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II
L’avvocato Ennio Mori aspettava alla stazione l’arrivo del treno da Napoli.
Piccolo di statura, magrissimo, con le spalle in capo, sbuffava, impaziente, o
si grattava la faccetta ossuta, dalla tinta itterica, invasa e quasi oppressa da
una barba nera troppo cresciuta, o si aggiustava le lenti che non volevano
reggerglisi sul naso, o si tastava di tanto in tanto le tasche del pastrano e
della giacca piene di giornali.
Si accostò a un ferroviere.
– Scusi, il treno da Napoli?
– È in ritardo di quaranta minuti.
– Ferrovie italiane! Cose da pazzi!
E s’allontanò, in cerca d’un posto qualunque per sedere; là in fondo, sotto
l’orologio, in qualche sporgenza del muro, poiché tutti i sedili erano ingombri.
Gli toccava fare anche da servitore alla balia che doveva arrivare:
– Cose da pazzi!
Dopo due anni di matrimonio e di dimora in Roma, sua moglie era come uscita or
ora da quella tribú di selvaggi dell’estremo lembo della Sicilia: non sapeva né
muoversi per casa, né uscir sola per provvedere ai bisogni minuti della
famiglia; non sapeva far altro che rimproverar lui dalla mattina alla sera,
sempre imbronciata, e punzecchiarlo dove piú si teneva: nella logica, nella
logica; e affliggerlo con la piú stupida e odiosa gelosia, non per amore, ma per
puntiglio. Non si sentiva amata! E sfido! Che aveva mai fatto, che faceva per
essere amata? Se pareva anzi che provasse gusto a farsi odiare! Mai una parola
gentile, mai una carezza, mai! e sempre armata di diffidenza, spinosa, dura,
arcigna, permalosa. Ah, parola d’onore, aveva fatto un bel guadagno a sposarla!
– Cose da pazzi!
Sbuffò, tornò ad aggiustarsi sul naso le lenti; trasse uno dei tanti giornali e
si mise a leggere.
Ma, pure in quella lettura, come in casa trattando con la moglie, non riusciva a
trovare un momento di requie; e, quasi a ogni notizia, tornava a ripetere quella
sua solita frase: – Cose da pazzi! – . Seguitava a leggere, tuttavia; e, ogni
giorno, non si dichiarava soddisfatto, se non aveva scorso da capo a fondo tutti
i fogli piú in vista di Roma e di Milano, di Napoli, di Torino, di Firenze, di
cui aveva sempre cosí piene le tasche.
– Medicina, – soleva dire. – Mi muovono la bile.
Troppo, però! Eh, glielo aveva detto anche il medico Troppo, sí, forse; ma poi,
non leggendo i giornali, lo spettacolo diretto dell’amenissima vita italiana, la
compagnia della moglie, non gli avrebbero guastato il fegato? Meglio dunque i
giornali.
– E questo maledetto treno da Napoli, insomma, arriva o non arriva?
Guardò l’orologio; scattò in piedi, smarrito. Era trascorsa piú di un’ora!
S’avviò di corsa verso l’uscita. Dove trovare adesso quella poveretta, che
doveva essere arrivata e non sapeva l’indirizzo di casa?
Ma la trovò, per fortuna, nell’ufficio della dogana, dove si visitano i bagagli,
che piangeva seduta sul sacco. I doganieri cercavano di confortarla; le
consigliavano di andare in questura, non conoscendo essi quell’avvocato moro di
cui ella parlava.
– Annicchia!
– Signorino! – gridò la poveretta, levandosi d’un balzo, alla voce.
E per poco non l’abbracciò, dalla gioja. Tremava tutta
– Perduta, signorino mio, perduta... E come avrei fatto io, se Vossignoria non
veniva?
– Ma quel degnissimo galantuomo di mio suocero, – le gridò Mori, – non poteva
scriverti l’indirizzo di casa mia su un pezzettino di carta?
– Ma io non so leggere... – gli fece osservare Annicchia, che si sforzava di
soffocare gli ultimi singhiozzi e si asciugava le lagrime.
– Cose da pazzi. Avresti potuto dare l’indirizzo a un vetturino, senza che
m’incomodassi io a venire. Del resto son venuto. Ero dentro la stazione. Non mi
sono accorto dell’arrivo del treno. Basta.
Montando in vettura, le raccomandò:
– Non far parola a mia moglie di quest’incidente. Succederebbe un caso del
diavolo.
Trasse di tasca un altro giornale e si mise a leggere
Annicchia si restrinse, per occupare nella vettura quanto meno posto le fosse
possibile. Provava una gran soggezione, seduta lí, accanto al padrone, sola con
lui. Ma fu per poco. Era addirittura intronata dal lungo viaggio dalle tante e
nuove impressioni che le avevano tumultuosamente investito la povera anima,
chiusa finora e ristretta là, nelle abituali occupazioni dell’angusta sua vita.
Non ricordava piú nulla; non pensava, non vedeva piú nulla; sentiva soltanto il
sollievo d’esser giunta, finalmente; d’aver superato il terrore della traversata
sul piroscafo da Palermo a Napoli, lo sgomento della furia del treno. Ov’era
giunta? Si provava a guardar fuori della vettura; ma gli occhi le dolevano.
Avrebbe avuto tanto tempo di veder Roma, la grande città dov’era il Papa!
Intanto, già si trovava accanto a uno ch’ella conosceva, e tra poco avrebbe
riveduto la «signorina sua» e si sarebbe di nuovo sentita quasi nel suo paese.
Sorrise. Le si affacciò per un istante al pensiero il figliuolo lontano, la
vecchia suocera, ma ne scacciò subito l’immagine per il bisogno. E si mise,
fosco, a riflettere su l’impresa disperata di dare istintivo di non turbarsi
quel momento di sollievo dopo le lunghe sofferenze angosciose del viaggio.
