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Il perché glielo spiegano poco dopo i colleghi. Ha poco piú di trent’anni il
professor Corvara Amidei; e Satanina, già diciotto; dunque, non cosí vecchio
ancora lui da farle da padre, né cosí giovine lei da essere semplicemente sua
figlia. Chiaro, eh? Ma il professor Corvara Amidei si guarda prima la punta
delle scarpe, poi quella delle dita; si prova a inghiottire. Intendono forse i
suoi colleghi ch’egli dovrebbe... sposar Satanina? Appena quest’idea gli balena
rimane come basito; poi sorride amaramente. Via, glielo dicono per ischerzo. Si
vede costretto a riparlare con Satanina, per convincerla che commetterebbe una
pazzia, una vera pazzia, a andarsene – com’ella dice – alla ventura; e allora
anche lei, Satanina, gli fa intendere che a un solo patto potrebbe rimanere con
lui: a patto, sissignore, di diventare sua moglie.
Cosmo Antonio Corvara Amidei teme d’impazzire, o che tutti si siano messi
d’accordo per fargli una beffa atroce. Non riesce in alcun modo a capacitarsi
come quella giovinetta possa sentire sul serio la necessità di diventare sua
moglie, quasi che davvero la convivenza con lui possa dar pretesto a ciarle in
paese. Ma possibile che tal necessità non le appaja quasi grottesca e, a ogni
modo, ripugnante? Va a guardarsi allo specchio; si vede anche piú brutto di quel
che non sia: ingiallito dai patimenti e dalla miseria, squallido, calvo, quasi
cieco. Pensa a lei, a Satanina, cosí giovine, cosí fresca, cosí florida, e ha
come una vertigine. Sua moglie? Possibile? Si reca a ridomandarglielo,
balbettando. E Satanina – sissignore – gli risponde di sí, senz’arrossire, e che
anzi, se egli vi fosse disposto, ella gliene serberebbe eterna gratitudine
Cosmo Antonio Corvara Amidei si mette allora a piangere come un bambino,
facendole con la mano cenno di tacere, per carità! Grata, lei? Ma che dice? E
allora lui? Una tal gioja, dunque, gli serbava la sorte? Come crederci? Per piú
giorni il professor Corvara Amidei non può articolar parola.
Le nozze si debbono affrettare, sia per la considerazione che i due fidanzati
sono costretti a vivere insieme, sotto lo stesso tetto, sia per la speranza del
direttore del ginnasio, che esse valgano a scuotere il professore dal beato
istupidimento in cui è caduto. Ma questa speranza riesce vana. Dopo le nozze –
celebrate solo civilmente (14 marzo 1892), non potendo il professor Corvara
Amidei sposare anche davanti a Dio, per i suoi precedenti impegni con la Chiesa
– l’istupidimento cresce con la beatitudine.
Quel che tanti anni di sofferenze non han potuto, può tutt’a un tratto la gioja.
Cosmo Antonio Corvara Amidei dimentica la grammatica latina, dimentica tutto,
diventa proprio inetto a ogni cosa. Non vede che Satanina; non pensa che a
Satanina, non sogna che Satanina; non attenderebbe piú neanche a cibarsi, se
Satanina stessa non ve lo costringesse; tanto gli basta la gioja di vedersela
davanti, ridente e vorace; le darebbe da mangiare anche le sue misere carni, se
le stimasse degne dei dentini di lei
Intanto, Dolfo Dolfi non c’è piú per tenere a freno gli scolaretti in iscuola e
i monellacci in istrada; e la gazzarra è scoppiata, in classe e fuori, piú
indiavolata che mai. Il direttore del ginnasio ne è furibondo; raffibbia al
subalterno le piú dure riprensioni; ma a che possono giovare? il professor
Corvara Amidei lo guarda sorridente, come se non fossero rivolte a lui. Allora
Satanina si vede costretta a scrivere a quel deputato tanto amico e protettore
della buon’anima di suo padre, scongiurandolo di far valere la sua cresciuta
autorità perché il professor Corvara Amidei sia tolto subito dall’insegnamento e
chiamato invece a prestar servizio piú tranquillo o in qualche biblioteca o al
Ministero della Pubblica Istruzione.
Cosí, due mesi dopo, Cosmo Antonio Corvara Amidei con molto dispiacere de’ suoi
scolaretti che, in fin dei conti, gli vogliono un gran bene, ma con piacere
grandissimo del direttore del ginnasio e dei colleghi, parte per Roma,
«comandato» al Ministero. Satanina è incinta, e soffre molto durante il viaggio
di mare; ma non ci pensa piú appena sbarcata a Civitavecchia; tal gioja le
suscita il rimetter piede nel Continente, il pensiero di Roma, vicina.
Ah, che bollore improvviso alza il sangue del padre avventuroso nelle vene di
lei!
Al Ministero, il professore Corvara Amidei è relegato nella stanza degli
scrivani, come correttore. Ma non corregge nulla. Quei miseri impiegatucci alla
giornata han fiutato subito con chi hanno da fare. Fosse, putacaso, un vecchio
ladro di bella reputazione, allora sí; inchini e scappellate; ma un povero
galantuomo di quella fatta, perché rispettarlo? Del resto, non gli fanno nulla.
Qualche scherzetto innocente, per passare il tempo, quando mancano le pratiche
da ricopiare. Degli errori poi, che essi commettono ricopiando, la colpa – si sa
– è appioppata a lui, al professor Corvara Amidei.
– Mi raccomando, signori miei; lasciatemi riveder le carte. Attenzione! Lei,
ragione, con una g sola la scriva, per piacere, mi raccomando!
