Già dal titolo di questa novella si indovina che, in qualche
maniera, si parlerà dell’identità
umana. Si può anche capire come Pirandello consideri tale
identità: una maschera è qualcosa
di finto, di creato per nascondersi, qualcosa che nel teatro si
usa per interpretare un ruolo,
qualcosa che si può anche, ovviamente, dimenticare. L’identità
cambia continuamente nel
flusso della vita, ma l’uomo cerca di fissarla nelle maschere.
Le maschere sono utili finché
non entrano in contraddizione con la vita stessa. Anche questo è un tema
caro a Pirandello, trattato per esempio nel dramma Sei
personaggi in cerca di autore. In esso
Pirandello gioca con il limite tra verità e fantasia e sostiene
che un personaggio teatrale,
rimanendo sempre uguale, sia più autentico di una persona la cui
identità si trasforma
ininterrottamente. Si vede qui la vicinanza ai temi dell’esistenzialismo che nega anch’esso la
personalità in quanto essa sarebbe, secondo Sartre, soltanto il
risultato della cattiva fede, cioè
qualcosa dietro cui l’uomo si nasconde per evitare la piena
responsabilità che accompagna la
piena libertà dell’uomo di agire esattamente come vuole in ogni
situazione della vita.
All’inizio della novella, il protagonista entra in una sala
quasi piena, dove sta per iniziare una
riunione del Comitato elettorale. Tutti sono molto sorpresi di
vederlo lì. Don Cirinciò, infatti,
non si faceva più vedere da anni, e non riescono a capire perché
abbia scelto di farsi vivo
proprio in quel giorno. La verità è che Cirinciò è venuto perché
si sente in debito di
gratitudine verso il padre del candidato, che è stato l’unico ad
aiutarlo nelle liti per la zolfara.
Vuole anche, come cittadino italiano, liberarsi del governo
presente, che secondo lui non ha
mai fatto niente di buono. Non ha mai parlato prima, ma adesso
si mette a disposizione del
candidato. I membri del comitato, che sanno che Cirinciò non
deve così tanta gratitudine al
padre del candidato, sono convinti che sia impazzito. L’unica
cosa che ha fatto il padre del
candidato è stato di dissuadere Cirinciò dal mettersi in lite
per la zolfara, e chi sa, alla fine, se
è stato il consiglio giusto.
Alla riunione si mostra che Cirinciò è un vero oratore e che ha
delle buone idee. Tutti i
membri sono stupiti. Anche Don Cirinciò è stupefatto, perché non
capisce che cosa ha fatto di
così straordinario; ha soltanto detto quello che pensava. Gli
viene anche offerto un posto di
combattimento che è più o meno costretto ad accettare. Fa
comunque dei miracoli nel suo
nuovo lavoro. Inizia a parlare come se non aveva mai parlato
prima e cambia tutta la
situazione politica del paese. Qualcosa cambia anche in lui, si
sente di nuovo giovane, non gli
fa più male la gamba - pare, infatti, un altro.
Però, la sera
che si deve proclamare il nuovo eletto appare
un uomo che Don Cirinciò
aveva conosciuto prima della sua metamorfosi, ma l’uomo non lo
riconosce. Alla fine va a
chiedere direttamente a Cirinciò se non è lui “quello del
mulino”. E in quel momento è come
se si fosse rotto l’incantesimo e Don Cirinciò torna come prima:
stanco, funebre, silenzioso.
Gli altri, che non capiscono come mai sia cambiato così tutto in
un tratto, lo prendono allora
per un imbroglione.
