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Bruna e colorita, dagli occhi neri, sfavillanti, dalle labbra accese, da tutto
il corpo solido e svelto, spirava una allegra fierezza. Aveva sul petto colmo un
gran fazzoletto di cotone rosso, a lune gialle, e grossi cerchi d’oro agli
orecchi. I capelli corvini, lucidi, ondulati, volti indietro senza scriminatura
le si annodavano voluminosamente sulla nuca attorno a uno spadino d’argento. Nel
mento rotondo, una fossetta acuta nel mezzo le dava una grazia maliziosa e
provocante.
Vedova d’un primo marito, dopo appena due anni di matrimonio, era stata
abbandonata dal secondo, partito per l’America cinque anni addietro. Di notte –
nessuno doveva saperlo – dalla porticina posta sul dietro della casa dov’era
l’orto, qualcuno (un pezzo grosso del paese) veniva a visitarla. Perciò le
vicine, oneste e timorate, la vedevano di mal’occhio, quantunque in segreto poi
la invidiassero. Gliene volevano anche, perché in paese si diceva che, per
vendicarsi dell’abbandono del secondo marito, aveva scritto parecchie lettere
anonime agli emigrati in America, calunniando e infamando alcune povere donne.
– Chi predica cosí? – disse, scendendo su la via. – Ah, Jaco Spina! Meglio, zio
Jaco, se restiamo a Farnia noi soli! Zapperemo noi donne la terra.
– Voi donne, – brontolò di nuovo il vecchio con voce catarrosa, – per una cosa
sola siete buone.
E sputò.
– Per che cosa, zio Jaco? Dite forte.
– Piangere e un’altra cosa.
– E dunque per due, allegramente! Io non piango però, vedete?
– Eh, lo so, figlia. Non piangesti neppure quando ti morí il primo marito!
– Ma se morivo prima io, zio Jaco, – ribatté pronta Ninfarosa, – non avrebbe
forse ripreso moglie, lui? Dunque! Vedete chi piange qua per tutti? Maragrazia.
– Questo dipende, – sentenziò Jaco Spina, sdrajandosi di nuovo a pancia
all’aria, – perché la vecchia ha acqua da buttar via, e la butta anche dagli
occhi.
Le vicine risero. Maragrazia si scosse ed esclamò:
– Due figli ho perduto, belli come il sole, e volete che non pianga?
– Belli davvero, oh! E da piangerli, – disse Ninfarosa. – Nuotano
nell’abbondanza, laggiú, e vi lasciano morire qua, mendica.
– Loro sono i figli e io sono la mamma, – replicò la vecchia. – Come possono
capirla la mia pena?
– Ih! Io non so perché tante lagrime e tanta pena, – riprese Ninfarosa, – quando
voi stessa, a quel che dicono, li faceste scappar via per disperati.
– Io? – esclamò Maragrazia, dandosi un pugno sul petto e sorgendo in piedi,
trasecolata. – Io? Chi l’ha detto?
– Chi si sia, l’ha detto.
– Infamità! Io? ai figli miei? io, che...
– Lasciatela perdere! – la interruppe una delle vicine. – Non vedete che
scherza?
Ninfarosa prolungò la risata, ondeggiando dispettosamente su le anche; poi, per
rifar la vecchia della celia crudele, le domandò con voce affettuosa:
– Su, su, nonnetta mia, che volete?
Maragrazia si cacciò in seno la mano tremolante e ne trasse fuori un foglietto
di carta tutto gualcito e una busta; mostrò l’uno e l’altra, con aria
supplichevole, a Ninfarosa, e disse:
– Se vuoi farmi la solita carità...
– Ancora una lettera?
– Se vuoi...
Ninfarosa sbuffò; ma poi, sapendo che non se la sarebbe levata d’addosso, la
invitò a entrare.
La sua casa non era come quelle del vicinato. La vasta camera, un po’ buja,
quando la porta era chiusa, perché prendeva luce allora soltanto da una finestra
ferrata che s’apriva su la porta stessa, era imbiancata, ammattonata, pulita e
ben messa, con una lettiera di ferro, un armadio, un cassettone dal piano di
marmo, un tavolino impiallacciato di noce: mobilia modesta, ma di cui tuttavia
si capiva che Ninfarosa non avrebbe potuto da sola pagarsi il lusso, coi suoi
guadagni molto incerti di sarta rurale.