– Meglio abbondare, professore, meglio abbondare quando si tratta di ragione.
– E va bene! – sospira il professor Corvara Amidei, stringendosi nelle spalle,
allungando il collo e socchiudendo gli occhi dietro le lenti doppie, da miope,
che pajono due fondi di bottiglia.
Gli scrivani, ogni qual volta gli sentono emettere questo sospiro: E va bene!
scoppiano a ridere a coro. Perché? Il professor Corvara Amidei non ci ha fatto
mai caso; ma ripete frequentissimamente (quando qualche cosa gli va proprio
male) quel suo: E va bene! E ormai tutti quegli scrivani, fra loro, non
lo chiamano altrimenti che Il professor Va bene.
Quand’egli viene a saperlo, si stringe nelle spalle, sorridente, allunga il
collo, socchiude gli occhi, è proprio lí lí per sospirar... Ah, ecco, dunque è
vero, sí: ha preso questo vezzo, senz’accorgersene, per la lunga abitudine di
rassegnarsi ai colpi del destino avverso. Ma, ormai, un compenso a tutto ciò che
ha sofferto, a tutto ciò che gli toccherà forse a soffrire ancora, lo ha, e non
gl’importa piú di nulla. Lo sbeffeggino pure tutti gli scrivani del mondo, lo
chiamino Va bene, Va male, Va zero, come che sia, egli ha
ora Satanina, e se n’infischia. A lei, dal Ministero, tien fisso di continuo il
pensiero e quasi la vede, là, nelle stanze dell’umile casetta presa a pigione in
Via San Niccolò da Tolentino.
Il 15 di agosto del 1893, Satanina dà felicemente alla luce un maschietto,
Dolfino. Fra l’esultanza quasi delirante, un solo piccolo guajo: Satanina non si
sente di allattare da sé il figliuolo. E Dolfino è messo a balia, lontano in un
paesello della Sabina. Pazienza! Vuol dire che d’ora in poi il professor Corvara
Amidei farà a meno del sigaro del caffè e di qualche altra coserella, per pagar
le spese del baliatico.
Quando il saltimbanco, tra l’accorato stupore della folla raccolta intorno, fa
lavorare un suo pagliaccetto gracile, pallido, come grida? «Ancora piú
difficile, signori! stiano a vedere: si passa a un esercizio ancora piú
difficile!»
Quanti esercizi, dalla nascita in poi, il destino saltimbanco non aveva fatto
eseguire a Cosmo Antonio Corvara Amidei, suo pagliaccetto? Ma il piú difficile,
ancora non gliel’aveva fatto eseguire. Aspettava il giorno 20 maggio dell’anno
1894.
Con un cartoccio di schiumette sotto il braccio (quanto piacciono le schiumette
a Satanina!) il professor Corvara Amidei rincasa quel giorno, al solito, alle
ore diciotto e mezzo precise; sale la scala interminabile; trae il chiavino
cerca e trova a tasto il buco della serratura, apre, entra. Satanina non è in
casa. E dov’è? Ella non suole mai andar fuori a quell’ora. Qualcosa, certamente,
dev’esserle accaduta; perché, né la tavola nel salottino da pranzo è
apparecchiata, né in cucina c’è alcunché preparato per il desinare: i fornelli,
spenti; e tutto in ordine, come a mezzogiorno ha dovuto lasciarlo la servetta
che tengono a mezzo servizio, per la spesa e la pulizia di casa. Ma che mai può
essere accaduto a Satanina? Forse qualche improvvisa chiamata dalla balia di
Dolfino? E sarebbe partita cosí, senza neppure avvertirlo al Ministero?
Ridiscende la scala quant’è lunga, per domandare al portinajo qualche notizia;
ne domanda anche ai bottegaj lí presso, alla servetta del pigionale che gli sta
accanto: nessuno sa nulla. Su, in casa, non può resistere a lungo al contrasto
fra la confusione che ha nell’animo e l’ordine e la quiete delle tre stanzette,
le quali pare stieno a aspettare, con tutti i mobili, che la placida vita
consueta séguiti a svolgersi fra loro. Esce, dapprima senza mèta, in cerca; poi
si reca al Telegrafo e spedisce alla balia di Dolfino un telegramma d’urgenza,
con risposta pagata; séguita a gironzolare, di qua e di là, dove lo portano i
piedi, con la testa che gli gira come un molino; e non s’accorge neppure che s’è
fatto bujo. Quando gli pare che il telegramma di risposta non possa ormai piú
tardare di molto, rincasa con la speranza di trovar su Satanina; ma il portinajo
gliela leva subito; e allora egli si sente cosí stanco, cosí stanco, da non
saper come fare a risalire ancora una volta tutta quella scala. Come Dio vuole,
ci riesce; entra al bujo, al bujo perviene nella camera da letto, al bujo rimane
a attendere, sprofondato in una poltrona.
Gli pare a un certo punto che un ronzío strano si sia messo a turbinargli
dentro, nel capo, nel ventre, fin nelle piante dei piedi e nei ginocchi,
sommovendo, sconvolgendo, attirando nella sua furia pensieri e sentimenti; ma
quando, di lí a poco, intronato, si reca alla finestra per spiare se qualche
fattorino del Telegrafo si faccia alla porta di casa, s’accorge che quel ronzío
turbinoso proviene – eh maledetta! – da una lampada elettrica che s’è stizzita,
giú, in mezzo alla via.
All’alba arriva finalmente la risposta della balia – negativa. L’ultimo filo di
speranza, cosí, è spezzato.
