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NOVELLE PER UN ANNO - 1923 - "IN SILENZIO"
Pubblicata nel 1923, la raccolta In silenzio costituisce il sesto volume
delle Novelle per un anno e include racconti già pubblicati tra il 1897 ed il
1920. |
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10. Lo spirito maligno (1910)
«Corriere della Sera», 22
maggio 1910 col titolo "Una piastra e quattro centesimi".
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Carlo Noccia fu da giovane per circa
sette anni in Africa, a Bona, commerciante, vi soffrí anche la fame nei primi
tempi, e soltanto a furia di stenti, di rischi e d’incredibili fatiche riuscí a
metter da parte un gruzzolo modesto.
Ritornato in Sicilia, per non apparire ingenuo in mezzo ai commercianti suoi
compaesani, produttori e sensali d’agrumi e di zolfo, gente ladra, usa a
combattere tra le insidie e con ogni sorta d’inganni, provò il bisogno di
lasciar loro intendere che con quelle stesse arti egli aveva guadagnato colà il
suo danaro. Dovette insomma confarsi al modo di pensare di quelli e disonorar le
sue fatiche e il frutto di esse per aver pregio e considerazione agli occhi
loro.
E s’aggirò, faccente, con l’aria d’un furbo matricolato, in mezzo al
traffico rumoroso del piccolo porto di mare, tra i grandi depositi di zolfo
accatastati su la spiaggia; a bordo dei piroscafi d’ogni nazione, tra marinai e
interpreti e scaricatori e stivatori, aspirando con voluttà l’odor del catrame e
della pece, mentre gli occhi gli lacrimavano bruciati dalla polvere dello zolfo
diffusa nell’aria.
Stordito dai gridi dei barcajoli e dei facchini del porto,
tra un continuo sbaccaneggiar di liti, e i fischi delle sirene e il fumo delle
macchine, credette sinceramente che la necessità d’ingannare, i cattivi pensieri
venissero dal fermento stesso di quella vita esagitata, esalassero dalle bocche
delle stive, dall’acqua stessa del mare sporca di zolfo e di carbone, dal
mufffido pacciame delle alghe secche su la spiaggia solcata, scavata dal
transito incessante dei carri striduli, carichi di minerale; credette
sinceramente ch’egli, senza volere, vivendo lí, respirando in quell’aria,
avrebbe appreso quell’arte in poco tempo; e fu felicissimo quando poté aver la
dimostrazione che già gli altri credevano che non avesse piú bisogno d’apprender
altro. |
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Si vide tutt’a un tratto posto a capo d’uno dei piú grossi depositi di
zolfo. Il proprietario, giovanotto ambizioso, che aveva dovuto interrompere gli
studi universitarii per la morte improvvisa del padre, era affatto ignaro di
commercio e attendeva piuttosto a ingraziarsi con servigi e favori gli animi dei
suoi compaesani per essere eletto sindaco del Comune Naturalmente, diventò
subito preda dei piú furbi speculatori di piazza, e segnatamente di un certo
Grao, il quale cominciò a irretirlo in una vasta impresa da tentare col
nobilissimo scopo di allibertare il commercio dello zolfo dallo sfruttamento
delle case estere d’esportazione che avevano sede nei maggiori centri
dell’isola; impresa per cui egli, in poco tempo, centuplicando le sue ricchezze
(e diceva poco!) avrebbe avuto gloria di salvatore dell’industria zolfifera
siciliana, e sarebbe stato eletto sindaco subito, senza alcun dubbio.
Il Noccia ammirava sopra tutti questo Grao; lo teneva in conto d’un oracolo.
Forse, a destare in lui tanta ammirazione e cosí cieca fiducia aveva gran parte
una figliuola, che costui aveva, bellissima, e della quale egli si era
innamorato. Il fatto è che quando il Grao gettò in quella vasta impresa il suo
principale, e questi domandò a lui, suo magazziniere e amministratore, consigli
e schiarimenti sui giuochi ora al rialzo ora al ribasso a cui quegli lo
esponeva, egli, con la massima buona fede, gli dette sempre quei consigli e
quegli schiarimenti che il Grao di nascosto e senza parere gli aveva suggeriti.
Se non che, sempre, alla scadenza degli impegni, il suo principale, se aveva
giocato al ribasso, s’era trovato di fronte a uno spaventoso rialzo, e
viceversa; sicché in meno d’un anno era stato liquidato.
Nessuno volle credere alla buona fede del Noccia. Come mai non s’era accorto che
il Grao faceva volta per volta di soppiatto il giuoco inverso?
Non se n’era accorto, perché anche lui credeva a occhi chiusi che quella vasta
impresa commerciale, se non proprio centuplicato, avrebbe certo accresciuto di
molto le ricchezze del suo principale. Al primo, al secondo, al terzo colpo
fallito, credette sinceramente alla disperazione del Grao, e che nel nuovo
giuoco proposto fosse la salvezza e il rifacimento dei danni.