Prese la penna e il calamajo, posò il foglietto gualcito sul piano del
cassettone e si dispose a scrivere, lí in piedi.
– Dite su, sbrigatevi!
– Cari figli – cominciò a dettare la vecchia.
– Io non ho più occhi per piangere... – seguitò Ninfarosa, con un sospiro
di stanchezza.
E la vecchia:
– Perché gli occhi miei sono abbruciati di vedervi almeno per l’ultima
volta...
– Avanti, avanti! – la incitò Ninfarosa. – Questo gliel’avete scritto, a dir
poco, una trentina di volte.
– E tu scrivi. È la verità, cuore mio, non vedi? Dunque, scrivi: Cari
figli...
– Daccapo?
– No. Adesso un’altra cosa. Ci ho pensato tutta stanotte. Senti: Cari figli,
la povera vecchia mamma vostra vi promette e giura... cosí, vi promette e giura
davanti a Dio che, se voi ritornate a Farnia, vi cederà in vita il suo casalino.
Ninfarosa scoppiò a ridere:
– Pure il casalino? Ma che volete che se ne facciano, se già sono ricchi, di
quei quattro muri di creta e canne che crollano a soffiarci su?
– E tu scrivi, – ripeté la vecchia, ostinata. – Valgono piú quattro pietruzze in
patria, che tutto un regno fuorivia. Scrivi, scrivi.
– Ho scritto. Che altro volete aggiungere?
– Ecco, questo: che la vostra povera mamma, cari figli, ora che l’inverno è
alle porte, trema di freddo; vorrebbe farsi un vestitino e non può; che vogliate
farle la carità di mandarle almeno una carta da cinque lire, per...
– Basta basta basta! – fece Ninfarosa, ripiegando il foglietto e cacciandolo
entro la busta. – Ho bell’e scritto. Basta.
– Anche per le cinque lire? – domandò, investita da quella furia inattesa, la
vecchia.
– Tutto, anche per le cinque lire, gnorsí.
– Scritto bene... tutto?
– Auff! Vi dico di sí!
– Pazienza... abbi un po’ di pazienza con questa povera vecchia, figlia mia, –
disse Maragrazia. – Che vuoi? Sono mezzo stolida, ora. Dio ti paghi la carità, e
la Bella Madre Santissima.
Prese la lettera e se la cacciò in seno. Aveva pensato di affidarla al figlio di
Nunzia Ligreci, che si recava a Rosario di Santa Fè, dov’erano i suoi figliuoli;
e s’avviò per portargliela.
Già le donne, sopravvenuta la sera, erano rientrate in casa e quasi tutte le
porte si chiudevano. Per le straducole anguste non passava piú un’anima. Il
lampionajo andava in giro, con la scala in collo, per accendere i rari
lampioncini a petrolio, che rendevano piú triste col loro scarso lume
piagnucoloso la vista malcerta e il silenzio di quelle viuzze abbandonate.
La vecchia Maragrazia andava curva, premendosi con una mano sul seno la lettera
da mandare ai figliuoli, come per comunicare a quel pezzo di carta il suo calore
materno. Con l’altra, o si grattava a una spalla, o si grattava in testa. A ogni
nuova lettera, le rinasceva prepotente la speranza, che con quella sarebbe alla
fine riuscita a commuovere e a richiamare a sé i figliuoli. Certo, leggendo
quelle sue parole, pregne di tutte le lagrime versate per loro in quattordici
anni, i suoi figliuoli belli, i suoi dolci figliuoli non avrebbero piú saputo
resistere.
Ma questa volta, veramente, non era molto soddisfatta della lettera che recava
in seno. Le pareva che Ninfarosa l’avesse buttata giú troppo in fretta, e non
era neanche ben sicura che ci avesse proprio messo l’ultima parte, delle cinque
lire per il vestitino. Cinque lire! Che guasto avrebbero fatto ai suoi
figliuoli, già ricchi, cinque lire, per vestire le carni della loro vecchia
mamma infreddolita?
