Novelle per un anno - 1923 - In silenzio
1. In silenzio
- Waterloo! Waterloo, santo Dio! Si pronunzia Waterloo!
- Sissignore, dopo Sant’Elena.
- Dopo? Ma che dice? Come c’entra Sant’Elena adesso?
- Ah, già! L’isola d’Elba.
- Ma no! Lasci l’isola d’Elba, caro Brei! Crede che un
lezione di storia si possa improvvisare? E dunque segga!
Cesarino Brei, pallido, timido, sedette; e il professore
seguitò a guardarlo per un pezzo, contrarito, se non proprio
stizzito.
Quel ragazzo, della cui diligenza e buona volontà nello
studio s’era tanto lodato ne’ due primi anni di liceo, ora –
cioè da quando aveva indossato l’uniforme di convittore del
Collegio Nazionale, - pure stando attento attentissimo alle
lezioni da quel bravo alunno che era, eccolo là: neanche le
vere ragioni per cui Napoleone Bonaparte era stato sconfitto
a Waterloo sapeva più penetrare!
Che gli era accaduto?
Non se ne sapeva render conto nemmeno lo stesso Cesarino.
Stava ore e ore a studiare, o per dir meglio, coi libri
aperti sotto le grosse lenti da miope; ma non poteva più
fermare l’attenzione su di essi, sorpreso e frastornato da
pensieri nuovi e confusi. E questo, non soltanto dacché era
entrato in collegio, come i professori credevano, ma da
qualche tempo prima. Anzi Cesarino avrebbe potuto dire che a
causa di questi pensieri appunto e di certe strane
impressioni s’era lasciato indurre dalla madre a entrare in
collegio.
La madre (che lo chiamava Cesare e non Cesarino) senza
guardarlo negli occhi gli aveva detto:
- Tu hai bisogno, Cesare, di cambiar vita; bisogno d’un po’
di compagnia di giovani della tua età, e d’un po’ d’ordine e
di regola, non solo nello studio, ma anche nello svago. Ho
pensato, se non ti dispiace, di farti passare quest’ultimo
anno di liceo in collegio. Vuoi?
S’era affrettato a rispondere di sì, senza pensarci su due
volte; tanto turbamento la vista della madre gli cagionava
da alcuni mesi.
Figlio unico, non aveva conosciuto il padre, il quale doveva
esser morto giovanissimo, se la madre si poteva ancora dir
giovane: trentasette anni. Lui già ne aveva diciotto: cioè
proprio l’età che aveva la madre quando aveva sposato.
I conti tornavano; ma, veramente, l’essere sua madre ancora
giovane e l’aver sposato a diciotto anni, non voleva poi
dire che, per conseguenza, il padre doveva esser morto
giovanissimo, perché la madre poteva avere sposato uno
maggiore d’età di lei, e fors’anche un vecchio, eh? Ma
Cesarino aveva poca fantasia. Non s’immaginava né questa né
tant’altre cose.
In casa, del resto, non c’era alcun ritratto del babbo, né
alcuna traccia ch’egli fosse mai esistito: la madre non
gliene aveva mai parlato, né a lui era mai venuta curiosità
d’averne qualche notizia. Sapeva soltanto che si chiamava
Cesare come lui, e basta. Lo sapeva perché negli attestati
di scuola c’era scritto: Breri Cesarino del fu Cesare, nato
a Milano, ecc. A Milano? Sì. Ma non sapeva nulla neanche
della sua città natale, o, per dir meglio, sapeva che a
Milano c’era il Duomo, e basta: il Duomo, la Galleria
Vittorio Emanuele, il panettone, e basta. La madre,
anch’essa milanese, era venuta a stabilirsi a Roma subito
dopo la morte del marito e la nascita di lui.
Quasi quasi, a pensarci, Cesarino poteva dire di non
conoscer bene neppure la madre. Non la vedeva quasi mai
durante il giorno. Dalla mattina fino alle due del
pomeriggio, ella stava alla Scuola Professionale, dove
insegnava disegno e ricamo; andava poi in giro fino alle
sei, fino alle sette, talvolta fino alle otto di sera, per
impartire lezioni particolari anche di lingua francese e di
pianoforte. Rincasava stanca, la sera; ma, pure in casa, in
quel po’ di tempo prima di cena, altre fatiche, certe cure
domestiche a cui la serva non avrebbe potuto attendere; e,
subito dopo cena, la correzione dei lavori delle scolarette
private.
Mobili più che decenti, tutte le comodità, guardaroba ben
fornito, dispensa abbondantemente provvista, eh sì, sfido!
Con tutto questo gran lavoro della mammina infaticabile; ma
che tristezza anche, e che silenzio in quella casa!
Cesarino, ripensandoci dal collegio, se ne sentiva ancora
stringere il cuore. Quand’era là, appena ritornato dalla
scuola, desinava solo, svogliato, nella saletta da pranzo
ricca ma quasi buja, con un libro aperto davanti appoggiato
alla bottiglia dell’acqua sul riquadro bianco del tovagliolo
apparecchiato lì per lì sulla tavola antica di noce; poi si
chiudeva in camera a studiare; e, infine, la sera quando lo
chiamavano a cena, usciva tutto raffagottato intorpidito,
rannuvolato, con gli occhi strizzati dietro le lenti da
miope.
Madre e figlio, cenando, scambiavano tra loro poche parole.
Ella gli domandava qualche notizia della scuola; come avesse
passato la giornata; spesso lo rimproverava del modo di vita
che teneva, così poco giovanile, e voleva che si scotesse;
lo incitava a muoversi un po’, di giorno all’aperto; a esser
più vivace, più uomo, via! Lo studio sì, ma anche qualche
svago ci voleva. Soffriva, ecco, a vederlo così uggito,
pallido, disappetente. Egli le dava brevi risposte: sì, no;
prometteva con freddezza e aspettava con impazienza la fine
della cena per andarsene a letto, presto presto, poiché era
solito di levarsi per tempo la mattina.
Cresciuto sempre solo, non aveva nessuna domestichezza con
la madre. La vedeva, la sentiva molto diversa da sé, così
alacre, energica e disinvolta. Forse egli somigliava al
padre. E il vuoto lasciato dal padre da tanto tempo stava
tra lui e la madre, e s’era sempre più ingrandito con gli
anni. Sua madre, anche lì presente, gli appariva sempre come
lontana.
