Luigi Pirandello 1867 - 1936

Le opere integrali. Riassunti, analisi, tematiche

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Prima pubblicazione: Il Marzocco, 26 ottobre 1902 col titolo Corvo, 77 - Asino, 23 - Caduta, 80;

col nuovo titolo nella raccolta Il carnevale dei morti, Battistelli, Firenze 1919.

 

RIASSUNTO - COMMENTO

 

Alcuni pastori delle campagne di Mizzaro sorprendono un corvo mentre cova le uova della sua femmina, ed uno di loro, per burla, gli lega al collo una campanellina di bronzo. Lasciato libero, nel suo volo in cielo il corvo diffonde il suona della campanellina, suscitando nei contadini ignari dell'origine del suono a paura degli spiriti.
Anche CichŔ ha questa paura, ma non ne parla a nessuno per timore della vendetta degli spiriti. Per tre giorni consecutivi si accorge che dalla bisaccia scompare il pane della colazione. Saputo da altri contadini che il ladro Ŕ il corvo, decide di vendicarsi, cattura il corvo, lo installa sul basto dell'asino, e la sera si avvia verso casa.
 

 

Ma durante il percorso il corvo gracchia improvvisamente, l'asino si imbizzarrisce e, correndo furiosamente, precipita con CichŔ che non riesce a controllarlo in un profondo burrone, sfracellandosi entrambi. Il corvo torna libero nel cielo, facendo sentire nel volo lo squillo della campanellina.
La novella ci rivela un Pirandello insolito, abile creatore di favole ispirate alle credenze popolari della sua gente.
Il motivo di fondo della novella per˛, nonostante la levitÓ fantastica della creazione poetica, Ŕ insieme tragico e umoristico. La tragedia sta nell'orrenda morte di CichŔ, sfracellatosi con l'asino nel burrone; l'umorismo, nel sentimento del contrario: quando CichŔ e l'asino sono trovati in fondo al burrone sfracellati, il corvo di MÝzzaro, nero nell'azzurro della bella mattina, suonava di nuovo nei cieli la sua campanella, libero e beato.

 

IL CORVO DI M═ZZARO

da Liber Liber

Pastori sfaccendati, arrampicandosi un giorno s˙ per le balze di MÝzzaro, sorpresero nel nido un grosso corvo, che se ne stava pacificamente a covar le uova.

- O babbaccio, e che fai? Ma guardate un po'! Le uova cova! Servizio di tua moglie, babbaccio!

Non Ŕ da credere che il corvo non gridasse le sue ragioni: le grid˛, ma da corvo; e naturalmente non fu inteso. Quei pastori si spassarono a tormentarlo un'intera giornata; poi uno di loro se lo port˛ con sÚ al paese; ma il giorno dopo, non sapendo che farsene, gli leg˛ per ricordo una campanellina di bronzo al collo e lo rimise in libertÓ:

- Godi!


Che impressione facesse al corvo quel ciondolo sonoro, lo avrÓ saputo lui che se lo portava al collo s˙ per il cielo. A giudicare dalle ampie volate a cui s'abbandonava, pareva se ne beasse, dimentico ormai del nido e della moglie.

- Din dindin din dindin...

I contadini, che attendevano curvi a lavorare la terra, udendo quello scampanellÝo, si rizzavano sulla vita; guardavano di qua, di lÓ, per i piani sterminati sotto la gran vampa del sole:

- Dove suonano?

Non spirava alito di vento; da qual mai chiesa lontana dunque poteva arrivar loro quello scampanÝo festivo?

Tutto potevano immaginarsi, tranne che un corvo sonasse cosÝ, per aria.

źSpiriti!╗ pens˛ CichŔ, che lavorava solo solo in un podere a scavar conche attorno ad alcuni frutici di mandorlo per riempirle di concime. E si fece il segno della croce. PerchÚ ci credeva, lui, e come! agli Spiriti. Perfino chiamare s'era sentito qualche sera, ritornando tardi dalla campagna, lungo lo stradone, presso alle Fornaci spente, dove, a detta di tutti ci stavano di casa. Chiamare? E come? Chiamare: - CichŔ! CichŔ! - cosÝ. E i capelli gli s'erano rizzati sotto la berretta.

