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NOVELLE PER UN ANNO - 1923 - "IN SILENZIO"
Pubblicata nel 1923, la raccolta In silenzio costituisce il sesto volume
delle Novelle per un anno e include racconti già pubblicati tra il 1897 ed il
1920. |
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6. La maschera dimenticata (1918)
«La lettura» agosto 1918, col
titolo «Come Cirinciò per un momento si dimenticò d'esser lui»,
poi in «Il carnevale dei morti», Battistelli, Firenze 1919, infine col titolo
attuale.
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Nella sala già quasi piena per la
riunione indetta dal Comitato elettorale in casa del candidato Laleva, tutti,
vedendolo entrare zitto zitto zoppicante e con gli occhi fissi e cupi sotto la
fronte grinzuta, s’erano voltati, stupiti, a mirarlo.
Don Ciccino Cirinciò? Possibile? E chi lo aveva invitato?
Si sapeva che da anni e anni non s’immischiava piú di nulla, tutto assorto
com’era nelle sue sciagure: la morte della moglie e di due figliuoli, la perdita
della zolfara dopo una sequela di liti giudiziarie, e la miseria: sciagure che
avrebbe fatto meglio a portare in pubblico con dignità meno funebre, perché non
spiccasse agli occhi di tutti i maldicenti del paese quel sigillo particolare di
scherno con cui la sorte buffona pareva si fosse spassata a bollargliele, se era
vero che la moglie gli fosse morta per aver partorito su la cinquantina non si
sapeva bene che cosa: chi diceva un cagnolo, chi una marmotta; e che avesse
perduto la zolfara per una virgola mal posta nel contratto d’affitto; e che
zoppicasse cosí per una famosa avventura di caccia, nella quale invece
dell’uccello era volato in aria lui con tutti gli stivaloni e lo schioppo e la
carniera e il cane, investito dalle alacce d’un mulino a vento abbandonato sul
poggio di Montelusa, le quali tutt’a un tratto s’erano messe a girare da sé; per
cui ormai era inteso da tutti come don Ciccino Cirinciò «quello del mulino».
Cosa strana: se da qualche malcreato sentiva fare allusione a quel parto della
moglie o a quella virgola nel contratto d’affitto, sorrideva triste o scrollava
le spalle; ma nel sentirsi chiamare quello del mulino usciva dai gangheri,
minacciava col bastone e urlava che il suo era un paese di carognoni imbecilli.
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Ora questi carognoni imbecilli ecco che si maravigliavano del suo intervento
alla riunione elettorale. Ma ci voleva tanto i pensare ch’egli doveva – prima di
tutto – gratitudine eterna al vecchio avvocato don Francesco Laleva, padre del
candidato d’oggi, l’unico tra tutti gli avvocati del fòro che lo avesse ajutato
e difeso nell’occasione delle liti per la zolfara? Queste liti, è vero, le aveva
perdute; l’ajuto, perciò, se vogliamo, era stato vano; ma che per questo?
L’obbligo della gratitudine non restava forse per lui stesso, sacrosanto? E poi
– a parte la gratitudine – ci voleva tanto forse a crederlo capace di un
sentimento, che doveva in quell’ora esser comune a tutti i galantuomini,
disgraziati e non disgraziati? Perdio, il sentimento della dignità del proprio
paese! Era, sí o no, un cittadino anche lui? Le disgrazie, va bene; ma, come
cittadino, non poteva essere forse indignato anche lui delle spudorate vergogne
che il vecchio deputato uscente commetteva da venti anni impunemente? Non
parlava; non aveva mai parlato, perché – le parole – vento! Ma ora ch’era venuto
il tempo d’agire, sissignori; eccolo qua; si presentava da sé, non invitato, per
mettersi a disposizione del figlio del suo antico e unico benefattore.