L’umorismo ne La maschera dimenticata
All’inizio quando il narratore descrive le disgrazie del povero
Don Cirinciò, la sua vita è
talmente tragica da sembrare comica. La situazione raccontata in
un’altra maniera
sicuramente non sarebbe così umoristica, ma Pirandello usa una
lingua che comprime e
esagera la storia facendole assumere, così, un carattere assurdo
e quindi più divertente. Tutte
le maledizioni di Don Cirinciò vengono per esempio enumerate in
una sola frase:
Si sapeva che da anni e anni non s’immischiava piú di nulla, tutto assorto
com’era nelle sue sciagure: la morte della moglie e di due figliuoli, la perdita
della zolfara dopo una sequela di liti giudiziarie, e la miseria: sciagure che
avrebbe fatto meglio a portare in pubblico con dignità meno funebre, perché non
spiccasse agli occhi di tutti i maldicenti del paese quel sigillo particolare di
scherno con cui la sorte buffona pareva si fosse spassata a bollargliele, se era
vero che la moglie gli fosse morta per aver partorito su la cinquantina non si
sapeva bene che cosa: chi diceva un cagnolo, chi una marmotta; e che avesse
perduto la zolfara per una virgola mal posta nel contratto d’affitto; e che
zoppicasse cosí per una famosa avventura di caccia, nella quale invece
dell’uccello era volato in aria lui con tutti gli stivaloni e lo schioppo e la
carniera e il cane, investito dalle alacce d’un mulino a vento abbandonato sul
poggio di Montelusa, le quali tutt’a un tratto s’erano messe a girare da sé; per
cui ormai era inteso da tutti come don Ciccino Cirinciò «quello del mulino».
A
causa del tempo accelerato il lettore non ha il tempo riflettere e capire il
dolore nascosto dietro la situazione. L’umorismo pervade così la novella in
generale.
Guardando, dunque, la storia nel suo complesso, i temi trattati sono: il
conflitto tra l’autenticità e l’autoinganno, la
contraddizione tra le nostre
aspirazioni e le nostre debolezze e miserie, il flusso continuo della vita, la
perdita e la ricerca dell’identità , e l’umorismo che in tutti questi temi è
costituito dal sentimento del contrario.
Don Cirinciò ha una personalità e un’identità molto precisa
all’inizio della storia. E’ un uomo
silenzioso, infelice e asociale, che è preso in giro della
gente, o, piuttosto, è questo che egli
crede di essere. La vita è stata dura con lui e si autoinganna
quando crede che il suo passato lo
costringa a essere una certa persona o a comportarsi in una
certa maniera. Questo diventa
palese quando, alla riunione, sceglie di agire in un modo che si
contrappone a tutto quello che
ha fatto prima. Qui sorge spontanea la domanda su cosa sia
autentico e cosa sia falso. Esiste
veramente un lato di noi che è più vero di un altro? Quale dei
due Don Cirinciò è quello vero,
o sono forse tutti e due veri ma in situazioni diverse?
Pirandello vuole probabilmente
affermare che non c’è nessuna identità fissa e quindi nessuna
vera. Si deve capire, però, che
esiste la libertà. Quando Don Cirinciò sceglie di mostrare
un’altra parte di sé, è autentico –
non perché quella parte sia più vera, ma perché ha capito che è
capace di comportarsi in
qualsiasi maniera e che la sua identità non è predestinata.
Quello che, però, rende spesso difficile il rimanere autentici
sono le aspettative degli altri.
Anche questo concetto Pirandello lo condivide con
l’esistenzialismo. Può sembrare quasi
impossibile cambiare o fare qualcosa d’inaspettato quando tutti
hanno un’idea preconcetta su
di noi. Alla fine è l’immagine che gli altri hanno di una data
persona quella che funziona
come lo specchio dell’identità. Don Cirinciò ha proprio questo
problema. Quando nessuno
capisce che cosa fa in quella riunione e vede gli sguardi della
gente Cirinciò si chiede: “Che ci
fosse in lui qualche cosa ch’egli non vedeva e che gli altri
vedevano?”. Quando poi riscuote successo nel suo ruolo di oratore il narratore dice:
“Il fatto è che
operò miracoli in
quel paesello dove nessuno lo conosceva. E certo perché nessuno
lo conosceva.”.
Diventa divertente anche perché va contro i preconcetti della
gente; il suo cambiamento è
descritto quasi come una rigenerazione.
Non pensò più neanche d’aver una gamba zoppicante. Non gli
faceva più male. Gli anni?
Sessantadue, sì... Ma che voleva dire? Avanti! Era come se
cominciasse ora la vita. Avanti!
Avanti!
E’ anche lo sguardo di un altro a fargli ricordare la sua
maschera dimenticata:
- Ma scusate, non siete don Ciccino Cirinciò, voi?
