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Prima pubblicazione: La lettura agosto 1918, col titolo Come Cirinciò per un momento si dimenticò d'esser lui,

poi in Il carnevale dei morti, Battistelli, Firenze 1919, infine col titolo attuale.

 

RIASSUNTO - ANALISI

da tesina su du.diva-portal.org

Già dal titolo di questa novella si indovina che, in qualche maniera, si parlerà dell’identità umana. Si può anche capire come Pirandello consideri tale identità: una maschera è qualcosa di finto, di creato per nascondersi, qualcosa che nel teatro si usa per interpretare un ruolo, qualcosa che si può anche, ovviamente, dimenticare. L’identità cambia continuamente nel flusso della vita, ma l’uomo cerca di fissarla nelle maschere. Le maschere sono utili finché non entrano in contraddizione con la vita stessa. Anche questo è un tema caro a Pirandello, trattato per esempio nel dramma Sei personaggi in cerca di autore. In esso Pirandello gioca con il limite tra verità e fantasia e sostiene che un personaggio teatrale, rimanendo sempre uguale, sia più autentico di una persona la cui identità si trasforma ininterrottamente. Si vede qui la vicinanza ai temi dell’esistenzialismo che nega anch’esso la personalità in quanto essa sarebbe, secondo Sartre, soltanto il risultato della cattiva fede, cioè qualcosa dietro cui l’uomo si nasconde per evitare la piena responsabilità che accompagna la piena libertà dell’uomo di agire esattamente come vuole in ogni situazione della vita.

 

Riassunto

Il protagonista de La maschera dimenticata è Don Ciccino Cirinciò che ha subìto molto in vita sua e sopporta il proprio dolore con una “dignità funebre”. Prima gli muoiono la moglie e i due figli, poi perde la sua zolfara, e, come se non bastasse, si ferisce la gamba andando a caccia. Corrono voci che la moglie sia morta “per aver partorito su la cinquantina, chi diceva o un cagnolo o una marmotta”, che Don Cirinciò abbia perso la zolfara per una virgola mal posta nel contratto e che si sia ferito la gamba quando, a cavallo, è stato investito dalle pale di un mulino a vento. Don Cirinciò sopporta i pettegolezzi riguardanti la moglie e la zolfara con calma, ma se qualcuno lo chiama “quello del mulino” diventa furioso.

All’inizio della novella, il protagonista entra in una sala quasi piena, dove sta per iniziare una riunione del Comitato elettorale. Tutti sono molto sorpresi di vederlo lì. Don Cirinciò, infatti, non si faceva più vedere da anni, e non riescono a capire perché abbia scelto di farsi vivo proprio in quel giorno. La verità è che Cirinciò è venuto perché si sente in debito di gratitudine verso il padre del candidato, che è stato l’unico ad aiutarlo nelle liti per la zolfara. Vuole anche, come cittadino italiano, liberarsi del governo presente, che secondo lui non ha mai fatto niente di buono. Non ha mai parlato prima, ma adesso si mette a disposizione del candidato. I membri del comitato, che sanno che Cirinciò non deve così tanta gratitudine al padre del candidato, sono convinti che sia impazzito. L’unica cosa che ha fatto il padre del candidato è stato di dissuadere Cirinciò dal mettersi in lite per la zolfara, e chi sa, alla fine, se è stato il consiglio giusto.

Alla riunione si mostra che Cirinciò è un vero oratore e che ha delle buone idee. Tutti i membri sono stupiti. Anche Don Cirinciò è stupefatto, perché non capisce che cosa ha fatto di così straordinario; ha soltanto detto quello che pensava. Gli viene anche offerto un posto di combattimento che è più o meno costretto ad accettare. Fa comunque dei miracoli nel suo nuovo lavoro. Inizia a parlare come se non aveva mai parlato prima e cambia tutta la situazione politica del paese. Qualcosa cambia anche in lui, si sente di nuovo giovane, non gli fa più male la gamba - pare, infatti, un altro.