Ora questa impressione era cresciuta fino a cagionargli uno
stranissimo imbarazzo, allorché (molto tardi, veramente; ma
Cesarino – si sa – aveva poca fantasia), per una
conversazione tra due compagni di scuola, le prime infantili
finzioni dell’anima gli erano cadute, scoprendogli
improvvisamente certi vergognosi segreti della vita finora
insospettati. Allora la madre gli era come balzata ancor più
lontana. Negli ultimi giorni passati a casa, aveva notato
ch’ella, non ostante il gran lavoro a cui attendeva senza
requie dalla mattina alla sera, si conservava bella, molto
bella e florida, e che di questa bellezza aveva gran cura:
si acconciava i capelli con lungo e amoroso studio ogni
mattina, vestiva con signorile semplicità, con non comune
eleganza; e s’era sentito quasi offeso finanche dal profumo
ch’ella aveva addosso, non mai prima avvertito così, da lui.
Per togliersi appunto da questa curiosa disposizione d’animo
verso la madre, aveva subito accolto la proposta d’entrare
in collegio. Ma se n’era ella accorta? O da che era stata
spinta a fargli quella proposta?
Cesarino, ora, ci ripensava. Era stato sempre buono e
studioso, fin da piccino; aveva fatto sempre il suo dovere
senza la sorveglianza d’alcuno; era un po’ gracile, sì, ma
stava pur bene in salute. Le ragioni addotte dalla madre non
lo persuadevano punto. Lottava intanto contro se stesso per
non accogliere certi pensieri, di cui sentiva poi onta e
rimorso; tanto più che, ora, sapeva ammalata la mamma. Da
più mesi ella non veniva a visitarlo, le domeniche, al
collegio. Le ultime volte ch’era venuta, s’era lamentata di
non star bene; e, difatti, a Cesarino non era sembrata
florida come prima; aveva anzi notato una trascuratezza
insolita nell’acconciatura di lei, che gli aveva fatto
sentire più acuto il rimorso dei pensieri cattivi suggeriti
dalla soverchia cura ch’ella prima vi poneva.
Dalle letterine, che di tanto in tanto la madre gli inviava
per domandargli se avesse bisogno di qualche cosa, Cesarino
sapeva che il medico le aveva ordinato di stare in riposo,
perché si era troppo e per troppo tempo affaticata, e
proibito d’uscire, assicurando tuttavia che non c’era nulla
di grave e che, seguendo scrupolosamente le prescrizioni,
sarebbe senza dubbio guarita. Ma l’infermità si protraeva e
Cesarino già stava in pensiero e non gli pareva l’ora che
l’anno scolastico terminasse.
Naturalmente, in tali condizioni di spirito, le vere ragioni
escogitate dal professore di storia, per cui Napoleone
Bonaparte era stato sconfitto a Waterloo, per quanti sforzi
facesse, non riusciva a penetrarle bene.
Quel giorno stesso, appena rientrato in collegio, Cesarino
fu chiamato dal Direttore. S’aspettava qualche grave
riprensione per lo scarso profitto ricavato da quell’anno di
studio; ma trovò invece il Direttore molto benigno e
amorevole e anche un po’ turbato, all’aria.
- Caro Brei, - gli disse, posandogli insolitamente una mano
su la spalla, - lei sa che la sua mamma...
- Sta peggio? – lo interruppe subito Cesarino, levando gli
occhi a guardarlo, quasi con terrore; e il berretto gli
cadde di mano.
- Pare, figliuolo mio, sì. Bisogna che lei vada subito a
casa.
Cesarino rimase a guardarlo, con una domanda negli occhi
supplichevoli, che le labbra non ardivano di proferire
- Io non so bene, - disse il Direttore, comprendendo quella
domanda muta. – È venuta una donna, poco fa da casa, a
chiamarla. Coraggio, figliuolo mio! Vada. Lascerò il custode
a sua disposizione.
Cesarino uscì dalla sala della direzione con la mente
scombujata: non sapeva più quel che dovesse fare, di dove
prendere per correre a casa. Dov’era il custode? E il
berretto? Dove aveva lasciato il berretto?
Il Direttore glielo porse e ingiunse al custode di rimanere
a disposizione del giovane anche per tutta la giornata, se
occorreva.
Cesarino corse in via Finanze, ov’era la casa. Pochi passi
prima di giungervi, vide il portone socchiuso e sentì
mancarsi le gambe.
- Coraggio! – gli ripeté il custode, che sapeva.
Tutta la casa era sossopra, come se la morte vi fosse
entrata di violenza.
Precipitandosi dentro, Cesarino cacciò subito lo sguardo
nella camera della madre, in fondo, e la intravide, là...
sul letto... lunga – fu questa, nello stordimento, la prima
impressione, strana, di meraviglia – lunga, oh Dio, come se
la morte l’avesse stirata, a forza; rigida, pallida più
della cera, e già livida nelle occhiaje, ai lati del naso
irriconoscibile!
- Come?... come?... – balbettò, più incuriosito quasi sulle
prime, che atterrito da quella vista, stringendosi nelle
spalle e protendendo il collo a guardare come fanno i miopi.
Quasi in risposta, venne dall’altra stanza, a infrangere
orribilmente quel silenzio di morte, uno strillo infantile,
roco.
Cesarino si voltò di scatto, quasi quello strillo gli fosse
arrivato come una rasojata alla schiena, e tremando in tutto
il corpo guardò la serva che piangeva in silenzio
inginocchiata presso il letto.
- Un bimbo?
- Di là... – gli accennò quella.
- Suo? – domandò, più col fiato che con la voce, allibito.
La serva accennò di sì, col capo.
Si voltò di nuovo verso la madre, non poté sostenerne la
vista. Sconvolto dall’improvvisa, atroce rivelazione che lo
istupidiva e gli strappava, ora, il cordoglio violentemente,
si nascose gli occhi con le mani, mentre su dalle viscere
sospese gli saliva come un urlo che la gola, strozzata
dall’angoscia, non lasciava passare.
Di parto, dunque? Morta di parto? Ma come? Dunque, per
questo? E subito gli balenò il sospetto che di la, dond’era
venuto quel pianto infantile, ci fosse qualcuno; e si voltò
a guatare la serva odiosamente.
- Chi... chi?