Non era sul nome la domanda. Non potevano capirlo gli altri; ma lui, sí,
Cirinciò lo intese benissimo.
Che quegli fosse don Ciccino Cirinciò, glielo dovevano aver detto e ripetuto
tutti cento volte, a quell'ometto. Ma appunto di questo non riusciva a
capacitarsi quell'ometto: che cioè don Ciccino Cirinciò ch'egli tempo addietro
aveva conosciuto, fosse questo che ora gli stava davanti... Questo? Possibile!
- Quello del mulino?
Sí, sí, quello del mulino... Aveva ragione! Non era credibile!
Cirinciò adesso tutt'a un tratto lo riconosceva anche lui.
Ma dove si può trovare, allora, l’umorismo in tutto questo?
Sicuramente nel disaccordo tra la
vita reale e l’ideale umano, e nell’ironia di poter essere tutto
quello che si vuole, se solo ce se
ne rende conto. Invece di continuare ad essere l’uomo di
successo che è diventato, Cirinciò torna a nascondersi dietro la sicurezza della
sua maschera. L’umorismo è nella tensione tra le due strade che l’uomo, secondo
Pirandello, può prendere nella vita. Don Cirinciò avrebbe potuto accettare il fatto che la vita non aveva
preso la direzione che si era
immaginato, e ridere su tutta la storia del mulino, ma invece si
autoinganna, pensando di
essere una vittima e se la prende. Avrebbe potuto scegliere di
superare l’esperienza tragica
della vita attraverso l’esperienza ludica. Ma
Pirandello era cosciente che
questo è molto più facile a dirsi che a farsi quando ha
affermato: “Non soltanto noi, quali ora
siamo, viviamo in noi stessi, ma anche noi, quali fummo in altro
tempo”. E’
difficile liberarsi dell’ombra del passato. Ma quando non lo fa
l’autore siamo noi lettori che
possiamo riconoscerci e vedere l’umorismo insito nella
situazione umana.
Ci si può chiedere perché Don Cirinciò non si sia mai adirato
quando la gente lo derideva per
la morte della moglie o per la perdita della zolfara, ma
impazziva alle parole “quello del
mulino”. L’unica cosa che può venire in mente è perché “quello
del mulino” ha a che fare con
la sua identità. Può accettare le chiacchiere della gente, ma
quando gli danno un epiteto che lo
rende ridicolo s’infuria sentendosi prigioniero di quella
definizione e volendo essere molto di
più di “quello del mulino”. Probabilmente tutte le sciagure
hanno fatto perdere a Don Cirinciò
la sua identità e in questa novella si può seguire la sua
ricerca di un’altra possibile identità,
che, alla fine, però perde di nuovo. Questo accade a causa del
fluire della vita dove niente
rimane inalterato, neanche l’identità personale.
Che una persona possa
sconcertarsi così facilmente, sentendo solo tre piccole parole,
è, infatti, abbastanza divertente,
ma se si riflette sul dolore che si nasconde dietro a ciò e
all’alienazione che questo uomo sente, la situazione diventa subito tragica. Cirinciò ha vissuto
un’esperienza tragica nella vita,
ha compreso che niente dura per sempre e che non si può fare
nulla per evitarlo, ma non riesce
ad accettarlo.
Anche in questa novella le immagini sono contrapposte invece che
essere organizzate per
somiglianza. Le due personalità di Don Cirinciò s’incontrano
davvero nella scena finale,
quando l’ometto chiede al protagonista se è lui quello del
mulino. La contraddizione tra le due
identità crea una tensione umoristica. In questa novella è
chiaro come Pirandello lavori
quando, come si è detto, scompone un personaggio. Don Cirinciò è
appunto irrazionale, contraddittorio e paradossale.
da
Liber Liber
Nella sala già quasi piena per la riunione indetta dal Comitato elettorale in
casa del candidato Laleva, tutti, vedendolo entrare zitto zitto zoppicante e con
gli occhi fissi e cupi sotto la fronte grinzuta, s'erano voltati, stupiti, a
mirarlo.
Don Ciccino Cirinciò? Possibile? E chi lo aveva invitato?