Poche ore dopo, viene la servetta per far la spesa giornaliera e rimettere in
ordine la casa. È una toscanina; tozza, ma svelta; muso duro e linguacciuta.
– Ben alzato!
– Non c’è... – le annunzia, con aria stralunata e con faccia cadaverica, il
padrone. – Da jeri.
– Via! O che mi dice?
Il professor Corvara Amidei apre le braccia; poi si cala pian piano a sedere su
una seggiola e rimane lí, come inebetito. Aggiunge:
– Tutta la notte.
– O dove mai la pol’essere andata?
Il professor Corvara Amidei apre di nuovo le braccia.
– Che provi un po’, sor padrone, – gli suggerisce allora quella, – che provi un
po’ a cercarla giú, dove stanno que’ certi... ’un so... son forastieri, che fan
le pitture. So d’uno che le faceva... ’un so, il ritratto.
Il professor Corvara Amidei si scuote, la guarda un po’:
– A lei? Il ritratto a lei? E quando?
– Credevo che lo sapesse. Ma sí! La sora padrona ci andava ’gni mattina, ci
andava. E poi, il dopopranzo.
Egli rimane a bocca aperta, poi comincia a passarsi le mani nocchierute su le
gambe, pian piano, zitto.
– Vole, sor padrone, che vada giú io a sentire? In due salti... ’onosco lui, il
pittore francese.
Egli par che non senta, e la servetta allora scappa via. In capo a pochi minuti
è su di nuovo, affocata, ansimante. Appena può trar fiato:
– Eh, mi pareva assai! – esclama. – Ito via, anche lui. Da jeri. Sicché, via,
’oincide.
Il professor Corvara Amidei séguita a’ star muto, col volto immobile, da ebete,
e a passarsi meccanicamente le mani sulle gambe. La servetta sta un pezzo a
mirarlo, impietosita, poi esclama tra sé, alludendo alla padrona:
«Imbecille, vah! Poteva starsene qua, col su’ sposo che la trattava ’osi
perbenino, tranquillo là, poer’omo, come una tartaruga.» – Su via, sor padrone,
si faccia animo, su! ’un stia ’osí, si dia uno sfogo. ’Gnorantaccia, sa!
L’amore... Sa com’è? L’è come il latte messo al foco, che prima si gonfia, poi
alza il bollo e scappa via... Su, su, coraggio. Si provi un po’ a votarsi il
core, sor padrone... ’un stia ’osí!
Ma il professor Corvara Amidei, a queste ingenue, amorevoli esortazioni,
tentenna appena il capo; non dice nulla. Non piange, perché non gl’importa di
far conoscere che soffre; non vuole intenerire, né chieder conforto o
commiserazione. È stupito, in fondo, di non provare tutto quel cordoglio che
forse qualche volta aveva pensato di dover provare se Satanina o l’amore di lei,
per un caso atroce imprevedibile, gli fossero venuti a mancare. Ed ecco: nulla,
invece, nulla. S’aspettava forse che il mondo dovesse crollare, o lui per lo
meno restarne fulminato. Ed ecco, invece, nulla, nulla. Egli, ora, può
licenziare la serva, pagarle il resto della mesata rispondere anche alle altre
esortazioni ch’ella gli fa nell’andarsene, col suo solito:
– E va bene... E va bene...
Rimasto solo, però, rimessosi a sedere, s’accorge tutt’a un tratto che non ha
piú voglia neppure d’alzare un dito, e che il mondo, dunque, davvero è crollato
per lui; ma, cosí, quietamente, senza parere. Le sedie stanno lí, l’armadio sta
lí, il letto lí... ma per che farne piú, ormai?
Egli ora si stropiccia un po’ piú forte le gambe con ambo le mani,
istintivamente, perché si sente preso dal freddo, da un freddo curioso, alle
ossa, invadente. Ma non si muove. Ripete fra sé quelle poche notizie che gli ha
dato la servetta: «Il ritratto... Il pittore francese... Ci andava ogni
mattina...». E ora comincia a battere anche i denti, seguitando a
stropicciarsi piú forte, senza saperlo, le gambe che gli ballano. Quelle tre
idee: del ritratto, del pittore francese e di lei che ci andava ogni mattina,
gli si fissano nel cervello, come tre stellette di carta, di quelle che piglian
vento e girano. Gli s’annebbia la vista; trema tutto; perde i sensi; casca dalla
seggiola, e resta lí.
Siamo nel marzo del 1904. Sono passati nove anni e dieci mesi. Il professor
Corvara Amidei non si ricorda piú, quasi, d’essere stato lí lí per morire
all’ospedale, allora, dopo quell’esercizio ancor più difficile. Il
pensiero del figlioletto lontano, là, in un paesello della Sabina, lo ha
salvato. Ora egli lo ha con sé, Dolfino. Ma il povero ragazzo, che ha già dieci
anni e par che li abbia proprio per forza, tirati, tirati su dalle piú minuziose
cure del babbo, il povero ragazzo corre ahimé il rischio d’aver la stessa
fortuna del padre: o forse no, si spera: perché, cosí gracile, cosí miserino
com’è, sembra accenni piuttosto di volersene andare dello stesso male, di cui il
babbo fu minacciato da ragazzo, quand’era al seminario.
Dolfino sapeva, fino all’età di otto anni, che la mamma sua era morta nel darlo
alla luce, ma, due anni fa, un bel giorno, mentre il padre si trovava
all’ufficio, aveva veduto entrare in casa una certa signora vestita alla
bizzarra, incipriata, imbellettata, la quale, fra molte lagrime, aveva avuto il
piacere di assicurargli che non era vero niente, perché la mamma sua, invece,
eccola qua, viveva ancora; era lei, proprio lei, che gli voleva bene, oh tanto!
e voleva star sempre con lui e curarlo e carezzarlo giorno e notte cosí, come
faceva ora, cosí, il figlietto suo bello, il figlietto suo caro.