– A Napoli, – le domandò a un tratto il Mori, – è venuto qualcuno a rilevarti
sul piroscafo?
– Ah, sissignore! Un galantuomo! Tanto buono... – s’affrettò a rispondergli
Annicchia. – Anzi mi ha comandato di salutarla.
– Ti ha comandato?
– Sissignore, di salutarla.
– Ti avrà pregato.
– Sissignore; ma... un padrone mio...
Ennio Mori sbuffò e si rimise a leggere il giornale.
– Medicina, medicina!
– Come dice? – arrischiò, timidamente, Annicchia.
– Niente: parlo con me.
– Sta’ zitta! – la interruppe, di scatto, il Mori, come se, nominando il re,
quella poveretta gli avesse pestato un piede.
– Basterebbe una parolina... – osò d’aggiungere Annicchia, sommessamente.
– Cose da pazzi! – sbuffò di nuovo il Mori, cosí urtato, che spiegazzò il
giornale che teneva su le gambe e lo buttò fuori della vettura. – Credi che ci
abbiano mandato soltanto tuo marito, a domicilio coatto? Ci mandano anche noi!
– I signori? – domandò Annicchia, stupita ~ incredula. – Come ce li mandano i
signori?
Annicchia rimase un po’ perplessa, poi aggiunse:
– Anche a Palermo è venuto alla stazione un altro galantuomo che mi ha poi
accompagnata fino al vapore: tanto buono anche lui.
– E t’ha comandato anche lui di salutarmi?
– Sissignore, anche lui.
Il Mori abbassò su le gambe il giornale, si aggiustò sul naso le lenti e le
domandò, accigliato:
– Tuo marito?
– Sempre là! – sospirò Annicchia. – All’isola! Ah se Vossignoria che sta qui a
Roma, che c’è il Re...
– Sta’ zitta! – la interruppe, di scatto, il Mori, come se, nominando il re,
quella poveretta gli avesse pestato un piede.
– Basterebbe una parolina... – osò d’aggiungere Annicchia, sommessamente.
– Cose da pazzi! – sbuffò di nuovo il Mori, così urtato, che spiegazzò il
giornale che teneva su le gambe e lo buttò fuori della vettura. – Credi che ci
abbiano mandato solo tuo marito, a domicilio coatto? Ci mandano anche noi!
– I signori? – domandò Annicchia, stupita e incredula. – Come ce li mandano i
signori?
_ Sta’ zitta! – replicò il Mori, a cui riusciva addirittura insopportabile
quella supina ignoranza.
E si mise fosco, a riflettere su l’impresa disperata di dare una nuova coscienza
a quell’infima gente della sua Sicilia, in cui era così profondamente radicato
il sentimento della servilità.
La carrozza, alla fine, giunse in Via Sistina, ove il Mori abitava.
Ersilia era ancora a letto. Sotto il roseo parato a padiglione dell’ampio letto,
tra il candore dei guanciali e de’ merletti, appariva piú bruna di carnagione,
quasi nera, immagrita com’era dalle doglie del recente parto.
Annicchia corse ad abbracciarla festosamente.
– Signorina! Signorina mia! Eccomi qua... Mi pare un sogno! Come sta? Ha
sofferto molto, è vero? Oh, figlia mia! Si vede... Non si riconosce piú... Mah,
cosí vuole Dio: noi donne siamo fatte per patire.
– Un corno! – protestò Ersilia. – Che stupide, le donne. Tutte cosí! Ci provate
gusto, è vero? a ripetere che noi donne siamo fatte per patire. E a furia di
ripeterlo, eccoli qua, i signori uomini, credono davvero, adesso, che nojaltre
dobbiamo stare al loro servizio, per il loro comodo e per il loro piacere. Noi
le schiave, e vero? e loro i padroni. Un corno!
Ennio Mori, a cui era diretta la botta, ripiegò furiosamente il terzo giornale,
sbuffò e uscí dalla camera.
Annicchia guardò la padrona, un po’ impacciata, e disse:
– Anche loro, poveretti, hanno tanti guaj...
– Dormire, mangiare e andare a spasso. Vorrei fare un po’ il cambio, io. Ah,
uomo, uomo, e cieco d’un occhio!
– Certo, quando abbiamo finito da poco di patire per loro...
– No, sempre! Li odio tutti!
A questo punto, s’intese dall’altra parte un grido di Ennio Mori:
– L’universo mondo!
A cui rispose un altro grido:
– Eccomi, signorino! Mi comandi.
Ersilia scoppiò a ridere e spiegò ad Annicchia:
– Ho la serva sorda. Appena si grida un po’, si sente chiamata. Margherita!
Margherita!
Su la soglia si presentò la vecchia sorda, con un’aria tra di offesa e di
stralunata. Di là, il Mori, con gli occhi fuori del capo, le aveva fatto un
gesto... un certo gesto sguajato.
– Senti, Margherita, – riprese Ersilia. – Questa è la balia, arrivata adesso...
adesso, sí. Bene: ora tu insegnale la sua camera. Hai capito? Andrai a lavarti,
– aggiunse, rivolgendosi ad Annicchia, – sei tutta affumicata.
Annicchia sporse il capo per guardarsi nello specchio dell’armadio e subito
esclamò, con le mani per aria:
– Mamma mia!