Ora quello scampanellÝo lo aveva udito prima da lontano, poi da vicino, poi da lontano ancora; e tutt'intorno non c'era anima viva: campagna, alberi e piante, che non parlavano e non sentivano, e che con la loro impassibilitÓ gli avevano accresciuto lo sgomento. Poi, andato per la colazione che la mattina s'era portata da casa, mezza pagnotta e una cipolla dentro al tascapane lasciato insieme con la giacca un buon tratto pi˙ lÓ appeso a un ramo d'olivo, sissignori, la cipolla sÝ, dentro al tascapane, ma la mezza pagnotta non ce l'aveva pi˙ trovata. E in pochi giorni, tre volte, cosÝ.

Non ne disse niente a nessuno, perchÚ sapeva che quando gli Spiriti prendono a bersagliare uno, guaj a lamentarsene: ti ripigliano a comodo e te ne fanno di peggio.

- Non mi sento bene, - rispondeva CichŔ, la sera ritornando dal lavoro, alla moglie che gli domandava perchÚ avesse quell'aria da intronato.

- Mangi per˛! - gli faceva osservare, poco dopo, la moglie, vedendogli ingollare due e tre scodelle di minestra una dopo l'altra.

- Mangio, giÓ! - masticava CichŔ, digiuno dalla mattina e con la rabbia di non potersi confidare.

FinchÚ per le campagne non si sparse la notizia di quel corvo ladro che andava sonando la campanella per il cielo.

CichŔ ebbe il torto di non saperne ridere come tutti gli altri contadini, che se n'erano messi in apprensione.

- Prometto e giuro, - disse, - che gliela far˛ pagare

E che fece? Si port˛ nel tascapane, insieme con la mezza pagnotta e la cipolla, quattro fave secche e quattro gugliate di spago. Appena arrivato al podere, tolse all'asino la bardella e lo avvi˛ alla costa a mangiar le stoppie rimaste. Col suo asino CichŔ parlava, come sogliono i contadini; e l'asino, rizzando ora questa ora quell'orecchia, di tanto in tanto sbruffava, come per rispondergli in qualche modo.

- Va', Ciccio, va', - gli disse, quel giorno, CichŔ. - E sta' a vedere, chÚ ci divertiremo!

For˛ le fave; le leg˛ alle quattro gugliate di spago attaccate alla bardella, e le dispose sul tascapane per terra. Poi s'allontan˛ per mettersi a zappare.

Pass˛ un'ora; ne passarono due. Di tratto in tratto CichŔ interrompeva il lavoro, credendo sempre di udire il suono della campanella per aria; ritto sulla vita, tendeva l'orecchio. Niente. E si rimetteva a zappare.

Si fece l'ora della colazione. Perplesso, se andare per il pane o attendere ancora un po', CichŔ alla fine si mosse; ma poi, vedendo cosÝ ben disposta l'insidia sul tascapane, non volle guastarla: in quella, intese chiaramente un tintinnÝo lontano; lev˛ il capo:

- Eccolo!

E, cheto e chinato, col cuore in gola, lasci˛ il posto e si nascose lontano.

Il corvo per˛, come se godesse del suono della sua campanella, s'aggirava in alto, in alto, e non calava.

źForse mi vede╗, pens˛ CichŔ; e si alz˛ per nascondersi pi˙ lontano.

Ma il corvo seguit˛ a volare in alto, senza dar segno di voler calare. CichŔ aveva fame; ma pur non voleva dargliela vinta. Si rimise a zappare. Aspetta, aspetta; il corvo, sempre lass˙, come se glielo facesse apposta. Affamato, col pane lÝ a due passi, signori miei, senza poterlo toccare! Si rodeva dentro, CichŔ, ma resisteva, stizzito, ostinato.

- Calerai! calerai! Devi aver fame anche tu!

Il corvo, intanto, dal cielo, col suono della campanella, pareva gli rispondesse, dispettoso:

- NÚ tu nÚ io! NÚ tu nÚ io!