Del resto, ad attestar la sua buona fede stava il fatto che alla fine nella
rovina del suo principale egli vide anche la sua: perduto il posto e, quel che
piú gli dolse, anche la speranza di far sua la figlia del Grao; e che si sentí
come cascar dalle nuvole allorché il Grao gli venne avanti con le braccia aperte
per ringraziarlo di quanto aveva fatto e dargli in premio la figliuola con più
di trecentomila lire di dote.
Protestò allora, di fronte al Grao stesso, la sua innocenza e la sua buona fede
ma quegli, ammiccando furbescamente e battendogli una mano sulla spalla, gli
fece intendere che lo riteneva, anche per quella protesta, suo degno compare,
anzi suo degno genero; e un’altra cosa gli fece intendere: che nessuno lo
avrebbe lodato di non essersi approfittato del suo posto e di quel giuoco per
arricchire, e che anzi sarebbe stato stimato da tutti uno sciocco, un buono a
nulla, proprio come quel suo principale e degno come questo d’esser giocato e
poi buttato là in un canto con una pedata.
Avvenne intanto che per invidia dell’agiatezza che gli era venuta da quelle
nozze con la figlia del ricchissimo speculatore, si vide addosso
inaspettatamente l’odio feroce di tutti i suoi compaesani. Presero a chiamarlo
Giuda e a stimarlo capace d’ogni infamia, di ogni perfidia e ad avvelenargli con
questa stima anche l’amore per la sposa.
Volle dimostrare che non era, non era, perdio, quel che tutti lo stimavano; ma
ecco che in tre o quattro occasioni, senza che ne sapesse né il come né il
perché, dai suoi atti e dalle sue buone intenzioni era saltata fuori
all’improvviso la dimostrazione contraria, fino al punto che, un giorno, per una
inesplicabile intestatura su un conto sbagliato, si era visto citare in
tribunale per poche centinaja di lire da un suo subalterno colmato di beneficii.
Il Noccia cominciò a credere allora all’esistenza d’un certo spirito maligno
nato e nutrito dall’odio, dall’invidia, dal rancore, dai cattivi pensieri e
insomma da tutto il male che ci vogliono i nostri nemici; uno spirito maligno
che ci sta sempre attorno agile vigile e pronto a nuocerci, approfittando dei
nostri dubbi e della nostra perplessità, con spinte e suggerimenti e consigli e
insinuazioni che hanno in prima tutta l’aria della piú onesta saggezza, del piú
sennato consiglio, e che poi tutt’a un tratto si scoprono falsi e insidiosi,
sicché tutta la nostra condotta appare all’improvviso agli occhi altrui e anche
ai nostri stessi sotto una luce sinistra, dalla quale non sappiamo piú, cosí
soprappresi, come sottrarci.
Certo era stato questo spirito maligno a fargli sbagliare quel conto.
E intanto, ecco qua, anche capace d’approfittarsi di poche centinaja di lire a
danno d’un poveretto lo avevan creduto i suoi compaesani. E d’allora in poi
ciascuno s’era sentito in diritto di negargli quel che gli doveva, sicché per
riavere il suo si vedeva ogni volta costretto a intentare una lite.
Ora, per una di queste liti, che da un pezzo si trascinava nei tribunali e che
forse il Noccia, stanco e avvilito, avrebbe volentieri mandato a monte, se la
rabbia non lo avesse forzato a dimostrare ancora una volta che la giustizia
stava dalla sua, eccolo in viaggio per Roma a sollecitare di persona il
patrocinio del deputato del suo collegio.
Aveva già quarantasette anni, e l’animo gli s’era profondamente incupito per
tutta quella guerra d’odio e di invidia.
Come una bestia, ferita in una caccia feroce, e ricoverata in una tana non sua,
egli si guardava ormai davanti e dietro, diffidente e ombroso.
I grandi occhi chiari, d’acciajo, negli sguardi obliqui, davano in quel suo
volto fosco, bruno, cotto dal sole nelle lontane arrabbiate spiagge di Sicilia,
l’impressione d’un vuoto strano. E in quel suo volto egli sentiva ora quasi un
disagio insolito per certe rughe che di tratto in tratto gli si spianavano,
ammirando lo splendore della città.
Aveva in petto il portafogli gonfio di molte migliaja di lire. Forse, partendo
dalla Sicilia, s’era proposto di con cedersi, se non tutti, parecchi di quegli
svaghi per lui affatto nuovi, che una città come Roma poteva offrirgli. Ma in
quattro giorni, per quel ritegno ombroso, divenuto in lui quasi istintivo, non
aveva ancora ceduto a nessuna tentazione, e si sentiva stanco, oppresso e
inquieto.