Il fumo della ferrovia e le lagrime versate alla stazione le avevano insudiciato
il volto. Prima d’andare a lavarsi, volle però raccontare alla «signorina sua»,
con vivacissimi gesti e frequenti esclamazioni, che facevano sbarrare tanto
d’occhi alla serva sorda, le peripezie del viaggio di mare, poi di quello in
ferrovia, e come a un certo punto, sentendosi scoppiare il seno per la furia del
latte, si fosse messa a piangere come una bambina. I compagni di viaggio le
domandavano che avesse; ma ella si vergognava a dirlo; alla fine, quelli
capirono; e allora un giovinastro le propose di succhiarle lui il latte –
malcreato! – e già le stendeva, ridendo, le mani al petto. Ella, gridando, aveva
minacciato di buttarsi dal finestrino del vagone. Ma poi, per fortuna, alla
prima fermata del treno, un vecchio ch’era lí accanto a lei, l’aveva condotta a
un altro scompartimento, dove c’era una donna che aveva con sé una bambinuccia
di tre mesi, misera misera, alla quale finalmente aveva potuto dar latte,
sentendosi man mano rinascere.
Ersilia credeva d’aver già preso l’aria della «continentale» ed ebbe perciò
fastidio di quelle vive, ingenue espressioni di pudor paesano.
– Basta, a lavarti, ora! Poi mi dirai della mamma e del babbo. Va’, va’.
– E il bambinello? – chiese Annicchia. – Non me lo vuol far vedere? Lo vedo e me
ne vado.
– Là, – disse Ersilia, indicando la culla. – Ma tu no, non toccare il velo con
le mani sporche. Su, Margherita, faglielo vedere.
Tra tanta ricchezza di nastri, di veli, di merletti, Annicchia vide un
mostriciattolo dal volto paonazzo, piú misero di quella bimba a cui aveva dato
latte in treno. Pure esclamò:
– Bello! Bello! Coruccio mio, dorme come un angioletto... Vossignoria vedrà
quanto glielo farò diventare... Anche il mio Luzziddu era nato cosí, piccolo
piccolo, e ora, se lo vedesse!
S’interruppe, commossa:
– Vado e torno, – poi disse; e seguí la serva nell’altra camera.
III
Avrebbe voluto attaccarsi subito al seno il piccino; il padrone era d’accordo
con lei; ma Ersilia, che doveva in tutto contrariare il marito, nossignore,
volle prima che un medico esaminasse il latte.
– C’è bisogno del medico? – disse Annicchia, ridendo. – Non vede come sto?
Era raggiante di salute, fresca e rosea.
Ersilia, dal letto, la guardò odiosamente, come se ella, con quelle parole,
avesse voluto attirare l’attenzione del marito.
– Il medico! Voglio subito il medico! – insistette.
E il Mori, borbottando la sua solita frase, dovette andare per il medico.
Questi venne verso sera, quando già Annicchia spasimava di nuovo per il seno
inturgidito, e il bambino, che non riusciva ad attaccarsi a quello, del resto,
arido della madre, trangosciava, affamato.
Ennio avrebbe voluto assistere alla visita; ma la moglie lo cacciò via:
– Che hai da vedere? Di’ piuttosto a Margherita che porti un cucchiajo e un
bicchier d’acqua.
– Bionda, eh?... bionda... bionda... – diceva, in tanto, il medico che aveva in
vezzo ripetere tre e quattro volte di seguito la stessa parola, guardando con
aria astratta, come se stentasse ogni volta a fissare il pensiero.
Annicchia, nel vedersi osservata a quel modo, diventò rossa come un papavero.
– Bionda, eh? diciamo, gentilissima signora, – seguitava intanto il medico, –
bionda, è vero? gentilissima signora... Bella giovane... bella, e pare sana,
anche sana... Ma bruna, eh, bruna, bruna sarebbe stata meglio... Il latte delle
brune, sicuro, il latte delle brune... Basta, vediamo un po’.
Fece alzare il capo ad Annicchia e le esaminò le glandule del collo; dopo altre
osservazioni, distratto, cominciò a sbottonarle il corpetto. Annicchia, tremante
di vergogna, stupita e imbarazzata, cercò di impedirglielo, riparandosi il seno
con le mani.
– Cava, eh? cava fuori, – le disse il medico.
Ersilia scoppiò a ridere.
– Perché... perché ri... perché ride, gentilissima signora?
– Ma non vede come si vergogna codesta sciocca? – gli fece notare Ersilia.
– Di me? Io sono il medico!
– Non c’è avvezza, – riprese Ersilia. – E poi le nostre donne, sa, noi siciliane
non siamo mica come le donne di qua.
– Ah, – fece subito il medico, – capisco, capisco... so bene, so bene... piú
pudibonde, eh? pudibonde... Ma io sono il medico; un medico è come il
confessore. Vediamo un po’: spremi tu stessa qualche goccia in questo cucchiajo.
Quanto tempo ha il tuo figliuolo?
– L’ho comprato, – rispose Annicchia, forzandosi a guardarlo in volto, – che
saranno due mesi.
– L’hai comprato? che dici?
– Come debbo dire?
– Ma fatto, figliuola mia, fatto... I figliuoli si fanno... si fanno... Che c’è
di male?
Quando il medico finalmente, dopo l’esame del latte andò via, Annicchia si
abbandonò su una seggiola, sfinita come se avesse sostenuto una tremenda fatica:
– Ah, signorina mia, che vergogna! mi sentivo morire.
Poco dopo, udendo vagire il bambino, corse alla culla e subito gli porse il
petto.
– Tie’, sàziati, figlio bello mio, animuccia mia!
Ersilia, dal letto, la guatò di nuovo: le vide i biondi capelli dorati, spartiti
nel mezzo, in due bande che si ripiegavano sugli orecchi e le incorniciavano il
volto delicato; le intravide il seno meravigliosamente bianco e formoso; e le
disse, stizzita:
– Sarebbe stato meglio custodirlo, prima; e poi dargli il latte per
addormentarlo.
