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NOVELLE PER UN ANNO - 1923 - "IN SILENZIO"
Pubblicata nel 1923, la raccolta In silenzio costituisce il sesto volume
delle Novelle per un anno e include racconti già pubblicati tra il 1897 ed il
1920. |
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3.
La morte addosso (1918)
«La Rassegna italiana», 15
agosto 1918 col titolo "Caffè notturno"; poi in «Il carnevale dei morti»,
Battistelli, Firenze 1919.
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– Ah, lo volevo dire! Lei dunque un
uomo pacifico è... Ha perduto il treno?
– Per un minuto, sa? Arrivo alla stazione, e me lo vedo scappare davanti.
– Poteva corrergli dietro!
– Già. È da ridere, lo so. Bastava, santo Dio, che non avessi tutti
quegl’impicci di pacchi, pacchetti, pacchettini... Piú carico d’un somaro! Ma le
donne – commissioni... commissioni... – non la finiscono piú! Tre minuti, creda,
appena sceso dalla vettura, per dispormi i nodini di tutti quei pacchetti alle
dita: due pacchetti per ogni dito.
– Doveva esser bello... Sa che avrei fatto io? Li avrei lasciati nella vettura.
– E mia moglie? Ah sí! E le mie figliuole? E tutte le loro amiche?
– Strillare! Mi ci sarei spassato un mondo.
– Perché lei forse non sa che cosa diventano le donne in villeggiatura!
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– Ma sí che lo so! Appunto perché lo so. Dicono tutte che non avranno bisogno di
niente.
– Questo soltanto? Capaci anche di sostenere che ci vanno per risparmiare! Poi,
appena arrivano in un paesello qua dei dintorni, piú brutto è, piú misero e
lercio, e piú imbizzariscono a pararlo con tutte le loro galenterie piú vistose!
Eh, le donne, caro signore! Ma del resto, è la loro professione... – «Se tu
facessi una capatina in città, caro! Avrei proprio bisogno di questo... di
quest’altro... e potresti anche, se non ti secca (caro, il se non ti
secca)... e poi, giacché ci sei, passando di là...» – Ma come vuoi, cara
mia, che in tre ore ti sbrighi tutte codeste faccende? – «Uh, ma che dici?
Prendendo una vettura...» – Il guajo è, capisce?, che dovendo trattenermi
tre ore sole, sono venuto senza le chiavi di casa.
– Oh bella! E perciò...
– Ho lasciato tutto quel monte di pacchi e pacchetti in deposito alla stazione;
me ne sono andato a cenare in una trattoria, poi per farmi svaporar la stizza, a
teatro. Si crepava dal caldo. All’uscita, dico, che faccio? Andarmene a dormire
in un albergo? Sono già le dodici; alle quattro prendo il primo treno; per tre
orette di sonno, non vale la spesa. E me ne sono venuto qua. Questo caffè non
chiude, è vero?
– Non chiude, nossignore. E cosí, ha lasciato tutti quei pacchetti in deposito
alla stazione?
– Perché? Non sono sicuri? Erano tutti ben legati...
– No no, non dico! Eh, ben legati, me l’immagino, con quell’arte speciale che
mettono i giovani di negozio nell’involtare la roba venduta... Che mani! Un bel
foglio grande di carta doppia, rosea, levigata... ch’è per sé stessa un piacere
a vederla... cosí liscia, che uno ci metterebbe la faccia per sentirne la fresca
carezza... La stendono sul banco e poi, con garbo disinvolto, vi collocano su,
in mezzo, la stoffa lieve, ben ripiegata. Levano prima da sotto, col dorso della
mano, un lembo; poi, da sopra, vi abbassano l’altro e ci fanno anche, con svelta
grazia, una rimboccaturina, come un di piú, per amore dell’arte; poi ripiegano
da un lato e dall’altro a triangolo e cacciano sotto le due punte, allungano una
mano alla scatola dello spago; tirano per farne scorrere quanto basta a legar
l’involto, e legano cosí rapidamente, che lei non ha neanche il tempo d’ammirar
la loro bravura, che già si vede presentare il pacco col cappio pronto a
introdurvi il dito.
– Eh, si vede che lei ha prestato molta attenzione ai giovani di negozio...