Attraverso le porte chiuse delle casupole, le giungevano intanto le grida di
qualche madre che piangeva la prossima partenza del figliuolo.
– Oh figli! figli! – gemeva allora tra sé Maragrazia, premendosi piú forte la
lettera sul seno. – Con che cuore potete partire? Promettete di ritornare; poi
non ritornate piú... Ah, povere vecchie, non credete alle loro promesse! I
vostri figliuoli, come i miei, non ritorneranno piú... non ritorneranno più...
A un tratto, si fermò sotto un lampioncino, sentendo romor di passi per la
viuzza Chi era?
Ah, era il nuovo medico condotto, quel giovine venuto da poco, ma che presto – a
quanto dicevano – sarebbe andato via, non perché avesse fatto cattiva prova, ma
perché malvisto dai pochi signorotti del paese. Tutti i poveri, invece, avevano
preso subito a volergli bene. Sembrava un ragazzo, a vederlo; eppure era proprio
vecchio di senno, e dotto: faceva restar tutti a bocca aperta, quando parlava.
Dicevano che anche lui voleva partire per l’America. Ma non aveva piú la mamma,
lui: era solo!
– Signor dottore, – pregò Maragrazia, – vorrebbe farmi una carità?
Il giovane dottore si fermò sotto il lampioncino, frastornato. Pensava, andando,
e non s’era accorto della vecchia.
– Chi siete? Ah, voi..
Si ricordò d’aver veduto piú volte quel mucchio di cenci davanti alle porte
delle casupole.
– Vorrebbe farmi la carità, – ripeté Maragrazia, – di leggermi questa letterina
che debbo mandare ai miei figliuoli?
– Se ci vedo... – disse il dottore, ch’era miope, rassettandosi sul naso le
lenti.
Maragrazia trasse dal seno la lettera; gliela porse e restò in attesa ch’egli
cominciasse a leggerle le parole dettate a Ninfarosa: – Cari figli... –
Ma che! Il medico, o non ci vedeva, o non riusciva a decifrare la scrittura:
accostava agli occhi il foglietto, lo allontanava per vederlo meglio al lume del
lampioncino, lo rovesciava di qua, di là... Alla fine, disse:
– Ma che è?
– Non si legge? – domandò timidamente Maragrazia.
Il dottore si mise a ridere.
– Ma qua non c’è scritto nulla, – disse. – Quattro sgorbii, tirati giú con la
penna, a zig–zag. Guardate.
– Come! – esclamò la vecchia, restando.
– Ma sí, guardate. Nulla. Non c’è scritto proprio nulla.
– Possibile? – fece la vecchia. – Ma come? Se gliel’ho dettata io, a Ninfarosa,
parola per parola! E l’ho vista che scriveva...
– Avrà finto, – disse il medico stringendosi nelle spalle.
Maragrazia rimase come un ceppo; poi si diede un gran pugno sul petto:
– Ah, infamaccia! – proruppe. – E perché m’ha ingannata cosí? Ah, per questo,
dunque, i miei figli non mi rispondono! Dunque, nulla! mai nulla ha scritto loro
di tutto quello che io le ho dettato... Per questo! Dunque non ne sanno niente i
figli miei, del mio stato? che io sto morendo per loro? E io li incolpavo,
signor dottore, mentr’era lei, quest’infamaccia qua, che si è sempre burlata di
me... Oh Dio! oh Dio! E come si può fare un simile tradimento a una povera
madre, a una povera vecchia come me? O oh, che cosa! oh...
Il giovane dottore, commosso e indignato, si provò dapprima a quietarla un poco;
si fece dire chi fosse quella Ninfarosa, dove stesse di casa, per farle il
giorno dopo una strapazzina, come si meritava. Ma la vecchia badava ancora a
scusare i figliuoli lontani del lungo silenzio, straziata dal rimorso d’averli
incolpati per tanti anni dell’abbandono, sicurissima ora ch’essi sarebbero
ritornati, volati a lei se una sola di quelle tante lettere, ch’ella aveva
creduto di mandar loro, fosse stata scritta veramente e fosse loro pervenuta.