– Lo lasci succhiare, poverino! – esclamò Annicchia. – Ha proprio fame! Se
sentisse come succhia, come succhia!
Poco dopo, nella camera accanto, destinata a lei e al piccino, non rifiniva
d’esclamare, ammirando la mobilia e i cortinaggi:
– Gesú! che cose, a Roma! che cose!
E si sentí impacciata davanti a quel letto nuovo, cosí bello, apparecchiato per
lei. Ricordò allora l’impaccio piú vivo provato, due anni addietro, alla vista
di un altro letto, nel quale per la prima volta avrebbe dovuto coricarsi non piú
sola: rivide col pensiero la sua casetta lontana, com’era già, allorché Titta,
senza quelle ideacce cattive che lo avevano rovinato, aveva messa su,
amorosamente, per le nozze; com’era adesso, squallida e nuda, con due seggiole
appena e un letto solo, per lei e per la suocera.
Ora la vecchia laggiú lo aveva tutto per sé, quel letto a due, poiché forse il
bambino dormiva in casa della vicina. Povero Luzziddu, cosí piccino, là, fuori
di casa, e con la mamma sua cosí lontana! Certo quella donna non poteva aver per
lui le cure che aveva per il proprio figliuolo; e Luzziddu, messo da parte
doveva aspettar quieto quel po’ che avanzava: lui, lui che finora aveva avuto
tutta per sé la mamma sua!
Annicchia si mise a piangere; ma poi, temendo che qualcuno se n’avvedesse,
asciugò le lagrime e, per confortarsi, pensò che lí presso, a guardia, c’era la
nonna, la quale, all’occorrenza, avrebbe saputo farsi valere con quel suo fare
cupo e imperioso. Degna madre di Titta! Ma buona in fondo, com’era buono Titta;
certo col tempo si sarebbe convinta che, se la nuora aveva osato disobbedire, vi
era stata costretta dalla necessità e per il bene di tutti.
Ora, per dimostrare quasi a sé stessa ch’era stato un sacrifizio il suo e che,
nel compierlo, aveva pensato soltanto al bene degli altri e non al suo, avrebbe
voluto dormire magari per terra e non lí, su quel letto signorile, sotto quel
cortinaggio: il piccino, lí, poiché tutta quella ricchezza era profusa per lui;
e lei per terra, come una cagna. Non le dava proprio l’animo di entrare sotto
quelle coperte, pensando allo strame su cui giaceva il suo Luzziddu e a quello
della suocera.
Ma, di lí a pochi giorni, il goffo e pomposo abbigliamento recato dalla sarta
doveva maggiormente offenderla in quel suo segreto sentimento. Erano proprio per
lei tutte quelle galanterie, grembiuli ricamati, nastri di raso, spilloni
d’argento? E doveva uscire cosí, come se dovesse andare a una mascherata?
Ersilia, che già s’era levata di letto, si stizzí acerbamente:
– Uh, quante smorfie! Me l’aspettavo. Qua usa cosí, e cosí devi vestire, ti
piaccia o non ti piaccia.
– Come comanda Vossignoria, – s’affrettò a risponderle Annicchia, per calmarla.
– Mi perdoni. Vossignoria ha speso tanti bei denari per me che non merito nulla.
E poi, che c’entra? Vossignoria è la padrona... Dicevo, che mi sembra curioso...
perché nel nostro paese...
– Qua siamo a Roma, – troncò Ersilia. – Del resto, stai benissimo.
Era vero. Il rosso acceso dello zendado dava un vivo risalto al biondo dei
capelli, all’azzurro degli occhi limpidi e gaj. Ersilia era certa che, uscendo a
passeggio con lei, avrebbe fatto una pessima figura; ma la vanità, l’ambizione
di aver la balia parata riccamente, erano piú forti in lei della stessa gelosia.
La condusse con sé, la prima volta, in carrozza.
Annicchia, infocata in volto dalla vergogna, teneva gli occhi bassi, sul piccino
che le giaceva in grembo. Ersilia intanto notava che tutti per via si fermavano
e si voltavano a mirarla.
– Su, su, – le disse, – tieni alta la testa. Non diamo spettacolo! Pare che
t’abbiano schiaffeggiata!
Annicchia si provò ad alzare gli occhi e a tener alta la testa. A poco a poco,
la maraviglia dello spettacolo insolito e grandioso della città le fece scordar
la vergogna, e si mise a guardare come allocchita, dove Ersilia le indicava.
– Gesú, Gesú, – mormorava tra sé Annicchia, – che cose grandi! che cose...
Rientrò in casa, da quella prima passeggiata, stordita, quasi vacillante, con
gli orecchi che le ronzavano, come se fosse stata in mezzo a un tumulto e avesse
faticato tanto a uscirne. E si sentí di gran lunga, di gran lunga piú lontana
dal suo paese, come non si sarebbe mai immaginato e quasi sperduta in un altro
mondo, che non le pareva ancor vero.
– Gesú! Gesú!
Intanto, di là, il Mori dava a leggere alla moglie una lettera arrivata dalla
Sicilia, durante l’assenza di lei.
La signora Manfroni scriveva alla figlia che la vecchia Marullo le aveva
rimandato il denaro che ella secondo l’accordo con Annicchia, le aveva
anticipato sulla prima mesata del baliatico: la vecchia non aveva voluto neanche
vederlo da lontano; piuttosto, diceva, sarebbe morta di fame o sarebbe andata a
mendicare di porta in porta un tozzo di pane. Intanto, era venuta la vicina, a
cui Annicchia aveva affidato il bambino, a protestare contro quella vecchia
strega, che non le voleva dar nulla, neanche per provvedere ai bisogni della
creaturina. La signora Manfroni aggiungeva che aveva dato a quella vicina metà
della mesata, a patto però ch’ella desse ogni giorno alla vecchia, come carità
che partisse da lei, un piatto di minestra per non farla proprio morir di fame.