Non poté dir altro. Con la mano che gli ballava voleva
reggersi le lenti che gli scivolavano dal naso per le
lagrime che intanto, inavvertitamente, gli sgorgavano dagli
occhi.
- Venga... venga... – gli disse la serva.
- No... dimmi... – insistette.
Ma finalmente s’accorse che nella camera, attorno al letto,
c’era altra gente ch’egli non conosceva e che lo guardava
con pietoso stupore. Tacque e si lasciò condurre dalla serva
nella stanzetta che aveva occupato prima d’entrare in
collegio.
C’era di là la levatrice soltanto, che aveva da poco tratto
dal bagno il neonato ancora gonfio e paonazzo.
Cesarino lo guardò con ribrezzo, e si volse di nuovo alla
serva.
- Nessuno? – disse, quasi tra sé. – Questo bambino?
- Oh signorino mio! – esclamò la serva, giungendo le mani. –
Che posso dirle? Non so nulla, io. Dicevo appunto questo
alla levatrice qua... Non so proprio nulla! Qua non è mai
venuto nessuno: questo glielo posso giurare!
- Non ti disse?
- Mai, nulla! Non mi confidò mai nulla, e io, certo, non
potevo domandarle... Piangeva, sa? Oh tanto, di nascosto...
Non uscì più di casa, dacché cominciò a parere... lei
m’intende...
Cesarino, raccapricciato, alzò le mani per accennare alla
serva di tacere. Per quanto, nel vuoto orrendo in cui quella
morte improvvisa lo gettava, sentisse prepotente il bisogna
di sapere, non volle. L’onta era troppa. E sua madre n’era
morta, ed era ancora di là.
Si premette le mani sul volto, accostandosi alla finestra
per fare da solo, nel bujo della mente, le sue supposizioni.
Non ricordava d’aver veduto neanche lui, finché era stato in
casa, nessun uomo, mai, che potesse dargli sospetto Ma,
fuori? Sua madre era vissuta così poco in casa! E che sapeva
lui della vita ch’ella aveva condotto fuori? Che cosa fosse
sua madre oltre il cerchio ristrettissimo delle relazioni
che aveva avuto prima con lui, lì, le sere, a cena? Tutta
una vita, a cui egli era rimasto sempre estraneo. Si era
messa con qualcuno, certo... Con chi?... Piangeva. Dunque
costui l’aveva abbandonata, non volendo o non potendo
sposarla. Ed ecco perché ella lo aveva chiuso in collegio:
per sottrarsi e sottrarlo a una vergogna inevitabile. Ma
dopo? Egli sarebbe pure uscito dal collegio, nel prossimo
luglio. E allora? Intendeva ella forse di cancellare ogni
traccia della colpa?
Schiuse le mani per guardar di nuovo il bimbo. Ecco: la
levatrice lo aveva fasciato e messo a giacere sul lettino,
in cui egli dormiva, quand’era in casa. Quella cuffietta,
quella camicina, quel bavaglino... Ma no, ecco: ella
intendeva tenerselo, il bimbo. Lo aveva preparato lei,
certo, quel corredino. E dunque, uscendo dal collegio, egli
avrebbe trovato in casa quella nuova creaturina. E che gli
avrebbe detto allora la madre? Ecco, ecco perché era morta!
Chi sa quale tremenda tortura segreta, in quei mesi! Ah,
vile, vile quell’uomo che gliel’aveva inflitta,
abbandonandola, dopo averla svergognata! Ed ella s’era
rintanata in casa, a celare il suo stato, e forse aveva
perduto il posto d’insegnante alla Scuola Professionale...
Con quali mezzi aveva vissuto in quei mesi? Certo, coi
risparmii accumulati in tanti anni di lavoro. Ma adesso?
Cesarino sentì d’improvviso il vuoto spalancarglisi più nero
e più vasto d’attorno. Si vide solo, solo nella vita, senz’ajuto,
senz’alcun parente, né prossimo né lontano; solo, con quella
creaturina lì che aveva ucciso la mamma venendo al mondo ed
era rimasta anche lei, così, nello stesso vuoto, abbandonata
alla stessa sorte, senza padre... Come lui.
Come lui? Eh sì, fors’anche lui... – come non ci aveva mai
pensato prima? – fors’anche lui era nato così! Che sapeva di
suo padre? Chi era stato quel Cesare Brei?... Brei? Ma non
era questo il cognome della madre? Sì. Enrica Brei. Così
ella si firmava, e tutti la conoscevano come la maestra Brei.
Se fosse stata vedova, venuta a Roma, entrata
nell’insegnamento, non avrebbe ripreso il suo cognome,
magari facendolo seguire da quello del marito? Ma no: Brei
era il cognome della madre; ed egli dunque portava soltanto
il cognome di lei; e quel fu Cesare, di cui non sapeva
nulla, di cui non era rimasta in casa alcuna traccia, forse
non era mai esistito: Cesare, forse, sì, ma non Brei... Chi
sa qual era veramente il cognome di suo padre! Come non ci
aveva mai pensato, finora, a queste cose?
- Senta, povero signorino! – gli disse la serva. – La
levatrice qui vorrebbe dirle... Questa creaturina...
- Già, - interruppe la levatrice, - ha bisogno del latte,
ora, questa creatura. Chi glielo darà?
- Cesarino la guardò smarrito.
- Ecco, - riprese la levatrice, - io dicevo che... essendo
nato così... e perché la mamma, poverina, non c’è più... e
lei è un povero ragazzo che non potrebbe badare a questo
innocente... dicevo...
- Portarlo via? – domandò Cesarino, accigliandosi.
- Ma perché, guardi, - seguitò quella, - io dovrei
denunziarlo allo Stato Civile... Bisogna che sappia quel che
lei vuol fare.
- Sì, - disse Cesarino, smarrendosi di nuovo. – Sì...
Aspettate... Voglio, voglio prima vedere...
E si guardò attorno, come se cercasse qualcosa. La serva gli
venne in ajuto.
- Le chiavi? – gli domandò piano.
- Che chiavi? – fece egli, che non pensava a nulla.
- Vuole il mazzetto di chiavi, per vedere... non so! Guardi,
sono di là, su la specchiera, in camera della mamma.