Se non che, la balia che lo aveva allevato e che, rimasta vedova e sola, era
venuta a trovarlo per star con lui, da governante ora e da serva rientrando in
casa con la spesa giornaliera, s’era scagliata addosso a quella femmina, le
aveva strappato il ragazzo dalle braccia; e il povero Dolfino, atterrito, aveva
sentito ripetere dalla sua balia a colei che si diceva sua madre turpi parole,
per cui le due donne eran venute alle mani, e n’era seguita una scena orribile,
dopo la quale egli aveva dovuto mettersi a letto assalito da una violentissima
febbre.
Cosmo Antonio Corvara Amidei s’era recato in questura a denunziare quella trista
donna, che – non contenta di tutto il male fatto a lui – voleva farne dell’altro
al figliuolo innocente.
Satanina, che fin dall’età di diciott’anni, alla morte de padre, voleva
andarsene – come si sa – alla ventura, fuggita col pittore francese che le
faceva il ritratto, era stata quattr’anni a Parigi, poi a Nizza, poi a Torino,
poi a Milano, cadendo man mano sempre piú nel fango. Pochi giorni dopo il suo
arrivo a Roma, era stata veduta dal marito il quale, nello scorgerla in quello
stato, quantunque già se lo fosse immaginato, s’era sentito mancare in mezzo
alla via ed era stato condotto in una farmacia, sorretto per le ascelle.
Egli era già caduto in mano d’un certo prete sardo, conosciuto a Sassari, per
nome don Melchiorre Spanu, il quale s era fisso il chiodo di ricondurre
all’ovile quella pecorella da tant’anni smarrita. Gli dava a leggere, nelle
interminabili ore d’ufficio, libri e libri e libri d’argomento religioso; gli
dimostrava con le piú lampanti prove che unica e sola causa di tutte le sciagure
sofferte era l’indegno modo con cui egli in gioventú s’era regolato con la Santa
Madre Chiesa, e che non per nulla, certo, Dio pareva si volesse raccogliere ora
nella sede degli angeli e dei beati quel caro ragazzo, quel buon Dolfino:
insomma, era un sacro ammonimento, questo, perché il professor Corvara Amidei,
l’apostata, rimasto solo, si fosse indotto a entrare in qualche convento: per
esempio, in quello della Trappa, alle Tre Fontane. Santo luogo, santo luogo;
quello che proprio ci voleva per far penitenza.
Sentendo questi discorsi, il professor Corvara Amidei si stringeva nelle spalle,
protendeva il collo, socchiudeva gli occhi e ripeteva ancora una volta:
– E va bene!
Certi giorni, all’uscita dal Ministero, lo attendevano don Melchiorre Spanu di
qua, sui gradini di Santa Maria della Minerva, la moglie di là, appoggiata
maestosamente alla ringhiera del Pantheon. I due si lanciavano da lontano
occhiatacce fulminanti: il prete, stropicciandosi le dita sul mento e su le
guance, dove le ispide punte della barba pareva gli rinascessero ogni volta
sotto il raschiamento del rasojo; la donna, con un sogghignetto perfido su le
labbra dipinte.
Il professor Corvara Amidei, uscendo ogni sera su la piazza, volgeva uno sguardo
obliquo a quella ringhiera, dove di solito si appostava la moglie; ma andava
diviato al prete, pur sapendo che quella in Via Piè di Marmo lo avrebbe senza
dubbio raggiunto per chiedergli un po’ di denaro, ch’egli non sapeva negarle. Le
aveva già negato piú volte il perdono, sdegnosamente. A ogni nuovo assalto, per
prevenire le rampogne del prete, si accostava a lui, sospirando, con la solita
mossa, e stropicciandosi per di piú le mani:
– E va bene! E va bene!
Intanto, era prossima la primavera: stagione piú delle altre nociva ai malati di
petto; e il medico aveva consigliato al professor Corvara Amidei di condurre
Dolfino al mare, almeno per il primo mese, durante il quale l’aria di Roma
sarebbe stata per lui troppo sottile.
Cosí, Cosmo Antonio Corvara Amidei domandò un mese di licenza, e il dí 5 di
marzo del 1904 si recò a Nettuno per appigionarvi un quartierino alla vista del
mare.
II
La pigna
La promessa di quel mese di sollievo e di riposo non poteva essere migliore. Era
piovuto fino al giorno avanti: ora, con la freschezza del primo limpido sole di
marzo, pareva che la Primavera volesse dire: «Son qua».
E veramente, al professor Corvara Amidei, affacciato al finestrino d’una vettura
di terza classe, parve d’intravederla, la Primavera, appena uscito dalla
stazione: alle porte di Roma, la Primavera, in un non so che di roseo fuggevole
e palpitante tra il tenero verde dei prati. Che era? Forse un gruppo di peschi
fioriti. Sí sí, eccone un altro, e un altro La Primavera! Ah da quanto tempo non
l’aveva piú veduta nel suo primo nascere, con quel roseo riso dei peschi!
Trasse un lungo sospiro, e si sentí da quell’aria nuova inebriare, d’una ebrezza
cosí limpida e pura, che lo intenerí fino alle lagrime. Gli parve una grazia che
la sorte nemica gli volesse concedere quella vista deliziosa, da cui gli veniva
una letizia cosí arcana che ora, ecco, non sapeva perché, pur lí presente, gli
pareva dei lievi anni lontani della sua fanciullezza, là nell’incanto del suo
paese nativo.