Pass˛ cosÝ la giornata. CichŔ, esasperato, si sfog˛ con l'asino, rimettendogli la bardella, da cui pendevano, come un festello di nuovo genere, le quattro fave. E, strada facendo, morsi da arrabbiato a quel pane, ch'era stato per tutto il giorno il suo supplizio. A ogni boccone, una mala parola all'indirizzo del corvo: - boja, ladro, traditore - perchÚ non s'era lasciato prendere da lui.

Ma il giorno dopo, gli venne bene.

Preparata l'insidia delle fave, con la stessa cura, s'era messo da poco al lavoro, allorchÚ intese uno scampanellÝo scomposto lÝ presso e un gracchiar disperato, tra un furioso sbattito d'ali. Accorse. Il corvo era lÝ, tenuto per lo spago che gli usciva dal becco e lo strozzava.

- Ah, ci sei caduto? - gli grid˛, afferrandolo per le alacce. - Buona, la fava? Ora a me, brutta bestiaccia! Sentirai .

Tagli˛ lo spago; e, tanto per cominciare, assest˛ al corvo due pugni in testa.

- Questo per la paura, e questo per i digiuni!

L'asino che se ne stava poco discosto a strappar le stoppie dalla costa, sentendo gracchiare il corvo, aveva preso intanto la fuga, spaventato. CichŔ lo arrest˛ con la voce poi da lontano gli mostr˛ la bestiaccia nera:

- Eccolo qua, Ciccio! Lo abbiamo! lo abbiamo!

Lo leg˛ per i piedi; lo appese all'albero e torn˛ al lavoro. Zappando, si mise a pensare alla rivincita che doveva prendersi. Gli avrebbe spuntate le ali, perchÚ non potesse pi˙ volare; poi lo avrebbe dato in mano ai figliuoli e agli altri ragazzi del vicinato, perchÚ ne facessero scempio. E tra sÚ rideva.

Venuta la sera, aggiust˛ la bardella sul dorso dell'asino; tolse il corvo e lo appese per i piedi al posolino della groppiera; cavalc˛, e via. La campanella, legata al collo del corvo, si mise allora a tintinnire. L'asino drizz˛ le orecchie e s'impunt˛.

- ArrÝ! - gli grid˛ CichŔ, dando uno strattone alla cavezza.

E l'asino riprese ad andare, non ben persuaso per˛ di quel suono insolito che accompagnava il suo lento zoccolare sulla polvere dello stradone.

CichŔ, andando, pensava che da quel giorno per le campagne nessuno pi˙ avrebbe udito scampanellare in cielo il corvo di MÝzzaro. Lo aveva lÝ, e non dava pi˙ segno di vita, ora, la mala bestia.

- Che fai? - gli domand˛, voltandosi e dandogli in testa con la cavezza. - Ti sei addormentato?

Il corvo, alla botta:

- CrÓh!

Di botto, a quella vociaccia inaspettata, l'asino si ferm˛, il collo ritto, le orecchie tese. CichŔ scoppi˛ in una risata.

- ArrÝ, Ciccio! Che ti spaventi?

E picchi˛ con la corda l'asino sulle orecchie. Poco dopo, di nuovo, ripetÚ al corvo la domanda:

- Ti sei addormentato?

E un'altra botta, pi˙ forte. Pi˙ forte, allora, il corvo:

- CrÓh!

Ma questa volta, l'asino spicc˛ un salto da montone e prese la fuga. Invano CichŔ, con tutta la forza delle braccia e delle gambe, cerc˛ di trattenerlo. Il corvo, sbattuto in quella corsa furiosa, si diede a gracchiare per disperato; ma pi˙ gracchiava e pi˙ correva l'asino spaventato.

- CrÓh! CrÓh! CrÓh!

CichŔ urlava a sua volta, tirava, tirava la cavezza; ma ormai le due bestie parevano impazzite dal terrore che si incutevano a vicenda, l'una berciando e l'altra fuggendo. Son˛ per un tratto nella notte la furia di quella corsa disperata; poi s'intese un gran tonfo, e pi˙ nulla.

Il giorno dopo, CichŔ fu trovato in fondo a un burrone, sfracellato, sotto l'asino anch'esso sfracellato: un carnajo che fumava sotto il sole tra un nugolo di mosche.

Il corvo di MÝzzaro, nero nell'azzurro della bella mattinata, sonava di nuovo pei cieli la sua campanella, libero e beato.

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