Per troncare quella scena, il dottore dovette prometterle che la mattina
seguente avrebbe scritto lui una lunga lettera per quei figliuoli:
– Su, su, non vi disperate cosí! Verrete domattina da me. A dormire, adesso!
Andate a dormire.
Ma che dormire! Circa due ore dopo, il dottore, ripassando per quella straducola,
la ritrovò ancora lí, che piangeva, inconsolabile, accosciata sotto il
lampioncino. La rimproverò, la fece levare, le ingiunse d’andar subito a casa,
subito, perché era notte.
– Dove state?
– Ah, signor dottore... Ho un casalino, qua sotto, all’uscita del paese. Avevo
detto a quell’infamaccia di scrivere ai figli miei che lo avrei loro ceduto in
vita, se volevano ritornare. S’è messa a ridere, svergognata! perché sono
quattro muretti di creta e canne. Ma io...
– Va bene, va bene, – troncò di nuovo il dottore . – Andate a dormire! Domani
scriveremo anche del casalino. Su venite, v’accompagno.
– Dio La benedica, signor dottore! Ma che dice? Acccompagnarmi, vossignoria!
Vada, vada avanti; io sono vecchierella e vado piano.
Il dottore le diede la buona notte, e s’avviò. Maragrazia gli tenne dietro, a
distanza; poi, arrivata al portoncino in cui lo vide entrare, si fermò, si tirò
sul capo lo scialle s’avvolse bene, e sedette su lo scalino lí davanti la porta
per passarvi la notte, in attesa.
All’alba, dormiva, quando il dottore, ch’era mattiniero uscí per le prime
visite. Essendo il portoncino a un solo battente, nell’aprirlo, si vide cadere
ai piedi la vecchia dormente, che vi stava appoggiata.
– Ohé! Voi! Vi siete fatta male?
– Vo... vossignoria mi perdoni, – balbettò Maragrazia, ajutandosi, con ambo le
mani, avviluppate nello scialle, a rizzarsi.
– Avete passato qua la notte?
– Sissignore... È niente, ci sono avvezza, – si scusò la vecchia. – Che vuole,
signorino mio? Non mi so dar pace... non mi so dar pace del tradimento di quella
scellerata! Mi verrebbe d’ammazzarla, signor dottore! Poteva dirmi che le
seccava scrivere, sarei andata da un altro; sarei venuta da vossignoria, che è
tanto buono...
– Sí, aspettate un po’ qua, – disse il dottore. – Ora passerò io da questa buona
femmina. Poi scriveremo la lettera, aspettate.
E andò di fretta dove la vecchia la sera avanti gli aveva indicato. Gli avvenne
per caso di domandare proprio a Ninfarosa, che si trovava già in istrada,
l’indirizzo di colei a cui voleva parlare.
– Eccomi qua, sono io, signor dottore, – gli rispose, ridendo e arrossendo,
Ninfarosa; e lo invitò a entrare.
Aveva veduto passare piú volte per la stradetta quel giovane medico dall’aspetto
quasi infantile, e com’era sempre sana, e non avrebbe saputo finger di star male
per chiamarlo, ora si mostrò contenta, pur nella sorpresa, che egli fosse venuto
da sé per parlare con lei. Appena seppe di che si trattava, e lo vide turbato e
severo, si piego, procace, verso di lui, col volto dolente, per il dispiacere
ch’egli si prendeva senza ragione, via! e, appena poté, senza commettere la
sconvenienza d’interromperlo:
– Ma scusi tanto, signor dottore, – disse, socchiudendo i begli occhi neri, –
lei s’affligge sul serio per quella vecchia matta? Qua in paese la conoscono
tutti, signor dottore, e non le bada piú nessuno. Lei domandi a chi vuole, e
tutti Le diranno che è matta, da quattordici anni, sa? da che le sono partiti
quei due figliuoli per l’America. Non vuole ammettere che essi si siano scordati
di lei, com’è la verità, e s’ostina a scrivere, a scrivere... Ora, tanto per
contentarla, capisce? io fingo... cosí, di farle la lettera; quelli che partono,
poi, fingono di prendersela per recapitarla. E lei, poveraccia, s’illude. Ma se
tutti dovessimo far come lei, a quest’ora, signor dottore mio, non ci sarebbe
piú mondo. Guardi, anch’io che Le parlo sono stata abbandonata da mio marito...