Però, la sera che si deve proclamare il nuovo eletto appare un uomo che Don Cirinciò aveva conosciuto prima della sua metamorfosi, ma l’uomo non lo riconosce. Alla fine va a chiedere direttamente a Cirinciò se non è lui “quello del mulino”. E in quel momento è come se si fosse rotto l’incantesimo e Don Cirinciò torna come prima: stanco, funebre, silenzioso. Gli altri, che non capiscono come mai sia cambiato così tutto in un tratto, lo prendono allora per un imbroglione.

 

 

L’umorismo ne La maschera dimenticata

All’inizio quando il narratore descrive le disgrazie del povero Don Cirinciò, la sua vita è talmente tragica da sembrare comica. La situazione raccontata in un’altra maniera sicuramente non sarebbe così umoristica, ma Pirandello usa una lingua che comprime e esagera la storia facendole assumere, così, un carattere assurdo e quindi più divertente. Tutte le maledizioni di Don Cirinciò vengono per esempio enumerate in una sola frase:

 

Si sapeva che da anni e anni non s’immischiava piú di nulla, tutto assorto com’era nelle sue sciagure: la morte della moglie e di due figliuoli, la perdita della zolfara dopo una sequela di liti giudiziarie, e la miseria: sciagure che avrebbe fatto meglio a portare in pubblico con dignità meno funebre, perché non spiccasse agli occhi di tutti i maldicenti del paese quel sigillo particolare di scherno con cui la sorte buffona pareva si fosse spassata a bollargliele, se era vero che la moglie gli fosse morta per aver partorito su la cinquantina non si sapeva bene che cosa: chi diceva un cagnolo, chi una marmotta; e che avesse perduto la zolfara per una virgola mal posta nel contratto d’affitto; e che zoppicasse cosí per una famosa avventura di caccia, nella quale invece dell’uccello era volato in aria lui con tutti gli stivaloni e lo schioppo e la carniera e il cane, investito dalle alacce d’un mulino a vento abbandonato sul poggio di Montelusa, le quali tutt’a un tratto s’erano messe a girare da sé; per cui ormai era inteso da tutti come don Ciccino Cirinciò «quello del mulino».

 

A causa del tempo accelerato il lettore non ha il tempo riflettere e capire il dolore nascosto dietro la situazione. L’umorismo pervade così la novella in generale.

 

Guardando, dunque, la storia nel suo complesso, i temi trattati sono: il conflitto tra l’autenticità e l’autoinganno, la contraddizione tra le nostre aspirazioni e le nostre debolezze e miserie, il flusso continuo della vita, la perdita e la ricerca dell’identità , e l’umorismo che in tutti questi temi è costituito dal sentimento del contrario.

 

Don Cirinciò ha una personalità e un’identità molto precisa all’inizio della storia. E’ un uomo silenzioso, infelice e asociale, che è preso in giro della gente, o, piuttosto, è questo che egli crede di essere. La vita è stata dura con lui e si autoinganna quando crede che il suo passato lo costringa a essere una certa persona o a comportarsi in una certa maniera. Questo diventa palese quando, alla riunione, sceglie di agire in un modo che si contrappone a tutto quello che ha fatto prima. Qui sorge spontanea la domanda su cosa sia autentico e cosa sia falso. Esiste veramente un lato di noi che è più vero di un altro? Quale dei due Don Cirinciò è quello vero, o sono forse tutti e due veri ma in situazioni diverse? Pirandello vuole probabilmente affermare che non c’è nessuna identità fissa e quindi nessuna vera. Si deve capire, però, che esiste la libertà. Quando Don Cirinciò sceglie di mostrare un’altra parte di sé, è autentico – non perché quella parte sia più vera, ma perché ha capito che è capace di comportarsi in qualsiasi maniera e che la sua identità non è predestinata.

 

Quello che, però, rende spesso difficile il rimanere autentici sono le aspettative degli altri. Anche questo concetto Pirandello lo condivide con l’esistenzialismo. Può sembrare quasi impossibile cambiare o fare qualcosa d’inaspettato quando tutti hanno un’idea preconcetta su di noi. Alla fine è l’immagine che gli altri hanno di una data persona quella che funziona come lo specchio dell’identità. Don Cirinciò ha proprio questo problema. Quando nessuno capisce che cosa fa in quella riunione e vede gli sguardi della gente Cirinciò si chiede: “Che ci fosse in lui qualche cosa ch’egli non vedeva e che gli altri vedevano?”. Quando poi riscuote successo nel suo ruolo di oratore il narratore dice: “Il fatto è che operò miracoli in quel paesello dove nessuno lo conosceva. E certo perché nessuno lo conosceva.”. Diventa divertente anche perché va contro i preconcetti della gente; il suo cambiamento è descritto quasi come una rigenerazione.