I radunati stettero un pezzo a mirarlo a bocca aperta; qualcuno si toccò con un
dito la fronte, come per dire: «Eh, che volete? gli s’è voltato il cervello,
poveretto!». Perché sapevano tutti che non era vero che dovesse poi tanta
gratitudine al padre del Laleva, il quale non lo aveva né ajutato né difeso; ma
solo dissuaso dal mettersi in lite per quella zolfara maledetta. Se non che, a
forza di ragionare tra sé e sé le sue disgrazie, chi sa, povero Cirinciò,
com’era arrivato adesso a rappresentarsi uomini e cose, tutti gli avvenimenti
della sua vita; e quali parti in questi lontani avvenimenti della sua vita
attribuiva a presunti amici, a presunti nemici! E chi sa da che strambe ragioni
era stato perciò indotto a presentarsi ora lí non invitato; e che cosa, nei
misteriosi arzigogoli, nelle segrete previsioni del suo spirito conturbato,
doveva rappresentare per lui questa sua partecipazione alla lotta politica in
favore del figlio di don Francesco Laleva; che beneficii sbardellati se ne
riprometteva, che tremendi pericoli e responsabilità si immaginava di dovere
affrontare... Ma sí, quegli occhi che lampeggiavano sotto la fronte aggrottata;
quelle pugna serrate sui i ginocchi... Povero don Ciccino!
Cirinciò, invece, guardava cosí, perché non riusciva a spiegarsi il perché di
tutta quella meraviglia per la sua venuta.
Vedendosi osservato, spiato da lontano con quell’aria di costernazione perplessa
e afflitta, cominciò a entrare in sospetto, che non lo volessero lí. Aveva forse
capito male l’invito del Comitato elettorale?
A un certo punto, non potendone piú, s’alzò sdegnoso, e, zoppicando, s’accostò a
domandarlo al Laleva:
– Scusate, debbo rimanere o me ne debbo andare? Ho forse fatto male a venire?
– Ma no! perché, caro don Ciccino? – s’affrettò a rispondergli il Laleva. –
Siamo tutti felicissimi, e io particolarmente, della sua venuta! Ma si figuri!
Segga, segga. L’ho per un onore; e ne ho tanto piacere!
«E allora?» domandò a sé stesso Cirinciò, tornando a sedere. «Perché tutti mi
guardano cosí?»
Che ci fosse in lui qualche cosa ch’egli non vedeva e che gli altri vedevano?
Perché in quel momento gli pareva proprio che potesse, come tutti gli altri,
occuparsi delle elezioni, e che non ci fosse, in questo, nulla di straordinario.
Capiva bene, sí o no? Ma sí, perdio, che capiva benissimo tutte le discussioni
che ora si facevano attorno a lui su le probabilità piú o meno di vittoria,
sulla disposizione dei varii partiti locali in questo e in quel comune del
collegio, sul computo dei voti favorevoli e contrarii, non solo, ma gli pareva
anzi di veder piú chiaro di certuni nella tattica da seguire verso qualche
capo-elettore ancora neutrale nella lotta. Tanto che a un certo punto,
dimenticandosi del dubbio che lo aveva finora tenuto ingrugnato e sospettoso,
non poté piú trattenersi; s’alzò, prese la parola e in breve, con chiarezza e
semplicità, espresse il suo concetto, come a lui pareva che si dovesse fare.
Fu nella sala uno sbalordimento generale; perché proprio nessuno riusciva a
capacitarsi come mai don Ciccino Cirinciò potesse vedere cosí chiaro e giusto.
Eppure, sí, era proprio quella la mossa da tentare; si doveva far proprio come
diceva lui.
Tre quattro volte, durante la lunga discussione, si rinnovò quello sbalordimento
per il retto giudizio e la giustezza dei consigli e la finezza degli espedienti
da lui suggeriti. Non pareva vero! Signori miei, don Ciccino Cirinciò... Ma
parlava benissimo! Chi l’avrebbe creduto? Un oratore... Ma bravo! Ma bene! Viva
Cirinciò!
Piú sbalordito di tutti, alla fine, perché da un canto non gli pareva proprio
d’aver detto cose cosí straordinarie da suscitare tanto stupore, tanto fervore
d’ammirazione; ma, dall’altro canto, mezzo ubriacato dagli applausi Cirinciò si
trovò designato da tutti a un posto di combattimento difficilissimo, nel comune
di Borgetto, che si riteneva la cittadella inespugnabile del partito avversario.
Cercò di tirarsi indietro, con la scusa che non conosceva nessuno lí; che non
c’era mai stato; disse anche che non erano imprese per lui; che aveva esposto
cosí, in astratto il suo modo di vedere, ma che nell’atto pratico si sarebbe
perduto. Non vollero neppur lasciarlo finire di parlare; lo costrinsero ad
accettare quel posto di combattimento: cosí, la mattina dopo, don Ciccino
Cirinciò, provvisto di mezzi e di commendatizie, partí per Borgetto.