Sissignore! E sa che coraggio ha avuto questo bel galantuomo? di mandarmi un
ritratto di lui e della sua bella di laggiú! Glielo posso far vedere. Stanno
tutti e due con le teste, l’una appoggiata all’altra e le mani afferrate cosí,
permette? mi dia la mano... cosí. E ridono, ridono in faccia a chi li guarda: in
faccia a me vuol dire. Ah, signor dottore, tutta la pietà è per chi parte e per
chi resta niente! Ho pianto anch’io, si sa, nei primi tempi; ma poi mi sono
fatta una ragione, e ora... ora tiro a campare e a spassarmela anche, se mi
càpita, visto che il mondo è fatto cosí!
Turbato dall’affabilità provocante, dalla simpatia che quella bella donna gli
dimostrava, il giovane dottore abbasso gli occhi e disse:
– Ma perché voi, forse, avrete da vivere. Quella poverina, invece...
– Ma che! Quella? – rispose vivacemente Ninfarosa – Avrebbe da vivere anche lei,
ih! bella seduta e servita in bocca. Se volesse. Non vuole.
– Come? – domandò il dottore, alzando gli occhi, meravigliato.
Ninfarosa, nel vedergli quel bel faccino stupito, scoppiò a ridere, scoprendo i
denti forti e bianchi, che davano al suo sorriso la bellezza splendida della
salute.
– Ma sí! – disse. – Non vuole, signor dottore! Ha un altro figlio qua, l’ultimo,
che la vorrebbe con sé e non le farebbe mancare mai nulla.
– Un altro figlio? Lei?
– Sissignore. Si chiama Rocco Trupía. Non vuole saperne.
– E perché?
– Perché è proprio matta, non glielo dico? Piange giorno e notte per quei due
che l’hanno abbandonata, e non vuole accettare neanche un tozzo di pane da
quest’altro che la prega a mani giunte. Dagli estranei, sí.
Non volendo un’altra volta mostrarsi stupito, per nascondere il turbamento
crescente il dottore s’accigliò e disse:
– Forse l’avrà trattata male, codesto figlio.
– Non credo, – disse Ninfarosa. – Brutto, sí; sempre ingrugnato; ma non cattivo.
E lavoratore, poi! Lavoro, moglie e figliuoli: non conosce altro. Se vossignoria
si vuol levare questa curiosità, non ha da camminare molto. Guardi, seguitando
per questa via, appena a un quarto di miglio, uscito dal paese, troverà a destra
quella che chiamano la Casa della Colonna. Sta lí. Ha in affitto una bella
chiusa, che gli rende bene. Ci vada, e vedrà che è come le dico io.
Il dottore si levò. Ben disposto da quella conversazione, allettato dalla dolce
mattinata di settembre, e piú che mai incuriosito sul caso di quella vecchia,
disse:
– Ci vado davvero.
Ninfarosa si recò le mani dietro la nuca per rassettarsi i capelli attorno allo
spadino d’argento, e sogguardando il dottore con gli occhi che le ridevano
promettenti:
– Buona passeggiata, allora, – disse. – E serva sua!