– lo? Caro signore, giornate intere ci passo. Sono capace di stare anche un’ora
fermo a guardare dentro una bottega, attraverso la vetrina. Mi ci dimentico. Mi
sembra d’essere, vorrei essere veramente quella stoffa là di seta... quel
bordatino... quel nastro rosso o celeste che le giovani di merceria, dopo averlo
misurato sul metro, ha visto come fanno? se lo raccolgono a numero otto intorno
al pollice e al mignolo della mano sinistra, prima d’incartarlo... Guardo il
cliente o la cliente che escono dalla bottega con l’involto o appeso al dito o
in mano o sotto il braccio... li seguo con gli occhi, finché non li perdo di
vista... immaginando... – uh, quante cose immagino! lei non può farsene un’idea.
Ma mi serve. Mi serve questo.
– Le serve? Scusi... che cosa?
– Attaccarmi cosí, dico con l’immaginazione... attaccarmi alla vita, come un
rampicante attorno alle sbarre d’una cancellata. Ah, non lasciarla mai posare un
momento l’immaginazione... aderire, aderire con essa, continuamente, alla vita
degli altri... ma non della gente che conosco. No no. A quella non potrei! Ne
provo un fastidio, se sapesse... una nausea... Alla vita degli estranei, intorno
ai quali la mia immaginazione può lavorare liberamente, ma non a capriccio, anzi
tenendo conto delle minime apparenze scoperte in questo e in quello. E sapesse
quanto e come lavora! fino a quanto riesco ad addentrarmi! Vedo la casa di
questo e di quello, ci vivo, ci respiro, fino ad avvertire.. sa quel particolare
alito che cova in ogni casa? nella sua, nella mia... Ma nella nostra, noi, non
l’avvertiamo piú per ché è l’alito stesso della nostra vita, mi spiego? Eh, vedo
che lei dice di sí...
– Sí, perché... dico, dev’essere un bel piacere, questo che lei prova,
immaginando tante cose...
– Piacere? io?
– Già... mi figuro...
– Ma che piacere! Mi dica un po’. È stato mai a consulto da qualche medico
bravo?
– Io no, perché? Non sono mica malato!
– No no! Glielo domando per sapere se ha mai veduto in casa di questi medici
bravi la sala dove i clienti stanno ad aspettare il loro turno per esser
visitati.
– Ah, sí... mi toccò una volta accompagnare una mia figliuola che soffriva di
nervi.
– Bene. Non voglio sapere. Dico, quelle sale... Ci ha fatto attenzione? Quei
divani di stoffa scura, di foggia antica... quelle seggiole imbottite, spesso
scompagne... quelle poltroncine... È roba comprata di combinazione, roba di
rivendita, messa lí per i clienti; non appartiene mica alla casa. Il signor
dottore ha per sé, per le amiche della sua signora, un ben altro salotto, ricco,
splendido. Chi sa come striderebbe qualche seggiola, qualche poltroncina di quel
salotto portata qua nella sala dei clienti, a cui basta quell’arredo cosí, alla
buona. Vorrei sapere se lei, quando andò per la sua figliuola, guardò
attentamente la poltrona o la seggiola su cui stette seduto, aspettando.
– Io no, veramente...
– Eh già, perché lei non era malato... Ma neanche i malati spesso ci badano,
compresi come sono del loro male. Eppure, quante volte certuni stan lí intenti a
guardarsi il dito che fa segni vani sul bracciuolo lustro di quella poltrona su
cui stan seduti! Pensano e non vedono. Ma che effetto fa, quando poi si esce
dalla visita, riattraversando la sala, il riveder la seggiola su cui poc’anzi,
in attesa della sentenza sul nostro male ancora ignoto, stavamo seduti!
Ritrovarla occupata da un altro cliente, anch’esso col suo male nascosto; o là,
vuota, impassibile, in attesa che un altro qualsiasi venga a occuparla... Ma che
dicevamo? Ah, già... il piacere dell’immaginazione... Chi sa perché, ho pensato
subito a una seggiola di queste sale di melici, dove i clienti stanno in attesa
del consulto...
– Già... veramente..