Cesarino si mosse per andare, ma s’arrestò subito, al
pensiero di rivedere la madre, ora che sapeva. La serva, che
s’era messa a seguirlo, aggiunse, più piano:
- Bisognerebbe, signorino mio, provvedere a tante cose. Lo
so, lei si trova sperduto, così solo, povera anima
innocente... È venuto il medico; son corsa in farmacia... ho
preso tanta roba... Questo sarebbe nulla; ma c è da pensare,
ora, anche alla povera mamma, eh? Come si fa?.. Veda un po’
lei...
Cesarino andò per prender le chiavi. Rivide stesa, lunga e
rigida sul letto, la madre, e come attratto dalla vista le
si appressò. Ah, mute, mute ora, per sempre, quelle labbra,
da cui tante cose egli avrebbe voluto sapere! Se l’era
portato via con sé, nel silenzio orribile della morte il
mistero di quel bimbo di là, e l’altro della nascita di
lui... Ma, forse, cercando, frugando... Dov’erano le chiavi?
Le prese dalla specchiera, e seguì la serva nello studiolo
della madre.
- Ecco... veda là, in quello stipetto.
Vi trovò poco più di cento lire, ch’erano forse il residuo
dei risparmii.
- Nient’altro?
- Niente, aspetta...
Aveva scorto in quello stipetto alcune lettere. Volle
leggerle subito. Ma erano (tre, in tutto) di una maestra
della Scuola Professionale, dirette alla madre a Rio Freddo,
dove due anni avanti ella, insieme con lui, aveva passato le
vacanze estive. E l’anno dopo, quella maestra, collega della
madre, era morta. Dall’ultima di quelle lettere, a un tratto
scivolò a terra un bigliettino, che la serva s’affrettò a
raccogliere.
- Da’ qua! Da’ qua!
Era scritto a lapis, senza intestazione, senza data, e
diceva così:
Impossibile, oggi. Forse venerdì.
Inizio
pagina
ALBERTO
- Alberto... – ripeté, guardando la serva. – È lui!
Alberto... Lo conosci? Non sai nulla? Proprio nulla!
Parla!
- Nulla, signorino mio, gliel’ho detto!
Cercò di nuovo nello stipetto, poi nei cassetti
degli armadii, dovunque, scompigliando ogni cosa.
Non trovò nulla. Solo quel nome! Solo questa
notizia: che il padre di quel bimbo si chiamava
Alberto. E suo padre, Cesare... Due nomi:
nient’altro. E lei, di là, morta. E tutti quei
mobili della casa, inconsapevoli, impassibili. E
lui, ora, senza più nessun sostegno, in quel vuoto,
con quel bimbo là, che, appena nato, non apparteneva
più a nessuno; mentre lui almeno, finora, aveva
avuto la madre. Buttarlo via? No, no, povero
piccino!
Commosso da una veemente pietà, ch’era già quasi
tenerezza fraterna, sentì destarsi dentro una
disperata energia. Trasse dallo stipetto alcune
gioje della madre e le diede alla serva, perché
cercasse di cavarne denaro, per il momento. Si recò
nella saletta per pregare il custode, che l’aveva
accompagnato, di attender lui a quanto si doveva
ancor fare per la mamma. Ritornò dalla levatrice,
per pregarla di cercare subito una balia. Corse a
prendere il suo berretto da collegiale, là, nella
camera mortuaria; e dopo avere in cuor suo promesso
alla madre che quel suo piccino non sarebbe perito e
neanche lui, corse al collegio, a parlare col
Direttore.
Era divenuto un altro, in pochi istanti. Espose al
Direttore, senza un lamento, il suo caso, il, suo
proposito, chiedendogli ajuto, sicuramente, con la
ferma convinzione che nessuno avrebbe potuto
negarglielo, perché ne aveva il diritto sacrosanto,
ormai, per tutto il male che, innocente, gli toccava
soffrire, dalla propria madre, da quell’ignoto che
gli aveva dato la vita, da quest’altro ignoto che
gli aveva tolto la madre, lasciandogli in braccio un
bambino appena nato.
Il Direttore che, ascoltandolo, stava a mirarlo a
bocca aperta e con gli occhi pieni di lagrime,
subito lo assicurò che avrebbe fatto di tutto per
ottenergli al più presto un soccorso, e che non lo
avrebbe mai, mai abbandonato. Se lo strinse al
petto, pianse con lui, gli disse che quella sera
stessa sarebbe venuto a trovarlo a casa e, sperava,
con una buona notizia.
- Sta bene. Sissignore. L’aspetto.
E ritornò di furia a casa.
Il soccorso, tenue, giunse sollecito; e Cesarino
quasi non se ne accorse, perché servì subito per il
trasporto della mamma, a cui pensarono gli altri.
Egli non pensò più che al bambino, come salvarlo
insieme con sé, fuori, fuori di quella trista casa
dove tanta agiatezza, chi sa come, chi sa donde era
entrata, per finir di confonderlo: mobili, tende,
tappeti, stoviglie, tutto quell’arredo, se non
proprio di lusso, certo costoso. Lo guardava quasi
con rancore per il segreto ch’esso serbava della sua
provenienza. Bisognava disfarsene al più presto,
trattenendo soltanto le cose più umili e necessarie
per arredarne le tre povere stanzette, prese a
pigione fuori di porta con l’ajuto del Direttore del
collegio.
Coi negozianti di mobili usati e i rigattieri ai
quali si rivolse per consiglio degli altri
casigliani, ne contrattò la rivendita con
accanimento; perché – cosa strana! – gli parve che
appartenessero sopratutto al bambino, quei mobili,
or che la mamma era morta per lui, rendendo nota a
tutti così la vergogna di quell’agiatezza; e al
bambino almeno, perdio, si poteva concedere il
diritto, piccino com’era e ignaro di tutto, di non
sentirla quella vergogna; se uno, invece di lui, ne
difendeva gl’interessi.
Avrebbe rivenduto anche gli abiti e tante galanterie
rimaste della mamma a una malinconica rigattiera
malaticcia, che gli si presentò tutta gale e
cascante di stanchezza e di vezzi, se costei,
parlando molle molle tra dolci sorrisi non gli
avesse lasciato intendere a quale clientela
destinava quegli abiti e quelle gale. La cacciò via.