Superata l’erta, il dottore si fermò, per riprender fiato. Poche altre povere
casette di qua e di là e il paese finiva; la viuzza immetteva nello stradone
provinciale, che correva diritto e polveroso per piú d’un miglio sul vasto
altipiano, tra le campagne: terre di pane, per la maggior parte, gialle ora di
stoppie. Un magnifico pino marittimo sorgeva a sinistra, come un gigantesco
ombrello, meta ai signorotti di Farnia delle consuete loro passeggiate
vespertine. Una lunga giogaia di monti azzurrognolj limitava, in fondo in fondo,
l’altipiano; dense nubi candenti, bambagiose, stavano dietro ad essi come in
agguato: qualcuna se ne staccava, vagava lenta pel cielo, passava sopra Monte
Mirotta, che sorgeva dietro Farnia. ~ quel passaggio, il monte s’invaporava
d’un’ombra cupa, violacea, e subito si rischiarava. La quiete silentissima della
mattina era rotta di tratto in tratto dagli spari dei cacciatori al passo delle
tortore o alla prima entrata delle allodole; seguiva a quegli spari un lungo,
furibondo abbajare dei cani di guardia.
Il dottore andava di buon passo per lo stradone, guardando di qua e di là le
terre aride, che aspettavano le prime piogge per esser lavorate Ma le braccia
mancavano, e spirava da tutte quelle campagne un senso profondo di tristezza e
d’abbandono.
Ecco laggiú la Casa della Colonna, detta cosí perché sostenuta a uno spigolo! da
una colonna d’antico tempio greco, corrosa e smozzicata. Era una catapecchia,
veramente; una roba, come i contadini di Sicilia chiamano le loro
abitazioni rurali. Protetta, dietro, da una fitta siepe di fichidindia, aveva
davanti due grossi pagliai a cono.
– Oh, della roba! – chiamò il dottore, che aveva paura dei cani,
fermandosi davanti a un cancelletto di ferro arrugginito e cadente.
Venne un ragazzotto di circa dieci anni, scalzo, con una selva di capelli
rossastri, scoloriti dal sole, e un pajo di occhi verdognoli, da bestiola
forastica.
– C’è il cane? – gli domandò il dottore.
– C’è, ma non fa niente: tonosce, – rispose il ragazzo.
– Sei figlio di Rocco Trupía, tu?
– Sissignore.
– Dov’è tuo padre.
– Scarica il toncime, di là, ton le mule.
Sul murello davanti la roba stava seduta la madre, che pettinava la
figliuola maggiore, la quale poteva aver presso a dodici anni, seduta su un
secchio di latta, con un bambinello di pochi mesi su le ginocchia. Un altro
bambino ruzzava per terra, tra le galline che non lo temevano, a dispetto d’un
bel gallo che, impettito, drizzava il collo e scoteva la cresta.
– Vorrei parlare con Rocco Trupía, – disse il giovane dottore alla donna. – Sono
il nuovo medico del paese.
La donna rimase un tratto a guardarlo, turbata, non comprendendo che cosa
potesse volere quel medico da suo marito. Si cacciò la camicia ruvida dentro il
busto, che le era rimasto aperto da che aveva finito d’allattare il piccino, se
lo abbottonò e si levò in piedi per offrire una sedia. Il medico non la volle, e
si chinò a carezzare il bamboccetto per terra, mentre l’altro ragazzo scappava a
chiamare il padre
Poco dopo s’intese lo scalpiccío di grossi scarponi imbullettati, e, di tra i
fichidindia, apparve Rocco Trupía, che camminava curvo, con le gambe larghe ad
arco, e una mano alla schiena, come la maggior parte dei contadini.
Il naso largo, schiacciato, e la troppa lunghezza del labbro superiore, raso,
rilevato, gli davano un aspetto scimmiesco; era rosso di pelo, e aveva la pelle
del viso pallida e sparsa di lentiggini; gli occhi verdastri, affossati, gli
guizzavano a tratti di torvi sguardi, sfuggenti.
Sollevò una mano per spingere un po’ indietro su la fronte la berretta nera, a
calza, in segno di saluto.
– Bacio le mani a vossignoria. Che comandi ha da darmi?
– Ecco, ero venuto – cominciò il medico, – per parlarvi di vostra madre.
Rocco Trupía si turbò:
– Sta male?
– No, – s’affrettò a soggiungere quello. – Sta al solito; ma cosí vecchia,
capirete, lacera, senza cure...
Man mano che il dottore parlava, il turbamento di Rocco Trupía cresceva. Alla
fine, non poté piú reggere, e disse:
– Signor dottore, mi deve dare qualche altro comando? Sono pronto a servirla. Ma
se vossignoria è venuto qua per parlarmi di mia madre, Le chiedo licenza, me ne
torno al lavoro.
