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NOVELLE PER UN ANNO - 1923 - "IN SILENZIO"
Pubblicata nel 1923, la raccolta In silenzio costituisce il sesto volume
delle Novelle per un anno e include racconti già pubblicati tra il 1897 ed il
1920. |
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5. Il giardinetto lassù (1897)
«Il Marzocco», 5 dicembre 1897
col titolo "Nonno Bauer", poi nella raccolta "Beffe della morte e della
vita" col titolo attuale e con molte modifiche.
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I
Che voleva dirmi?
L’affanno cresciuto non dava adito alle parole, che volevano certo esser aspre,
a giudicare dagli sguardi e dai gesti con cui, tossendo, cercava di farmi
comprendere.
– Il servo? – gli domandai, cercando, angustiato, una interpretazione.
Accennò di sí piú volte col capo, irosamente; poi con la mano tremolante mi fece
altri gesti.
– Lo caccio via?
Sí, sí, sí, m’accennò col capo, di nuovo.
Per quanto l’indignazione, a cui pareva in preda il povero infermo, ora si
comunicasse anche a me, al pensiero che quel servo vigliacco si fosse
approfittato dei brevi momenti durante la giornata, nei quali ero costretto ad
allontanarmi; pure restai perplesso.
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Venivo proprio ad annunziargli che, d’ora
in poi, non avrei piú potuto trattenermi a vegliarlo, a curarlo, come nei primi
giorni della malattia. Cacciando ora il servo, poteva egli restar solo lí in
casa?
Mi venne in mente lí per lí di persuaderlo a cercar ricovero o in un ospedale o
in qualche casa di salute, e gliene feci la proposta.
Nonno Bauer (lo chiamavo cosí fin da quand’ero ragazzo) mi guardò con occhi
smarriti, poi guardò in giro lentamente la camera, la cui vecchia suppellettile
gli era tanto cara quanto la sua stessa persona, e dal seggiolone di cuojo,
entro al quale stava sprofondato, volse infine gli occhi alla finestra, senza
rispondermi.
C’era di là un giardinetto. Apparteneva a gl’inquilini del secondo piano; ma chi
veramente ne godeva era lui, Nonno Bauer, che da quella finestra bassa poteva
conversar comodamente col giardiniere e, allungando appena un braccio, toccare i
rami d’un mandorlo, che adesso pareva tutto fiorito di farfalle.
Mi accorsi che due lagrime erano sgorgate dai calvi occhi infossati del mio caro
vecchietto; due lagrimoni che ora gli scorrevano su le guance di cera.
– Lei non vorrebbe, è vero? – m’affrettai a dirgli, impietosito.
Negò col capo, senza guardarmi, quasi vergognoso, mentre la commozione gli
agitava le labbra.
– No? Ebbene, vuol dire che si provvederà in altro modo. Lei non si affligga.
Il povero vecchio alzò gli occhi lacrimosi a ringraziarmi, e un mezzo sorriso,
quasi puerile, gli affiorò alle labbra che, subito, si contrassero come per fare
il greppo. Tanto intenerimento aveva provato in quel punto per sé.
Povero Nonno Bauer! Moriva, o meglio si spegneva a poco a poco, lí solo; e dopo
una lunga vita, tutta stenti e fatiche, esser privato all’ultimo di quegli
oggetti familiari, testimoni della pace finalmente conquistata, gli era parsa
una vera crudeltà.
II
Era nato in Italia, da genitori alsaziani; e, fin da giovanetto, era stato col
nonno, e poi con mio padre, nell’umile ufficio di scritturale di banco. Dopo il
nostro rovescio finanziario e la conseguente morte di mio padre, se n’era andato
in Alsazia a trovare i parenti sconosciuti. Trascorsi circa sette anni, eccolo
di ritorno in Italia, vinto dalla nostalgia per il paese in cui era nato e
cresciuto.