– Non capisce? Neanche io. Ma è che certi richiami di immagini, tra loro
lontane, sono cosí particolari a ciascuno di noi, e determinati da ragioni ed
esperienze cosí singolari, che l’uno non intenderebbe piú l’altro se, parlando,
non ci vietassimo di farne uso. Niente di piú illogico, spesso, di queste
analogie. Ma la relazione, forse, può esser questa, guardi: – Avrebbero piacere
quelle seggiole d’immaginare chi sia il cliente che viene a seder su loro in
attesa del consulto? che male covi dentro? dove andrà, che farà dopo la visita?
– Nessun piacere. E cosí io: nessuno! Vengono tanti clienti, ed esse sono là,
povere seggiole, per essere occupate. Ebbene, è anche un’occupazione simile la
mia. Ora mi occupa questo, ora quello. In questo momento mi sta occupando lei, e
creda che non provo nessun piacere del treno che ha perduto, della famiglia che
l’aspetta in villeggiatura, di tutti i fastidii che posso supporre in lei...
– Uh, tanti, sa!
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– Ringrazii Dio, se sono fastidii soltanto. C’è chi ha di peggio, caro signore.
Io le dico che ho bisogno d’attaccarmi con l’immaginazione alla vita altrui, ma
cosí, senza piacere, senza punto interessarmene, anzi... anzi... per sentirne il
fastidio, per giudicarla sciocca e vana, la vita, cosicché veramente non debba
importare a nessuno di finirla. E questo è da dimostrare bene, sa? con prove ed
esempii continui a noi stessi, implacabilmente. Perché, caro signore, non
sappiamo da che cosa sia fatto, ma c’è, c’è ce lo sentiamo tutti qua, come
un’angoscia nella gola, il gusto della vita, che non si soddisfa mai, che non si
può mai soddisfare, perché la vita, nell’atto stesso che la vi viviamo, è cosí
sempre ingorda di sé stessa, che non si lascia assaporare. Il sapore è nel
passato, che ci rimane vivo dentro. Il gusto della vita ci viene di là, dai
ricordi che ci tengono legati. Ma legati a che cosa? A questa sciocchezza qua...
a queste noje... a tante stupide illusioni... insulse occupazioni... Sí sí.
Questa che ora qua è una sciocchezza... questa che ora qua è una noja... e
arrivo finanche a dire questa che ora e per noi una sventura, una vera
sventura... sissignori, a distanza di quattro, cinque, dieci anni, chi sa che
sapore acquisterà... che gusto, queste lagrime... E la vita, perdio, al solo
pensiero di perderla... specialmente quando si sa che è questione di giorni... –
Ecco... vede là? dico là, a quel cantone... vede quell’ombra malinconica di
donna? Ecco, s’è nascosta!
– Come? Chi... chi è che...? – Non l’ha vista? S’è nascosta...
– Una donna?
– Mia moglie, già...
– Ah! la sua signora?
– Mi sorveglia da lontano. E mi verrebbe, creda, d’andarla a prendere a calci.
Ma sarebbe inutile. È come una di quelle cagne sperdute, ostinate, che piú lei
le prendi a calci, e piú le si attaccano alle calcagna. Ciò che quella donna sta
soffrendo per me, lei non se lo può immaginare Non mangia, non dorme piú... Mi
viene appresso, giorno e notte, cosí... a distanza... E si curasse almeno di
spolverarsi quella ciabatta che tiene in capo, gli abiti... Non pare piú una
donna, ma uno strofinaccio. Le si sono impolverate per sempre anche i capelli,
qua sulle tempie; ed ha appena trentaquattro anni. Mi fa una stizza, che lei non
può credere. Le salto addosso, certe volte, le grido in faccia «Stupida!»
scrollandola. Si piglia tutto. Resta lí a guardarmi con certi occhi... con certi
occhi che, le giuro, mi fa venire qua alle dita una selvaggia voglia di
strozzarla Niente. Aspetta che mi allontani per rimettersi a seguirmi – Ecco,
guardi... sporge di nuovo il capo dal cantone...
– Povera signora...
