Il giovane dottore, commosso e indignato, si
provò dapprima a quietarla un poco; si fece dire
chi fosse quella Ninfarosa, dove stesse di casa,
per farle il giorno dopo una strapazzata, come
si meritava. Ma la vecchia badava ancora a
scusare i figliuoli lontani del lungo silenzio,
straziata dal rimorso d’averli incolpati per
tanti anni dell’abbandono, sicurissima ora
ch’essi sarebbero ritornati, volati a lei se una
sola di quelle tante lettere, ch’ella aveva
creduto di mandar loro, fosse stata scritta
veramente e fosse loro pervenuta.
Per troncare quella scena, il dottore dovette
prometterle che la mattina seguente avrebbe
scritto lui una lunga lettera per quei
figliuoli:
- Su, su, non vi disperate così! Verrete
domattina d Me. A dormire, adesso! Andate a
dormire.
Ma che dormire! Circa due ore dopo, il dottore,
ripassando per quella straducola, la ritrovò
ancora lì, che piangeva, inconsolabile,
accosciata sotto il lampioncino. La rimproverò,
la fece levare, le ingiunse d’andar subito a
casa, subito, perché era notte.
- Dove state?
- Ah, signor dottore... Ho un casalino, qua
sotto, all’uscita del paese. Avevo detto a
quell’infamaccia di scrivere ai figli miei che
lo avrei loro ceduto in vita, se volevano
ritornare. S’è messa a ridere, svergognata!
Perché sono quattro muretti di creta e canne. Ma
io...
- Va bene, va bene, - troncò di nuovo il dottore
. – Andate a dormire! Domani scriveremo anche
del casalino. Su venite, v’accompagno.
- Dio La benedica, signor dottore! Ma che dice?
Accompagnarmi, vossignoria! Vada, vada avanti;
io sono vecchierella e vado piano.
Il dottore le diede la buona notte, e s’avviò.
Maragrazia gli tenne dietro, a distanza; poi,
arrivata al portoncino in cui lo vide entrare,
si fermò, si tirò sul capo lo scialle s’avvolse
bene, e sedette su lo scalino lì davanti la
porta per passarvi la notte, in attesa.
All’alba, dormiva, quando il dottore, ch’era
mattiniero uscì per le prime visite. Essendo il
portoncino a un solo battente, nell’aprirlo, si
vide cadere ai piedi la vecchia dormente, che vi
stava appoggiata.
- Ohé! Voi! Vi siete fatta male?
- Vo... vossignoria mi perdoni, - balbettò
Maragrazia, ajutandosi, con ambo le mani,
avviluppate nello scialle, a rizzarsi.
- Avete passato qua la notte?
- Sissignore... È niente, ci sono avvezza, - si
scusò la vecchia. – Che vuole, signorino mio?
Non mi so dar pace... non mi so dar pace del
tradimento di quella scellerata! Mi verrebbe
d’ammazzarla, signor dottore! Poteva dirmi che
le seccava scrivere, sarei andata da un altro;
sarei venuta da vossignoria, che è tanto
buono...
- Sì, aspettate un po’ qua, - disse il dottore.
– Ora passerò io da questa buona femmina. Poi
scriveremo la lettera, aspettate.
E andò di fretta dove la vecchia la sera avanti
gli aveva indicato. Gli avvenne per caso di
domandare proprio a Ninfarosa, che si trovava
già in istrada, l’indirizzo di colei a cui
voleva parlare.
- Eccomi qua, sono io, signor dottore, - gli
rispose, ridendo e arrossendo, Ninfarosa; e lo
invitò a entrare.
