eccomi qua, ci sono io, faccio
tutto io, signorina mia, non si confonda.
Avrebbe voluto, in compenso, un
po' più di considerazione. Per esempio,
quando arrivavano le lettere dalla
Sicilia... Gliele recava lei, tutta
contenta, esultante:
- Signorina! Signorina!
- Che c'è? Hai preso un terno al
lotto?
La agghiacciava, ogni volta, con
quelle parole. Stava ad aspettarla ch'ella
finisse di leggere la lettera, sperando che
le desse subito notizia del suo bambino, ma
che! nulla; doveva domandargliene lei,
quando le vedeva rimettere il foglio nella
busta.
- E di Luzziddu, niente?
- Sì; dice che sta bene.
- E mia suocera, mia suocera?
- Anche.
Doveva contentarsi di queste
risposte. Ma possibile che di laggiù non le
mandassero a dire altro? Ah come si pentiva
adesso di non avere imparato a scrivere!
Aveva, sì, supposto, partendo, che la
lontananza le sarebbe riuscita penosa; ma
tanto poi no: era un vero supplizio, così!
Il bambino, però, tra pochi
giorni, avrebbe compiuto sette mesi: a nove,
per volontà del padre, doveva essere
svezzato: dunque, due mesi ancora di quelle
sofferenze. Pazienza!
Non s'aspettava, confortandosi e
rassegnandosi così alla mala sorte, quel che
doveva accaderle proprio nel giorno che il
bambino compiva il settimo mese: giorno di
doppia festa, perché a Nònida era anche
spuntato il primo dentuccio.
Sentendo sonare quel giorno il
campanello alla porta, e parendole dalla
scampanellata che fosse il postino, s'era
recata ad aprire tutta contenta, al solito;
ma a un tratto, senza aver avuto neanche il
tempo d'accorgersi a chi avesse aperto,
s'era trovata per terra, intronata da un
terribile schiaffo. Titta Marullo, il
marito, pallido, scontraffatto dall'ira, le
era sopra, con un piede alzato, per pestarle
la faccia.
- Brutta cagna! Dov'è il tuo
padrone?
Al grido, accorsero il Mori, la
moglie, il signor Ramicelli. Titta Marullo,
pallido come un morto, si accostò al Mori,
gli prese il bavero della giacca e,
scrollandoglielo pian piano:
- Mio figlio è morto, sai?
Morto! - aggiunse, voltandosi verso
Annicchia che aveva cacciato un urlo. - E tu
ora, che vuoi fare? Me lo paghi o vuoi darmi
il tuo?
- È pazzo! - gridò Ersilia,
tremando, spaventata.
Il Mori respinse con un urtone
il Marullo, inclicandogli la porta, furente
nel corpicciuolo nervoso:
- Via! - gridò. - Mascalzone!
Esci di casa mia, subito!
- Che fai? - gli disse il
Marullo, venendogli avanti, a petto. - Io
non ho più nulla da perdere, bada! Mia madre
è all'ospedale: mio figlio e morto! Sono
venuto a sputarti in faccia e a prendermi
questa cagna. Su, alzati! - aggiunse,
rivolgendosi alla moglie che stava ancora
buttata a terra.
Ma, a questo punto, il Ramicelli
ch'era scappato via, non visto, ritornò
ansante e spaventato, insieme con due
guardie di questura, alle quali subito il
Mori, che tremava tutto di rabbia, si
rivolse, concitatissimo:
- Via! conducetelo via! È venuto
a insultarmi, a minacciarmi fino in casa,
codesto mascalzone!
Le due guardie afferrarono per
le braccia il Marullo che cercava di
svincolarsi, gridando: - Io voglio mia
moglie! - e lo trascinarono via, seguiti dal
Mori, che volle recarsi in questura a
denunziare l'aggressione patita.
V.
Il giorno dopo, senza fretta,
arrivò la lettera della signora Manfroni,
che annunziava la morte del bambino e la
malattia della vecchia Marullo. Di Titta,
nessun cenno.
Il Mori suppose dapprima ch'egli
fosse evaso dal domicilio coatto; ma poi
venne a sapere che era stato graziato per
intercessione del prefetto, a cui la madre,
ammalata, aveva rivolto una supplica
dall'ospedale. La questura di Roma, intanto,
lo aveva rimandato in Sicilia, sotto la
minaccia che sarebbe tornato al suo luogo di
pena, se laggiù avesse minimamente tentato
di sottrarsi alla sorveglianza speciale, a
cui era stato sottoposto per tre anni.
Ad Annicchia, per lo spavento
del marito e lo strazio della morte del
figlio, era sopravvenuta una fierissima
febbre. Parve per tre giorni che volesse
impazzire; poi il delirio, le allucinazioni
cessarono; rimase come stordita, in un
istupidimento che costernava anche più delle
furie di prima. Guardava, e pareva non
vedesse; udiva ciò che le si diceva,
rispondeva di sì col capo o con la voce, ma
poi dimostrava di non aver compreso.
Il latte le era venuto meno; e
il bambino si era dovuta svezzare. Tutta la
casa era sossopra. Ersilia, inesperta,
inetta a tutto, aveva dovuto vegliar due
notti il bambino che voleva la balia e non
si quietava un momento; aveva dovuto anche
attendere alla casa, dar le prime istruzioni
alla nuova serva; badare anche un po' alla
malata; ed era su le furie contro il marito,
che si guardava attorno, con un giornale in
mano, senza saper che fare. Ma che avrebbe
potuto fare?