Consigliava alla figlia di non stare a mandar l’altra metà che la Marullo non
avrebbe mai accettato, e concludeva dichiarandosi dolentissima di essersi
cacciata in questo impiccio per aver voluto seguire il consiglio altrui.
– Il tuo bel consiglio! – scattò Ersilia, ripiegando la lettera. – Non devi
farne mai una giusta!
– Io? – rimbeccò Ennio. – E che ho forse scritto alla tua degnissima signora
madre che mi scegliesse per balia la nuora d’una pazza furiosa?
– No; ma di volere una balia siciliana! Se non avessi avuto questa splendida
idea, non ci troveremmo ora in questi impicci. Del resto, va’ là, va’ là che ti
piace, e molto, la balietta siciliana! Già me ne sono accorta.
Il Mori sgranò tanto d’occhi.
– La balia di mio figlio?
– Grida, grida: fa’ sentire tutto di là...
– Prima mi pungi, e poi vuoi che non gridi? Anche gelosa della balia di mio
figlio, adesso? Sei pazza?
– Tu sei pazzo! Avessi tu tanto sale qui, quanto ne ho io! Intanto, che si fa?
che dobbiamo farne, di questo denaro?
– Non vorrai mica, spero, spiattellarle che sua suocera lo rifiuta.
– Ma figúrati! Darle questo dispiacere? Me ne guarderei bene!
Il Mori perdette la pazienza e, scrollandosi rabbiosamente, andò via.
IV
Gli toccava, ora, anche questo: privarsi di fare una carezza, finanche di
volgere uno sguardo al suo piccino, perché la moglie sospettava già che la balia
potesse interpretar quelle carezze, quegli sguardi come rivolti a lei.
– E perché, – gli domandava ella, infatti, – perché non ti compiaci di tuo
figlio quando sta in braccio a me, e vai invece a fargli tante smorfie quando
sta con quella?
Sdegnato, avvilito di quell’ingiusto e odioso sospetto, Ennio le gridava:
– Ma se con te non ci sta mai!
Il bambino, ogni qual volta ella se lo prendeva in braccio, si metteva a
piangere e tendeva le manine alla balia. Forse ella lo teneva male, non tanto
perché non ci fosse avvezza, quanto per timore che potesse averne sporcate le
ricche vesti da camera di cui faceva grande sfoggio.
Quantunque non ricevesse mai visite e di rado uscisse di casa, pure spendeva
enormemente per gli abiti, dei quali alla fine restava sempre scontenta, come di
tutto e di sé stessa. Si sentiva, ed era forse davvero infelice, ma di questa
sua infelicità incolpava gli altri, anziché la propria indole scontrosa, l’aspro
carattere, la mancanza di ogni garbo. Era convinta che se si fosse imbattuta in
un altr’uomo che l’avesse amata e compresa, non avrebbe sentito tutto quel vuoto
che sentiva dentro e attorno a sé Ora le era venuto in uggia finanche il
bambino, perché questi dimostrava di voler piú bene alla balia che a lei. E non
passava giorno che, anneghittita in quell’ozio, non piangesse di nascosto. Il
marito le vedeva qualche volta gli occhi gonfi e rossi, ma fingeva di non
accorgersene; schivava quanto piú poteva di parlare con lei, ormai certo che,
per quanto dicesse o facesse, non sarebbe riuscito a ispirarle, a comunicarle
quell’affetto per la vita, di cui ella sentiva il desiderio smanioso, ma del
quale nello stesso tempo la riteneva incapace. Se l’aspettava dagli altri, la
vita, senza intendere che ciascuno deve farsela da sé. Del resto, se era
infelice, non meno infelice era lui che doveva viverci insieme. Bella esistenza,
la sua! Tutto il giorno tappato lí, nello studio. Meno male che, di tanto in
tanto, venivano a trovarlo gli amici del partito, coi quali poteva almeno
sfogarsi, discutere liberamente.
Durante quelle discussioni, il vecchio scrivano dello studio era mandato in
sala. S’inchinava, ogni volta, profondamente, il signor Felicissimo Ramicelli a
quei signori rivoluzionari e usciva con molta dignità. Appena varcata la soglia
però, e richiuso l’uscio, strizzava un occhio, sollevava un piede e si
stropicciava, contentone, le mani; poi rizzandosi le punte dei baffetti ritinti,
andava a seder su la panca della sala d’ingresso, con la speranza che vi
capitasse Annicchia, la bella balietta siciliana.
Già aveva tentato d’attaccar discorso con lei:
– Sai come mi chiamo? Felicissimo.
Ma Annicchia pareva non capisse; gli voltava le spalle; e il signor Ramicelli
diceva allora a sé stesso:
– Felicissimo, eh già! Ma di che?
Gli avevano imposto, come un augurio, questo bel nome superlativo. – Grazie! –
ma, proprio, nella vita, non aveva trovato mai di che dichiararsi, non che
felice, ma neppure appena appena contento, il signor Ramicelli. Guadagnava otto
lirette al giorno, che gli sarebbero bastate forse, se non avesse avuto un
vizietto... un certo vizietto...
– Eh, come si fa? Le belle donnine...
Quell’Annicchia, per esempio, che bocconcino! Ogni qualvolta la vedeva, si
sentiva toccar l’ugola. E gli pareva anche una buona ragazza: gli pareva,
intendiamoci! perché tutte le balie, si sa: ragazze andate a male, roba da... da
guerra, là!