Aveva veduto passare più volte per la stradetta
quel giovane medico dall’aspetto quasi
infantile, e com’era sempre sana, e non avrebbe
saputo finger di star male per chiamarlo, ora si
mostrò contenta, pur nella sorpresa, che egli
fosse venuto da sé per parlare con lei. Appena
seppe di che si trattava, e lo vide turbato e
severo, si piegò, procace, verso di lui, col
volto dolente, per il dispiacere ch’egli si
prendeva senza ragione, via! E, appena poté,
senza commettere la sconvenienza
d’interromperlo:
- Ma scusi tanto, signor dottore, - disse,
socchiudendo i begli occhi neri, - lei
s’affligge sul serio per quella vecchia matta?
Qua in paese la conoscono tutti, signor dottore,
e non le bada più nessuno. Lei domandi a chi
vuole, e tutti le diranno che è matta, da
quattordici anni, sa? Da che le sono partiti
quei due figliuoli per l’America. Non vuole
ammettere che essi si siano scordati di lei,
com’è la verità, e s’ostina a scrivere, a
scrivere... Ora, tanto per contentarla, capisce?
Io fingo... così, di farle la lettera; quelli
che partono, poi, fingono di prendersela per
recapitarla. E lei, poveraccia, s’illude. Ma se
tutti dovessimo far come lei, a quest’ora,
signor dottore mio, non ci sarebbe più mondo.
Guardi, anch’io che le parlo sono stata
abbandonata da mio marito... Sissignore! E sa
che coraggio ha avuto questo bel galantuomo? Di
mandarmi un ritratto di lui e della sua bella di
laggiù! Glielo posso far vedere. Stanno tutti e
due con le teste, l’una appoggiata all’altra e
le mani afferrate così, permette? Mi dia la
mano... così! E ridono, ridono in faccia a chi
li guarda: in faccia a me vuol dire. Ah, signor
dottore, tutta la pietà è per chi parte e per
chi resta niente! Ho pianto anch’io, si sa, nei
primi tempi; ma poi mi sono fatta una ragione, e
ora... ora tiro a campare e a spassarmela anche,
se mi capita, visto che il mondo è fatto così!
Turbato dall’affabilità provocante, dalla
simpatia che quella bella donna gli dimostrava,
il giovane dottore abbasso gli occhi e disse:
- Ma perché voi, forse, avrete da vivere. Quella
poverina, invece...
- Ma che! Quella? – rispose vivacemente
Ninfarosa – Avrebbe da vivere anche lei, ih!
Bella seduta e servita in bocca. Se volesse. Non
vuole.
- Come? – domandò il dottore, alzando gli occhi,
meravigliato.
Ninfarosa, nel vedergli quel bel faccino
stupito, scoppiò a ridere, scoprendo i denti
forti e bianchi, che davano a suo sorriso la
bellezza splendida della salute.
- Ma sì! – disse. – Non vuole, signor dottore!
Ha un altro figlio qua, l’ultimo, che la
vorrebbe con sé e non le farebbe mancare mai
nulla.
- Un altro figlio? Lei?
- Sissignore. Si chiama Rocco Trupìa. Non vuole
saperne.
- E perché?
- Perché è proprio matta, non glielo dico?
Piange giorno e notte per quei due che l’hanno
abbandonata, e non vuole accettare neanche un
tozzo di pane da quest’altro che la prega a mani
giunte. Dagli estranei, sì.
Non volendo un’altra volta mostrarsi stupito,
per nascondere il turbamento crescente il
dottore s’accigliò e disse:
- Forse l’avrà trattata male, codesto figlio.
- Non credo, - disse Ninfarosa. – Brutto, sì;
sempre ingrugnato; ma non cattivo. E lavoratore,
poi! Lavoro, moglie e figliuoli: non conosce
altro. Se vossignoria si vuol levare questa
curiosità, non ha da camminare molto. Guardi,
seguitando per questa via, appena a un quarto di
miglio, uscito dal paese, troverà a destra
quella che chiamano la Casa della Colonna. Sta
lì. Ha in affitto una bella chiusa, che gli
rende bene. Ci vada, e vedrà che è come le dico
io.
