Novelle per un anno - 1923 - In silenzio
3. La morte addosso

- Ah, lo volevo dire! Lei dunque un uomo pacifico è... Ha
perduto il treno?
- Per un minuto, sa? Arrivo alla stazione, e me lo vedo
scappare davanti.
- Poteva corrergli dietro!
- Già. È da ridere, lo so. Bastava, santo Dio, che non
avessi tutti quegl’impicci di pacchi, pacchetti,
pacchettini... Più carico d’un somaro! Ma le donne –
commissioni... commissioni... – non la finiscono più! Tre
minuti, creda, appena sceso dalla vettura, per dispormi i
nodini di tutti quei pacchetti alle dita: due pacchetti per
ogni dito.
- Doveva esser bello... Sa che avrei fatto io? Li avrei
lasciati nella vettura.
- E mia moglie? Ah sì! E le mie figliuole? E tutte le loro
amiche?
- Strillare! Mi ci sarei spassato un mondo.
- Perché lei forse non sa che cosa diventano le donne in
villeggiatura!
- Ma sì che lo so! Appunto perché lo so. Dicono tutte che
non avranno bisogno di niente.
- Questo soltanto? Capaci anche di sostenere che ci vanno
per risparmiare! Poi, appena arrivano in un paesello qua dei
dintorni, più brutto è, più misero e lercio, e più
imbizzariscono a pararlo con tutte le loro galenterie più
vistose! Eh, le donne, caro signore! Ma del resto, è la loro
professione... - «Se tu facessi una capatina in città, caro!
Avrei proprio bisogno di questo... di quest’altro... e
potresti anche, se non ti secca (caro, il se non ti
secca)... e poi, giacché ci sei, passando di là...» - Ma
come vuoi, cara mia, che in tre ore ti sbrighi tutte codeste
faccende? - «Uh, ma che dici? Prendendo una vettura...» - Il
guajo è, capisce?, che dovendo trattenermi tre ore sole,
sono venuto senza le chiavi di casa.
- Oh bella! E perciò...
- Ho lasciato tutto quel monte di pacchi e pacchetti in
deposito alla stazione; me ne sono andato a cenare in una
trattoria, poi, per farmi svaporar la stizza, a teatro. Si
crepava dal caldo. All’uscita, dico, che faccio? Andarmene a
dormire in un albergo? Sono già le dodici; alle quattro
prendo il primo treno; per tre orette di sonno, non vale la
spesa. E me ne sono venuto qua. Questo caffè non chiude, è
vero?
- Non chiude, nossignore. E così, ha lasciato tutti quei
pacchetti in deposito alla stazione?
- Perché? Non sono sicuri? Erano tutti ben legati...
- No no, non dico! Eh, ben legati, me l’immagino, con
quell’arte speciale che mettono i giovani di negozio
nell’involtare la roba venduta... Che mani! Un bel foglio
grande di carta doppia, rosea, levigata... ch’è per sé
stessa un piacere a vederla... così liscia, che uno ci
metterebbe la faccia per sentirne la fresca carezza... La
stendono sul banco e poi, con garbo disinvolto, vi collocano
su, in mezzo, la stoffa lieve, ben ripiegata. Levano prima
da sotto, col dorso della mano, un lembo; poi, da sopra, vi
abbassano l’altro e ci fanno anche, con svelta grazia, una
rimboccaturina, come un di più, per amore dell’arte; poi
ripiegano da un lato e dall’altro a triangolo e cacciano
sotto le due punte, allungano una mano alla scatola dello
spago; tirano per farne scorrere quanto basta a legar
l’involto, e legano così rapidamente, che lei non ha neanche
il tempo d’ammirar la loro bravura, che già si vede
presentare il pacco col cappio pronto a introdurvi il dito.
- Eh, si vede che lei ha prestato molta attenzione ai
giovani di negozio...