Era ritornato con una modesta sostanza, ereditata da un cugino morto celibe. In
quei sette anni, io ero rimasto solo, senza piú la mamma, e quasi povero. Nonno
Bauer venne a trovarmi, appena ritornato, e mi profferse di abitare con lui. Non
accettai, perché, per le buone relazioni di cui godevo, avevo da poco ottenuto
un impiego di fiducia, che m’obbligava a viaggiare continuamente. Tuttavia, non
perdetti mai di vista il buon vecchietto; andavo a trovarlo ogni qualvolta
ritornavo a Roma; e lui m’accoglieva con tenerezza paterna.
Era per me una vera delizia la sua compagnia. Conversando con lui, mi pareva di
tuffar l’anima in un bagno di antica semplicità
Nonno Bauer era rimasto in uno stato di vergine ignoranza per quasi tutte le
cose della vita, e bisognava vedere con quale e quanta meraviglia la sua mente
si aprisse man mano alle cognizioni piú ovvie, ora che la vita per lui era quasi
finita. Passava ore e ore in biblioteca a leggere, a studiare, per rendersi
conto di tante e tante cose che, veramente, ormai non doveva piú importargli di
sapere. Restava stordito di ciò che apprendeva cosí tardi; riportava
l’ammaestramento al tempo in cui avrebbe potuto giovargli, e s’immergeva allora
in lunghe e profonde considerazioni, immaginando il diverso cammino che avrebbe
potuto prendere con esso la sua vita.
Ma la sua passione piú viva erano le piante. Una volta andò via da una casa per
non veder morire un albero che era cresciuto, non si sa come, in mezzo al
cortile.
Quel povero albero – io lo ricordo – s’era levato sul magro stelo cinereo con
evidente sforzo e rizzando i rami come a supplicare, desideroso di vedere il
sole e l’aria libera, angosciato dalla paura di non avere in sé tanto rigoglio
da arrivare oltre i tetti delle case che lo circondavano. Ma, finalmente, c’era
arrivato! E come brillavano felici le frondi della cima e quanta invidia
destavano in quelle che stavano giú senz’aria, senza sole! Anche nella morte,
nello staccarsi dai rami, in autunno, le foglie di lassú avevano una lieta
sorte: volavano via col vento, in alto, cadevano su i tetti, vedevano il cielo
ancora; mentre le povere foglie basse morivano nel fango della via, calpestate.
In tutte le stagioni, all’ora del tramonto, quell’albero si popolava d’una
miriade di passeri, che pareva vi si dessero convegno da tutti i tetti della
città. Quei rami allora palpitavano piú d’ali che di foglie; pareva che ogni
foglia avesse voce; che tutto l’albero cantasse, fremebondo.
Dalle finestre delle case i bambini sorridevano storditi, a quel passerajo
fitto, continuo, assordante. Nonno Bauer si affacciava con me; sorrideva con
aria misteriosa di vecchio mago, mi diceva socchiudendo gli occhi:
– Aspetta...
E batteva forte, due volte, le mani. Subito, come per incanto, tutto l’albero
taceva, esanime.
– Che te ne pare?
Ma, di lí a poco, lo sbaldore ricominciava: ogni passero tornava a inebriarsi
del proprio gridío e di quello degli altri, e il concento diveniva man mano piú
fitto, piú assordante di prima.
Ora avvenne che il proprietario di quella casa, un bel giorno, pensò di alzar
tutto in giro il muro per fabbricare un altro piano. E allora l’albero che con
tanto stento si era guadagnata la libertà del sole, dell’aria aperta, piegò
avvilito la cima, si curvò sul tronco.
Nonno Bauer, vedendolo cosí, cominciò a smaniare, a sentire una pena che gli
toglieva il respiro.
– Guarda, guarda! – mi diceva, mostrandomi i passerotti che dalle grondaje
spiccavano il volo e si tenevano sospesi su le ali gridando quasi per esortar
piú da vicino l’albero a rizzarsi.