– Ma che povera signora! Vorrebbe, capisce? ch’io me ne stessi a casa, mi
mettessi là fermo placido, come vuol lei, a prendermi tutte le sue piú amorose e
sviscerate cure... a goder dell’ordine perfetto di tutte le stanze, della
lindura di tutti i mobili, di quel silenzio di specchio che c’era prima in casa
mia, misurato dal tic-tac della pendola nel salotto da pranzo... Questo
vorrebbe! Io domando ora a lei, per farle intendere l’assurdità... ma no, che
dico l’assurdità! la màcabra ferocia di questa pretesa, le domando se crede
possibile che le case d’Avezzano, le case di Messina, sapendo del terremoto che
di lí a poco le avrebbe sconquassate, avrebbero potuto starsene lí tranquille,
sotto la luna, ordinate in fila lungo le strade e le piazze, obbedienti al piano
regolatore della commissione edilizia municipale? Case, perdio, di pietra e
travi, se ne sarebbero scappate! Immagini i cittadini d’Avezzano, cittadini di
Messina, spogliarsi tranquilli per mettersi a letto, ripiegare gli abiti, metter
le scarpe fuori dell’uscio, e cacciandosi sotto le coperte godere del candor
fresco delle lenzuola di bucato, con la coscienza che fra poche ore sarebbero
morti... Le sembra possibile?
– Ma forse la sua signora...
– Mi lasci dire! Se la morte, signor mio, fosse come uno di quegl’insetti
strani, schifosi, che qualcuno inopinatamente ci scopre addosso... Lei passa per
via; un altro passante, all’improvviso, lo ferma e, cauto, con due dita protese,
le dice: «Scusi, permette? lei, egregio signore, ci ha la morte addosso». E con
quelle due dita protese, gliela piglia e gliela butta via... Sarebbe magnifica!
Ma la morte non è come uno di questi insetti schifosi. Tanti che passeggiano
disinvolti e alieni, forse ce l’hanno addosso; nessuno la vede; ed essi pensano
intanto tranquilli a ciò che faranno domani o doman l’altro. Ora io, caro
signore, ecco... venga qua... qua, sotto questo lampione... venga... le faccio
vedere una cosa... Guardi qua, sotto questo baffo... qua, vede che bel tubero
violaceo? Sa come si chiama questo? Ah, un nome dolcissimo... piú dolce d’una
caramella: Epitelioma, si chiama. Pronunzii, pronunzii... sentirà che
dolcezza: epiteli-o-ma... La morte, capisce? è passata. M’ha ficcato
questo fiore in bocca e m’ha detto: «Tientelo, caro: ripasserò fra otto o dieci
mesi!». Ora m dica lei, se, con questo fiore in bocca, io me ne posso stare a
casa tranquillo e alieno, come quella disgraziata vorrebbe. Le grido: «Ah sí, e
vuoi che ti baci?» – «Sí, baciami!» – Ma sa che ha fatto? Con uno spillo,
l’altra settimana s’è fatto uno sgraffio qua, sul labbro, e poi m’ha preso la
testa: mi voleva baciare... baciare in bocca... Perché dice che vuol morire con
me. È pazza. A casa io non ci sto. Ho bisogno di starmene dietro le vetrine
delle botteghe, io ad ammirare la bravura dei giovani di negozio. Perché lei lo
capisce, se mi si fa un momento di vuoto dentro.. lei lo capisce, posso anche
ammazzare come niente tutta la vita in uno che non conosco... cavare la
rivoltella e ammazzare uno che, come lei, per disgrazia, abbia perduto il
treno... No no, non tema, caro signore: io scherzo! – Me ne vado. Ammazzerei me,
se mai... Ma ci sono, di questi giorni, certe buone albicocche... Come le mangia
lei? cor tutta la buccia, è vero? Si spaccano a metà: si premono con due dita,
per lungo, come due labbra succhiose... Ah che delizia! – Mi ossequi la sua
egregia signora e anche le sue figliuole in villeggiatura. Me le immagino
vestite di bianco e celeste, in un bel prato verde in ombra... E mi faccia un
piacere, domattina, quando arriverà. Mi figuro che il paesello disterà un poco
dalla stazione... All’alba lei può far la strada a piedi. Il primo cespuglietto
d’erba su la proda. Ne conti i fili per me. Quanti fili saranno tanti giorni
ancora io vivrò. Ma lo scelga bello grosso, mi raccomando. Buona notte, caro
signore.
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