- Io? Caro signore, giornate intere ci passo. Sono capace di
stare anche un’ora fermo a guardare dentro una bottega,
attraverso la vetrina. Mi ci dimentico. Mi sembra d’essere,
vorrei essere veramente quella stoffa là di seta... quel
bordatino... quel nastro rosso o celeste che le giovani di
merceria, dopo averlo misurato sul metro, ha visto come
fanno? Se lo raccolgono a numero otto intorno al pollice e
al mignolo della mano sinistra, prima d’incartarlo... Guardo
il cliente o la cliente che escono dalla bottega con
l’involto o appeso al dito o in mano o sotto il braccio...
li seguo con gli occhi, finché non li perdo di vista...
immaginando... – uh, quante cose immagino! Lei non può
farsene un’idea. Ma mi serve. Mi serve questo.
- Le serve? Scusi... che cosa?
- Attaccarmi così, dico con l’immaginazione... attaccarmi
alla vita, come un rampicante attorno alle sbarre d’una
cancellata. Ah, non lasciarla mai posare un momento
l’immaginazione... aderire, aderire con essa, continuamente,
alla vita degli altri... ma non della gente che conosco. No
no. A quella non potrei! Ne provo un fastidio, se sapesse...
una nausea... Alla vita degli estranei, intorno ai quali la
mia immaginazione può lavorare liberamente, ma non a
capriccio, anzi tenendo conto delle minime apparenze
scoperte in questo e in quello. E sapesse quanto e come
lavora! Fino a quanto riesco ad addentrarmi! Vedo la casa di
questo e di quello, ci vivo, ci respiro, fino ad avvertire..
sa quel particolare alito che cova in ogni casa? Nella sua
nella mia... Ma nella nostra, noi, non l’avvertiamo più per
ché è l’alito stesso della nostra vita, mi spiego? Eh, vedo
che lei dice di sì...
- Sì, perché... dico, dev’essere un bel piacere, questo che
lei prova, immaginando tante cose...
- Piacere? Io?
- Già... mi figuro...
- Ma che piacere! Mi dica un po’. È stato mai a consulto da
qualche medico bravo?
- Io no, perché? Non sono mica malato!
- No no! Glielo domando per sapere se ha mai veduto in casa
di questi medici bravi la sala dove i clienti stanno ad
aspettare il loro turno per esser visitati.
- Ah, sì... mi toccò una volta accompagnare una mia
figliuola che soffriva di nervi.
- Bene. Non voglio sapere. Dico, quelle sale... Ci ha fatto
attenzione? Quei divani di stoffa scura, di foggia antica...
quelle seggiole imbottite, spesso scompagne... quelle
poltroncine... È roba comprata di combinazione, roba di
rivendita, messa lì per i clienti; non appartiene mica alla
casa. Il signor dottore ha per sé, per le amiche della sua
signora, un ben altro salotto, ricco, splendido. Chi sa come
striderebbe qualche seggiola, qualche poltroncina di quel
salotto portata qua nella sala dei clienti, a cui basta
quell’arredo così, alla buona. Vorrei sapere se lei, quando
andò per la sua figliuola, guardò attentamente la poltrona o
la seggiola su cui stette seduto, aspettando.
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- Io no, veramente...
- Eh già, perché lei non era malato... Ma
neanche i malati spesso ci badano, compresi come
sono del loro male. Eppure, quante volte certuni
stan lì intenti a guardarsi il dito che fa segni
vani sul bracciuolo lustro di quella poltrona su
cui stan seduti! Pensano e non vedono. Ma che
effetto fa, quando poi si esce dalla visita,
riattraversando la sala, il riveder la seggiola
su cui poc’anzi, in attesa della sentenza sul
nostro male ancora ignoto, stavamo seduti!
Ritrovarla occupata da un altro cliente,
anch’esso col suo male nascosto; o là, vuota,
impassibile, in attesa che un altro qualsiasi
venga a occuparla... Ma che dicevamo? Ah, già...
il piacere dell’immaginazione... Chi sa perché,
ho pensato subito a una seggiola di queste sale
di medici, dove i clienti stanno in attesa del
consulto...
- Già... veramente..
- Non capisce? Neanche io. Ma è che certi
richiami di immagini, tra loro lontane, sono
così particolari a ciascuno di noi, e
determinati da ragioni ed esperienze così
singolari, che l’uno non intenderebbe più
l’altro se, parlando, non ci vietassimo di farne
uso. Niente di più illogico, spesso, di queste
analogie. Ma la relazione, forse, può esser
questa, guardi: - Avrebbero piacere quelle
seggiole d’immaginare chi sia il cliente che
viene a seder su loro in attesa del consulto?