E dimenticò allora, per un momento, tutte le sue sciagure, passate e presenti;
il figliuolo tanto malato, quella donnaccia che lo disonorava; quel prete che
l’opprimeva; la spesa superiore alle sue misere condizioni, alla quale bisognava
pur sottomettersi per la speranza, forse vana ahimé, di recar bene a Dolfino: la
noja cupa, amara; il peso enorme di quella sua insopportabile esistenza. Di
contro a tutto il nero che aveva nell’anima, ecco il verde dei prati, l’azzurro
del cielo e quella soave freschezza dell’aria, alito vivo della Primavera. E
rimase, incantato, a mirare.
Sí, poteva, poteva esser bella la vita; ma lí, in mezzo a quel verde,
all’aperto, dove la sorte crudele, certo, non poteva esercitare, come in città,
la sua feroce persecuzione. Di questa persecuzione per le opprimenti vie
cittadine, egli aveva quasi un’immagine tangibile: se la sentiva realmente
dietro le spalle, come un’ombra orrenda, che lo faceva andar curvo, guardingo,
tutto ristretto in sé: sua moglie.
Ne scacciò subito l’immagine, che gli aveva tutt’a un tratto offuscato la dolce
visione, e si rimise a mirare. Ecco là i Monti Albani che pareva respirassero
nel cielo, lievi, come se non fossero di dura pietra. Monte Cavo, con la vetta
incoronata di aceri e di faggi, e il vecchio convento e il bosco biancheggiante
a mezza costa. Ecco, piú là, Frascati solatía. Al fragore del treno si levò uno
stormo di passeri, e un’allodola, in alto, librata sulle ali brillanti trillò.
Il professor Corvara Amidei si ricordò allora della prima proposizione della
grammatica latina, che da tanti anni non insegnava piú: alauda est laeta.
E tentennò il capo. Ora, quasi quasi, gli parevano belli anche i suoi primi anni
d’insegnamento, quando però non s’era ancor messo a far casa comune con quel...
– E va bene! – sospirò, turbandosi di nuovo.
Ma fu per poco. Passata la stazione di Carroceto cominciò a sentir prossimo il
mare, e tutta l’anima gli si allargò, ilare e trepidante, nella viva
aspettazione di quella tremula azzurra immensità, che da un momento all’altro
gli si sarebbe spalancata davanti a gli occhi. Ah, il suo mare! Da quanto tempo
piú non lo vedeva, e che desiderio acuto, intenso, ardente, di rivederlo! Ma
eccolo già! eccolo! eccolo! E il professor Corvara Amidei sorse in piedi, tutto
tremante dall’emozione, si sporse dal finestrino, e bevve con tanta ansia e
tanta volontà la brezza marina, che n’ebbe una vertigine, e ricadde a sedere su
la panca della vettura, con le mani sul volto.
Il treno si arrestò ad Anzio, per pochi minuti, e il professor Corvara Amidei
stette con tanto d’occhi a mirare ciò che dalla stazione si scorgeva della bella
cittadina, dove non era mai stato. Scese, di lí a poco, alla stazione di
Nettuno, ancora stordito e inebriato da quel primo respiro che, rivedendo il
mare, aveva tratto proprio dal fondo dei polmoni, come non gli era piú avvenuto
da tanto tempo.
Gli scrivani del Ministero gli avevano dato qualche ragguaglio del paese. Si
recò nella piazza principale, e domandò dove avrebbe potuto trovare un
quartierino modesto di poca spesa, alla vista del mare. Gli fu indicato un
villinetto lí sotto la piazza, a destra, su la spiaggia. Era veramente un po’
troppo caro per lui quel quartierino; ma, pazienza! La finestra della cameretta
posta sul davanti, verso lo spiazzo, di fronte alla caserma dei soldati
d’artiglieria che venivano in distaccamento per le esercitazioni di tiro, era
appena all’altezza d’un mezzanino: quella della camera prospiciente il mare,
all’altezza d’un secondo piano. E il mare, di qua, pareva proprio che volesse
entrare in casa; non si vedeva altro che mare. Il professor Corvara Amidei pagò
la caparra al proprietario, gli disse che sarebbe venuto a prender alloggio la
mattina dopo, e scese sulla spiaggia.
Dirimpetto al villino, dal lato di ponente, sorgeva e s’avanzava fin nel mare,
maestoso, l’antico castello sansovinesco, annerito dal tempo. Salí su la
scogliera sotto il castello, e lí rimase per piú di un’ora stupefatto, a
contemplare. Vide in fondo al mare levarsi azzurrino, quasi fragile, Monte
Circello come un’isola aerea, e piú qua, seguendo la riviera, il Castello di
Astura; vide prossimo, a destra, il porto d’Anzio popolato di navi, nereggiante
per il traffico del carbone, poi la sterminata distesa delle acque,
riscintillante al sole cosí placida, che sulla spiaggia s’arricciava appena,
silenziosamente. Quando alla fine poté scuotersi dal fascino di quello
spettacolo, si recò a prendere un boccone; poi, sapendo che prima delle cinque
non avrebbe trovato alcun treno pe ritornare a Roma, pensò d’occupare le tre ore
che aveva innanzi a sé in una visita al magnifico parco dei Borghese, a mezza
via tra Anzio e Nettuno.