Ah quelle spoglie, quasi vive ancora, come serbavano
il profumo che tanto lo aveva turbato negli ultimi
tempi! Gli parve ora, nella bracciata che ne fece
per andarle a riporre, di sentirci come l’alito del
bimbo, a riprova della strana impressione che tutto,
tutto lì appartenesse a lui, lavato, incipriato,
avvolto in quel corredino ricco ch’ella gli aveva
preparato prima di morire. Ecco, gli appariva ormai
come una cosa preziosa, preziosa e cara, quel bimbo,
non più soltanto da salvare, ma anche da tener
custodito con tutte quelle cure che certamente
avrebbe avuto per lui la mamma, di cui era felice di
risentire in sé, così d’improvviso ridestata, la
bella alacrità coraggiosa.
Non s’accorgeva, come potevano accorgersi gli altri,
che la vivace e ardente prontezza disinvolta della
mamma, nella sgraziata magrezza del suo corpicciuolo,
appariva come un disperato sforzo, che lo rendeva
ispido, sospettoso ed anche crudele. Sì, anche
crudele, come si dimostrò nel licenziare la vecchia
serva Rosa che pure era stata tanto buona per lui,
in quel trambusto. Ma non gli si poteva voler male
di quello che faceva o che diceva. Era giusto, in
fondo, che licenziasse la serva, dovendo sostenere
la grossa spesa della balia per il bambino: avrebbe,
sì, potuto farlo con un altra maniera; ma gli si
perdonava anche questa, come del resto gliel’aveva
perdonato la stessa Rosa; perché forse, poverino,
neanche il sospetto poteva avere d’esser crudele
verso gli altri, lui che sperimentava in quel
momento e in quella misura la crudeltà feroce della
sorte. Tutt’al più, se la compassione non l’avesse
impedito, sorridere se ne poteva, nel vederlo così
assaettato, con quelle spallucce strette e troppo in
su, e la faccetta pallida e dura protesa come a
rintuzzare, con gli occhi aguzzi dietro quelle forti
lenti da miope. Affannato, angosciato dalla paura di
non arrivare mai a tempo, correva di qua, di là, per
trar partito da tutto. Lo ajutavano e non
ringraziava nemmeno. Non ringraziò neanche il
Direttore del collegio quando, nella casetta nuova,
dopo lo sgombero, venne ad annunziargli che gli
aveva trovato il posto di scrivanello al Ministero
della Pubblica Istruzione.
- È poco, sì. Ma verrai la sera al collegio,
all’uscita dal Ministero, per qualche lezioncina
privata ai convittori, scolaretti del ginnasio
inferiore. Vedrai che ti basterà. Tu sei bravo.
- Sissignore. Ma l’abito?
- Che abito?
- Non posso mica andare al Ministero vestito ancora
da collegiale.
- Indosserai uno degli abiti che avevi prima
d’entrare in collegio.
- Nossignore, non posso. Sono tutti come li voleva
la mamma, coi calzoni corti. E poi, neanche neri.
Ogni difficoltà che gli si parava davanti (ed erano
tante!), lo irritava, più che sbigottirlo. Voleva
vincere; doveva vincere. Ma il dovere di farlo
vincere pareva che spettasse agli altri, quanto più
lui ne dimostrava la volontà. E al Ministero, se gli
altri scrivani, tutti uomini maturi o vecchi,
passavano il tempo a far la burletta, nonostante la
minaccia dei capi che quell’ufficio di ricopiatura
sarebbe stato soppresso per lo scarso rendimento che
dava, egli dapprima s’agitava sulla seggiola,
sbuffando, o pestava un piede, poi si voltava brusco
a guardarli dal suo tavolino, battendo il pugno
sulla spalliera della seggiola; non perché gli
paresse disonesta quella loro stupida negligenza, ma
perché, non sentendo l’obbligo di lavorare con lui e
quasi per lui, lo mettevano a rischio di perdere il
posto. Nel vedersi così richiamati al dovere da un
ragazzo, era naturale che quelli ridessero e se lo
pigliassero a godere. Balzava in piedi; minacciava
d’andarli a denunziare; e faceva peggio; perché
quelli, ecco, lo sfidavano a farlo; allora lui
doveva riconoscere che, facendolo, avrebbe forse
affrettato il danno di tutti. Restava a guardarli
come se con le loro risate gli avessero squarciato
il ventre; poi ricurvava le spallucce sul tavolino,
e dalli a ricopiare, a ricopiare quante più carte
poteva, a rivedere anche le poche ricopiate dagli
altri per levarne via gli errori; sordo ai motteggi
con cui quelli ora si spassavano a sbottoneggiarlo.
Certe sere, perché il lavoro assegnato all’ufficio
fosse terminato, usciva dal Ministero un’ora dopo
tutti gli altri. Il Direttore se lo vedeva arrivare
al collegio, trafelato ansante, con gli occhi
induriti dalla fissità spasimosa che dava loro il
pensiero di non bastare a difendersi dalle
difficoltà e le contrarietà della sorte, a cui
purtroppo s’univa anche la malignità degli uomini,
adesso.
- Ma no, ma no, - gli diceva il Direttore, per
confortarlo; e qualche volta anche lo rimproverava
amorevolmente.
Non sentiva né i conforti né i rimproveri; come per
via correndo, non vedeva mai nulla; la mattina, per
trovarsi puntuale all’ufficio, venendo dalla casa
lontana fuor di porta; a mezzogiorno, per ritornare
fin là a desinare, e poi per ritrovarsi a tempo
all’ufficio alle tre, sempre a piedi sia per
risparmiare i soldi del tram, sia per la paura di
mancare all’orario stando ad aspettare che quello
passasse. Non ne poteva più, la sera. Si sentiva
così stanco, che neanche la forza aveva di reggere
in braccio Ninnì, stando in piedi. Doveva prima
sedere.
Sul balconcino dalla ringhiera di ferro arrugginita,
che gli era parso tanto bello dapprima là alla vista
degli orti suburbani, ora, tenendo sulle ginocchia
Ninnì, avrebbe voluto compensarsi delle corse, delle
fatiche, delle amarezze di tutta la giornata. Ma il
bimbo, che aveva già circa tre mesi, non voleva
stare con lui, forse perché, non vedendolo quasi mai
durante la giornata, ancora non lo riconosceva; fors’anche
perché egli non lo sapeva tener bene in braccio; o
perché aveva già sonno, come diceva la balia per
scusarlo.
- Su, me lo ridia, gli farò far la nanna; e poi
penserò a lei, per la cena.