 

Non pensò più neanche d’aver una gamba zoppicante. Non gli faceva più male. Gli anni? Sessantadue, sì... Ma che voleva dire? Avanti! Era come se cominciasse ora la vita. Avanti! Avanti!

 

E’ anche lo sguardo di un altro a fargli ricordare la sua maschera dimenticata:

 

- Ma scusate, non siete don Ciccino Cirinciò, voi?
Non era sul nome la domanda. Non potevano capirlo gli altri; ma lui, sí, Cirinciò lo intese benissimo.
Che quegli fosse don Ciccino Cirinciò, glielo dovevano aver detto e ripetuto tutti cento volte, a quell'ometto. Ma appunto di questo non riusciva a capacitarsi quell'ometto: che cioè don Ciccino Cirinciò ch'egli tempo addietro aveva conosciuto, fosse questo che ora gli stava davanti... Questo? Possibile!
- Quello del mulino?
Sí, sí, quello del mulino... Aveva ragione! Non era credibile!
Cirinciò adesso tutt'a un tratto lo riconosceva anche lui.

 

Ma dove si può trovare, allora, l’umorismo in tutto questo? Sicuramente nel disaccordo tra la vita reale e l’ideale umano, e nell’ironia di poter essere tutto quello che si vuole, se solo ce se ne rende conto. Invece di continuare ad essere l’uomo di successo che è diventato, Cirinciò torna a nascondersi dietro la sicurezza della sua maschera. L’umorismo è nella tensione tra le due strade che l’uomo, secondo Pirandello, può prendere nella vita. Don Cirinciò avrebbe potuto accettare il fatto che la vita non aveva preso la direzione che si era immaginato, e ridere su tutta la storia del mulino, ma invece si autoinganna, pensando di essere una vittima e se la prende. Avrebbe potuto scegliere di superare l’esperienza tragica della vita attraverso l’esperienza ludica. Ma Pirandello era cosciente che questo è molto più facile a dirsi che a farsi quando ha affermato: “Non soltanto noi, quali ora siamo, viviamo in noi stessi, ma anche noi, quali fummo in altro tempo”. E’ difficile liberarsi dell’ombra del passato. Ma quando non lo fa l’autore siamo noi lettori che possiamo riconoscerci e vedere l’umorismo insito nella situazione umana.

Ci si può chiedere perché Don Cirinciò non si sia mai adirato quando la gente lo derideva per la morte della moglie o per la perdita della zolfara, ma impazziva alle parole “quello del mulino”. L’unica cosa che può venire in mente è perché “quello del mulino” ha a che fare con la sua identità. Può accettare le chiacchiere della gente, ma quando gli danno un epiteto che lo rende ridicolo s’infuria sentendosi prigioniero di quella definizione e volendo essere molto di più di “quello del mulino”. Probabilmente tutte le sciagure hanno fatto perdere a Don Cirinciò la sua identità e in questa novella si può seguire la sua ricerca di un’altra possibile identità, che, alla fine, però perde di nuovo. Questo accade a causa del fluire della vita dove niente rimane inalterato, neanche l’identità personale. Che una persona possa sconcertarsi così facilmente, sentendo solo tre piccole parole, è, infatti, abbastanza divertente, ma se si riflette sul dolore che si nasconde dietro a ciò e all’alienazione che questo uomo sente, la situazione diventa subito tragica. Cirinciò ha vissuto un’esperienza tragica nella vita, ha compreso che niente dura per sempre e che non si può fare nulla per evitarlo, ma non riesce ad accettarlo.

Anche in questa novella le immagini sono contrapposte invece che essere organizzate per somiglianza. Le due personalità di Don Cirinciò s’incontrano davvero nella scena finale, quando l’ometto chiede al protagonista se è lui quello del mulino. La contraddizione tra le due identità crea una tensione umoristica. In questa novella è chiaro come Pirandello lavori quando, come si è detto, scompone un personaggio. Don Cirinciò è appunto irrazionale, contraddittorio e paradossale.