Non ricordava d’aver mai passato un giorno piú delizioso di quello in vita sua;
si sentiva beato entro quel precoce, voluttuoso tepor primaverile, col mare di
qua, sotto lo scoscendimento dell’altipiano, e il verde dei campi e dei boschi
dall’altra parte. Il cancello del parco era aperto e il professor Corvara Amidei
s’avviava, ammirato, per uno dei viali in pendío, quando si sentí chiamare da
una nanerottola che gli correva dietro come una papera:
– Ehi! ehi! Si paga... si paga il biglietto!
Cinque soldi. Li pagò, quantunque si fosse proposto di limitarsi nelle spese. E
riprese a vagare per quei viali profondi, deserti, ombrosi, come in un sogno. In
un sogno parevano veramente assorti quegli alberi maestosi, nel silenzio che il
canto degli uccelli non rompeva, ma rendeva anzi più misterioso. Gli avevano
detto che in quel parco quasi abbandonato c’erano molti usignoli. Gli parve,
ascoltando, di sentirne cantare uno, in fondo, e s’internò da quella parte Si
trovò, dopo un lungo tratto, in una meravigliosa pineta i fusti altissimi,
diritti, davan l’immagine di colonne d’un tempio gigantesco; le fitte corone,
lassú, eran confuse ed escludevano del tutto lo sguardo dalla vista del cielo.
Pareva che la pineta avesse una sua propria aria, cuprea, insaporata di quella
frescura d’ombra speciale delle chiese.
Il professor Corvara Amidei non seppe andar piú oltre. Si tolse, quasi
istintivamente, il cappello, e sedette per terra; poi si sdrajò.
Da molti e molti anni, fra una grave sciagura e l’altra, i diuturni dolori gli
avevano quasi vestito la mente d’una scorza di stupidità; le cure affannose,
minute, gli avevano impedito di levar lo spirito a quelle considerazioni che in
gioventú lo avevano travagliato fino a fargli perdere per un momento la ragione
e poi la fede. Ora, in quel giorno di tregua, essendo finalmente riuscito a
intravedere come si potesse davvero sentir la gioja di vivere, ebbe la cattiva
ispirazione di provarsi di nuovo a penetrare nel folto di quelle antiche
considerazioni. E si domandò perché mai egli, che non aveva mai fatto per
volontà male ad alcuno, doveva esser cosí bersagliato dalla sorte, egli, che
anzi s’era inteso di far sempre il bene; bene lasciando l’abito ecclesiastico,
quando la sua logica non s’era piú accordata con quella dei dottori della
chiesa, la quale avrebbe dovuto esser legge per lui; bene, sposando per dare il
pane a un’orfana, la quale per forza aveva voluto accettarlo a questo patto,
mentr’egli onestamente e con tutto il cuore avrebbe voluto offrirglielo
altrimenti. E ora, dopo l’infame tradimento e la fuga di quella donna indegna
che gli aveva spezzata l’esistenza, ora quasi certamente gli toccava a soffrire
anche la pena di vedersi morire a poco a poco il figliuolo, l’unico bene, per
quanto amaro, che gli fosse rimasto. Ma perché? Dio, no: Dio non poteva voler
questo. Se Dio esisteva, doveva coi buoni esser buono. Egli lo avrebbe offeso,
credendo in lui. E chi dunque, chi dunque aveva il governo del mondo, di questa
sciaguratissima vita degli uomini?
Una pigna. Come? Sí: una grossa pigna, staccandosi in quel momento dai rami
lassú, piombò, a guisa di fulminea risposta, sul capo del professor Corvara
Amidei.
Rimase il pover uomo a giacere, quietamente, privo di sensi, quasi fulminato.
Quando poté riaversi, si trovò in una pozza di sangue. E ne perdeva ancora, da
una bella ferita, che dal sommo del capo gli andava giú giú dietro l’orecchio.
Ancor tutto intronato, riuscí a levarsi in piedi e a grande stento si trascinò
fino al cancello della villa. La nanerottola di guardia, nel rivederlo in quello
stato, col volto tutto imbrattato di sangue, strillò, inorridita:
– Gesú! Che ha fatto?
Egli levò un braccio tremolante e contrasse il volto in una smorfia, tra di
spasimo e di riso:
– La... la pigna, – balbettò, – la pigna che governa il mondo... già!
«È matto!» pensò quella e, spaventata, s’affrettò a chiamare il boaro della
latteria annessa alla villa, perché con l’ajuto d’uno del ferrovieri che stavano
lí presso al cancello a riattare la linea, quel disgraziato fosse condotto al
vicino Sanatorio Orsenigo dei Fate Bene Fratelli.
Qua il professor Corvara Amidei fu prima raso, poi medicato con sette bei punti
di cucitura, e infine fasciato. Aveva fretta; temeva di perdere il treno. Il
medico, sentendo ch’egli doveva mettersi in viaggio, volle abbondare in cautela,
e gli combinò allora con le bende una specie di turbante, il quale gl’impedí
d’assettarsi il cappello sul capo. Quando fu pronto, Cosmo Antonio Corvara
Amidei si strinse nelle spalle, si provò pian piano a protendere il collo, e
socchiudendo gli occhi, sospirò ancora una volta
– E va bene!