Aspettando la cena, lì seduto sul balconcino,
nell’ultima luce fredda del crepuscolo, guardando
(senza neppur forse vederla) la fetta di luna già
accesa nel cielo scialbo e vano; poi abbassando gli
occhi sulla sudicia stradicciuola deserta
costeggiata da una parte da una siepe secca e
polverosa a riparo degli orti, si sentiva invader
l’anima, in quella stanchezza, da uno squallore
angoscioso; ma non appena il pianto accennava di
pungergli gli occhi, serrava i denti, stringeva nel
pugno la bacchetta di ferro della ringhiera,
appuntava lo sguardo all’unico fanale della
stradicciuola, a cui i monellacci avevano fracassato
a sassate due vetri, e si metteva a pensar cose
cattive, apposta, contro gli scolaretti del
convitto, anche contro il Direttore, ora che non
sentiva più di poter essere come prima fiducioso con
lui, avendo capito che gli faceva il bene, sì, ma
quasi più per sé, per il compiacimento di sentirsi,
lui, buono; il che gli dava adesso, nel riceverne
quel bene, come un impiccio d’umiliazione. E quei
compagni d’ufficio, coi loro sudici discorsi e certe
sconce domande che avrebbero voluto avvilirlo di
vergogna: «se e come faceva; se l’aveva mai fatto».
Ed ecco, un improvviso convulso di lagrime lo
assaliva al ricordo d’una sera che, andando al
solito di furia per via, come un cieco, aveva
inciampato in una donnaccia di strada la quale,
subito, fingendo di pararlo, se l’era premuto al
seno con tutte e due le braccia, costringendolo così
a cogliere con le nari sulla carne viva,
oscenamente, il profumo, quel profumo stesso della
sua mamma; per cui s’era strappato da lei,
mugolando, ed era fuggito via. Gli pareva ora di
sentirsi frustato dal dileggio di quelli: «Verginello!
Verginello!», e tornava a stringere nel pugno la
bacchetta della ringhiera e a serrare i denti. No,
non avrebbe potuto mai farlo, lui, perché sempre,
sempre avrebbe avuto nelle nari, a dargliene
l’orrore, quel profumo della madre.
Ora, nel silenzio, gli arrivavano i secchi tonfi sul
mattonato dei piedi della seggiola, prima i due
davanti, poi i due di dietro, dondolata dalla balia
che addormentava i piccino; e di là dalla siepe il
frusciare dell’acqua che usciva a ventaglio dalla
tromba lunga come un serpente con cui l’ortolano
annaffiava l’orto. Quel fruscio d’acqua gli piaceva,
gli rinfrescava lo spirito; e non voleva che, per
distrazione dell’ortolano, in qualche punto ne
cadesse troppa; lo avvertiva subito dal rumore della
terra che si faceva creta e n’era come affogata.
Perché gli veniva a mente adesso quella tovaglietta
da tè, damascata, con l’orlo cilestrino e i peneri
fitti fitti, che la mamma stendeva su un tavolinetto
per offrire il tè a qualche amica, capitando
insolitamente a casa verso le cinque? Quella
tovaglietta... il corredino di Ninnì... l’eleganza,
il gusto, quello scrupolo di pulizia della mamma; e
ora, ecco stesa là sulla tavola una sudicia
tovaglia; la cena non ancora preparata; il suo
letto, di là, non ancora rifatto dalla mattina, e
fosse stato almeno ben curato il bimbo; ma
nossignori: sporca la vestina, sporco il bavaglino;
e a muoverne a quella balia il minimo rimprovero,
già la certezza d’indispettirla e il pericolo
ch’ella approfittasse dell’assenza di lui per
sfogare il dispetto contro la creaturina innocente;
e poi subito pronta la doppia scusa che, dovendo
badare al bambino, non aveva tempo né di rassettare
la casa né di attendere alla cucina; e che, se
mancava al bambino qualche cura, questo dipendeva
perché le toccava far anche da serva e da cuoca.
Brutta zoticona, venuta su dalla campagna che pareva
un tronco d albero, e che ora credeva di farsi
bella, pettinandosi coi capelli alti e
infronzolandosi. Ma pazienza! Il latte, lo aveva
buono; e il bimbo, quantunque trascurato,
prosperava. Ah, come somigliava alla mamma! Gli
stessi occhi e quel nasino, quella boccuccia... La
balia gli voleva far credere che somigliasse a lui,
invece. Ma che! Chi sa a chi somigliava lui! Ma
ormai, non gl’importava più di saperlo. Gli bastava
che Ninnì somigliasse alla mamma; n’era felice,
anzi, perché, così non avrebbe baciato su quel
visino alcun tratto che avrebbe potuto fargli
nascere l’idea di quell’ignoto, che ormai non si
curava più di scoprire.
Dopo cena, sulla stessa tavola appena sparecchiata,
si metteva a studiare, con l’intenzione di
presentarsi l’anno appresso agli esami di licenza
liceale, per entrar poi – con l’esenzione dalle
tasse, se gli veniva fatto – all’Università. Si
sarebbe iscritto in legge, e se riusciva a ottener
la laurea, questa gli avrebbe servito per qualche
concorso di segretario allo stesso Ministero della
Pubblica Istruzione. Voleva sollevarsi al più presto
da quella meschina e non ben sicura condizione di
scrivano. Ma studiando, certe sere, era a poco a
poco invaso e vinto da un cupo scoraggiamento. Gli
parevan così lontane dal suo presente affanno quelle
cose da studiare! E, distratto in quella lontananza,
sentiva come vano il suo stesso affanno; e che non
dovesse né potesse aver mai fine. Il silenzio di
quelle tre stanzette quasi nude era tanto, che gli
faceva perfino avvertire il ronzio del lume a
petrolio tolto dalla sospensione e posato lì sulla
tavola per vederci meglio: si toglieva le lenti dal
naso; fissava con gli occhi socchiusi la fiamma e
grosse lagrime allora gli pollavano dalle palpebre e
piombavano sul libro aperto sotto il mento.
Ma erano momenti. La mattina dopo tornava ad
assaettarsi più ostinato, protendendo dalle
spallucce ricurve, a modo dei miopi, quell’ossuto
visetto di cera, stirato e madido, con quei capelli
lisci di malato, troppo cresciuti tra gli orecchi e
le gote, e quella violenza delle lenti che gli
smaltavano gli occhi rimpiccoliti lucenti e precisi,
pinzandogli a sangue le gracili pareti del naso.