 

Introduzione alle Novelle



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LA MASCHERA DIMENTICATA

da Liber Liber

Nella sala già quasi piena per la riunione indetta dal Comitato elettorale in casa del candidato Laleva, tutti, vedendolo entrare zitto zitto zoppicante e con gli occhi fissi e cupi sotto la fronte grinzuta, s'erano voltati, stupiti, a mirarlo.
 

Don Ciccino Cirinciò? Possibile? E chi lo aveva invitato?

Si sapeva che da anni e anni non s'immischiava piú di nulla, tutto assorto com'era nelle sue sciagure: la morte della moglie e di due figliuoli, la perdita della zolfara dopo una sequela di liti giudiziarie, e la miseria: sciagure che avrebbe fatto meglio a portare in pubblico con dignità meno funebre, perché non spiccasse agli occhi di tutti i maldicenti del paese quel sigillo particolare di scherno con cui la sorte buffona pareva si fosse spassata a bollargliele, se era vero che la moglie gli fosse morta per aver partorito su la cinquantina non si sapeva bene che cosa: chi diceva un cagnolo, chi una marmotta; e che avesse perduto la zolfara per una virgola mal posta nel contratto d'affitto; e che zoppicasse cosí per una famosa avventura di caccia, nella quale invece dell'uccello era volato in aria lui con tutti gli stivaloni e lo schioppo e la carniera e il cane, investito dalle alacce d'un mulino a vento abbandonato sul poggio di Montelusa, le quali tutt'a un tratto s'erano messe a girare da sé; per cui ormai era inteso da tutti come don Ciccino Cirinciò «quello del mulino».

Cosa strana: se da qualche malcreato sentiva fare allusione a quel parto della moglie o a quella virgola nel contratto d'affitto, sorrideva triste o scrollava le spalle; ma nel sentirsi chiamare quello del mulino usciva dai gangheri, minacciava col bastone e urlava che il suo era un paese di carognoni imbecilli.


Ora questi carognoni imbecilli ecco che si maravigliavano del suo intervento alla riunione elettorale. Ma ci voleva tanto i pensare ch'egli doveva - prima di tutto - gratitudine eterna al vecchio avvocato don Francesco Laleva, padre del candidato d'oggi, l'unico tra tutti gli avvocati del foro che lo avesse ajutato e difeso nell'occasione delle liti per la zolfara? Queste liti, è vero, le aveva perdute; l'ajuto, perciò, se vogliamo, era stato vano; ma che per questo? L'obbligo della gratitudine non restava forse per lui stesso, sacrosanto? E poi - a parte la gratitudine - ci voleva tanto forse a crederlo capace di un sentimento, che doveva in quell'ora esser comune a tutti i galantuomini, disgraziati e non disgraziati? Perdio, il sentimento della dignità del proprio paese! Era, sí o no, un cittadino anche lui? Le disgrazie, va bene; ma, come cittadino, non poteva essere forse indignato anche lui delle spudorate vergogne che il vecchio deputato uscente commetteva da venti anni impunemente? Non parlava; non aveva mai parlato, perché - le parole - vento! Ma ora ch'era venuto il tempo d'agire, sissignori; eccolo qua; si presentava da sé, non invitato, per mettersi a disposizione del figlio del suo antico e unico benefattore.

I radunati stettero un pezzo a mirarlo a bocca aperta; qualcuno si toccò con un dito la fronte, come per dire: «Eh, che volete? Gli s'è voltato il cervello, poveretto!». Perché sapevano tutti che non era vero che dovesse poi tanta gratitudine al padre del Laleva, il quale non lo aveva né ajutato né difeso; ma solo dissuaso dal mettersi in lite per quella zolfara maledetta. Se non che, a forza di ragionare tra sé e sé le sue disgrazie, chi sa, povero Cirinciò, com'era arrivato adesso a rappresentarsi uomini e cose, tutti gli avvenimenti della sua vita; e quali parti in questi lontani avvenimenti della sua vita attribuiva a presunti amici, a presunti nemici! E chi sa da che strambe ragioni era stato perciò indotto a presentarsi ora lí non invitato; e che cosa, nei misteriosi arzigogoli, nelle segrete previsioni del suo spirito conturbato, doveva rappresentare per lui questa sua partecipazione alla lotta politica in favore del figlio di don Francesco Laleva; che beneficii sbardellati se ne riprometteva, che tremendi pericoli e responsabilità si immaginava di dovere affrontare... Ma sí, quegli occhi che lampeggiavano sotto la fronte aggrottata; quelle pugna serrate su i ginocchi... Povero don Ciccino!