E forse quei passerotti, anche loro, ripetevano al vecchio albero le solite
frasi, gli inutili consigli, i vani ammonimenti, che si sogliono dare ai caduti,
a gli sconsolati: «Fatti coraggio! non bisogna avvilirsi! raccogli le forze!
rialzati!!»
Ma il vecchio albero non aveva ormai piú forza di rialzarsi: aveva stentato
tanto per arrivare fin lassú, a quell’altezza: piú su, ormai, non poteva
arrivare. Meglio morire.
Andato via da quella casa, Nonno Bauer se n’era venuto in questa col
giardinetto, che non apparteneva a lui. Non andava piú da un pezzo in
biblioteca; erano cominciati gli acciacchi della vecchiaja, dopo la settantina;
e Nonno Bauer, non potendo piú uscir di casa tutti i giorni, se ne stava alla
finestra a conversar col giardiniere e a fare all’amore – com’egli diceva – con
le rose del giardino.
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III
Di quelle rose e degli altri fiori s’innamorò tanto, che cominciò a struggersi
dal desiderio di avere anche lui un giardinetto. Gli venne allora un’idea che
non mi piacque affatto quando me la manifestò, quantunque la fondasse in un
ragionamento pieno di buon senso.
– Alla mia età, – mi disse, – bisogna pensare, figliuolo mio, anche alla morte.
E giacché non ho tanti quattrini da farmi due case con due giardinetti, me ne
farò una sola, ma bella, e con un giardinetto che varrà per due. Questo mi
servirà per sfogare ora il desiderio che m’è nato, quella che mi servirà per
poi.. E quando questo poi sarà arrivato, al giardinetto di Nonno Bauer
verrai a pensarci tu.
Cosí acquistò un buon pezzo di terra al camposanto
La casa, sotto, invece che sopra: e senza nessuna pretesa. Una piccola
nicchietta, e lí. Perché i morti hanno questo di buono: che possono anche fare a
meno di star comodi, e dell’aria e del sole e d’ogni altra cosa, visto e
considerato che si son tolto per sempre il fastidio di muoversi, di respirare, e
che, se son freddi, non sentono più nessun bisogno di riscaldarsi.
Ma veramente Nonno Bauer, stando intere giornate lassú, quando si sentiva bene,
intento a far nascere il giardino da quel suo pezzo di terra, pareva un morto
venuto su dalla sua nicchietta sotterranea per darsi ancora da fare, per
muoversi, per bearsi ancora dell’aria e del sole, zitto zitto e affaccendato,
senza piú nessun pensiero, nessuna curiosità della vita, senza neppure
accorgersi dello stupore di certi visitatori del camposanto che si fermavano in
distanza a mirarlo a bocca aperta, lí chino su questa o quella pianta con la
forbice o con la zappetta o con l’annaffiatojo, o seduto su la sedia a libricino
che si portava ogni mattina appesa al braccio, il cappellaccio di paglia in
capo, l’ombrello aperto su la spalla, immobile, con gli occhi fissi nel vuoto,
assorti in qualche pensiero lontano, che gli atteggiava d’un lieve sorriso le
labbra tra la barbetta argentea.
Veniva a qualcuno, quasi quasi, la tentazione d’andarlo a scuotere e
d’ordinargli che se ne tornasse già subito, a riporsi, perché a un morto non è
lecito, perdio, sconcertar cosí la gente, farla impazzire con tutte quelle sue
faccende là attorno al giardinetto, o con quella immobilità sul sediolino e
quell’ombrello aperto sulla spalla.
La sera, Nonno Bauer, ritornando a casa, parlava col giardiniere dalla finestra.
Bisognava sentire che conversazioni! Aveva ottenuto da lui semi e tralci da
trapiantare lassú; e i fiori – sosteneva – sbocciavano meglio, assai meglio là
che qua, perché infine, i morti a qualche cosa erano ancora buoni.
