III.
Di quelle rose e degli altri fiori
s’innamorò tanto, che cominciò a struggersi dal
desiderio di avere anche lui un giardinetto. Gli
venne allora un’idea che non mi piacque affatto
quando me la manifestò, quantunque la fondasse
in un ragionamento pieno di buon senso.
- Alla mia età, - mi disse, -
bisogna pensare, figliuolo mio, anche alla
morte. E giacché non ho tanti quattrini da farmi
due case con due giardinetti, me ne farò una
sola, ma bella, e con un giardinetto che varrà
per due. Questo mi servirà per sfogare ora il
desiderio che m’è nato, quella che mi servirà
per poi.. E quando questo poi sarà arrivato, al
giardinetto di Nonno Bauer verrai a pensarci tu.
Così acquistò un buon pezzo di terra
al camposanto.
La casa, sotto, invece che sopra; e
senza nessuna pretesa. Una piccola nicchietta, e
lì. Perché i morti hanno questo di buono: che
possono anche fare a meno di star comodi, e
dell’aria e del sole e d’ogni altra cosa, visto
e considerato che si son tolto per sempre il
fastidio di muoversi, di respirare, e che, se
son freddi, non sentono più nessun bisogno di
riscaldarsi.
Ma veramente Nonno Bauer, stando
intere giornate lassù, quando si sentiva bene,
intento a far nascere il giardino da quel suo
pezzo di terra, pareva un morto venuto su dalla
sua nicchietta sotterranea per darsi ancora da
fare, per muoversi, per bearsi ancora dell’aria
e del sole, zitto zitto e affaccendato, senza
più nessun pensiero, nessuna curiosità della
vita, senza neppure accorgersi dello stupore di
certi visitatori del camposanto che si fermavano
in distanza a mirarlo a bocca aperta, lì chino
su questa o quella pianta con la forbice o con
la zappetta o con l’annaffiatojo, o seduto su la
sedia a libricino che si portava ogni mattina
appesa al braccio, il cappellaccio di paglia in
capo, l’ombrello aperto su la spalla, immobile,
con gli occhi fissi nel vuoto, assorti in
qualche pensiero lontano, che gli atteggiava
d’un lieve sorriso le labbra tra la barbetta
argentea.
Veniva a qualcuno, quasi quasi, la
tentazione d’andarlo a scuotere e d’ordinargli
che se ne tornasse giù subito, a riporsi, perché
a un morto non è lecito, perdio, sconcertar così
la gente, farla impazzire con tutte quelle sue
faccende là attorno al giardinetto, o con quella
immobilità sul sediolino e quell’ombrello aperto
sulla spalla.
La sera, Nonno Bauer, ritornando a
casa, parlava col giardiniere dalla finestra.
Bisognava sentire che conversazioni! Aveva
ottenuto da lui semi e tralci da trapiantare
lassù; e i fiori – sosteneva – sbocciavano
meglio, assai meglio là che qua, perché infine,
i morti a qualche cosa erano ancora buoni.
Ora, inchiodato da quindici giorni
in quel seggiolone di cuojo, da cui non doveva
più rialzarsi, egli non sentiva altra pena che
quella di non poter recarsi, neanche in vettura,
a vedere il suo caro giardinetto lassù. Ed era
per lui una consolazione veder quest’altro,
invece, dalla finestra, sollevandosi un poco su
la vita, a stento, e allungando il collo quanto
più poteva. Le rose che vi fiorivano non erano
forse sorelle delle rose che fiorivano lassù?
Meno belle, ma sorelle.
E sapete perché quel giorno io
trovai Nonno Bauer così arrabbiato contro il suo
servo? Perché non era vero che questi si fosse
recato ogni mattina al camposanto a curare il
giardinetto, come Nonno Bauer gli aveva
ordinato. Il vicino giardiniere, venuto quella
mattina a fargli visita, gliene aveva dato la
brutta notizia.
Non ci fu verso: dovetti cacciar via
il servo: lo cacciai anche, in verità, perché lo
ritenevo infedele e sgarbato. Il vicino
giardiniere promise che ci sarebbe andato lui
ogni giorno a curare le piante, sorelle più
belle, e così Nonno Bauer si tranquillò.
Io pensai (conoscendo purtroppo che
la morte non poteva esser lontana) di domandare
l’assistenza di due suore per quegli ultimi
giorni, ed egli non si oppose. Era cosciente del
suo stato, e non se ne rammaricava punto; aveva
vissuto a lungo, aveva assaporato la pace; ora
si sentiva stanco: era tempo di chiudere gli
occhi e dormire per sempre, là, nella nicchietta,
sotto le rose dell’altro giardino.
IV.
Ogni giorno, andando a visitarlo, mi
sorgeva innanzi alla porta la speranza che la
mia assidua costernazione dovesse essere ovviata
da un repentino miglioramento; ma la men giovane
delle suore che veniva ad aprirmi la porta,
rispondeva sempre con un gesto di triste
rassegnazione alla mia prima, ansiosa domanda.
Mi trattenevo da lui qualche ora; la
conversazione però languiva, poiché egli, dopo
avermi accolto con un sorriso mesto e muto di
riconoscenza, spesso richiudeva gli occhi; e
allora io, per non disturbarlo, me ne stavo
zitto, come le due suore assistenti. Veramente,
quegli occhi, non si sapeva più come
guardarglieli, così scavati dentro come erano
nel male che lo consumava.