Cirinciò, invece, guardava cosí, perché non riusciva a spiegarsi il perché di tutta quella meraviglia per la sua venuta.

Vedendosi osservato, spiato da lontano con quell'aria di costernazione perplessa e afflitta, cominciò a entrare in sospetto, che non lo volessero lí. Aveva forse capito male l'invito del Comitato elettorale?

A un certo punto, non potendone piú, s'alzò sdegnoso, e, zoppicando, s'accostò a domandarlo al Laleva:

- Scusate, debbo rimanere o me ne debbo andare? Ho forse fatto male a venire?

- Ma no! Perché, caro don Ciccino? - s'affrettò a rispondergli il Laleva. - Siamo tutti felicissimi, e io particolarmente, della sua venuta! Ma si figuri! Segga, segga. L'ho per un onore; e ne ho tanto piacere!

- E allora? - domandò a sé stesso Cirinciò, tornando a sedere. - Perché tutti mi guardano cosí?

Che ci fosse in lui qualche cosa ch'egli non vedeva e che gli altri vedevano? Perché in quel momento gli pareva proprio che potesse, come tutti gli altri, occuparsi delle elezioni, e che non ci fosse, in questo, nulla di straordinario.

Capiva bene, sí o no? Ma sí, perdio, che capiva benissimo tutte le discussioni che ora si facevano attorno a lui su le probabilità piú o meno di vittoria, sulla disposizione dei varii partiti locali in questo e in quel comune del collegio, sul computo dei voti favorevoli e contrarii, non solo, ma gli pareva anzi di veder piú chiaro di certuni nella tattica da seguire verso qualche capoelettore ancora neutrale nella lotta. Tanto che a un certo punto, dimenticandosi del dubbio che lo aveva finora tenuto ingrugnato e sospettoso, non poté piú trattenersi; s'alzò, prese la parola e in breve, con chiarezza e semplicità, espresse il suo concetto, come a lui pareva che si dovesse fare.

Fu nella sala uno sbalordimento generale; perché proprio nessuno riusciva a capacitarsi come mai don Ciccino Cirinciò potesse vedere cosí chiaro e giusto. Eppure, sí, era proprio quella la mossa da tentare; si doveva far proprio come diceva lui.

Tre, quattro volte, durante la lunga discussione, si rinnovò quello sbalordimento per il retto giudizio e la giustezza dei consigli e la finezza degli espedienti da lui suggeriti. Non pareva vero! Signori miei, don Ciccino Cirinciò... Ma parlava benissimo! Chi l'avrebbe creduto? Un oratore... Ma bravo! Ma bene! Viva Cirinciò!

Piú sbalordito di tutti, alla fine, perché da un canto non gli pareva proprio d'aver detto cose cosí straordinarie da suscitare tanto stupore, tanto fervore d'ammirazione; ma, dall'altro canto, mezzo ubriacato dagli applausi, Cirinciò si trovò designato da tutti a un posto di combattimento difficilissimo, nel comune di Borgetto, che si riteneva la cittadella inespugnabile del partito avversario.

Cercò di tirarsi indietro, con la scusa che non conosceva nessuno lí; che non c'era mai stato; disse anche che non erano imprese per lui; che aveva esposto cosí, in astratto il suo modo di vedere, ma che nell'atto pratico si sarebbe perduto. Non vollero neppur lasciarlo finire di parlare; lo costrinsero ad accettare quel posto di combattimento: e cosí, la mattina dopo, don Ciccino Cirinciò, provvisto di mezzi e di commendatizie, partí per Borgetto.


Vi fece miracoli, a detta di tutti, nei quindici giorni che precedettero l'elezione politica. Veri miracoli, se in due settimane riuscí a cambiare la posizione del Laleva in quel comune da cosí a cosí.