Vi fece miracoli, a detta di tutti, nei quindici giorni che precedettero
l’elezione politica. Veri miracoli, se in due settimane riuscí a cambiare la
posizione del Laleva in quel comune da cosí a cosí.
Fu per il bisogno di raggiungere e toccare una realtà qualunque nel vuoto
strano, in cui quell’avventura impensata lo aveva cosí d’improvviso gettato?
Vuoto arioso e lieve, nel quale tutti gli aspetti nuovi, d’uomini e di cose gli
apparivano come in una luce di sogno, nella freschezza di quell’azzurro di marzo
corso da allegre nuvole luminose? O fu per il prorompere di tante energie ancor
vive e ignorate, da anni e anni compresse in lui, soffocate dall’incubo delle
sciagure? Energie giovanili, intatte, che lo avrebbero portato chi sa dove, chi
sa a quali imprese, quali vittorie, se la sua vita non si fosse chiusa come
s’era chiusa nel lutto di quelle sciagure?
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Il fatto è che operò miracoli in quel paesello dove nessuno lo conosceva. E
certo perché nessuno lo conosceva.
Tutto fuori di sé, là, in preda a quelle energie insospettate e scatenate d’un
subito in lui, affrontò imperterrito gli avversarii, li forzò a discutere e a
riconoscere prima gli errori e l’insipienza, poi la vergogna del loro vecchio
deputato; e non si diede un momento di requie: ora qua a scrollare i titubanti;
ora là a sventare un’insidia, a presiedere un comizio, a sfidare al
contradittorio anche lo stesso deputato uscente, o chi per lui: tutto quanto il
paese!
Cose che non avrebbe mai supposto non che di poter dire, ma neppure di pensare
lontanamente, gli venivano alle labbra, spontanee, con un’abbondanza e facilità
di parola, un’efficacia d’espressioni, che ne restava lui stesso come
abbagliato. Pareva che una vena nuova di vita gli fosse rampollata dentro, e si
fosse messa a scorrere in lui con urgenza impetuosa. Coglieva a volo tutto,
comprendeva tutto a un minimo cenno; e ogni cosa, dentro, pur restandogli nuova
e fresca, gli diventava subito nota e propria; se n’impadroniva con quelle forze
vergini, che non avevano potuto aver mai uno sfogo in lui, e che ora lo
rendevano àlacre e sicuro della vittoria, come un giovane, tra la frenesia che
già aveva preso a bollire in tutti coloro che gli si facevano attorno sempre in
maggior numero, e che a stento riuscivano a tenergli dietro in quella tumultuosa
agitazione.
Non pensò piú neanche d’aver una gamba zoppicante. Non gli faceva piú male. Gli
anni? Sessantadue, sí... Ma che voleva dire? Avanti! Era come se cominciasse ora
la vita. Avanti! avanti! Qua, per il momento, c’era da correre a minacciare a
quel signor assessore la denunzia delle cento schede trattenute ai soci del
circolo operajo, poi a documentare il tentativo di corruzione del signor
sindaco: il pagamento di cinquanta voti a dieci lire l’uno. Come documentarlo?
Ma con le testimonianze, perdio! S’incaricava lui di far confessare quei
contadini alla presenza d’un notajo, lui, lui... Avanti!
Arrivò cosí al giorno della vittoria che pareva un altro, ricreato in quell’aura
di popolarità, tra gente nuova, in un paese nuovo, preso d’assalto, messo
sottosopra e conquistato in pochi giorni. E, la sera della proclamazione del
nuovo eletto, si presentò raggiante nella vasta sala del Circolo dei «civili»
dove era imbandita una splendida mensa in suo onore; per quanto già gli
apparissero evidenti i segni della stanchezza nella vecchia maschera
dimenticata.
Circolava intanto in quella sala, nell’attesa che i posti fossero assegnati
nella mensa, un certo squallido ometto scontorto, dal cranio d’avorio,
luccicante sotto i lumi. Quasi a nascondersi, teneva il capo insaccato nelle
spallucce ossute, ma cacciava in tutti i crocchi la punta della barbetta arguta,
gialliccia, come scolorita, e figgeva in faccia a questo e a quello gli
occhietti lustri, acuti come due spilli, che gli spiccavano maligni nel cereo
pallore del viso. Si fermava un momento a ripetere una domanda insistente alla
quale era chiaro che non riceveva una risposta che lo soddisfacesse; negava col
dito, scrollava le spalle come se esclamasse: «Ma che! Ma che! Impossibile!», o
stirava il volto sporgendo il labbro inferiore, come uno che non riesca a
capacitarsi, e s’allontanava rivoltandosi a guardare di sfuggita e di sbieco,
con quegli occhietti puntuti, Cirinciò.