Nessun rumore, nessun segno di vita
arrivava in quella linda casetta appartata, in
cui il vecchietto aspettava tranquillo la morte.
Talvolta, nel silenzio, attraverso le vetrate,
giungeva il cinguettìo di un passero: io e le
due suore alzavamo gli occhi alla finestra: il
passero era lì, su ramo fiorito del mandorlo, e,
scotendo or di qua or di là il capino, guardava
curioso nella camera, come se volesse domandare:
«Che fate?». Poi, a un tratto, un frullo, e via!
Quasi avesse compreso che cosa in quella camera
si stesse ad aspettare.
Un giorno Nonno Bauer mi domandò se
ero stato a vedere il suo giardinetto. C’ero
stato, ma non avevo voluto dirglielo.
- Perché non me l’hai detto? – fece
egli. – Qua o là, ormai, non è lo stesso? Anzi,
meglio là... Hai visto come è bello? Vi tengo
tutti impicciati, e io ho tanta voglia di
dormire...
Gli parlai allora delle sue piante
tutte in fiore, esagerando, per fargli piacere,
la mia ammirazione. Gli occhi di Nonno Bauer si
avvivarono di contentezza.
- Ci andrò presto... Peccato, che
non possa più vederlo. . .
Lo spettacolo di quell’essere ancor
del tutto cosciente che con tanta tranquillità
s’era conciliato col pensiero della morte, mi
cagionava un occulto, indefinibile sentimento.
Ma, di lì a pochi giorni, un’altra cosa doveva
stupirmi maggiormente.
S’era ammalato d’una malattia assai
grave l’unico figlio di un mio intimo amico,
vispo e leggiadro fanciullo di circa sette anni,
che già s’accarezzava sul labbro un pajo di
baffetti immaginarii e, a cavallo d’una
seggiola, con una sciabola di legno in mano, un
elmo di cartone in capo, marciava a debellare in
Africa i Beduini.
Ero andato a casa di quel mio amico
per affari e lo avevo trovato con la moglie in
preda a un cordoglio angoscioso, attorno al
lettuccio dell’infermo adorato.
- Tifo... tifo...
Non sapevano dir altro, padre e
madre, e si nascondevano la faccia con le mani,
come per non vedere il fanciulletto avvampato
dalla febbre.
Ancora turbato e commosso andai quel
giorno con molto ritardo a visitare Nonno Bauer.
Egli prestò ascolto alla triste notizia recata
da me per scusare il ritardo: volle anzi sapere
quanti anni avesse il bambino e se i medici
avessero dichiarata la malattia.
- Tifo?
Scosse il capo, con le ciglia
corrugate, poi richiuse gli occhi, e nella
cameretta ritornò il silenzio consueto.
- Quanti giorni sono? – domandò dopo
un lungo tratto, senza aprire gli occhi.
Non potendo supporre che egli
pensasse ancora a quel fanciullo infermo e non
intendendo perciò la domanda, gli domandai a mia
volta:
- Quanti giorni di che?
- Che il bambino è ammalato? –
spiegò Nonno Bauer, come se parlasse in sogno.
- Nove giorni, - risposi. – E la
febbre sempre alta a un modo.
- Bagni freddi, gliene fanno? Anche
uno ogni due ore, senza paura... Diglielo al tuo
amico.
Dopo un altro lungo silenzio, volle
sapere anche il nome del fanciullo.
Il giorno appresso mi recai con lo
stesso ritardo a visitare Nonno Bauer, e così
nei giorni successivi. Andavo prima a prender
notizia del bambino, e non già perché questo mi
interessasse più del mio caro vecchietto, ma
perché Nonno Bauer se ne interessava lui più di
me, e per prima cosa, ogni giorno, nel vedermi
entrare, mi domandava:
- Come sta? Come sta?
Era rimasto impressionato del caso
di quel bambino che moriva contemporaneamente a
lui; e, mentre per sé non si lagnava nemmeno, di
quello si affliggeva così che pareva non se ne
potesse dar pace.
- Ma di’, ma un consulto non l’hanno
ancora tenuto?
E consigliava i medici da chiamare.
Avrebbe voluto salvarlo a ogni costo.
Purtroppo però il fanciullo era
spacciato. Il giorno in cui diedi a Nonno Bauer
la triste notizia, c’era da lui a visita il
vicino giardiniere, il quale era venuto a
riferirgli che il rosajo tutto intorno aveva
gettato tanto, che la pietra sepolcrale ne era
quasi nascosta.
- Signor Bauer, le rose dicono: là
dentro non ci si va
Ma Nonno Bauer stava peggio anche
lui, quel giorno. Guardava con occhi spenti;
pareva non intendesse.
Andato via il giardiniere, cadde in
letargo. Poi, si riscosse con un sospiro e
disse:
- Se volessero portarlo lì...
Credetti che vaneggiasse, e, per
richiamarlo in sensi, gli domandai:
- Dove, Nonno Bauer?
- Lì...
E alzò appena la mano.
Compresi, e provai una viva
tenerezza. Egli intendeva nel suo giardinetto,
lassù, al camposanto. Voleva con sé il bambino,
lì, nella nicchietta, sotto le rose.
- Diglielo... diglielo... – riprese
con insistenza, rianimandosi un po’ e
guardandomi negli occhi: - Glielo dirai?