Fu per il bisogno di raggiungere e toccare una realtà qualunque nel vuoto strano, in cui quell'avventura impensata lo aveva cosí d'improvviso gettato? Vuoto arioso e lieve, nel quale tutti gli aspetti nuovi, d'uomini e di cose gli apparivano come in una luce di sogno, nella freschezza di quell'azzurro di marzo corso da allegre nuvole luminose? O fu per il prorompere di tante energie ancor vive e ignorate, da anni e anni compresse in lui, soffocate dall'incubo delle sciagure? Energie giovanili, intatte, che lo avrebbero portato chi sa dove, chi sa a quali imprese, a quali vittorie, se la sua vita non si fosse chiusa come s'era chiusa nel lutto di quelle sciagure?

Il fatto è che operò miracoli in quel paesello dove nessuno lo conosceva. E certo perché nessuno lo conosceva.

Tutto fuori di sé, là, in preda a quelle energie insospettate e scatenate d'un subito in lui, affrontò imperterrito gli avversarii, li forzò a discutere e a riconoscere prima gli errori e l'insipienza, poi la vergogna del loro vecchio deputato; e non si diede un momento di requie: ora qua a scrollare i titubanti; ora là a sventare un'insidia, a presiedere un comizio, a sfidare al contraddittorio anche lo stesso deputato uscente, o chi per lui: tutto quanto il paese!

Cose che non avrebbe mai supposto non che di poter dire, ma neppure di pensare lontanamente, gli venivano alle labbra, spontanee, con un'abbondanza e facilità di parola, un'efficacia d'espressioni, che ne restava lui stesso come abbagliato. Pareva che una vena nuova di vita gli fosse rampollata dentro, e si fosse messa a scorrere in lui con urgenza impetuosa. Coglieva a volo tutto, comprendeva tutto a un minimo cenno; e ogni cosa, dentro, pur restandogli nuova e fresca, gli diventava subito nota e propria; se n'impadroniva con quelle forze vergini, che non avevano potuto aver mai uno sfogo in lui, e che ora lo rendevano alacre e sicuro della vittoria, come un giovane, tra la frenesia che già aveva preso a bollire in tutti coloro che gli si facevano attorno sempre in maggior numero, e che a stento riuscivano a tenergli dietro in quella tumultuosa agitazione.

Non pensò piú neanche d'aver una gamba zoppicante. Non gli faceva piú male. Gli anni? Sessantadue, sí... Ma che voleva dire? Avanti! Era come se cominciasse ora la vita. Avanti! Avanti! Qua, per il momento, c'era da correre a minacciare a quel signor assessore la denunzia delle cento schede trattenute ai soci del circolo operajo, poi a documentare il tentativo di corruzione del signor sindaco: il pagamento di cinquanta voti a dieci lire l'uno. Come documentarlo? Ma con le testimonianze, perdio! S'incaricava lui di far confessare quei contadini alla presenza d'un notajo, lui, lui... Avanti!

Arrivò cosí al giorno della vittoria che pareva un altro, ricreato in quell'aura di popolarità, tra gente nuova, in un paese nuovo, preso d'assalto, messo sottosopra e conquistato in pochi giorni. E, la sera della proclamazione del nuovo eletto, si presentò raggiante nella vasta sala del Circolo dei «civili» dove era imbandita una splendida mensa in suo onore; per quanto già gli apparissero evidenti i segni della stanchezza nella vecchia maschera dimenticata.


Circolava intanto in quella sala, nell'attesa che i posti fossero assegnati nella mensa, un certo squallido ometto scontorto, dal cranio d'avorio, luccicante sotto i lumi. Quasi a nascondersi, teneva il capo insaccato nelle spallucce ossute, ma cacciava in tutti i crocchi la punta della barbetta arguta, gialliccia, come scolorita, e figgeva in faccia a questo e a quello gli occhietti lustri, acuti come due spilli, che gli spiccavano maligni nel cereo pallore del viso. Si fermava un momento a ripetere una domanda insistente alla quale era chiaro che non riceveva una risposta che lo soddisfacesse; negava col dito, scrollava le spalle come se esclamasse: «Ma che! Ma che! Impossibile!», o stirava il volto sporgendo il labbro inferiore, come uno che non riesca a capacitarsi, e s'allontanava rivoltandosi a guardare di sfuggita e di sbieco, con quegli occhietti puntuti, Cirinciò.