Che male covi dentro? Dove andrà, che farà dopo
la visita? – Nessun piacere. E così io: nessuno!
Vengono tanti clienti, ed esse sono là, povere
seggiole, per essere occupate. Ebbene, è anche
un’occupazione simile la mia. Ora mi occupa
questo, ora quello. In questo momento mi sta
occupando lei, e creda che non provo nessun
piacere del treno che ha perduto, della famiglia
che l’aspetta in villeggiatura, di tutti i
fastidii che posso supporre in lei...
- Uh, tanti, sa!
- Ringrazii Dio, se sono fastidii soltanto. C’è
chi ha di peggio, caro signore. Io le dico che
ho bisogno d’attaccarmi con l’immaginazione alla
vita altrui, ma così, senza piacere, senza punto
interessarmene, anzi... anzi... per sentirne il
fastidio, per giudicarla sciocca e vana, la
vita, cosicché veramente non debba importare a
nessuno di finirla. E questo è da dimostrare
bene, sa? Con prove ed esempii continui a noi
stessi, implacabilmente. Perché, caro signore,
non sappiamo da che cosa sia fatto, ma c’è, c’è,
ce lo sentiamo tutti qua, come un’angoscia nella
gola, il gusto della vita, che non si soddisfa
mai, che non si può mai soddisfare, perché la
vita, nell’atto stesso che la viviamo, è così
sempre ingorda di sé stessa, che non si lascia
assaporare. Il sapore è nel passato, che ci
rimane vivo dentro. Il gusto della vita ci viene
di là, dai ricordi che ci tengono legati. Ma
legati a che cosa? A questa sciocchezza qua... a
queste noje... a tante stupide illusioni...
insulse occupazioni... Sì sì. Questa che ora qua
è una sciocchezza... questa che ora qua è una
noja... e arrivo finanche a dire questa che ora
è per noi una sventura, una vera sventura...
sissignori, a distanza di quattro, cinque, dieci
anni, chi sa che sapore acquisterà... che gusto,
queste lagrime... E la vita, perdio, al solo
pensiero di perderla... specialmente quando si
sa che è questione di giorni... – Ecco... vede
là? Dico là, a quel cantone... vede quell’ombra
malinconica di donna? Ecco, s’è nascosta!
- Come? Chi... chi è che...?
- Non l’ha vista? S’è nascosta...
- Una donna?
- Mia moglie, già...
- Ah! La sua signora?
- Mi sorveglia da lontano. E mi verrebbe, creda,
d’andarla a prendere a calci. Ma sarebbe
inutile. È come una di quelle cagne sperdute,
ostinate, che più lei le prende a calci, e più
le si attaccano alle calcagna. Ciò che quella
donna sta soffrendo per me, lei non se lo può
immaginare. Non mangia, non dorme più... Mi
viene appresso, giorno e notte, così... a
distanza... E si curasse almeno di spolverarsi
quella ciabatta che tiene in capo, gli abiti...
Non pare più una donna, ma uno strofinaccio. Le
si sono impolverati per sempre anche i capelli,
qua sulle tempie; ed ha appena trentaquattro
anni. Mi fa una stizza, che lei non può credere.
Le salto addosso, certe volte, le grido in
faccia «Stupida!» scrollandola. Si piglia tutto.
Resta lì a guardarmi con certi occhi... con
certi occhi che, le giuro, mi fa venire qua alle
dita una selvaggia voglia di strozzarla. Niente.
Aspetta che mi allontani per rimettersi a
seguirmi – Ecco, guardi... sporge di nuovo il
capo dal cantone...
- Povera signora...
- Ma che povera signora! Vorrebbe, capisce?
