Luigi Pirandello 1867 - 1936

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Luigi Pirandello - Le Novelle

 

Novelle per un anno - Raccolta "In silenzio" (1923)

 

8. Il corvo di Mìzzarro - 1902

 

Prima pubblicazione: Il Marzocco, 26 ottobre 1902 col titolo Corvo, 77 - Asino, 23 - Caduta, 80;

col nuovo titolo nella raccolta Il carnevale dei morti, Battistelli, Firenze 1919.

 

 

             Pastori sfaccendati, arrampicandosi un giorno su per le balze di Mìzzaro, sorpresero nel nido un grosso corvo, che se ne stava pacificamente a covar le uova.

             – O babbaccio, e che fai? Ma guardate un po’ ! Le uova cova! Servizio di tua moglie, babbaccio!

             Non è da credere che il corvo non gridasse le sue ragioni: le gridò, ma da corvo; e naturalmente non fu inteso. Quei pastori si spassarono a tormentarlo un’intera giornata; poi uno di loro se lo portò con sé al paese; ma il giorno dopo, non sapendo che farsene, gli legò per ricordo una campanellina di bronzo al collo e lo rimise in libertà:

             – Godi!

             Che impressione facesse al corvo quel ciondolo sonoro, lo avrà saputo lui che se lo portava al collo su per il cielo. A giudicare dalle ampie volate a cui s’abbandonava, pareva se ne beasse, dimentico ormai del nido e della moglie.

             – Din dindin din dindin...

             I contadini, che attendevano curvi a lavorare la terra, udendo quello scampanellio, si rizzavano sulla vita; guardavano di qua, di là, per i piani sterminati sotto la gran vampa del sole:

             – Dove suonano?

             Non spirava alita di vento; da qual mai chiesa lontana dunque poteva arrivar loro quello scampanio festivo?

             Tutto potevano immaginarsi, tranne che un corvo sonasse così, per aria.

             «Spiriti!» pensò Ciche, che lavorava solo solo in un podere a scavar conche attorno ad alcuni frutici di mandorlo per riempirle di concime. E si fece il segno della croce. Perché ci credeva, lui, e come! agli Spiriti. Perfino chiamare s’era sentito qualche sera, ritornando tardi dalla campagna, lungo lo stradone, presso alle Fornaci spente, dove, a detta di tutti, ci stavano di casa. Chiamare? E come? Chiamare: – Ciche! Ciche!  – così. E i capelli gli s’erano rizzati sotto la berretta.

 

 

             Ora quello scampanellio lo aveva udito prima da lontano, poi da vicino, poi da lontano ancora; e tutt’intorno non c’era anima viva: campagna, alberi e piante, che non parlavano e non sentivano, e che con la loro impassibilità gli avevano accresciuto lo sgomento. Poi, andato per la colazione, che la mattina s’era portata da casa, mezza pagnotta e una cipolla dentro al tascapane lasciato insieme con la giacca un buon tratto più là appeso a un ramo d’olivo, sissignori, la cipolla sì, dentro al tascapane, ma la mezza pagnotta non ce l’aveva più trovata. E in pochi giorni, tre volte, così.

             Non ne disse niente a nessuno, perché sapeva che quando gli Spiriti prendono a bersagliare uno, guaj a lamentarsene: ti ripigliano a comodo e te ne fanno di peggio.

             –    Non mi sento bene, – rispondeva Ciche, la sera ritornando dal lavoro, alla moglie che gli domandava perché avesse quell’aria da intronato.

             –    Mangi però! – gli faceva osservare, poco dopo, la moglie, vedendogli ingollare due e tre scodelle di minestra, una dopo l’altra.

             –    Mangio, già! – masticava Ciche, digiuno dalla mattina e con la rabbia di non potersi confidare.

             Finché per le campagne non si sparse la notizia di quel corvo ladro che andava sonando la campanella per il cielo.

             Ciche ebbe il torto di non saperne ridere come tutti gli altri contadini, che se n’erano messi in apprensione.

             – Prometto e giuro, – disse, – che gliela farò pagare!

             E che fece? Si portò nel tascapane, insieme con la mezza pagnotta e la cipolla, quattro fave secche e quattro gugliate di spago. Appena arrivato al podere, tolse all’asino la bardella e lo avviò alla costa a mangiar le stoppie rimaste. Col suo asino Ciche parlava, come sogliono i contadini; e l’asino, rizzando ora questa ora quell’orecchia, di tanto in tanto sbruffava, come per rispondergli in qualche modo.

             – Va’, Ciccio, va’, – gli disse, quel giorno, Ciche. – E sta’ a vedere, che ci divertiremo!

             Forò le fave; le legò alle quattro gugliate di spago attaccate alla bardella, e le dispose sul tascapane per terra. Poi s’allontanò per mettersi a zappare.

             Passò un’ora; ne passarono due. Di tratto in tratto Ciche interrompeva il lavoro, credendo sempre di udire il suono della campanella per aria; ritto sulla vita, tendeva l’orecchio. Niente. E si rimetteva a zappare.

             Si fece l’ora della colazione. Perplesso, se andare per il pane o attendere ancora un po’, Ciche alla fine si mosse; ma poi, vedendo così ben disposta l’insidia sul tascapane, non volle guastarla: in quella, intese chiaramente un tintinnio lontano; levò il capo.