Il dottore si levò. Ben disposto da quella
conversazione, allettato dalla dolce mattinata
di settembre, e più che mai incuriosito sul caso
di quella vecchia, disse:
- Ci vado davvero.
Ninfarosa si recò le mani dietro la nuca per
rassettarsi i capelli attorno allo spadino
d’argento, e sogguardando il dottore con gli
occhi che le ridevano promettenti:
- Buona passeggiata, allora, - disse. – E serva
sua!
Superata l’erta, il dottore si fermò, per
riprender fiato. Poche altre povere casette di
qua e di là e il paese finiva; la viuzza
immetteva nello stradone provinciale, che
correva diritto e polveroso per più d’un miglio
sul vasto altipiano, tra le campagne: terre di
pane, per la maggior parte, gialle ora di
stoppie. Un magnifico pino marittimo sorgeva a
sinistra, come un gigantesco ombrello, meta ai
signorotti di Farnia delle consuete loro
passeggiate vespertine. Una lunga giogaja di
monti azzurrognoli limitava, in fondo in fondo,
l’altipiano; dense nubi candenti, bambagiose,
stavano dietro ad essi come in agguato: qualcuna
se ne staccava, vagava lenta pel cielo, passava
sopra Monte Mirotta, che sorgeva dietro Farnia.
A quel passaggio, il monte s’invaporava
d’un’ombra cupa, violacea, e subito si
rischiarava. La quiete silentissima della
mattina era rotta di tratto in tratto dagli
spari dei cacciatori al passo delle tortore o
alla prima entrata delle allodole; seguiva a
quegli spari un lungo, furibondo abbajare dei
cani di guardia.
Il dottore andava di buon passo per lo stradone,
guardando di qua e di là le terre aride, che
aspettavano le prime piogge per esser lavorate.
Ma le braccia mancavano, e spirava da tutte
quelle campagne un senso profondo di tristezza e
d’abbandono.
Ecco laggiù la Casa della Colonna, detta così
perché sostenuta a uno spigolo da una colonna
d’antico tempio greco, corrosa e smozzicata. Era
una catapecchia, veramente; una roba, come i
contadini di Sicilia chiamano le loro abitazioni
rurali. Protetta, dietro, da una fitta siepe di
fichidindia, aveva davanti due grossi pagliai a
cono.
- Oh, della roba! – chiamò il dottore, che aveva
paura dei cani, fermandosi davanti a un
cancelletto di ferro arrugginito e cadente.
Venne un ragazzotto di circa dieci anni, scalzo,
con una selva di capelli rossastri, scoloriti
dal sole, e un pajo di occhi verdognoli, da
bestiola forastica.
- C’è il cane? – gli domandò il dottore.
- C’è, ma non fa niente: conosce, - rispose il
ragazzo.
- Sei figlio di Rocco Trupìa, tu?
- Sissignore.
- Dov’è tuo padre.
- Scarica il concime, di là, con le mule.
Sul murello davanti la roba stava seduta la
madre, che pettinava la figliuola maggiore, la
quale poteva aver presso a dodici anni, seduta
su un secchio di latta, con un bambinello di
pochi mesi su le ginocchia. Un altro bambino
ruzzava per terra, tra le galline che non lo
temevano, a dispetto d’un bel gallo che,
impettito, drizzava il collo e scoteva la
cresta.
- Vorrei parlare con Rocco Trupìa, - disse il
giovane dottore alla donna. – Sono il nuovo
medico del paese.
La donna rimase un tratto a guardarlo, turbata,
non comprendendo che cosa potesse volere quel
medico da suo marito. Si cacciò la camicia
ruvida dentro il busto, che le era rimasto
aperto da che aveva finito d’allattare il
piccino, se lo abbottonò e si levò in piedi per
offrire una sedia. Il medico non la volle, e si
chinò a carezzare il bamboccetto per terra,
mentre l’altro ragazzo scappava a chiamare il
padre
Poco dopo s’intese lo scalpiccio di grossi
scarponi imbullettati, e, di tra i fichidindia,
apparve Rocco Trupìa, che camminava curvo, con
le gambe larghe ad arco, e una mano alla
schiena, come la maggior parte dei contadini.