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Aveva preso alloggio nell’albergo della Nuova Roma presso la stazione, e
faceva ogni volta chilometri e chilometri per andarvisi a rinchiudere per una
mezz’oretta; ne riusciva poco dopo piú smanioso di prima e senza mèta. Cosí gli
avvenne, la mattina del quinto giorno, di cacciarsi in un caffeuccio lí nei
pressi della stazione, per passarvi un po’ di tempo. C’erano pochi avventori e
molte mosche. Il Noccia ordinò una tazza di birra e stese la mano al tavolino
accanto per prendere un giornale che vi stava posato. Ma le mosche lo
tormentavano. Per cacciarne una, sfondò il giornale; voleva ripagarlo, ma il
padrone non permise; per cacciarne un’altra per poco non rovesciò la tazza di
birra. Smise allora di leggere e, sbuffando, allungò le mani sulla panca
imbottita di cuojo; ma subito ne ritrasse una, la destra, che aveva toccato
qualche cosa, e si voltò a guardare.
Era una vecchia borsetta, evidentemente lasciata lí da qualche avventore.
Forse era vuota. Se non vuota, che poteva mai contenere? pochi soldi, qualche
lira d’argento. E il Noccia rimase un pezzo perplesso, se prenderla o farla
prendere dal caffettiere, perché la restituisse al proprietario, se fosse venuto
a cercarla. Guardò il caffettiere dietro il banco. Non gli parve che avesse
faccia da restituir la borsetta, se ci fosse dentro qualche cosa. Forse sarebbe
stato meglio accertarsene, prima. Allungò cautamente la mano e la prese. Pesava.
L’aprí un poco; vi intravide una piastra d’argento e due monetine da due
centesimi. Tornò a guardare il caffettiere, e non ebbe alcun dubbio che quella
piastra e quelle due monetine sarebbero andate a finire nella ciotola dentro il
banco.
Che fare? Pensò che il giorno avanti aveva letto nella cronaca d’un giornale
un nobile esempio da imitare: quello d’un fattorino di telegrafo che aveva
trovato per istrada un portafogli con piú di mille lire, ed era andato a
depositarlo in questura. Imitare quel nobile esempio? In questura avrebbero
voluto il suo nome e lo avrebbero stampato sui giornali nel dar l’annunzio della
borsetta trovata. Pensò che nel circolo di compagnia gli sfaccendati del suo
paese leggevano i giornali di Roma dall’articolo di fondo all’ultimo avviso di
pubblicità in sesta pagina. Quantunque lo ritenessero capace di approfittarsi
anche di poche lire, avrebbero detto sghignazzando che la borsetta, lui, l’aveva
consegnata alla questura perché conteneva soltanto una piastra e quattro
centesimi. Veramente, darsi per cosí poco tutta quell’aria d’onestà gli parve
troppo. Che fare allora? Durando quell’esitazione, non stimò prudente tenere
ancora la borsetta in mano, alla vista di tutti, e se la ficcò nel taschino del
panciotto per riflettere con comodo se non gli sarebbe meglio convenuto, per non
aver tanti impicci, rimetterla al posto dove l’aveva trovata. Ma forse allora
qualche altro avventore senza scrupoli se la sarebbe presa senza pensar due
volte; e quel poveretto che l’aveva smarrita...
– Oh via, – fece tra sé a questo punto il Noccia. In fin dei conti, son cinque
lire...
E stava per trarre dal taschino la borsa, quando entrò di furia nel caffeuccio e
s’avventò verso il suo tavolino un sudicia vecchia dalla faccia aguzza, che
soffiava come un biacco, col naso da civetta e il muso irto di grigi peluzzi
tirandosi via dagli occhi i capelli lanosi, scarmigliati sotto il decrepito
cappellino annodato al mento.
– C’è lí la borsetta! la mia borsetta! l’ho lasciata lí!
Cosí investito, il Noccia guardò la grinta della vecchia, e subito concepí il
sospetto che, essendosi egli messo i tasca la borsetta, quella dovesse ritener
per certo che avesse voluto appropriarsela, e allora le rivolse un sorriso vano
da scemo, e si finse ignaro: – Una borsetta? dove? – I prima si scostò e poi si
alzò per farla cercar bene; e quando la vecchia, dopo aver cercato su la panca,
sotto la panca tra i piedi dei tavolini con irosa smania che lasciava in tender
chiaramente quel sospetto, levò l’arcigna faccia gli domandò, squadrandolo
biecamente: – Lei non l’ha trovata? – egli, che pur si struggeva di non poter
più ormai cacciarsi due dita in tasca per restituirgliela, ebbe naturalmente,
per quello stesso struggimento, un fiero scatto e, arrossendo fin nel bianco
degli occhi, le rispose:
– Siete matta?