Ora, inchiodato da quindici giorni in quel seggiolone di cuojo, da cui non
doveva piú rialzarsi, egli non sentiva altra pena che quella di non poter
recarsi, neanche in vettura, a vedere il suo caro giardinetto lassú. Ed era per
lui una consolazione veder quest’altro, invece, dalla finestra, sollevandosi un
poco su la vita, a stento, e allungando il collo quanto piú poteva. Le rose che
vi fiorivano non erano forse sorelle delle rose che fiorivano lassú? Meno belle,
ma sorelle.
E sapete perché quel giorno io trovai Nonno Bauer cosí arrabbiato contro il suo
servo? Perché non era vero che questi si fosse recato ogni mattina al camposanto
a curare il giardinetto, come Nonno Bauer gli aveva ordinato. Il vicino
giardiniere, venuto quella mattina a fargli visita, gliene aveva dato la brutta
notizia.
Non ci fu verso: dovetti cacciar via il servo: lo cacciai anche, in verità,
perché lo ritenevo infedele e sgarbato. Il vicino giardiniere promise che ci
sarebbe andato lui ogni giorno a curare le piante, sorelle piú belle, e cosí
Nonno Bauer si tranquillò.
Io pensai (conoscendo purtroppo che la morte non poteva esser lontana) di
domandare l’assistenza di due suore per quegli ultimi giorni, ed egli non si
oppose. Era cosciente del suo stato, e non se ne rammaricava punto; aveva
vissuto a lungo, aveva assaporato la pace; ora si sentiva stanco: era tempo di
chiudere gli occhi e dormire per sempre, là, nella nicchietta, sotto le rose
dell’altro giardino.
IV
Ogni giorno, andando a visitarlo, mi sorgeva innanzi alla porta la speranza che
la mia assidua costernazione dovesse essere ovviata da un repentino
miglioramento; ma la men giovane delle suore che veniva ad aprirmi la porta,
rispondeva sempre con un gesto di triste rassegnazione alla mia prima, ansiosa
domanda.
Mi trattenevo da lui qualche ora; la conversazione però languiva, poiché egli,
dopo avermi accolto con un sorriso mesto e muto di riconoscenza, spesso
richiudeva gli occhi; e allora io, per non disturbarlo, me ne stavo zitto, come
le due suore assistenti. Veramente, quegli occhi, non si sapeva piú come
guardarglieli, cosí scavati dentro come erano nel male che lo consumava.
Nessun rumore, nessun segno di vita arrivava in quella linda casetta appartata,
in cui il vecchietto aspettava tranquillo la morte. Talvolta, nel silenzio,
attraverso le vetrate, giungeva il cinguettío di un passero: io e le due suore
alzavamo gli occhi alla finestra: il passero era lí, sul ramo fiorito del
mandorlo, e, scotendo or di qua or di 1à il capino, guardava curioso nella
camera, come se volesse domandare: «Che fate?» Poi, a un tratto, un
frullo, via! quasi avesse compreso che cosa in quella camera si stesse ad
aspettare.
Un giorno Nonno Bauer mi domandò se ero stato a vedere il suo giardinetto. C’ero
stato, ma non avevo voluto dirglielo.
– Perché non me l’hai detto? – fece egli. – Qua o là, ormai, non è lo stesso?
Anzi, meglio là... Hai visto come è bello? Vi tengo tutti impicciati, e io ho
tanta voglia di dormire...
Gli parlai allora delle sue piante tutte in fiore, esagerando, per fargli
piacere, la mia ammirazione. Gli occhi di Nonno Bauer si avvivarono di
contentezza.
– Ci andrò presto... Peccato, che non possa piú vederlo. . .