Di tanto in tanto veniva a fargli qualche visitina
Rosa, la vecchia serva. Piano piano gli faceva
notare anch’essa tutte le magagne di quella balia;
e, per metterlo in guardia, gli riferiva quanto le
dicevano sul conto di lei le donne del vicinato.
Cesarino si stringeva nelle spalle. Sospettava che
Rosa parlasse per rancore, perché fin da principio,
per non essere mandata via, gli aveva proposto
d’allevare il bimbo col latte sterilizzato, come
aveva veduto fare a tante mamme che se n’erano poi
trovate contente. Ma le dovette render giustizia
alla fine, quando si vide costretto a cacciar via su
due piedi quella balia già gravida da due mesi. Per
fortuna il bambino non soffrì del cambiato
allevamento, anche per le cure amorose della buona
vecchia, la quale si mostrò lietissima di ritornare
al servizio di quei due abbandonati.
E ora, finalmente, Cesarino poté assaporare davvero
la dolcezza della pace conquistata con tanta pena.
Sapeva il suo Ninnì affidato in buone mani, e poteva
lavorare studiar tranquillamente. La sera,
rincasando, trovava tutto in ordine; Ninnì lindo
come uno sposino, e gustosa la cena e soffice il
letto. Era la felicità. I primi gridolini, certe
mossette piene di grazia di Ninnì lo facevano
impazzire dalla gioja. Lo mandava a pesare ogni due
giorni, per paura che calasse di peso con
quell’allattamento artificiale, non ostante che Rosa
lo rassicurasse:
- Ma non sente che a momenti pesa più di me? Sempre
con la trombetta in bocca!
La trombetta era il biberon.
- Su, Ninnì, fatti una sonatina!
E Ninnì, subito: non se lo faceva dire due volte, e
non gli bastava che gliela reggessero gli altri, la
trombetta se la voleva reggere anche da sé, là, da
bravo trombettiere e socchiudeva languidi i cari
occhiuzzi dalla voluttà. Lo guardavano tutt’e due,
in estasi; e, poiché il bimbo, spesso prima che
finisse di succhiare, s’addormentava, zitti zitti si
levavano e andavano in punta di piedi e rattenendo
il respiro a deporlo nella culla.
Riprendendo lo studio serale con raddoppiata lena,
ormai sicuro dell’esito, le vere ragioni per cui
Napoleone Bonaparte era stato sconfitto a Waterloo,
Cesarino oramai le penetrava benissimo.
Se non che, una sera, rientrando in casa – di furia,
come soleva, quasi assetato d’un bacio del suo Ninnì
– fu arrestato su la soglia da Rosa, la quale, tutta
turbata, gli annunziò che c’era di là un signore che
voleva parlargli e che lo aspettava da una buona
mezz’ora.
Cesarino si trovò di fronte un uomo di circa
cinquant’anni, alto di statura e ben piantato,
vestito tutto di nero per lutto recentissimo, grigio
di capelli e bruno in volto dall’aria cupa, grave.
Si era alzato al suono del campanello della porta, e
lo attendeva nella saletta da pranzo.
- Desidera parlarmi? – gli domandò Cesarino,
osservandolo, sospeso e costernato.
- Sì, da solo; se permette.
- Venga, entri.
E Cesarino gl’indicò l’uscio della sua cameretta e
lo fece passare avanti; poi, richiuso l’uscio, con
le mani che già gli ballavano, si volse, alterato in
viso, pallidissimo, con gli occhi strizzati dietro
le lenti e le ciglia corrugate, e avventò la
domanda:
- Alberto?
- Rocchi, sì. Sono venuto...
Cesarino gli s’appressò, convulso, trasfigurato,
come se volesse inveire:
- A far che? In casa mia?
Quegli si trasse indietro, impallidendo e
contenendosi:
- Mi lasci dire. Vengo con buone intenzioni.
- Che intenzioni? Mia madre è morta!
- Lo so.
- Ah, lo sa? E non le basta? Se ne vada via subito,
o lo farò pentire!
- Ma scusi!
- Pentire, pentire d’esser venuto qua a infliggermi
l’onta...
- Ma no... scusi...
- L’onta della sua vista! Sissignore. Che vuole me?
- Se non mi lascia dire, scusi... Si calmi! –
riprese egli, così investito, sconcertato. – Io
comprendo... Ma bisogna che le dica...
- No! – gridò Cesarino, risoluto, fremente, levando
le gracili pugna. – Guardi, io non voglio saper
nulla! Non voglio spiegazioni! Le basti avere osato
di comparirmi davanti! E se ne vada!
- Ma qua c’è mio figlio... – disse allora quegli,
torbido e spazientito.
- Vostro figlio? – inveì Cesarino. – Ah, siete
venuto per questo? Ve ne ricordate adesso, che c è
vostro figlio qua?
- Prima non potevo... Se non mi lasciate dire...
- Che volete dire? Andate via! Andate via! Avete
fatto morire mia madre! Andate via, o chiamo gente!
Il Rocchi socchiuse gli occhi; trasse, gonfiandosi,
un profondo sospiro e disse:
- Va bene. Vuol dire che farò valere altrove le mie
ragioni.
E s’avvio.
- Ragioni? Voi? – gli gridò dietro Cesarino,
perdendo il lume degli occhi. – Miserabile! Dopo che
m’hai ucciso la madre, vuoi aver ragioni da far
valere? Tu, contro di me? Ragioni?
Quegli si voltò a guardarlo, fosco; ma aprì poi la
bocca a un sorriso tra di sdegno e di compassione
per la gracilità di quel ragazzo che lo insultava.
- Vedremo, - disse.
E se n andò.
Cesarino rimase al bujo, nella saletta, dietro la
porta tutto vibrante dell’impeto violento che in
lui, timido, debole, avevano fatto il rancore,
l’onta, la paura di perdere il suo piccino adorato.
Rimessosi alla meglio, andò a bussare all’uscio di
Rosa, che s’era chiusa a chiave, col bimbo stretto
tra le braccia.
- Ho capito! Ho capito! – gli disse Rosa.
- Voleva Ninnì.
- Lui?
- Sì. E le sue ragioni, capisci? Vuol far valere...
- Lui? E chi può dar ragione a lui?
- È il padre. Ma mi può togliere forse Ninnì ora?