Il caffettiere e i pochi avventori gli diedero ragione e, appena la vecchia
piangendo e brontolando se ne fu andata, gli dissero che era una poveraccia da
compatire, mezza svanita di cervello e stordita sempre dal caffè e dai liquori
che ingozzava, dacché le era morta all’ospedale l’unica figliuola.
Il Noccia ora si sentiva su le spine; voleva subito pagare e andar via. Intanto,
aveva messo la borsetta della vecchia nello stesso taschino ove teneva la sua.
Se nel cavar questa, fosse venuta fuori anche quell’altra? si sentiva tutto il
sangue alla testa, e gli occhi gli brillavano come per febbre. Trasse dalla
tasca in petto il portafogli gonfio di carte da cento.
– Non avrebbe spicci? – gli domandò il caffettiere, meravigliato.
Ed egli non trovò la voce per rispondergli; disse di no, col capo. Uno degli
avventori si profferse di cambiar lui il biglietto, e il Noccia, lasciando una
mancia di cinque lire, uscí dal caffeuccio.
Appena fuori, il suo primo pensiero fu quello di buttar via la borsetta in
qualche angolo nascosto. Ma quell’ultima notizia che gli avevano dato della
vecchia nel caffè, che ella cioè era una poveretta mezzo impazzita per la morte
della figliuola, gli fece stimare piú che mai indegno quell’atto. Pur ammesso
che la vecchia avesse avuto il sospetto ch’egli volesse tenersi la borsetta
trovata, questo sospetto in fondo non era ingiusto, poiché egli veramente,
contro la sua volontà, ridendo prima come uno scemo, poi scostandosi e alzandosi
per farla cercar lí nel posto, aveva agito come se in realtà avesse voluto
appropriarsi quella borsetta. E buttandola via, ora, non avrebbe avuto sempre la
colpa della sottrazione? L’avrebbe trovata un altro, che non avrebbe sentito
l’obbligo di restituirla, l’obbligo che ne aveva lui, lui che conosceva a chi
essa apparteneva e gliel’aveva negata in faccia. No, no: buttarla via sarebbe
stato un atto anche piú vile di quel che aveva dianzi commesso. Pensò allora che
quei pochi avventori del caffeuccio e il caffettiere avevano dovuto accorgersi
dal suo portafogli ben fornito ch’egli era un signore, un signore il quale
poteva permettersi il lusso d’offrire a quella povera vecchia un compenso di
dieci o venti lire per la borsetta perduta. Ecco, sí. Avrebbe lasciato al banco
venti lire alla presenza di quei testimoni, o avrebbe domandato al caffettiere
l’indirizzo della vecchia per recarsi lui stesso a dargliele.
E il Noccia ritornava con questo proposito sui proprii passi, quand’ecco, lí
presso l’entrata del caffeuccio, di nuovo la vecchia che, tenendosi con ambo le
mani i cerfugli lanosi spioventi su gli occhi, andava curva e piangente,
guardando in terra, ancora in cerca della sua borsetta. Il Noccia la fermò,
toccandole lievemente una spalla, trasse dal portafogli due biglietti da dieci
lire e, tutto commosso per la buona azione che faceva, glieli porse, balbettando
che li accettasse per la perdita sofferta. Ma si vide tutt’a un tratto
acciuffato dalla vecchia, la quale, scrollandolo furiosamente, si mise a
strillare:
– Venti lire? A chi le dai? Ah, ladro! E il resto? Venti lire sole mi dai? Al
ladro! al ladro!
Accorse gente da tutte le parti, accorsero anche due guardie di questura e al
Noccia che, dapprima stordito, poi abbrancato da cento braccia aveva preso a
divincolarsi inferocito, fu trovata addosso la borsetta, nella quale,
sissignori, c’era la piastra da cinque, ma c’erano anche due vecchi marenghi da
venti lire e non due monetine da due centesimi, come al Noccia era sembrato a
prima vista, là, nel caffeuccio. Perciò la vecchia reclamava con tanta rabbia il
resto.
Ma anche cento lire, anche duecento, anche mille, glien’avrebbe date ora il
Noccia. E cavava dalla tasca il portafogli. Se non che, anche quel portafogli,
come la borsetta siamo giusti, poteva ormai credersi rubato. E il Noccia fu
trascinato in questura.
Ora, è certo che a un ladro non passa per il capo di restituire una parte del
suo furto. Ma anche generalmente si crede che neppure a un galantuomo possa
passare per il capo di mettersi in tasca una borsetta che non gli appartiene, e
di negarlo poi in faccia, cosí come il Noccia aveva fatto. Bisognava dunque
trattenerlo in arresto e domandare ragguagli in Sicilia sul conto di lui. Non
sarebbe stato serio prestar fede alla persecuzione di un certo spirito maligno,
di cui quell’arrestato farneticava.
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