Lo spettacolo di quell’essere ancor del tutto cosciente che con tanta
tranquillità s’era conciliato col pensiero della morte, mi cagionava un occulto,
indefinibile sentimento. Ma, di lí a pochi giorni, un’altra cosa doveva stupirmi
maggiormente.
S’era ammalato d’una malattia assai grave l’unico figlio di un mio intimo amico,
vispo e leggiadro fanciullo di circa sette anni, che già s’accarezzava sul
labbro un pajo di baffetti immaginarii e, a cavallo d’una seggiola, con una
sciabola di legno in mano, un elmo di cartone in capo, marciava a debellare in
Africa i Beduini.
Ero andato a casa di quel mio amico per affari e lo avevo trovato con la moglie
in preda a un cordoglio angoscioso, attorno al lettuccio dell’infermo adorato.
– Tifo... tifo...
Non sapevano dir altro, padre e madre, e si nascondevano la faccia con le mani,
come per non vedere il fanciulletto avvampato dalla febbre.
Ancora turbato e commosso andai quel giorno con molto ritardo a visitare Nonno
Bauer. Egli prestò ascolto alla triste notizia recata da me per scusare il
ritardo: volle anzi sapere quanti anni avesse il bambino e se i medici avessero
dichiarata la malattia.
– Tifo?
Scosse il capo, con le ciglia corrugate, poi richiuse gli occhi, e nella
cameretta ritornò il silenzio consueto.
– Quanti giorni sono? – domandò dopo un lungo tratto, senza aprire gli occhi.
Non potendo supporre che egli pensasse ancora a quel fanciullo infermo e non
intendendo perciò la domanda, gli domandai a mia volta:
– Quanti giorni di che?
– Che il bambino è ammalato? – spiegò Nonno Bauer, come se parlasse in sogno.
– Nove giorni, – risposi. – E la febbre sempre alta a un modo.
– Bagni freddi, gliene fanno? Anche uno ogni due ore, senza paura... Diglielo al
tuo amico.
Dopo un altro lungo silenzio, volle sapere anche il nome del fanciullo.
Il giorno appresso mi recai con lo stesso ritardo a visitare Nonno Bauer, e cosí
nei giorni successivi. Andavo prima a prender notizia del bambino, e non già
perché questo mi interessasse piú del mio caro vecchietto, ma perché Nonno Bauer
se ne interessava lui piú di me, e per prima cosa, ogni giorno, nel vedermi
entrare, mi domandava:
– Come sta? come sta?
Era rimasto impressionato del caso di quel bambino che moriva contemporaneamente
a lui; e, mentre per sé non si lagnava nemmeno, di quello si affliggeva cosí che
pareva non se ne potesse dar pace.
– Ma di’, ma un consulto non l’hanno ancora tenuto?
E consigliava i medici da chiamare. Avrebbe voluto salvarlo a ogni costo.
Purtroppo però il fanciullo era spacciato. Il giorno in cui diedi a Nonno Bauer
la triste notizia, c’era da lui a visita il vicino giardiniere, il quale era
venuto a riferirgli che il rosajo tutto intorno aveva gettato tanto, che la
pietra sepolcrale ne era quasi nascosta.
– Signor Bauer, le rose dicono: là dentro non ci si va
Ma Nonno Bauer stava peggio anche lui, quel giorno. Guardava con occhi spenti;
pareva non intendesse.
Andato via il giardiniere, cadde in letargo. Poi, si riscosse con un sospiro e
disse:
– Se volessero portarlo lí...
Credetti che vaneggiasse, e, per richiamarlo in sensi, gli domandai:
– Dove, Nonno Bauer.
– Lì...
E alzò appena la mano.
Compresi, e provai una viva tenerezza. Egli intendeva nel suo giardinetto, lassú,
al camposanto. Voleva con sé il bambino, lí, nella nicchietta, sotto le rose.
– Diglielo... diglielo... – riprese con insistenza, rianimandosi un po’ e
guardandomi negli occhi: – Glielo dirai?
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