Il naso largo, schiacciato, e la troppa
lunghezza del labbro superiore, raso, rilevato,
gli davano un aspetto scimmiesco; era rosso di
pelo, e aveva la pelle del viso pallida e sparsa
di lentiggini; gli occhi verdastri, affossati,
gli guizzavano a tratti di torvi sguardi,
sfuggenti.
Sollevò una mano per spingere un po’ indietro su
la fronte la berretta nera, a calza, in segno di
saluto.
- Bacio le mani a vossignoria. Che comandi ha da
darmi?
- Ecco, ero venuto – cominciò il medico, - per
parlarvi di vostra madre.
Rocco Trupìa si turbò:
- Sta male?
- No, - s’affrettò a soggiungere quello. – Sta
al solito; ma così vecchia, capirete, lacera,
senza cure...
Man mano che il dottore parlava, il turbamento
di Rocco Trupìa cresceva. Alla fine, non poté
più reggere, e disse:
- Signor dottore, mi deve dare qualche altro
comando? Sono pronto a servirla. Ma se
vossignoria è venuto qua per parlarmi di mia
madre, Le chiedo licenza, me ne torno al lavoro.
- Aspettate... So che non manca per voi, - disse
il medico, per trattenerlo. – M’hanno detto che
voi, anzi...
- Venga qua, signor dottore, - saltò su a dire
Rocco Trupìa improvvisamente, additando la porta
della roba. – Casa da poverelli, ma se
vossignoria fa il medico, chi sa quante altre ne
avrà vedute. Le voglio mostrare il letto pronto
sempre e apparecchiato per quella... buona
vecchia: è mia madre, non posso chiamarla
altrimenti. Qua c’è mia moglie, ci sono i miei
figliuoli: possono attestarle com’io abbia loro
comandato di servire, di rispettare quella
vecchia come Maria Santissima. Perché la mamma è
santa, signor dottore! Che ho fatto io a questa
madre? Perché deve svergognarmi così davanti a
tutto il paese e lasciar credere di me chi sa
che cosa? Io sono cresciuto, signor dottore, coi
parenti di mio padre, è vero, fin da bambino;
non dovrei rispettarla come madre, perché essa è
sempre stata dura con me; eppure l’ho rispettata
e le ho voluto bene. Quando quei figliacci
partirono per l’America, subito corsi da lei per
prendermela e portarmela qua, come la regina
della mia casa. Nossignore! Deve far la mendica,
per il paese, deve dare questo spettacolo alla
gente e quest’onta a me! Signor dottore, Le
giuro che se qualcuno di quei suoi figliacci
ritorna a Farnia, io lo ammazzo per quest’onta e
per tutte le amarezze che da quattordici anni
soffro per loro: lo ammazzo, com’è vero che sto
parlando con Lei, in presenza di mia moglie e di
questi quattro innocenti!
Fremente, più che mai sbiancato in volto, Rocco
Trupìa si forbì la bocca schiumosa col braccio.
Gli occhi gli s’erano iniettati di sangue.
Il giovane dottore rimase a guardarlo, sdegnato.
- Ma ecco – poi disse, - perché vostra madre non
vuole accettare l’ospitalità che le offrite: per
codesto odio che nutrite contro i vostri
fratelli! È chiaro.
- Odio? – fece Rocco Trupìa serrando le pugna
indietro e protendendosi. – Ora sì, odio, signor
dottore, per quello che hanno fatto patire alla
loro madre e a me! Ma prima, quando erano qua,
io li amavo e rispettavo come fratelli maggiori.
