Novelle per un anno - 1923 - In silenzio
6. La maschera dimenticata
Nella sala già quasi piena per la riunione
indetta dal Comitato elettorale in casa del candidato Laleva,
tutti, vedendolo entrare zitto zitto zoppicante e con gli
occhi fissi e cupi sotto la fronte grinzuta, s’erano
voltati, stupiti, a mirarlo.
Don Ciccino Cirinciò? Possibile? E chi lo aveva
invitato?
Si sapeva che da anni e anni non s’immischiava
più di nulla, tutto assorto com’era nelle sue sciagure: la
morte della moglie e di due figliuoli, la perdita della
zolfara dopo una sequela di liti giudiziarie, e la miseria:
sciagure che avrebbe fatto meglio a portare in pubblico con
dignità meno funebre, perché non spiccasse agli occhi di
tutti i maldicenti del paese quel sigillo particolare di
scherno con cui la sorte buffona pareva si fosse spassata a
bollargliele, se era vero che la moglie gli fosse morta per
aver partorito su la cinquantina non si sapeva bene che
cosa: chi diceva un cagnolo, chi una marmotta; e che avesse
perduto la zolfara per una virgola mal posta nel contratto
d’affitto; e che zoppicasse così per una famosa avventura di
caccia, nella quale invece dell’uccello era volato in aria
lui con tutti gli stivaloni e lo schioppo e la carniera e il
cane, investito dalle alacce d’un mulino a vento abbandonato
sul poggio di Montelusa, le quali tutt’a un tratto s’erano
messe a girare da sé; per cui ormai era inteso da tutti come
don Ciccino Cirinciò «quello del mulino».
Cosa strana: se da qualche malcreato sentiva
fare allusione a quel parto della moglie o a quella virgola
nel contratto d’affitto, sorrideva triste o scrollava le
spalle; ma nel sentirsi chiamare quello del mulino usciva
dai gangheri, minacciava col bastone e urlava che il suo era
un paese di carognoni imbecilli.
Ora questi carognoni imbecilli ecco che si
maravigliavano del suo intervento alla riunione elettorale.
Ma ci voleva tanto i pensare ch’egli doveva – prima di tutto
– gratitudine eterna al vecchio avvocato don Francesco
Laleva, padre del candidato d’oggi, l’unico tra tutti gli
avvocati del foro che lo avesse ajutato e difeso
nell’occasione delle liti per la zolfara? Queste liti, è
vero, le aveva perdute; l’ajuto, perciò, se vogliamo, era
stato vano; ma che per questo? L’obbligo della gratitudine
non restava forse per lui stesso, sacrosanto? E poi – a
parte la gratitudine – ci voleva tanto forse a crederlo
capace di un sentimento, che doveva in quell’ora esser
comune a tutti i galantuomini, disgraziati e non
disgraziati? Perdio, il sentimento della dignità del proprio
paese! Era, sì o no, un cittadino anche lui? Le disgrazie,
va bene; ma, come cittadino, non poteva essere forse
indignato anche lui delle spudorate vergogne che il vecchio
deputato uscente commetteva da venti anni impunemente? Non
parlava; non aveva mai parlato, perché – le parole – vento!
Ma ora ch’era venuto il tempo d’agire, sissignori; eccolo
qua; si presentava da sé, non invitato, per mettersi a
disposizione del figlio del suo antico e unico benefattore.
I radunati stettero un pezzo a mirarlo a bocca
aperta; qualcuno si toccò con un dito la fronte, come per
dire: «Eh, che volete? Gli s’è voltato il cervello,
poveretto!». Perché sapevano tutti che non era vero che
dovesse poi tanta gratitudine al padre del Laleva, il quale
non lo aveva né ajutato né difeso; ma solo dissuaso dal
mettersi in lite per quella zolfara maledetta. Se non che, a
forza di ragionare tra sé e sé le sue disgrazie, chi sa,
povero Cirinciò, com’era arrivato adesso a rappresentarsi
uomini e cose, tutti gli avvenimenti della sua vita; e quali
parti in questi lontani avvenimenti della sua vita
attribuiva a presunti amici, a presunti nemici! E chi sa da
che strambe ragioni era stato perciò indotto a presentarsi
ora lì non invitato; e che cosa, nei misteriosi arzigogoli,
nelle segrete previsioni del suo spirito conturbato, doveva
rappresentare per lui questa sua partecipazione alla lotta
politica in favore del figlio di don Francesco Laleva; che
beneficii sbardellati se ne riprometteva, che tremendi
pericoli e responsabilità si immaginava di dovere
affrontare... Ma sì, quegli occhi che lampeggiavano sotto la
fronte aggrottata; quelle pugna serrate sui i ginocchi...