Cirinciò se n'accorse subito.

Pur tra il fervore entusiastico dell'accoglienza, si sentí ferire fin da principio da quegli occhietti. Cercò di sfuggirli, rituffandosi in mezzo alla confusione della festa. Ma di qua, di là, da vicino, da lontano, donde meno se l'aspettava, si sentiva pungere dalla fissità quasi spasimosa di quegli occhietti persecutori; e, appena punto, raggelare, sconcertare, rimescolar tutto da un sentimento oscuro che, facendogli impeto rabbiosamente, gli occupava come di una tenebra di vertigine il cervello. Si ripigliava; ma avvertiva internamente che non gli era piú possibile ormai tenersi fermo, ché tutto, dentro, gli vagellava, non tanto per la persecuzione di quegli occhietti, di cui in fine non aveva nulla da temere, quanto perché... perché non lo sapeva bene lui stesso.

Non era timore, non era vergogna; ma si sentiva come tratto di dentro a nascondersi e a scomparire da quella festa.

Troppo chiasso, oh Dio... troppo chiasso.

E andando in giro per la sala, intronato, faceva atto con le mani di smorzare i rumori.

Ma piú faceva cosí, piú si acuiva proprio fino allo spasimo in quei tali occhietti una curiosità pazzesca.

E allora Cirinciò cadde in preda a una cosí cupa esasperazione, che di fuori ebbe lo strano effetto di farlo apparire quasi cangiato all'improvviso.

Si riebbe un momento allorché tutti lo presero e lo portarono in trionfo a sedere a capo tavola; ma, cessata l'agitazione della cerca dei posti, appena tutti si furono accomodati, Cirinciò, volgendo lo sguardo in giro, ricadde piú intronato che mai e nell'intronamento si fissò, come impietrato, vedendosi vicinissimo, a quattro posti di distanza, quell'ometto che seguitava a fissarlo, e ora - ecco - allungava il collo verso di lui, con l'indice teso come un'arma presso uno di quegli occhietti diabolici, quasi a prender la mira, e gli domandava:

- Ma scusate, non siete don Ciccino Cirinciò, voi?

Non era sul nome la domanda. Non potevano capirlo gli altri; ma lui, sí, Cirinciò lo intese benissimo.

Che quegli fosse don Ciccino Cirinciò, glielo dovevano aver detto e ripetuto tutti cento volte, a quell'ometto. Ma appunto di questo non riusciva a capacitarsi quell'ometto: che cioè don Ciccino Cirinciò ch'egli tempo addietro aveva conosciuto, fosse questo che ora gli stava davanti... Questo? Possibile!

- Quello del mulino?

Sí, sí, quello del mulino... Aveva ragione! Non era credibile!

Cirinciò adesso tutt'a un tratto lo riconosceva anche lui.

Non era credibile, non appariva piú credibile neanche a lui stesso, che quello del mulino, lui, proprio lui, potesse trovarsi lí, in mezzo a quella festa, e che avesse potuto fare tutto quel che aveva fatto, senza saperne piú il perché.

Che importava a lui, infatti, ora che con gli occhi di quell'ometto si vedeva rientrare in sé medesimo con tutte le sue sciagure e la sua miseria, che importava piú a lui della vittoria del Laleva? Delle vergogne del deputato sconfitto?

Tutti i convitati, nel vederlo cosí d'un subito appassire, credettero in prima che fosse effetto di momentanea stanchezza, e cercarono di ravvivarlo con incitamenti e congratulazioni; ma si sentirono rispondere e agghiacciare con certi scemi e strascicati: «Già... già...» che rivelarono assente, lontano mille miglia dalla festa, lo spirito di lui.

E quando, il giorno appresso, Cirinciò se ne partí da Borgetto, ingrugnato, funebre, rispondendo a mala pena ai saluti, tutti restarono a guardarsi tra loro, non sapendo comprendere la ragione di un mutamento cosí improvviso, e parecchi avanzarono il sospetto che fosse un imbroglione, un miserabile impostore venuto a mistificarli.

Introduzione alle Novelle



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