             – Eccolo!

             E, cheto e chinato, col cuore in gola, lasciò il posto e si nascose lontano.

             Il corvo però, come se godesse del suono della sua campanella, s’aggirava in alto, in alto, e non calava.

             «Forse mi vede», pensò Ciche; e si alzò per nascondersi più lontano.

             Ma il corvo seguitò a volare in alto, senza dar segno di voler calare. Ciche aveva fame; ma pur non voleva dargliela vinta. Si rimise a zappare. Aspetta, aspetta; il corvo, sempre lassù, come se glielo facesse apposta. Affamato, col pane lì a due passi, signori miei, senza poterlo toccare! Si rodeva dentro, Ciche, ma resisteva, stizzito, ostinato.

             – Calerai ! calerai ! Devi aver fame anche tu !

             Il corvo, intanto, dal cielo, col suono della campanella, pareva gli rispondesse, dispettoso:

             – Né tu né io! Né tu né io!

             Passò così la giornata. Ciche, esasperato, si sfogò con l’asino, rimettendogli la bardella, da cui pendevano, come un festello di nuovo genere, le quattro fave. E, strada facendo, morsi da arrabbiato a quel pane, ch’era stato per tutto il giorno il suo supplizio. A ogni boccone, una mala parola all’indirizzo del corvo: – boja, ladro, traditore – perché non s’era lasciato prendere da lui.

             Ma il giorno dopo, gli venne bene.

             Preparata l’insidia delle fave con la stessa cura, s’era messo da poco al lavoro, allorché intese uno scampanellio scomposto lì presso e un gracchiar disperato, tra un furioso sbattito d’ali. Accorse. Il corvo era lì, tenuto per lo spago che gli usciva dal becco e lo strozzava.

             – Ah, ci sei caduto? – gli gridò, afferrandolo per le alacce. – Buona, la fava? Ora a me, brutta bestiaccia! Sentirai.

             Tagliò lo spago; e, tanto per cominciare, assestò al corvo due pugni in testa.

             – Questo per la paura, e questo per i digiuni!

             L’asino che se ne stava poco discosto a strappar le stoppie dalla costa, sentendo gracchiare il corvo, aveva preso intanto la fuga, spaventato. Ciche lo arrestò con la voce; poi da lontano gli mostrò la bestiaccia nera:

             – Eccolo qua, Ciccio! Lo abbiamo! lo abbiamo!

             Lo legò per i piedi; lo appese all’albero e tornò al lavoro. Zappando, si mise a pensare alla rivincita che doveva prendersi. Gli avrebbe spuntate le ali, perché non potesse più volare; poi lo avrebbe dato in mano ai figliuoli e agli altri ragazzi del vicinato, perché ne facessero scempio. E tra sé rideva.

             Venuta la sera, aggiustò la bardella sul dorso dell’asino; tolse il corvo e lo appese per i piedi al posolino della groppiera; cavalcò, e via. La campanella, legata al collo del corvo, si mise allora a tintinnire. L’asino drizzò le orecchie e s’impuntò.

             – Arri!  – gli gridò Ciche, dando uno strattone alla cavezza.

             E l’asino riprese ad andare, non ben persuaso però di quel suono insolito che accompagnava il suo lento zoccolare sulla polvere dello stradone.

             Ciche, andando, pensava che da quel giorno per le campagne nessuno più avrebbe udito scampanellare in cielo il corvo di Mìzzaro. Lo aveva lì, e non dava più segno di vita, ora, la mala bestia.

             – Che fai? – gli domandò, voltandosi e dandogli in testa con la cavezza. – Ti sei addormentato?

             Il corvo, alla botta:

             – Cràh!

             Di botto, a quella vociacela inaspettata, l’asino si fermò, il collo ritto, le orecchie tese. Ciche scoppiò in una risata.

             -Arri, Ciccio! Che ti spaventi?

             E picchiò con la corda l’asino sulle orecchie. Poco dopo, di nuovo, ripetè al corvo la domanda:

             – Ti sei addormentato?

             E un’altra botta, più forte. Più forte, allora, il corvo:

             – Cràh!

             Ma, questa volta, l’asino spiccò un salto da montone e prese la fuga. Invano Ciche, con tutta la forza delle braccia e delle gambe, cercò di trattenerlo. Il corvo, sbattuto in quella corsa furiosa, si diede a gracchiare per disperato; ma più gracchiava e più correva l’asino spaventato.

             – Cràh! Cràh! Cràh!

             Ciche urlava a sua volta, tirava, tirava la cavezza; ma ormai le due bestie parevano impazzite dal terrore che s’incutevano a vicenda, l’una berciando e l’altra fuggendo. Sonò per un tratto nella notte la furia di quella corsa disperata; poi s’intese un gran tonfo, e più nulla.

             Il giorno dopo, Ciche fu trovato in fondo a un burrone, sfracellato, sotto Fasino anch’esso sfracellato: un carnajo che fumava sotto il sole tra un nugolo di mosche.

             Il corvo di Mìzzaro, nero nell’azzurro della bella mattinata, sonava di nuovo pei cieli la sua campanella, libero e beato.

 

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