Povero don Ciccino!
Cirinciò, invece, guardava così, perché non
riusciva a spiegarsi il perché di tutta quella meraviglia
per la sua venuta.
Vedendosi osservato, spiato da lontano con
quell’aria di costernazione perplessa e afflitta, cominciò a
entrare in sospetto, che non lo volessero lì. Aveva forse
capito male l’invito del Comitato elettorale?
A un certo punto, non potendone più, s’alzò
sdegnoso, e, zoppicando, s’accostò a domandarlo al Laleva: -
Scusate, debbo rimanere o me ne debbo andare? Ho forse fatto
male a venire?
- Ma no! Perché, caro don Ciccino? – s’affrettò
a rispondergli il Laleva. – Siamo tutti felicissimi, e io
particolarmente, della sua venuta! Ma si figuri! Segga,
segga. L’ho per un onore; e ne ho tanto piacere!
«E allora?» domandò a sé stesso Cirinciò,
tornando a sedere. «Perché tutti mi guardano così?»
Che ci fosse in lui qualche cosa ch’egli non
vedeva e che gli altri vedevano? Perché in quel momento gli
pareva proprio che potesse, come tutti gli altri, occuparsi
delle elezioni, e che non ci fosse, in questo, nulla di
straordinario.
Capiva bene, sì o no? Ma sì, perdio, che capiva
benissimo tutte le discussioni che ora si facevano attorno a
lui su le probabilità più o meno di vittoria, sulla
disposizione dei varii partiti locali in questo e in quel
comune del collegio, sul computo dei voti favorevoli e
contrarii, non solo, ma gli pareva anzi di veder più chiaro
di certuni nella tattica da seguire verso qualche
capoelettore ancora neutrale nella lotta. Tanto che a un
certo punto, dimenticandosi del dubbio che lo aveva finora
tenuto ingrugnato e sospettoso, non poté più trattenersi;
s’alzò, prese la parola e in breve, con chiarezza e
semplicità, espresse il suo concetto, come a lui pareva che
si dovesse fare.
Fu nella sala uno sbalordimento generale; perché
proprio nessuno riusciva a capacitarsi come mai don Ciccino
Cirinciò potesse vedere così chiaro e giusto. Eppure, sì,
era proprio quella la mossa da tentare; si doveva far
proprio come diceva lui.
Tre, quattro volte, durante la lunga
discussione, si rinnovò quello sbalordimento per il retto
giudizio e la giustezza dei consigli e la finezza degli
espedienti da lui suggeriti. Non pareva vero! Signori miei,
don Ciccino Cirinciò... Ma parlava benissimo! Chi l’avrebbe
creduto? Un oratore... Ma bravo! Ma bene! Viva Cirinciò!
Più sbalordito di tutti, alla fine, perché da un
canto non gli pareva proprio d’aver detto cose così
straordinarie da suscitare tanto stupore, tanto fervore
d’ammirazione; ma, dall’altro canto, mezzo ubriacato dagli
applausi, Cirinciò si trovò designato da tutti a un posto di
combatti mento difficilissimo, nel comune di Borgetto, che
si riteneva la cittadella inespugnabile del partito
avversario.
Cercò di tirarsi indietro, con la scusa che non
conosceva nessuno lì; che non c’era mai stato; disse anche
che non erano imprese per lui; che aveva esposto così, in
astratto il suo modo di vedere, ma che nell’atto pratico si
sarebbe perduto. Non vollero neppur lasciarlo finire di
parlare; lo costrinsero ad accettare quel posto di
combattimento: e così, la mattina dopo, don Ciccino Cirinciò,
provvisto d mezzi e di commendatizie, partì per Borgetto.
Vi fece miracoli, a detta di tutti, nei quindici
giorni che precedettero l’elezione politica. Veri miracoli,
se in due settimane riuscì a cambiare la posizione del
Laleva in quel comune da così a così.