E loro, invece, due Caini per me! Ma senta: non
lavoravano, e lavoravo io per tutti; venivano
qua a dirmi che non avevano da cucinare la sera;
che la mamma se ne sarebbe andata a letto
digiuna, e io davo; s’ubriacavano,
scialacquavano con le donnacce, e io davo;
quando partirono per l’America, mi svenai per
loro. Qua c’è mia moglie che glielo può dire.
- E allora perché? – disse di nuovo, quasi a sé
stesso il dottore.
Rocco Trupìa ruppe in un ghigno
- Perché? Perché mia madre dice che non sono suo
figlio!
- Come?
- Signor dottore, se lo faccia spiegare da lei.
Io non ho tempo da perdere: gli uomini di là mi
aspettano con le mule cariche di concime. Debbo
lavorare e... guardi, mi sono tutto rimescolato.
Se lo faccia dire da lei. Bacio le mani.
E Rocco Trupìa se n’andò curvo, com’era venuto,
con le gambe larghe, ad arco, e la mano alla
schiena. Il dottore lo seguì con gli occhi per
un tratto, poi si voltò a guardare i piccini,
ch’eran rimasti come basiti, e la moglie. Questa
congiunse le mani e, agitandole un poco e
socchiudendo amaramente gli occhi, emise il
sospiro delle rassegnate:
- Lasciamo fare a Dio!
Ritornato in paese, il dottore volle venir
subito in chiaro di quel caso così strano, da
parer quasi inverosimile; e ritrovando la
vecchia ancora seduta su lo scalino davanti alla
porta della sua casa, come l’aveva lasciata, la
invitò a salire con una certa asprezza nella
voce.
- Sono stato a parlare con vostro figlio, alla
Casa della Colonna, - poi le disse. – Perché mi
avete nascosto che avevate qua quest’altro
figlio?
Maragrazia lo guardò, dapprima smarrita, poi
quasi atterrita; si passò le mani tremanti su la
fronte e sui capelli, e disse:
- Ah, signorino: io sudo freddo, se vossignoria
mi parla di quel figlio. Non me ne parli, per
carità!
- Ma perché? – le domandò, adirato, il dottore.
– Che v’ha fatto? Dite su!
- Nulla, m’ha fatto, - s’affrettò a rispondere
la vecchia. – Questo debbo riconoscerlo, in
coscienza! Anzi, m’è sempre venuto appresso,
rispettoso... Ma io... vede come tremo,
signorino mio, appena ne parlo? Non ne posso
parlare! Perché quello lì, signor dottore, non è
figlio mio!
Il giovane medico perdette la pazienza,
proruppe:
- Ma come non è figlio vostro? Che dite? Siete
stolida o matta davvero? Non l’avete fatto voi?
La vecchia chinò il capo, a questa sfuriata,
socchiuse gli occhi sanguigni, rispose:
- Sissignore. E sono stolida, forse. Matta, no.
Dio volesse! Non penerei più tanto. Ma certe
cose vossignoria non le può sapere, perché è
ancora ragazzo. Io ho i capelli bianchi, sto a
penare da tanto tempo io, e n’ho viste! N’ho
viste! Ho visto cose, signorino mio, che
vossignoria non si può nemmeno immaginare.
- Che avete visto, insomma? Parlate! – la incitò
il dottore.
- Cose nere! Cose nere! – sospirò la vecchia
scotendo il capo. – Vossignoria non era allora
neanche nella mente di Dio, e io le ho viste con
questi occhi che hanno pianto da allora lagrime
di sangue. Ha sentito parlare vossignoria d’un
certo Canebardo?
- Garibaldi? – domandò il medico, stordito.
- Sissignore, che venne dalle nostre parti e
fece ribellare a ogni legge degli uomini e di
Dio campagne e città? N’ha sentito parlare?
- Sì, sì, dite! Ma come c’entra Garibaldi?