Annicchia, notando le occhiate, i lezii da scimmia del signor Ramicelli, non
sapeva se dovesse riderne o aversene a male. Le sembrava tanto curioso quel
vecchietto ancora cosí biondo! Certo, se non era già andato via col cervello,
poco ci doveva mancare.
Là, nella saletta d’ingresso, ella tentava di mettere a prova i piedini del
bimbo, reggendolo sotto le ascelle. Non era ancor riuscita, dopo sei mesi, a
pronunziare correttamente il nome che il Mori aveva imposto al bambino: Leonida.
Lo chiamava Nònida.
– Ma che Nònida! – le diceva il signor Ramicelli, per stuzzicarla. –
LE-O-nida.
– Io non so dirlo.
– E Felicissimo? Non sai dirlo neppure Felicissimo? Mi chiamo proprio cosí, sai?
Annicchia si riprendeva in braccio il bambino e andava via dalla saletta,
dicendo:
– Non ci credo.
– E neppure io, – concludeva, filosoficamente, il signor Ramicelli, che restava
lí ad aspettare che la discussione nello studio terminasse.
– Tattica... Farabutti... L’educazione del proletariato... Programma
minimo... – Queste e simili espressioni giungevano, di tratto in tratto, a
gli orecchi del Ramicelli, il quale scoteva malinconicamente il capo e si
volgeva piuttosto a guardare verso l’uscio per cui era andata via la balia, e
sospirava. Gli giungeva di là, qualche volta, una certa ninna-nanna paesana, che
Annicchia cantava con voce dolce e malinconica, forse pensando al suo bambino, e
guardando intanto questo che già, col suo latte, s’era fatto grosso e bello,
anche piú grosso di quanto aveva lasciato il suo, là! Ah, un gigante, certo, si
sarebbe fatto, povero Luzziddu, se ella avesse potuto allattarlo! E invece...
chi sa! Le passavano tante brutte ideacce per il capo! Spesso se lo sognava
infermo, magro magro, pelle e ossa, col colluccio vizzo e un testone da
rachitico che gli s’abbandonava ora su una spalluccia ora sull’altra e
gl’ingrossava di punto in punto, mentr’ella stava a contemplarlo,
raccapricciata, allibita: – Questo, il mio Luzziddu? cosí s’è ridotto? – E
voleva, nel sogno angoscioso, dargli il suo latte, subito subito; ma il bambino
allora la guardava con gli occhi cupi, truci della nonna, e voltava la faccia,
rifiutando il seno ch’ella gli porgeva. Che strazio! Si destava col cuore in
gola, e fino a giorno non riusciva a togliersi dagli occhi l’immagine del
figliuolo ridotto in quello stato.
Non ardiva piú, intanto, di parlarne alla padrona che già piú volte le aveva
risposto male, forse perché urtata della sua soverchia insistenza, o forse
perché temeva che ella – pensando troppo alla sua creaturina – trascurasse il
bimbo. Ma questo no, in coscienza: non poteva, né doveva dirlo: eccolo qua
Nònida, florido e vispo!
Annicchia quasi quasi non sapeva piú riconoscere nella padrona d’oggi la
signorina Ersilia d’un tempo, cosí malamente si vedeva trattata: peggio d’una
serva. Faceva di tutto per lasciarla contenta, si piegava a tanti servizii a cui
non era obbligata, ora che Margherita, la sorda, era andata via; e si sforzava
di parere allegra e di rincorare anche la padrona che dava in ismanie e si
disperava per ogni nonnulla.
– Eccomi qua, ci sono io, faccio tutto io, signorina mia, non si confonda.
Avrebbe voluto, in compenso, un po’ piú di considerazione. Per esempio, quando
arrivavano le lettere dalla Sicilia... Gliele recava lei, tutta contenta,
esultante:
– Signorina! Signorina!
– Che c’è? Hai preso un terno al lotto?
La agghiacciava, ogni volta, con quelle parole. Stava ad aspettarla ch’ella
finisse di leggere la lettera, sperando che le desse subito notizia del suo
bambino, ma che! nulla; doveva domandargliene lei, quando le vedeva rimettere il
foglio nella busta.
– E di Luzziddu, niente?
– Sí; dice che sta bene.
– E mia suocera, mia suocera?
– Anche.
Doveva contentarsi di queste risposte. Ma possibile che di laggiú non le
mandassero a dire altro? Ah come si pentiva adesso di non avere imparato a
scrivere! Aveva, sí, supposto, partendo, che la lontananza le sarebbe riuscita
penosa; ma tanto poi no; era un vero supplizio, cosí!
Il bambino, però, tra pochi giorni, avrebbe compiuto sette mesi: a nove, per
volontà del padre, doveva essere svezzato: dunque, due mesi ancora di quelle
sofferenze. Pazienza!
Non s’aspettava, confortandosi e rassegnandosi cosí alla mala sorte, quel che
doveva accaderle proprio nel giorno che il bambino compiva il settimo mese:
giorno di doppia festa, perché a Nònida era anche spuntato il primo
dentuccio.
Sentendo sonare quel giorno il campanello alla porta, e parendole dalla
scampanellata che fosse il postino, s’era recata ad aprire tutta contenta, al
solito; ma a un tratto, senza aver avuto neanche il tempo d’accorgersi a chi
avesse aperto, s’era trovata per terra, intronata da un terribile schiaffo.
Titta Marullo, il marito, pallido, scontraffatto dall’ira, le era sopra, con un
piede alzato, per pestarle la faccia.
– Brutta cagna! Dov’è il tuo padrone?