Fu per il bisogno di raggiungere e toccare una
realtà qualunque nel vuoto strano, in cui quell’avventura
impensata lo aveva così d’improvviso gettato? Vuoto arioso e
lieve, nel quale tutti gli aspetti nuovi, d’uomini e di cose
gli apparivano come in una luce di sogno, nella freschezza
di quell’azzurro di marzo corso da allegre nuvole luminose?
O fu per il prorompere di tante energie ancor vive e
ignorate, da anni e anni compresse in lui, soffocate
dall’incubo delle sciagure? Energie giovanili, intatte, che
lo avrebbero portato chi sa dove, chi sa a quali imprese, a
quali vittorie, se la sua vita non si fosse chiusa come
s’era chiusa nel lutto di quelle sciagure?
Il fatto è che operò miracoli in quel paesello
dove nessuno lo conosceva. E certo perché nessuno lo
conosceva.
Inizio pagina
Tutto fuori di sé, là, in preda a
quelle energie insospettate e scatenate d’un
subito in lui, affrontò imperterrito gli
avversarii, li forzò a discutere e a riconoscere
prima gli errori e l’insipienza, poi la vergogna
del loro vecchio deputato; e non si diede un
momento di requie: ora qua a scrollare i
titubanti; ora là a sventare un’insidia, a
presiedere un comizio, a sfidare al
contraddittorio anche lo stesso deputato
uscente, o chi per lui: tutto quanto il paese!
Cose che non avrebbe mai supposto
non che di poter dire, ma neppure di pensare
lontanamente, gli venivano alle labbra,
spontanee, con un’abbondanza e facilità di
parola, un’efficacia d’espressioni, che ne
restava lui stesso come abbagliato. Pareva che
una vena nuova di vita gli fosse rampollata
dentro, e si fosse messa a scorrere in lui con
urgenza impetuosa. Coglieva a volo tutto,
comprendeva tutto a un minimo cenno; e ogni
cosa, dentro, pur restandogli nuova e fresca,
gli diventava subito nota e propria; se
n’impadroniva con quelle forze vergini, che non
avevano potuto aver mai uno sfogo in lui, e che
ora lo rendevano alacre e sicuro della vittoria,
come un giovane, tra la frenesia che già aveva
preso a bollire in tutti coloro che gli si
facevano attorno sempre in maggior numero, e che
a stento riuscivano a tenergli dietro in quella
tumultuosa agitazione.
Non pensò più neanche d’aver una
gamba zoppicante. Non gli faceva più male. Gli
anni? Sessantadue, sì... Ma che voleva dire?
Avanti! Era come se cominciasse ora la vita.
Avanti! Avanti! Qua, per il momento, c’era da
correre a minacciare a quel signor assessore la
denunzia delle cento schede trattenute ai soci
del circolo operajo, poi a documentare il
tentativo di corruzione del signor sindaco: il
pagamento di cinquanta voti a dieci lire l’uno.
Come documentarlo? Ma con le testimonianze,
perdio! S’incaricava lui di far confessare quei
contadini alla presenza d’un notajo, lui, lui...
Avanti!
Arrivò così al giorno della vittoria
che pareva un altro, ricreato in quell’aura di
popolarità, tra gente nuova, in un paese nuovo,
preso d’assalto, messo sottosopra e conquistato
in pochi giorni. E, la sera della proclamazione
del nuovo eletto, si presentò raggiante nella
vasta sala del Circolo dei «civili»dove era
imbandita una splendida mensa in suo onore; per
quanto già gli apparissero evidenti i segni
della stanchezza nella vecchia maschera
dimenticata.
Circolava intanto in quella sala,
nell’attesa che i posti fossero assegnati nella
mensa, un certo squallido ometto scontorto, dal
cranio d’avorio, luccicante sotto i lumi. Quasi
a nascondersi, teneva il capo insaccato nelle
spallucce ossute, ma cacciava in tutti i crocchi
la punta della barbetta arguta, gialliccia, come
scolorita, e figgeva in faccia a questo e a
quello gli occhietti lustri, acuti come due
spilli, che gli spiccavano maligni nel cereo
pallore del viso. Si fermava un momento a
ripetere una domanda insistente alla quale era
chiaro che non riceveva una risposta che lo
soddisfacesse; negava col dito, scrollava le
spalle come se esclamasse: «Ma che! Ma che!