- C’entra, perché vossignoria deve sapere che
questo Canebardo diede ordine, quando venne, che
fossero aperte tutte le carceri di tutti i
paesi. Ora, si figuri vossignoria che ira di Dio
si scatenò allora per le nostre campagne! I
peggiori ladri, i peggiori assassini, bestie
selvagge, sanguinarie, arrabbiate da tanti anni
di catena... Tra gli altri ce n’era uno, il più
feroce, un certo Cola Camizzi, capobrigante, che
ammazzava le povere creature di Dio, così, per
piacere, come fossero mosche, per provare la
polvere – diceva, - per vedere se la carabina
era parata bene. Costui si buttò in campagna,
dalle nostre parti. Passò per Farnia, con una
banda che s’era formata, di contadini; ma non
era contento, ne voleva altri, e uccideva tutti
quelli che non volevano seguirlo. Io ero
maritata da pochi anni e avevo già quei due
figliucci, che ora sono laggiù, in America,
sangue mio! Stavamo nelle terre del Pozzetto che
mio marito, sant’anima, teneva a mezzadria. Cola
Camizzi passò di là e si trascinò via anche lui,
mio marito a viva forza. Due giorni dopo, me lo
vidi ritornare come un morto; non pareva più
lui; non poteva parlare, con gli occhi pieni di
quello che aveva veduto, e si nascondeva le
mani, poveretto, per il ribrezzo di ciò ch’era
stato costretto a fare... Ah, signorino mio, mi
si voltò il cuore in petto quando me lo vidi
davanti così: «Nino mio!» gli gridai
(sant’anima!) «Nino mio, che hai fatto?» Non
poteva parlare. «Te ne sei scappato? E se ti
riafferrano, ora? Ti ammazzeranno!» Il cuore, il
cuore mi parlava. Ma egli, zitto, sedette vicino
al fuoco, sempre con le mani nascoste così,
sotto la giaccia, gli occhi da insensato, e
stette un pezzo a guardare verso terra; poi
disse: «Meglio morto!». Non disse altro. Stette
tre giorni nascosto; al quarto uscì: eravamo
poverelli, bisognava che lavorasse. Uscì per
lavorare. Venne la sera; non tornò... Aspettai,
aspettai, ah Dio! Ma già lo sapevo me l’ero
immaginato. Pure pensavo: «Chi sa! Forse non
l’hanno ammazzato; forse se lo sono ripreso!».
Venni a sapere, dopo sei giorni, che Cola
Camizzi si trovava con la sua banda nel feudo di
Montelusa, che era dei Padri Liguorini, scappati
via. Ci andai, come una pazza. C’erano, dal
Pozzetto, più di sei miglia di strada. Era una
giornata di vento, signorino mio, come non ne ho
più viste in vita mia. Si vede il vento? Eppure
quel giorno si vedeva! Pareva che tutte le anime
degli assassinati gridassero vendetta. Agli
uomini e a Dio. Mi misi in quel vento, tutta
strappata, ed esso mi portò: gridavo più di lui.
Volai: ci avrò messo appena un’ora ad arrivare
al convento, che stava lassù lassù, tra tante
pioppe nere. C’era un gran cortile, murato. Vi
s’entrava per una porticina piccola piccola, da
una parte, mezzo nascosta, ricordo ancora, da un
gran cespo di capperi radicato su, nel muro.
Presi una pietra, per bussare più forte; bussai,
bussai; non mi volevano aprire; ma tanto bussai,
che finalmente m’aprirono. Ah, che vidi!
A questo punto, Maragrazia si levò in piedi,
stravolta dall’orrore, con gli occhi sanguigni
sbarrati, e allungò una mano con le dita
artigliate dal ribrezzo. Le mancò la voce in
prima, per proseguire.
- In mano... – poi disse, - in mano... quegli
assassini...
S’arrestò di nuovo, come soffocata, e agitò
quella mano, quasi volesse lanciare qualcosa.