Si
sapeva che da anni e anni non s'immischiava piú di nulla, tutto assorto com'era
nelle sue sciagure: la morte della moglie e di due figliuoli, la perdita della
zolfara dopo una sequela di liti giudiziarie, e la miseria: sciagure che avrebbe
fatto meglio a portare in pubblico con dignità meno funebre, perché non
spiccasse agli occhi di tutti i maldicenti del paese quel sigillo particolare di
scherno con cui la sorte buffona pareva si fosse spassata a bollargliele, se era
vero che la moglie gli fosse morta per aver partorito su la cinquantina non si
sapeva bene che cosa: chi diceva un cagnolo, chi una marmotta; e che avesse
perduto la zolfara per una virgola mal posta nel contratto d'affitto; e che
zoppicasse cosí per una famosa avventura di caccia, nella quale invece
dell'uccello era volato in aria lui con tutti gli stivaloni e lo schioppo e la
carniera e il cane, investito dalle alacce d'un mulino a vento abbandonato sul
poggio di Montelusa, le quali tutt'a un tratto s'erano messe a girare da sé; per
cui ormai era inteso da tutti come don Ciccino Cirinciò «quello del mulino».
Cosa strana: se da qualche malcreato sentiva fare allusione a quel parto della
moglie o a quella virgola nel contratto d'affitto, sorrideva triste o scrollava
le spalle; ma nel sentirsi chiamare quello del mulino usciva dai gangheri,
minacciava col bastone e urlava che il suo era un paese di carognoni imbecilli.
Ora questi carognoni imbecilli ecco che si maravigliavano del suo intervento
alla riunione elettorale. Ma ci voleva tanto i pensare ch'egli doveva - prima di
tutto - gratitudine eterna al vecchio avvocato don Francesco Laleva, padre del
candidato d'oggi, l'unico tra tutti gli avvocati del foro che lo avesse ajutato
e difeso nell'occasione delle liti per la zolfara? Queste liti, è vero, le aveva
perdute; l'ajuto, perciò, se vogliamo, era stato vano; ma che per questo?
L'obbligo della gratitudine non restava forse per lui stesso, sacrosanto? E poi
- a parte la gratitudine - ci voleva tanto forse a crederlo capace di un
sentimento, che doveva in quell'ora esser comune a tutti i galantuomini,
disgraziati e non disgraziati? Perdio, il sentimento della dignità del proprio
paese! Era, sí o no, un cittadino anche lui? Le disgrazie, va bene; ma, come
cittadino, non poteva essere forse indignato anche lui delle spudorate vergogne
che il vecchio deputato uscente commetteva da venti anni impunemente? Non
parlava; non aveva mai parlato, perché - le parole - vento! Ma ora ch'era venuto
il tempo d'agire, sissignori; eccolo qua; si presentava da sé, non invitato, per
mettersi a disposizione del figlio del suo antico e unico benefattore.
I
radunati stettero un pezzo a mirarlo a bocca aperta; qualcuno si toccò con un
dito la fronte, come per dire: «Eh, che volete? Gli s'è voltato il cervello,
poveretto!». Perché sapevano tutti che non era vero che dovesse poi tanta
gratitudine al padre del Laleva, il quale non lo aveva né ajutato né difeso; ma
solo dissuaso dal mettersi in lite per quella zolfara maledetta. Se non che, a
forza di ragionare tra sé e sé le sue disgrazie, chi sa, povero Cirinciò,
com'era arrivato adesso a rappresentarsi uomini e cose, tutti gli avvenimenti
della sua vita; e quali parti in questi lontani avvenimenti della sua vita
attribuiva a presunti amici, a presunti nemici! E chi sa da che strambe ragioni
era stato perciò indotto a presentarsi ora lí non invitato; e che cosa, nei
misteriosi arzigogoli, nelle segrete previsioni del suo spirito conturbato,
doveva rappresentare per lui questa sua partecipazione alla lotta politica in
favore del figlio di don Francesco Laleva; che beneficii sbardellati se ne
riprometteva, che tremendi pericoli e responsabilità si immaginava di dovere
affrontare... Ma sí, quegli occhi che lampeggiavano sotto la fronte aggrottata;
quelle pugna serrate su i ginocchi... Povero don Ciccino!