L’ho cacciato via, come un cane! Gli ho detto che...
che m’ha ucciso la madre... e che l’ho raccolto io,
il bambino... e che ora è mio, è mio; e nessuno me
lo può strappare dalle braccia! Mio! Mio!... Guarda
un po’... Miserabile... assa... assassino...
- Ma sì! Ma certo! Si calmi, signorino! – gli disse
Rosa, più afflitta e costernata di lui. – Mica con
la forza potrà venire a prenderglielo, il bambino.
Lei avrà pure le sue ragioni da far valere. E vorrei
veder questa, ora, che ci levassero Ninnì che
abbiamo allevato noi. Ma stia tranquillo, che non si
farà più vedere, dopo la degna accoglienza che lei
gli ha fatta.
Né queste, però, né altre assicurazioni che la buona
vecchia ripeté durante tutta la sera, valsero a
tranquillare Cesarino. Il giorno dopo, là, al
Ministero, provò un vero, eterno supplizio. A
mezzogiorno, scappò a casa, trepidante, col cuore in
gola. Non voleva più ritornare all’ufficio per le
tre del pomeriggio; ma Rosa lo spinse ad andare,
promettendogli che avrebbe tenuto la porta sprangata
e non avrebbe aperto a nessuno e che non avrebbe
lasciato Ninnì neanche per un minuto. Così egli
andò; ma rincasò alle sei, senza recarsi al collegio
per la ripetizione a gli scolaretti.
Nel vederselo davanti come uno stordito, così
abbattuto e costernato, Rosa cercò in tutti i modi
di scuoterlo. Ma invano. Aveva un presentimento
Cesarino, che gli rodeva l’anima e non gli dava
requie. Passò insonne tutta la nottata.
Il giorno appresso, non ritornò a casa a mezzodì per
il desinare. La vecchia Rosa non sapeva come
spiegarsi quel ritardo. Verso le quattro,
finalmente, lo vide arrivare ansante, livido, con
una fissità truce negli occhi.
- Devo darglielo. M’hanno chiamato in questura.
C’era anche lui. Ha mostrato le lettere di mia
madre. È suo.
Disse così, a scatti, senza alzar gli occhi a
guardare il bimbo, che Rosa teneva in braccio.
- Oh cuore mio! – esclamò questa, stringendosi al
seno Ninnì. – Ma come? Che ha detto? Come ha potuto
la giustizia?...
- È il padre! È il padre! – rispose Cesarino. –
Dunque è suo!
- E lei? – domandò Rosa. – Come farà lei?
- Io? Io, con lui. Ce n’andremo insieme.
- Con Ninnì, da lui?
- Da lui.
- Ah, così?... tutt’e due insieme, allora? Ah, così
va bene! Non lo lascerà... E io, signorino? Questa
povera Rosa?
Cesarino, per non risponderle direttamente, si tolse
in braccio il piccino, se lo strinse al petto, e,
piangendo, cominciò a dirgli:
- La povera Rosa, Ninnì? Insieme con noi anche lei?
Non è giusto! Non si può! Le lasceremo tutto, alla
povera Rosa. Questa poca roba che è qua. Stavamo
insieme tanto bene, tutt’e tre, è vero, Ninnì mio?
Ma non hanno voluto... non hanno voluto...
- Ebbene, - disse Rosa, inghiottendo le lagrime. –
Si vuole affliggere così per me, adesso, signorino?
Io sono vecchia; non conto più; Dio per me
provvederà. Purché siano contenti loro... Del resto,
dica: non potrò forse venire a trovarla, a vedere
questo mio angioletto? Non mi cacceranno via, se
verrò. Alla fin fine, perché non dev’essere così?
Passato il primo momento, sarà forse anche un bene
per lei, signorino, che le pare!
- Forse, - disse Cesarino. – Intanto, Rosa, bisogna
che tu prepari tutto, presto... tutto quello che
abbiam fatto a Ninnì, le mie robe e le tue anche. Si
va via stasera. Siamo aspettati a pranzo. Senti: io
ti lascio tutto...
- Che dice, signorino mio! – esclamò Rosa.
- Tutto... tutto quel po’ che ho con me... in
denaro. Ben altro ti debbo, per tutto l’affetto...
Zitta, zitta! No ne parliamo. Tu lo sai, e io lo so.
Basta. Anche quei pochi mobili... Noi troveremo di
là un’altra casa... Tu farai di questa ciò che
vorrai. Non mi ringraziare. Prepara tutto e andiamo
via. Tu, prima. Non saprei andarmene, lasciandoti
qua. Poi, domani, verrai a trovarmi, e io ti lascerò
la chiave e tutto.
La vecchia Rosa obbedì, senza rispondere. Aveva i
cuore così gonfio che, ad aprir la bocca per
parlare, singhiozzi, certo, e non parole le
sarebbero venuti fuori. Preparò tutto, anche il suo
fagotto.
- Lo lascio qua? – domandò. – Tanto, se doman debbo
ritornare...
- Sì, certo, - le rispose Cesarino. – E ora, eccoti:
bacia Ninnì... Bacialo, e addio.
Rosa si prese in braccio il piccino che guardava un
po’ sbigottito; ma non poté in prima baciarlo:
bisognò che si sfogasse un pezzo, pur dicendo:
- È una sciocchezza piangere... perché domani...
Ecco a lei, signorino... se lo prenda. E coraggio,
eh? Un bacio anche a lei... A domani!
Se ne andò senza voltarsi indietro, soffocando i
singhiozzi nel fazzoletto.
Subito Cesarino sprangò la porta. Si passò una mano
su i capelli, che gli si drizzarono, irti. Andò a
posare Ninn sul letto: gli mise in mano l’orologino
d’argento, perché stesse quieto. Scrisse in gran
fretta poche righe su un foglio di carta: la
donazione a Rosa della povera suppellettile di casa.
Poi scappò in cucina; preparò lesto lesto un buon
fuoco; lo portò in camera; chiuse gli scuri, l’uscio
e al lume della lampadina che la vecchia Rosa teneva
sempre accesa davanti un immagine della Madonna, si
stese sul letto accanto a Ninnì. Questo allora
lasciò cadere sul letto l’orologino, e – al solito –
alzò la mano per strappare dal naso al fratello le
lenti. Cesarino, questa volta, se le lasciò
strappare; chiuse gli occhi e si strinse il bimbo al
petto:
- Quieto, ora, Ninnì, quieto... Facciamo la nanna
bellino, la nanna.
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