Cirinciò se n’accorse subito.
Pur tra il fervore entusiastico dell’accoglienza, si sentí ferire fin da
principio da quegli occhietti. Cercò di sfuggirli, rituffandosi in mezzo alla
confusione della festa. Ma di qua, di là, da vicino, da lontano, donde meno se
l’aspettava, si sentiva pungere dalla fissità quasi spasimosa di quegli
occhietti persecutori; e, appena punto, raggelare, sconcertare, rimescolar tutto
da un sentimento oscuro che, facendogli impeto rabbiosamente, gli occupava come
di una tenebra di vertigine il cervello. Si ripigliava; ma avvertiva
internamente che non gli era piú possibile ormai tenersi fermo, ché tutto,
dentro, gli vagellava, non tanto per la persecuzione di quegli occhietti, di cui
in fine non aveva nulla da temere, quanto perché... perché non lo sapeva bene
lui stesso.
Non era timore, non era vergogna; ma si sentiva come tratto di dentro a
nascondersi e a scomparire da quella festa.
Troppo chiasso, oh Dio... troppo chiasso.
E andando in giro per la sala, intronato, faceva atto con le mani di smorzare i
rumori.
Ma piú faceva cosí, piú si acuiva proprio fino allo spasimo in quei tali
occhietti una curiosità pazzesca.
E allora Cirinciò cadde in preda a una cosí cupa esasperazione, che di fuori
ebbe lo strano effetto di farlo apparire quasi cangiato all’improvviso.
Si riebbe un momento allorché tutti lo presero e lo portarono in trionfo a
sedere a capo tavola; ma, cessata l’agitazione della cerca dei posti, appena
tutti si furono accomodati, Cirinciò, volgendo lo sguardo in giro, ricadde piú
intronato che mai e nell’intronamento si fissò, come impietrato, vedendosi
vicinissimo, a quattro posti di distanza, quell’ometto che seguitava a fissarlo,
e ora – ecco – allungava il collo verso di lui, con l’indice teso come un’arma
presso uno di quegli occhietti diabolici, quasi a prender la mira, e gli
domandava:
– Ma scusate, non siete don Ciccino Cirinciò, voi?
Non era sul nome la domanda. Non potevano capirlo gli altri; ma lui, sí,
Cirinciò lo intese benissimo.
Che quegli fosse don Ciccino Cirinciò, glielo dovevano aver detto e ripetuto
tutti cento volte, a quell’ometto. Ma appunto di questo non riusciva a
capacitarsi quell’ometto: che cioè don Ciccino Cirinciò ch’egli tempo addietro
aveva conosciuto, fosse questo che ora gli stava davanti. .. Questo? Possibile!
– Quello del mulino?
Sí, sí, quello del mulino... Aveva ragione! Non era credibile! – Cirinciò adesso
tutt’a un tratto lo riconosceva anche lui.
Non era credibile, non appariva piú credibile neanche a lui stesso, che quello
del mulino, lui, proprio lui, potesse trovarsi lí, in mezzo a quella festa, e
che avesse potuto fare tutto quel che aveva fatto, senza saperne piú il perché.
Che importava a lui, infatti, ora che con gli occhi di quell’ometto si vedeva
rientrare in sé medesimo con tutte le sue sciagure e la sua miseria, che
importava piú a lui della vittoria del Laleva? delle vergogne del deputato
sconfitto?
Tutti i convitati, nel vederlo cosí d’un subito appassire, credettero in prima
che fosse effetto di momentanea stanchezza, e cercarono di ravvivarlo con
incitamenti e congratulazioni; ma si sentirono rispondere e agghiacciare con
certi scemi e strascicati: «Già... già...» che rivelarono assente, lontano mille
miglia dalla festa, lo spirito di lui E quando, il giorno appresso, Cirinciò se
ne partí da Borgetto, ingrugnato, funebre, rispondendo a mala pena ai saluti,
tutti restarono a guardarsi tra loro, non sapendo comprendere la ragione di un
mutamento cosí improvviso, e parecchi avanzarono il sospetto che fosse un
imbroglione, un miserabile impostore venuto a mistificarli.
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