Cirinciò, invece, guardava cosí, perché non riusciva a spiegarsi il perché di
tutta quella meraviglia per la sua venuta.
Vedendosi osservato, spiato da lontano con quell'aria di costernazione perplessa
e afflitta, cominciò a entrare in sospetto, che non lo volessero lí. Aveva forse
capito male l'invito del Comitato elettorale?
A
un certo punto, non potendone piú, s'alzò sdegnoso, e, zoppicando, s'accostò a
domandarlo al Laleva:
-
Scusate, debbo rimanere o me ne debbo andare? Ho forse fatto male a venire?
-
Ma no! Perché, caro don Ciccino? - s'affrettò a rispondergli il Laleva. - Siamo
tutti felicissimi, e io particolarmente, della sua venuta! Ma si figuri! Segga,
segga. L'ho per un onore; e ne ho tanto piacere!
-
E allora? - domandò a sé stesso Cirinciò, tornando a sedere. - Perché tutti mi
guardano cosí?
Che ci fosse in lui qualche cosa ch'egli non vedeva e che gli altri vedevano?
Perché in quel momento gli pareva proprio che potesse, come tutti gli altri,
occuparsi delle elezioni, e che non ci fosse, in questo, nulla di straordinario.
Capiva bene, sí o no? Ma sí, perdio, che capiva benissimo tutte le discussioni
che ora si facevano attorno a lui su le probabilità piú o meno di vittoria,
sulla disposizione dei varii partiti locali in questo e in quel comune del
collegio, sul computo dei voti favorevoli e contrarii, non solo, ma gli pareva
anzi di veder piú chiaro di certuni nella tattica da seguire verso qualche
capoelettore ancora neutrale nella lotta. Tanto che a un certo punto,
dimenticandosi del dubbio che lo aveva finora tenuto ingrugnato e sospettoso,
non poté piú trattenersi; s'alzò, prese la parola e in breve, con chiarezza e
semplicità, espresse il suo concetto, come a lui pareva che si dovesse fare.
Fu
nella sala uno sbalordimento generale; perché proprio nessuno riusciva a
capacitarsi come mai don Ciccino Cirinciò potesse vedere cosí chiaro e giusto.
Eppure, sí, era proprio quella la mossa da tentare; si doveva far proprio come
diceva lui.
Tre, quattro volte, durante la lunga discussione, si rinnovò quello
sbalordimento per il retto giudizio e la giustezza dei consigli e la finezza
degli espedienti da lui suggeriti. Non pareva vero! Signori miei, don Ciccino
Cirinciò... Ma parlava benissimo! Chi l'avrebbe creduto? Un oratore... Ma bravo!
Ma bene! Viva Cirinciò!
Piú sbalordito di tutti, alla fine, perché da un canto non gli pareva proprio
d'aver detto cose cosí straordinarie da suscitare tanto stupore, tanto fervore
d'ammirazione; ma, dall'altro canto, mezzo ubriacato dagli applausi, Cirinciò si
trovò designato da tutti a un posto di combattimento difficilissimo, nel comune
di Borgetto, che si riteneva la cittadella inespugnabile del partito avversario.
Cercò di tirarsi indietro, con la scusa che non conosceva nessuno lí; che non
c'era mai stato; disse anche che non erano imprese per lui; che aveva esposto
cosí, in astratto il suo modo di vedere, ma che nell'atto pratico si sarebbe
perduto. Non vollero neppur lasciarlo finire di parlare; lo costrinsero ad
accettare quel posto di combattimento: e cosí, la mattina dopo, don Ciccino
Cirinciò, provvisto di mezzi e di commendatizie, partí per Borgetto.
Vi
fece miracoli, a detta di tutti, nei quindici giorni che precedettero l'elezione
politica. Veri miracoli, se in due settimane riuscí a cambiare la posizione del
Laleva in quel comune da cosí a cosí.