- Che? - gli gridava la moglie.
- Ma muoverti, darti attorno! Non vedi che
io sono qua sola, senza nessuno; col bambino
in braccio; e non posso badare anche a lei
che mi ha cagionato tutto questo scompiglio?
Va', esci, procura di trovarle posto in
qualche ospedale!
Ennio, a tale proposta, si
fermava a guardarla trasecolato.
- All'ospedale?
- Pietà, compassione? -
riprendeva Ersilia, inviperita. - Per lei, è
vero? non per me, che non dormo più da tante
notti, che non trovo più neanche il tempo da
pettinarmi. Devo fare la serva a tutti? Ma
aspetta che si rimetta in piedi, e ti farò
vedere! Neanche un giorno, neanche un minuto
deve rimanere più in casa mia!
Non ebbe però il coraggio di
porre a effetto questa minaccia, appena
Annicchia si fu un poco rimessa. Tentò di
muovergliene il discorso, dichiarandole che
teneva a disposizione di lei il danaro che
la suocera aveva rifiutato; ma Annicchia le
rispose:
- E che vuole che me ne faccia
più, oramai? Non ho più che questo qua, ora!
E si strinse al seno Nònida,
ch'era tornato a lei e le dimostrava lo
stesso amore, quantunque divezzato.
La prima volta che la serva
glielo recò lì a letto, ne provò una viva
repulsione; per lui il suo bambino era
morto! Ma poi, commossa dall'amorosa
impazienza con cui il piccino ignaro le
tendeva le manine, se lo abbracciò stretto
stretto, come si sarebbe abbracciato il suo
stesso figliuolo, e sciolse il cordoglio che
la soffocava in un pianto senza fine.
Il piccino le cercava ancora il
seno.
- Ah figlio, ah figlio! che vuoi
più da me? non ho più nulla, io, non posso
dar più nulla, io, né a te né a nessuno...
Finì la mamma tua, amore mio, finì! finì!...
Ah se almeno avesse potuto
sapere con certezza come, perché fosse morto
il suo bambino, se per mancanza di
nutrimento o per qualche male non curato.
Doveva rassegnarsi così, senza saperne
nulla, più nulla? Possibile? Come fosse
morto un cagnolino! Oh povero innocente
abbandonato, senza la mamma sua accanto,
senza il padre, senza nessuno, morto lì, fra
mani estranee, oh Dio! oh Dio!
Ma chi si curava, ora, della sua
pena? La padrona, anzi, era in collera con
lei, per via del figlio, privato
improvvisamente del latte, a soli sette
mesi: e aveva ragione, sì perché anche lei
era mamma e non poteva darsi pensiero che
del suo figliuolo. Che importava a lei che
quell'altro fosse morto? Dispetto poteva
sentirne, non dolore. «Sì, ma deve pur
comprendere», pensava Annicchia, «che il suo
figliuolo appartiene, ora, anche a me: che
se ella ci ha messo la pena di farlo, io ci
ho rimesso il figlio per lui: e ora non mi
resta più altro.»
Per quanto a Ersilia non
dispiacesse di sottrarsi al fastidio del
bambino, pure non voleva che questo
s'affezionasse di più a colei, che già lo
considerava come suo. E si raffermava sempre
più nel proposito di mandarla via. Del
resto, che obbligo aveva di tenerla ancora?
Non era adatta né a far da serva né da
bambinaja. Ella poi voleva che il suo
piccino imparasse a parlar bene l'italiano,
e, con quella accanto, che parlava soltanto
in dialetto, non sarebbe stato possibile.
Dunque, via! via! O doveva forse tenerla
perché desse spettacolo della sua bellezza
al marito? Via! via! E il marito stesso
doveva licenziarla.
- Io? Perché io? - le disse il
Mori.
- Perché tu sei il capo di casa.
E poi, perché non so che cosa ella si sia
fitto in mente, per la pietà, per la
commiserazione che tu hai voluto dimostrarle
in questa occasione.
- Io? - ripeté Ennio. - Non le
ho dimostrato nulla, io.
- L'avrà forse creduto lei,
allora. Per me fa lo stesso. Non vedi? Crede
già di essere a casa sua. Le madri così,
qua, le padrone di casa, saremmo due. Ora,
se questo può piacere a te, a me non piace!
Ennio, pur sapendo che faceva
peggio, si provò ancora una volta a
ragionare:
- Ma scusa: perché vuoi
ostinarti a vedere il male dove non è, a
crearti fantasmi odiosi, quando io, con la
mia vita di studio, di lavoro, non ti ho mai
dato cagione di dubitare di me? Hai visto
che, per stare in pace, per contentarti, mi
sono finanche vietato di fare una carezza al
mio bambino. Diffidi ora di quella
poveretta? Ma ti pare che possa sorriderle
il pensiero di tornare laggiù, dove non
troverà più il figlio, dove troverà invece
un bruto, che la incolpa della morte del
bambino e di cui lei ha paura? Avendo
perduto il proprio figliuolo, per esser
venuta qua ad allattare il nostro, crede
d'aver acquistato il diritto di stare in
casa nostra, presso a quest'altro bambino,
al quale ha sacrificato il suo. Non ti par
giusto? non ti par ragionevole?
Ripeteva, senza volerlo, quel
che aveva scritto poco prima che la moglie
entrasse nello studio a parlargli.
Riflettendo intorno al triste caso di quel