Ch’io me ne stessi a casa, mi mettessi là fermo
placido, come vuol lei, a prendermi tutte le sue
più amorose e sviscerate cure... a goder
dell’ordine perfetto di tutte le stanze, della
lindura di tutti i mobili, di quel silenzio di
specchio che c’era prima in casa mia, misurato
dal tic-tac della pendola nel salotto da
pranzo... Questo vorrebbe! Io domando ora a lei,
per farle intendere l’assurdità... ma no, che
dico l’assurdità! La macabra ferocia di questa
pretesa, le domando se crede possibile che le
case d’Avezzano, le case di Messina, sapendo del
terremoto che di lì a poco le avrebbe
sconquassate, avrebbero potuto starsene lì
tranquille, sotto la luna, ordinate in fila
lungo le strade e le piazze, obbedienti al piano
regolatore della commissione edilizia
municipale? Case, perdio, di pietra e travi, se
ne sarebbero scappate! Immagini i cittadini
d’Avezzano, i cittadini di Messina, spogliarsi
tranquilli per mettersi a letto, ripiegare gli
abiti, metter le scarpe fuori dell’uscio, e
cacciandosi sotto le coperte godere del candor
fresco delle lenzuola di bucato, con la
coscienza che fra poche ore sarebbero morti...
Le sembra possibile?
- Ma forse la sua signora...
- Mi lasci dire! Se la morte, signor mio, fosse
come uno di quegl’insetti strani, schifosi, che
qualcuno inopinatamente ci scopre addosso... Lei
passa per via; un altro passante,
all’improvviso, lo ferma e, cauto, con due dita
protese, le dice: «Scusi, permette? Lei, egregio
signore, ci ha la morte addosso». E con quelle
due dita protese, gliela piglia e gliela butta
via... Sarebbe magnifica! Ma la morte non è come
uno di questi insetti schifosi. Tanti che
passeggiano disinvolti e alieni, forse ce
l’hanno addosso; nessuno la vede; ed essi
pensano intanto tranquilli a ciò che faranno
domani o doman l’altro. Ora io, caro signore,
ecco... venga qua... qua, sotto questo
lampione... venga... le faccio vedere una
cosa... Guardi qua, sotto questo baffo... qua,
vede che bel tubero violaceo? Sa come si chiama
questo? Ah, un nome dolcissimo... più dolce
d’una caramella: Epitelioma, si chiama.
Pronunzii, pronunzii... sentirà che dolcezza:
epiteli – oma... La morte, capisce? È passata.
M’ha ficcato questo fiore in bocca e m’ha detto:
«Tientelo, caro: ripasserò fra otto o dieci
mesi!». Ora mi dica lei, se, con questo fiore in
bocca, io me ne posso stare a casa tranquillo e
alieno, come quella disgraziata vorrebbe. Le
grido: «Ah sì, e vuoi che ti baci?» - «Sì,
baciami!» - Ma sa che ha fatto? Con uno spillo,
l’altra settimana s’è fatto uno sgraffio qua,
sul labbro, e poi m’ha preso la testa: mi voleva
baciare... baciare in bocca... Perché dice che
vuol morire con me. È pazza. A casa io non ci
sto. Ho bisogno di starmene dietro le vetrine
delle botteghe, io ad ammirare la bravura dei
giovani di negozio. Perché lei lo capisce, se mi
si fa un momento di vuoto dentro... lei lo
capisce, posso anche ammazzare come niente tutta
la vita in uno che non conosco... cavare la
rivoltella e ammazzare uno che, come lei, per
disgrazia, abbia perduto i treno... No no, non
tema, caro signore: io scherzo! – Me ne vado.
Ammazzerei me, se mai... Ma ci sono, di questi
giorni, certe buone albicocche... Come le mangia
lei? Con tutta la buccia, è vero? Si spaccano a
metà: si premono con due dita, per lungo, come
due labbra succhiose... Ah che delizia! – Mi
ossequi la sua egregia signora e anche le sue
figliuole in villeggiatura. Me le immagino
vestite di bianco e celeste, in un bel prato
verde in ombra... E mi faccia un piacere,
domattina, quando arriverà. Mi figuro che il
paesello disterà un poco dalla stazione...
All’alba lei può far la strada a piedi. Il primo
cespuglietto d’erba su la proda. Ne conti i fili
per me. Quanti fili saranno tanti giorni ancora
io vivrò. Ma lo scelga bello grosso, mi
raccomando. Buona notte, caro signore.
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