III
Il vento
«Tu, cara Primavera, non vedo perché debba proprio quest’anno venire innanzi al
dí che gli uomini ne’ loro calendarii t’assegnano per il ritorno. L’inverno è
stato piuttosto mite, e vorrebbe, prima di spirare, fare almeno un po’ di
guasto: è nel suo diritto; vorrebbe che tu, per esempio, gli lasciassi il tempo
di scaricarsi di qualche temporaletto che l’addoglia; ma se questo non ti garba
perché temi che ti sporcheresti i rosei piedini, trovando troppo imbrattate le
campagne e le vie della città per il tuo ingresso trionfale; egli ti fa sapere
che è ancor tutto gonfio di vento, povero vecchio, e ti prega che sii contenta
di fargli, se non altro, buttar fuori questo, che ti snebbierebbe anche l’aria
ben bene e ti spazzerebbe le terre dalle sudicerie che v’ha fatto. Renderesti un
gran piacere a lui e uno grandissimo a me, che proteggo tanto, se tu sapessi, un
brav’uomo, fin da quand’egli è nato. Figúrati, per dirtene una, che jeri, mentre
egli si beava di te, steso a pancia all’aria nella pineta d’un bel parco, mi son
divertita a fargli cadere in testa una pigna bella grossa e dura, che avrebbe
potuto anche accopparlo, eh altro! ma io non ho voluto. Sai bene che porto nello
stemma un gatto che scherza col topolino e non l’uccide.»
Come letta in altro tempo in un libro antico, perché la crudeltà ne apparisse
piú raffinata, se la ripeteva tra sé e sé, da quindici giorni, Cosmo Antonio
Corvara Amidei, questa bellissima preghiera che certamente la sua buona sorte
aveva dovuto rivolgere alla Primavera, e che questa – manco a dirlo – aveva
subito accolto. Era ancora col turbante in capo, e se ne stava alla sponda del
lettuccio di Dolfino, il quale, da che era sceso alla stazione di Nettuno, gli
si consumava nel lento cociore della febbre, anche di giorno. Prima, almeno, a
Roma l’aveva soltanto di notte, la febbre.
E vento, e vento, e vento! Da quindici giorni non cessava un minuto, né dí né
notte. Fischiava, mugolava, ruggiva in tutti i toni, ed era in certe scosse
lunghe e tremende di tanta veemenza, che pareva volesse schiantar le case e
portarsele via. Pareva; perché poi, in realtà, si portava via soltanto qualche
tegola, abbatteva qualche albero o qualche palo telegrafico e infrangeva qualche
vetro. Si divertiva poi a rendere furioso il mare, perché si ripigliasse la
spiaggia, e venisse a rompersi fragoroso e spaventevole contro le mura delle
case.
Al professor Corvara Amidei sembrava di trovarsi su una nave assaltata e
sbattuta dalla tempesta. Il povero Dolfino n’era atterrito, e lui non trovava
piú modo a confortarlo con qualche parolina, perché quel mugolo del vento, piú
che il fragore del mare, gli toglieva, non che la voce, ma finanche il respiro,
gli torceva dentro le viscere, gli dava un’angoscia rabbiosa e muta, che trovava
solo, di tanto in tanto, un po’ di sfogo involontario nella gola della povera
balia, la quale, per compir l’opera, s’era ammalata d’angina e doveva starsene a
letto, anche lei.
– Piano, per carità, signorino mio! – pregava quella, appena se lo vedeva
davanti, come una fantasima, con la boccetta dell’acido fenico in una mano e il
pennello nell’altra. – Piano, per carità!
Si metteva a sedere sul letto e spalancava la bocca, che pareva un forno
arroventato.
Il professor Corvara Amidei non voleva far forte; ma, ogni volta, come se la
veemenza del vento che s’abbatteva ai vetri gli spingesse il braccio, lasciava
andare certe spennellature, che a quella poveretta per miracolo non schizzavan
gli occhi dal capo.
– Sputate! Sputate!
E se ne tornava accanto a Dolfino, con una fissità truce negli occhi, mentre la
boccetta dell’acido fenico gli tremava in mano. Acido fenico... veleno... ma
troppo poco, troppo poco e diluito... non sarebbe certamente bastato... E poi
del resto, come lasciar Dolfino in quelle condizioni! No via! La tentazione però
era forte. Quel vento lo faceva impazzire.
– Villeggiatura!... – borbottava tra sé.
Già metà del mese era passata. La spesa in piú del fitto la mancanza dei comodi
di casa, l’aggravamento del mal di Dolfino, la malattia della serva: ci aveva
guadagnato questo. E poi, ancora un po’ di pazienza: bisognava che facesse tutto
da sé: lui accendersi il fuoco, lui andar per la spesa, lui apparecchiar da
mangiare... E non poter condurre, neanche per un minuto, il ragazzo sulla
spiaggia vedersi lí, in quelle tre stanzette, imprigionato, assediato dal mare e
dal vento.
Troppo, eh?
– Tin tin tin – piano piano, alla porta.
– Chi è?
Ma lei, Satanina, si sa! venuta in groppa a quel vento Satanina, la buona
mammina, che vuole a tutti i costi rivedere il figliuolo malato.
Entra, si precipita, cade in ginocchio ai piedi del professore, il quale
indietreggia sbalordito; gli s’aggrappa alla giacca, gridando, scarmigliata:
– Cosmo! Cosmo, per carità! Lasciami veder Dolfino mio! Perdonami! Salvami! Abbi
compassione di me!
E scoppia, cosí gridando, in un pianto dirotto, in un pianto vero, di lagrime
vere, senza fine, e in singhiozzi anche, in singhiozzi non meno veri, che la
scuotono tutta e non si leva da terra, e si nasconde la faccia con le mani
seguitando a implorare:
– Bacerò, bacerò la terra, dove tu metti i piedi, Cosmo se tu mi perdoni, se tu
mi salvi! Non ne posso piú! Voglio esser tutta del mio Dolfino, ora! Lasciamelo
assistere, curare, per carità!