Impossibile!», o stirava il volto sporgendo il
labbro inferiore, come uno che non riesca a
capacitarsi, e s’allontanava rivoltandosi a
guardare di sfuggita e di sbieco, con quegli
occhietti puntuti, Cirinciò.
Cirinciò se n’accorse subito.
Pur tra il fervore entusiastico
dell’accoglienza, si sentì ferire fin da
principio da quegli occhietti. Cercò di
sfuggirli, rituffandosi in mezzo alla confusione
della festa. Ma di qua, di là, da vicino, da
lontano, donde meno se l’aspettava, si sentiva
pungere dalla fissità quasi spasimosa di quegli
occhietti persecutori; e, appena punto,
raggelare, sconcertare, rimescolar tutto da un
sentimento oscuro che, facendogli impeto
rabbiosamente, gli occupava come di una tenebra
di vertigine il cervello. Si ripigliava; ma
avvertiva internamente che non gli era più
possibile ormai tenersi fermo, ché tutto,
dentro, gli vagellava, non tanto per la
persecuzione di quegli occhietti, di cui in fine
non aveva nulla da temere, quanto perché...
perché non lo sapeva bene lui stesso.
Non era timore, non era vergogna; ma
si sentiva come tratto di dentro a nascondersi e
a scomparire da quella festa.
Troppo chiasso, oh Dio... troppo
chiasso.
E andando in giro per la sala,
intronato, faceva atto con le mani di smorzare i
rumori.
Ma più faceva così, più si acuiva
proprio fino allo spasimo in quei tali occhietti
una curiosità pazzesca.
E allora Cirinciò cadde in preda a
una così cupa esasperazione, che di fuori ebbe
lo strano effetto di farlo apparire quasi
cangiato all’improvviso.
Si riebbe un momento allorché tutti
lo presero e lo portarono in trionfo a sedere a
capo tavola; ma, cessata l’agitazione della
cerca dei posti, appena tutti si furono
accomodati, Cirinciò, volgendo lo sguardo in
giro, ricadde più intronato che mai e
nell’intronamento si fissò, come impietrato,
vedendosi vicinissimo, a quattro posti di
distanza, quell’ometto che seguitava a fissarlo,
e ora – ecco – allungava il collo verso di lui,
con l’indice teso come un’arma presso uno di
quegli occhietti diabolici, quasi a prender la
mira, e gli domandava:
- Ma scusate, non siete don Ciccino
Cirinciò, voi?
Non era sul nome la domanda. Non
potevano capirlo gli altri; ma lui, sì, Cirinciò
lo intese benissimo.
Che quegli fosse don Ciccino
Cirinciò, glielo dovevano aver detto e ripetuto
tutti cento volte, a quell’ometto. Ma appunto di
questo non riusciva a capacitarsi quell’ometto:
che cioè don Ciccino Cirinciò ch’egli tempo
addietro aveva conosciuto, fosse questo che ora
gli stava davanti... Questo? Possibile!
- Quello del mulino?
Sì, sì, quello del mulino... Aveva
ragione! Non era credibile! – Cirinciò adesso
tutt’a un tratto lo riconosceva anche lui.
Non era credibile, non appariva più
credibile neanche a lui stesso, che quello del
mulino, lui, proprio lui, potesse trovarsi lì,
in mezzo a quella festa, e che avesse potuto
fare tutto quel che aveva fatto, senza saperne
più il perché.
Che importava a lui, infatti, ora
che con gli occhi di quell’ometto si vedeva
rientrare in sé medesimo con tutte le sue
sciagure e la sua miseria, che importava più a
lui della vittoria del Laleva? Delle vergogne
del deputato sconfitto?
Tutti i convitati, nel vederlo così
d’un subito appassire, credettero in prima che
fosse effetto di momentanea stanchezza, e
cercarono di ravvivarlo con incitamenti e
congratulazioni; ma si sentirono rispondere e
agghiacciare con certi scemi e strascicati:
«Già... già...» che rivelarono assente, lontano
mille miglia dalla festa, lo spirito di lui.
E quando, il giorno appresso,
Cirinciò se ne partì da Borgetto, ingrugnato,
funebre, rispondendo a mala pena ai saluti,
tutti restarono a guardarsi tra loro, non
sapendo comprendere la ragione di un mutamento
così improvviso, e parecchi avanzarono il
sospetto che fosse un imbroglione, un miserabile
impostore venuto a mistificarli.
Inizio pagina
|
|
|
|
|
|
|