- Ebbene? – domandò il dottore, allibito.
- Giocavano... là, in quel cortile... alle
bocce... ma con teste d’uomini... nere, piene di
terra... le tenevano acciuffate pei capelli... e
una, quella di mio marito... la teneva lui, Cola
Camizzi... e me la mostrò. Gettai un grido che
mi stracciò la gola e il petto, un grido così
forte, che quegli assassini ne tremarono; ma,
come Cola Camizzi mi mise le mani al collo per
farmi tacere, uno di loro gli saltò addosso,
furioso; e allora, quattro, cinque, dieci,
prendendo ardire da quello, gli s’avventarono
contro, se lo presero in mezzo. Erano sazii,
rivoltati anche loro della tirannia feroce di
quel mostro, signor dottore, e io ebbi la
soddisfazione di vederlo scannato lì, sotto gli
occhi miei, dai suoi stessi compagni, cane
assassino!
La vecchia s’abbandonò su la seggiola, sfinita,
ansimante, agitata tutta da un tremito convulso.
Il giovane medico stette a guardarla,
raccapricciato, col volto atteggiato di pietà,
di ribrezzo e di orrore. Ma passato il primo
stupore, come poté ricomporre le idee, non seppe
comprendere che nesso quella truce storia
potesse avere col caso di quell’altro figlio; e
glielo domandò.
- Aspetti, - rispose la vecchia, appena poté
riprender fiato. – Quello che prima si ribellò,
quello che prese le mie difese, si chiamava
Marco Trupìa.
- Ah! – esclamò il medico. – Dunque, questo
Rocco...
- Suo figlio, - rispose Maragrazia. – Ma pensi,
signor dottore, se io potevo esser la moglie di
quell’uomo dopo quanto avevo visto! Mi volle per
forza; tre mesi mi tenne con sé, legata,
imbavagliata, perché io gridavo, lo mordevo...
Dopo tre mesi, la giustizia venne a scovarlo là
e lo richiuse in galera, dove morì poco dopo. Ma
rimasi incinta. Ah, signorino mio, Le giuro che
mi sarei strappate le viscere: mi pareva che
stessi a covarci un mostro! Sentivo che non me
lo sarei potuto vedere tra le braccia. Al solo
pensiero che avrei dovuto attaccarmelo al petto,
gridavo come una pazza. Fui per morire, quando
lo misi alla luce. Mi assisteva mia madre,
sant’anima, che non me lo fece neanche vedere:
lo portò subito dai parenti di lui, che lo
allevarono... Ora non Le pare, signor dottore
ch’io possa dire davvero ch’egli non è figlio
mio?
Il giovane dottore stette un pezzo senza
rispondere, assorto a pensare; poi disse:
- Ma lui, in fondo, vostro figlio, che colpa ha?
- Nessuna! – rispose subito la vecchia. – E
quando mai, difatti, le mie labbra hanno detto
una parola sola contro di lui? Mai, signor
dottore! Anzi... Ma che ci posso fare, se non
resisto a vederlo neanche da lontano! È tutto
suo padre, signorino mio; nelle fattezze, nella
corporatura finanche nella voce... Mi metto a
tremare, appena lo vedo, e sudo freddo! Non sono
io; si ribella il sangue, ecco! Che ci posso
fare?
Attese un po’, asciugandosi gli occhi col dorso
delle mani; poi, temendo che la comitiva degli
emigranti partisse da Farnia senza la lettera
per i suoi figliuoli veri, per i suoi figliuoli
adorati, si fece coraggio e disse al dottore
ancora assorto:
- Se vossignoria volesse farmi la carità che mi
ha promesso...
E come il dottore, riscotendosi, le disse che
era pronto si accostò con la seggiola alla
scrivania e, ancora una volta, con la stessa
voce di lagrime, cominciò a dettare:
- Cari figli...