Al grido, accorsero il Mori, la moglie, il signor Ramicelli. Titta Marullo,
pallido come un morto, si accostò al Mori, gli prese il bavero della giacca e,
scrollandoglielo pian piano:
– Mio figlio è morto, sai? Morto! – aggiunse, voltandosi verso Annicchia che
aveva cacciato un urlo. – E tu ora, che vuoi fare? Me lo paghi o vuoi darmi il
tuo?
– È pazzo! – gridò Ersilia, tremando, spaventata.
Il Mori respinse con un urtone il Marullo, indicandogli la porta, furente nel
corpicciuolo nervoso:
– Via! – gridò. – Mascalzone! Esci di casa mia, subito!
– Che fai? – gli disse il Marullo, venendogli avanti, a petto. – Io non ho piú
nulla da perdere, badi! Mia madre è all’ospedale: mio figlio e morto! Sono
venuto a sputarti in faccia e a prendermi questa cagna. Su, àlzati! – aggiunse,
rivolgendosi alla moglie che stava ancora buttata a terra.
Ma, a questo punto, il Ramicelli ch’era scappato via, non visto, ritornò ansante
e spaventato, insieme con due guardie di questura, alle quali subito il Mori,
che tremava tutto di rabbia, si rivolse, concitatissimo:
– Via! conducetelo via! È venuto a insultarmi, a minacciarmi fino in casa,
codesto mascalzone!
V
Le due guardie afferrarono per le braccia il Marullo che cercava di svincolarsi,
gridando: «Io voglio mia moglie!» e lo trascinarono via, seguiti dal Mori, che
volle recarsi in questura a denunziare l’aggressione patita.
Il giorno dopo, senza fretta, arrivò la lettera della signora Manfroni, che
annunziava la morte del bambino e la malattia della vecchia Marullo. Di Titta,
nessun cenno.
Il Mori suppose dapprima ch’egli fosse evaso dal domicilio coatto; ma poi venne
a sapere che era stato graziato per intercessione del prefetto, a cui la madre,
ammalata, aveva rivolto una supplica dall’ospedale. La questura di Roma,
intanto, lo aveva rimandato in Sicilia, sotto la minaccia che sarebbe tornato al
suo luogo di pena, se laggiú avesse minimamente tentato di sottrarsi alla
sorveglianza speciale, a cui era stato sottoposto per tre anni.
Ad Annicchia, per lo spavento del marito e lo strazio della morte del figlio,
era sopravvenuta una fierissima febbre. Parve per tre giorni che volesse
impazzire; poi il delirio, le allucinazioni cessarono; rimase come stordita, in
un istupidimento che costernava anche piú delle furie di prima. Guardava, e
pareva non vedesse; udiva ciò che le si diceva, rispondeva di sí col capo o con
la voce, ma poi dimostrava di non aver compreso.
Il latte le era venuto meno; e il bambino si era dovuta svezzare. Tutta la casa
era sossopra. Ersilia, inesperta, inetta a tutto, aveva dovuto vegliar due notti
il bambino che voleva la balia e non si quietava un momento; aveva dovuto anche
attendere alla casa, dar le prime istruzioni alla nuova serva; badare anche un
po’ alla malata; ed era su le furie contro il marito, che si guardava attorno,
cor un giornale in mano, senza saper che fare. Ma che avrebbe potuto fare?
– Che? – gli gridava la moglie. – Ma muoverti, darti attorno! Non vedi che io
sono qua sola, senza nessuno; col bambino in braccio; e non posso badare anche a
lei che mi ha cagionato tutto questo scompiglio? Va’, esci, procura di trovarle
posto in qualche ospedale!
Ennio, a tale proposta, si fermava a guardarla trasecolato.
– All’ospedale?
– Pietà, compassione? – riprendeva Ersilia, inviperita. – Per lei, è vero? non
per me, che non dormo piú da tante notti, che non trovo piú neanche il tempo da
pettinarmi. Devo fare la serva a tutti? Ma aspetta che si rimetta in piedi, e ti
farò vedere! Neanche un giorno, neanche un minuto deve rimanere piú in casa mia!
Non ebbe però il coraggio di porre a effetto questa minaccia, appena Annicchia
si fu un poco rimessa. Tentò di muovergliene il discorso, dichiarandole che
teneva a disposizione di lei il danaro che la suocera aveva rifiutato– ma
Annicchia le rispose:
– E che vuole che me ne faccia piú, oramai? Non ho piú che questo qua, ora!
E si strinse al seno Nònida, ch’era tornato a lei e le dimostrava lo
stesso amore, quantunque divezzato.
La prima volta che la serva glielo recò lí a letto, ne provò una viva
repulsione; per lui il suo bambino era morto! Ma poi, commossa dall’amorosa
impazienza con cui il piccino ignaro le tendeva le manine, se lo abbracciò
stretto stretto, come si sarebbe abbracciato il suo stesso figliuolo, e sciolse
il cordoglio che la soffocava in un pianto senza fine.
Il piccino le cercava ancora il seno.
– Ah figlio, ah figlio! che vuoi piú da me? non ho piú nulla, io, non posso dar
piú nulla, io né a te né a nessuno... Finí la mamma tua, amore mio, finí! finí!...
Ah se almeno avesse potuto sapere con certezza come, perché fosse morto il suo
bambino, se per mancanza di nutrimento o per qualche male non curato. Doveva
rassegnarsi cosí, senza saperne nulla, piú nulla? Possibile? Come fosse morto un
cagnolino! Oh povero innocente abbandonato, senza la mamma sua accanto, senza il
padre, senza nessuno, morto lí, fra mani estranee, oh Dio! oh Dio!