Fu
per il bisogno di raggiungere e toccare una realtà qualunque nel vuoto strano,
in cui quell'avventura impensata lo aveva cosí d'improvviso gettato? Vuoto
arioso e lieve, nel quale tutti gli aspetti nuovi, d'uomini e di cose gli
apparivano come in una luce di sogno, nella freschezza di quell'azzurro di marzo
corso da allegre nuvole luminose? O fu per il prorompere di tante energie ancor
vive e ignorate, da anni e anni compresse in lui, soffocate dall'incubo delle
sciagure? Energie giovanili, intatte, che lo avrebbero portato chi sa dove, chi
sa a quali imprese, a quali vittorie, se la sua vita non si fosse chiusa come
s'era chiusa nel lutto di quelle sciagure?
Il
fatto è che operò miracoli in quel paesello dove nessuno lo conosceva. E certo
perché nessuno lo conosceva.
Tutto fuori di sé, là, in preda a quelle energie insospettate e scatenate d'un
subito in lui, affrontò imperterrito gli avversarii, li forzò a discutere e a
riconoscere prima gli errori e l'insipienza, poi la vergogna del loro vecchio
deputato; e non si diede un momento di requie: ora qua a scrollare i titubanti;
ora là a sventare un'insidia, a presiedere un comizio, a sfidare al
contraddittorio anche lo stesso deputato uscente, o chi per lui: tutto quanto il
paese!
Cose che non avrebbe mai supposto non che di poter dire, ma neppure di pensare
lontanamente, gli venivano alle labbra, spontanee, con un'abbondanza e facilità
di parola, un'efficacia d'espressioni, che ne restava lui stesso come
abbagliato. Pareva che una vena nuova di vita gli fosse rampollata dentro, e si
fosse messa a scorrere in lui con urgenza impetuosa. Coglieva a volo tutto,
comprendeva tutto a un minimo cenno; e ogni cosa, dentro, pur restandogli nuova
e fresca, gli diventava subito nota e propria; se n'impadroniva con quelle forze
vergini, che non avevano potuto aver mai uno sfogo in lui, e che ora lo
rendevano alacre e sicuro della vittoria, come un giovane, tra la frenesia che
già aveva preso a bollire in tutti coloro che gli si facevano attorno sempre in
maggior numero, e che a stento riuscivano a tenergli dietro in quella tumultuosa
agitazione.
Non pensò piú neanche d'aver una gamba zoppicante. Non gli faceva piú male. Gli
anni? Sessantadue, sí... Ma che voleva dire? Avanti! Era come se cominciasse ora
la vita. Avanti! Avanti! Qua, per il momento, c'era da correre a minacciare a
quel signor assessore la denunzia delle cento schede trattenute ai soci del
circolo operajo, poi a documentare il tentativo di corruzione del signor
sindaco: il pagamento di cinquanta voti a dieci lire l'uno. Come documentarlo?
Ma con le testimonianze, perdio! S'incaricava lui di far confessare quei
contadini alla presenza d'un notajo, lui, lui... Avanti!
Arrivò cosí al giorno della vittoria che pareva un altro, ricreato in quell'aura
di popolarità, tra gente nuova, in un paese nuovo, preso d'assalto, messo
sottosopra e conquistato in pochi giorni. E, la sera della proclamazione del
nuovo eletto, si presentò raggiante nella vasta sala del Circolo dei «civili»
dove era imbandita una splendida mensa in suo onore; per quanto già gli
apparissero evidenti i segni della stanchezza nella vecchia maschera
dimenticata.
Circolava intanto in quella sala, nell'attesa che i posti fossero assegnati
nella mensa, un certo squallido ometto scontorto, dal cranio d'avorio,
luccicante sotto i lumi. Quasi a nascondersi, teneva il capo insaccato nelle
spallucce ossute, ma cacciava in tutti i crocchi la punta della barbetta arguta,
gialliccia, come scolorita, e figgeva in faccia a questo e a quello gli
occhietti lustri, acuti come due spilli, che gli spiccavano maligni nel cereo
pallore del viso. Si fermava un momento a ripetere una domanda insistente alla
quale era chiaro che non riceveva una risposta che lo soddisfacesse; negava col
dito, scrollava le spalle come se esclamasse: «Ma che! Ma che! Impossibile!», o
stirava il volto sporgendo il labbro inferiore, come uno che non riesca a
capacitarsi, e s'allontanava rivoltandosi a guardare di sfuggita e di sbieco,
con quegli occhietti puntuti, Cirinciò.