Cosmo Antonio Corvara Amidei casca a sedere su una seggiola, si nasconde il
volto con le mani anche lui, benché in quella cameretta, veramente, per l’ombra
della sera sopravvenuta, non ci si veda quasi piú. Suona la campana
dell’Avemaria.
– Ave Maria... – dice forte, apposta, la balia dal letto, cominciando la
preghiera, per sottrarre il padrone alla tentazione.
E Dolfino chiama dall’altra camera in fondo, sbigottito:
– Papà... papà...
Allora Satanina, come sospinta da una susta, scatta in piedi e corre dal
figliuolo.
Il professor Corvara Amidei rimane inchiodato sulla sedia. Gli giungono dalla
camera di Dolfino le tenere espressioni d’affetto che colei rivolge al
figliuolo, il suono dei baci che gli dà. Gli sembra che d’improvviso un gran
silenzio si sia fatto intorno, un silenzio misterioso, di fuori, come di tutto
il mondo. Si toglie le mani dal volto e resta attonito ad ascoltare. Un vetro si
scuote, appena appena, alla finestra. Ah, il vento – ecco – il vento è cessato.
E come mai? Si reca dietro la vetrata a guardare la via illuminata di là dal
prossimo giardino annesso alla casa degli ufficiali che escono allegri dalla
mensa. Ma Dolfino è ancora al buio, in camera, con colei; e il professore
Corvara va per accendere la candela.
– Lascia, faccio io! – gli dice subito Satanina. – Il lume dov’è? di là?
E scappa a prenderlo, premurosa.
– Papà, – dice allora Dolfino, piano piano, – papà, io non la voglio... Fa
troppo odore...
– Zitto, figliuolo mio, zitto...
– Papà, dove ti corichi tu? Per lei non c’è letto... Tu devi coricarti qui,
papà, senti? accanto a me...
– Sí, bello mio, sí... Sta’ zitto, sta’ zitto...
Silenzio E perché non torna Satanina? Non trova forse il lume? Che fa? Il
professore Corvara Amidei tende l’orecchio; poi avverte un fresco insolito alle
gambe, come se colei di là avesse aperto la finestra. Possibile?
Si leva dalla sponda del letto e va, al bujo, in punta di piedi, a origliare,
fino all’uscio della camera che ha la finestra bassa sullo spiazzo, davanti la
caserma. Satanina sta affacciata a quella finestra e parla sottovoce con
qualcuno giú! Come! Con chi? Ah, spudorata! Ancora? Cosmo Antonio Corvara Amidei
si stringe in sé, felinamente, le si accosta, senza fare il minimo rumore, e –
quando le sente dire all’ufficiale che sta lí sotto: «No, Gigino stasera no:
non è possibile. Domani... domani, immancabilmente...» si china, l’abbranca
per i piedi, e giú! la rovescia dalla finestra, gridando:
– Signor tenente, se la pigli!
Al doppio urlo che gli risponde di sotto, dell’ufficiale e della precipitata,
egli si ritrae, raccapricciato, in preda a un tremor convulso di tutto il corpo:
si prova a richiuder le imposte, ma non può, poiché dallo spiazzo nuove grida si
levano, di soldati, di ufficiali, d’altra gente accorsa. Traballando, col passo
legato, si trascina fino alla camera del figlio, ribellandosi ferocemente alla
balia, che saltata dal letto in camicia, a quegli urli, vorrebbe trattenerlo per
sapere che ha fatto, che è stato.
– Nulla... nulla... – risponde lui, fremebondo, abbracciando il figliuolo sul
letto. – Nulla... non ti spaventare... Una tegola... una tegola sul capo a un
tenente.
Bussano furiosamente alla porta. La balia scappa a infilarsi una sottana, corre
ad aprire: un fiume di gente, soldati e ufficiali allagano vociando la casa
ancora al bujo, dietro a due carabinieri e al delegato.
– Abbiano pazienza, accendo il lume... – balbetta la balia, spaventata.
Cosmo Antonio Corvara Amidei si tiene stretto con tutte e due le braccia Dolfino,
che s’è inginocchiato sul letto.
– Via! Venite con me! – gli grida il delegato.
Egli si volta a guardarlo. Sotto il turbante delle fasce, quella faccia da morto
con gli occhiali incute sgomento e orrore alla folla che ha invaso la camera.
– Dove? – domanda.
– Con me! Senza storie! – gli risponde, brusco, il delegato, prendendolo per una
spalla.
– Va bene. Ma questo figlio? – domanda lui, di nuovo. – ~ malato. A chi lo
lascio? Sappia, signor delegato...
– Via! via! via! – lo interrompe questi, con violenza. – Vostro figlio sarà
condotto al Sanatorio. Voi venite con me!
Il professor Corvara Amidei rimette a giacere Dolfino che trema tutto dallo
spavento; lo esorta pian piano a far buon animo: ché non è nulla, ché presto
ritornerà a lui; e se lo bacia quasi a ogni parola rattenendo le lagrime. Uno
dei carabinieri, spazientito, lo agguanta per un braccio.
– Anche le manette? – domanda il professor Corvara Amidei.
Ammanettato, si china su Dolfino, di nuovo, e gli dice:
– Figlio mio, questi occhiali...
– Che vuoi? – gli chiede il ragazzo, tremando, atterrito.
– Strappameli dal naso, bello mio... Cosí... Bravo! Ora non ti vedo piú...
Si volge verso la folla, ammiccando e scoprendo nella contrazione del volto, i
denti gialli; si stringe nelle spalle, protende il collo, ma l’angoscia gli
serra troppo la gola, e non può ripetere anche questa volta:
– E va bene!
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