Ma chi si curava, ora, della sua pena? La padrona, anzi, era in collera con lei,
per via del figlio, privato improvvisamente del latte, a soli sette mesi: e
aveva ragione, sí perché anche lei era mamma e non poteva darsi pensiero che del
suo figliuolo. Che importava a lei che quell’altro fosse morto? Dispetto poteva
sentirne, non dolore. «Sí, ma deve pur comprendere» pensava Annicchia, «che il
suo figliuolo appartiene, ora, anche a me: che se ella ci ha messo la pena di
farlo, io ci ho rimesso il figlio per lui: e ora non mi resta piú altro.»
Per quanto a Ersilia non dispiacesse di sottrarsi al fastidio del bambino, pure
non voleva che questo s’affezionasse di piú a colei, che già lo considerava come
suo. E si raffermava sempre piú nel proposito di mandarla via. De resto, che
obbligo aveva di tenerla ancora? Non era adatta né a far da serva né da
bambinaja. Ella poi voleva che i suo piccino imparasse a parlar bene l’italiano,
e, con quella accanto, che parlava soltanto in dialetto, non sarebbe stato
possibile. Dunque, via! via! O doveva forse tenerla perché desse spettacolo
della sua bellezza al marito? Via! via! E il marito stesso doveva licenziarla.
– Io? Perché io? – le disse il Mori.
– Perché tu sei il capo di casa. E poi, perché non so che cosa ella si sia fitto
in mente, per la pietà, per la commiserazione che tu hai voluto dimostrarle in
questa occasione.
– Io? – ripeté Ennio. – Non le ho dimostrato nulla, io.
– L’avrà forse creduto lei, allora. Per me fa lo stesso. Non vedi? Crede già di
essere a casa sua. Le madri cosí, qua, le padrone di casa, saremmo due. Ora, se
questo può piacere a te, a me non piace!
Ennio, pur sapendo che faceva peggio, si provò ancora una volta a ragionare:
– Ma scusa: perché vuoi ostinarti a vedere il male dove non è, a crearti
fantasmi odiosi, quando io, con la mia vita di studio, di lavoro, non ti ho mai
dato cagione di dubitare di me? Hai visto che, per stare in pace, per
contentarti, mi sono finanche vietato di fare una carezza al mio bambino.
Diffidi ora di quella poveretta? Ma ti pare che possa sorriderle il pensiero di
tornare laggiú, dove non troverà pii il figlio, dove troverà invece un bruto,
che la incolpa della morte del bambino e di cui lei ha paura? Avendo perduto il
proprio figliuolo, per esser venuta qua ad allattare il nostro, crede d’aver
acquistato il diritto di stare in casa nostra presso a quest’altro bambino, al
quale ha sacrificato il suo. Non ti par giusto? non ti par ragionevole?
Ripeteva, senza volerlo, quel che aveva scritto poco prima che la moglie
entrasse nello studio a parlargli. Riflettendo intorno al triste caso di quel
bambino morto laggiú in Sicilia, aveva pensato a un passo dell’opera del Malon
Le socialisme intégral; e, invece di farsene un rimorso, s’era proposto
di farne argomento d’una conferenza che avrebbe tenuto al Circolo Socialista fra
qualche giorno.
Ersilia, com’era da aspettarsi, si ribellò a quelle riflessioni umanitarie e
uscí dallo studio deliberata a licenziare sul momento Annicchia. Il Mori,
esasperato, afferrò le prime cartelle già scritte della conferenza e le
scaraventò a terra. Poco dopo, attraverso l’uscio chiuso, intese il pianto
disperato di quella disgraziata e le parole strazianti con cui pregava la
padrona di non mandarla via.
– Mi tenga come serva, senza darmi niente! Mi dia solo un tozzo di pane! quel
che dovrà buttar via! Dormirò magari per terra... Ma non mi scacci, per carità!
Io laggiú non posso, non posso piú ritornare... Abbia pietà di me, lo faccia per
amore di questo innocente! Se lei mi scaccia, io mi perdo, signorina; io mi
perdo, ma laggiú non torno...
Durarono a lungo quel pianto e quelle angosciose preghiere. Poi il Mori non
intese piú nulla: ritenne che Ersilia si fosse impietosita e avesse concesso a
quella poveretta di rimanere col bambino.
Di lí a poco entrò nello studia il signor Felicissimo Ramicelli, senza la
consueta dignità, infocato in volto e con gli occhietti lustri.
Che vittoria! che vittoria! Per poco non si fregava le mani, lí, sotto gli occhi
dell’avvocato, il signor Ramicelli. La bella balietta siciliana, scacciata or
ora dalla padrona, quella sera stessa sarebbe venuta a dormire in casa sua. Eh,
ma già, le balie – lui lo sapeva bene – tutte ragazze andate a male, roba da...
da guerra, là! Questa qui faceva ancora l’ingenua: mostrava di credere d’aver
compreso che lui la volesse soltanto per serva. Eh sí, per serva... perché no?
– Signor Ramicelli!
– Comandi, signor avvocato!
– Attento, eh? Scrittura chiara e, mi raccomando, senza svolazzi né in su né in
giú.
E il Mori gli porse da ricopiare le cartelle già scritte della conferenza.
Poi seguitò:
«L’eguaglianza tra gli uomini secondo il socialismo, come diceva il Malon, si
deve intendere quindi in un duplice senso relativo: 1° che tutti gli uomini,
perché tali, abbiano assicurate le condizioni dell’esistenza; 2° che quindi gli
uomini siano uguali nel punto di partenza alla lotta per la vita sicché
ognuno svolga liberamente la propria personalità a parità di condizioni sociali;
mentre ora il bambino che nasce sano e robusto, ma povero,
deve soccombere nella concorrenza con un bambino nato debole ma ricco...»
– Signor Ramicelli!
– Avvocato!
– Che ha? È impazzito? Perché ride cosí?
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