Cirinciò se n'accorse subito.
Pur tra il fervore entusiastico dell'accoglienza, si sentí ferire fin da
principio da quegli occhietti. Cercò di sfuggirli, rituffandosi in mezzo alla
confusione della festa. Ma di qua, di là, da vicino, da lontano, donde meno se
l'aspettava, si sentiva pungere dalla fissità quasi spasimosa di quegli
occhietti persecutori; e, appena punto, raggelare, sconcertare, rimescolar tutto
da un sentimento oscuro che, facendogli impeto rabbiosamente, gli occupava come
di una tenebra di vertigine il cervello. Si ripigliava; ma avvertiva
internamente che non gli era piú possibile ormai tenersi fermo, ché tutto,
dentro, gli vagellava, non tanto per la persecuzione di quegli occhietti, di cui
in fine non aveva nulla da temere, quanto perché... perché non lo sapeva bene
lui stesso.
Non era timore, non era vergogna; ma si sentiva come tratto di dentro a
nascondersi e a scomparire da quella festa.
Troppo chiasso, oh Dio... troppo chiasso.
E
andando in giro per la sala, intronato, faceva atto con le mani di smorzare i
rumori.
Ma
piú faceva cosí, piú si acuiva proprio fino allo spasimo in quei tali occhietti
una curiosità pazzesca.
E
allora Cirinciò cadde in preda a una cosí cupa esasperazione, che di fuori ebbe
lo strano effetto di farlo apparire quasi cangiato all'improvviso.
Si
riebbe un momento allorché tutti lo presero e lo portarono in trionfo a sedere a
capo tavola; ma, cessata l'agitazione della cerca dei posti, appena tutti si
furono accomodati, Cirinciò, volgendo lo sguardo in giro, ricadde piú intronato
che mai e nell'intronamento si fissò, come impietrato, vedendosi vicinissimo, a
quattro posti di distanza, quell'ometto che seguitava a fissarlo, e ora - ecco -
allungava il collo verso di lui, con l'indice teso come un'arma presso uno di
quegli occhietti diabolici, quasi a prender la mira, e gli domandava:
-
Ma scusate, non siete don Ciccino Cirinciò, voi?
Non era sul nome la domanda. Non potevano capirlo gli altri; ma lui, sí,
Cirinciò lo intese benissimo.
Che quegli fosse don Ciccino Cirinciò, glielo dovevano aver detto e ripetuto
tutti cento volte, a quell'ometto. Ma appunto di questo non riusciva a
capacitarsi quell'ometto: che cioè don Ciccino Cirinciò ch'egli tempo addietro
aveva conosciuto, fosse questo che ora gli stava davanti... Questo? Possibile!
-
Quello del mulino?
Sí, sí, quello del mulino... Aveva ragione! Non era credibile!
Cirinciò adesso tutt'a un tratto lo riconosceva anche lui.
Non era credibile, non appariva piú credibile neanche a lui stesso, che quello
del mulino, lui, proprio lui, potesse trovarsi lí, in mezzo a quella festa, e
che avesse potuto fare tutto quel che aveva fatto, senza saperne piú il perché.
Che importava a lui, infatti, ora che con gli occhi di quell'ometto si vedeva
rientrare in sé medesimo con tutte le sue sciagure e la sua miseria, che
importava piú a lui della vittoria del Laleva? Delle vergogne del deputato
sconfitto?
Tutti i convitati, nel vederlo cosí d'un subito appassire, credettero in prima
che fosse effetto di momentanea stanchezza, e cercarono di ravvivarlo con
incitamenti e congratulazioni; ma si sentirono rispondere e agghiacciare con
certi scemi e strascicati: «Già... già...» che rivelarono assente, lontano mille
miglia dalla festa, lo spirito di lui.
E
quando, il giorno appresso, Cirinciò se ne partí da Borgetto, ingrugnato,
funebre, rispondendo a mala pena ai saluti, tutti restarono a guardarsi tra
loro, non sapendo comprendere la ragione di un mutamento cosí improvviso, e
parecchi avanzarono il sospetto che fosse un imbroglione, un miserabile
impostore venuto a mistificarli.