– Aspettate... So che non manca per voi, – disse il medico, per trattenerlo. –
M’hanno detto che voi, anzi...
– Venga qua, signor dottore, – saltò su a dire Rocco Trupía improvvisamente,
additando la porta della roba. – Casa da poverelli, ma se vossignoria fa
il medico, chi sa quante altre ne avrà vedute. Le voglio mostrare il letto
pronto sempre e apparecchiato per quella... buona vecchia: è mia madre, non
posso chiamarla altrimenti. Qua c’è mia moglie, ci sono i miei figliuoli:
possono attestarle com’io abbia loro comandato di servire, di rispettare quella
vecchia come Maria Santissima. Perché la mamma è santa, signor dottore! Che ho
fatto io a questa madre? Perché deve svergognarmi cosí davanti a tutto il paese
e lasciar credere di me chi sa che cosa? Io sono cresciuto, signor dottore, coi
parenti di mio padre, è vero, fin da bambino; non dovrei rispettarla come madre,
perché essa è sempre stata dura con me; eppure l’ho rispettata e le ho voluto
bene. Quando quei figliacci partirono per l’America, subito corsi da lei per
prendermela e portarmela qua, come la regina della mia casa. Nossignore! Deve
far la mendica, per il paese deve dare questo spettacolo alla gente e quest’onta
a me Signor dottore, Le giuro che se qualcuno di quei suoi figliacci ritorna a
Farnia, io lo ammazzo per quest’onta e per tutte le amarezze che da quattordici
anni soffro per loro lo ammazzo, com’è vero che sto parlando con Lei, in
presenza di mia moglie e di questi quattro innocenti!
Fremente, piú che mai sbiancato in volto, Rocco Trupía si forbí la bocca
schiumosa col braccio. Gli occhi gli erano iniettati di sangue.
Il giovane dottore rimase a guardarlo, sdegnato.
– Ma ecco – poi disse, – perché vostra madre non vuole accettare l’ospitalità
che le offrite: per codesto odi che nutrite contro i vostri fratelli! È chiaro.
– Odio? – fece Rocco Trupía serrando le pugna indietro e protendendosi. – Ora sí,
odio, signor dottore, per quello che hanno fatto patire alla loro madre e a me!
Ma prima, quando erano qua, io li amavo e rispettavo come fratelli maggiori. E
loro, invece, due Caini per me! Ma senta: non lavoravano, e lavoravo io per
tutti; venivano qua a dirmi che non avevano da cucinare la sera; che la mamma se
ne sarebbe andata a letto digiuna, e io davo; s’ubriacavano, scialacquavano con
le donnacce, e io davo; quando partirono per l’America, mi svenai per loro. Qua
c’è mia moglie che glielo può dire.
– E allora perché? – disse di nuovo, quasi a sé stesso il dottore.
Rocco Trupía ruppe in un ghigno
– Perché? Perché mia madre dice che non sono su figlio!
– Come?
– Signor dottore, se lo faccia spiegare da lei. Io non ho tempo da perdere: gli
uomini di là mi aspettano con le mule cariche di concime. Debbo lavorare e...
guardi, mi sono tutto rimescolato. Se lo faccia dire da lei. Bacio le mani.
E Rocco Trupía se n’andò curvo, com’era venuto, con le gambe larghe, ad arco, e
la mano alla schiena. Il dottore lo seguí con gli occhi per un tratto, poi si
voltò a guardare i piccini, ch’eran rimasti come basiti, e la moglie. Questa
congiunse le mani e, agitandole un poco e socchiudendo amaramente gli occhi,
emise il sospiro delle rassegnate:
– Lasciamo fare a Dio!
Ritornato in paese, il dottore volle venir subito in chiaro di quel caso cosí
strano, da parer quasi inverosimile; e ritrovando la vecchia ancora seduta su lo
scalino davanti alla porta della sua casa, come l’aveva lasciata, la invitò a
salire con una certa asprezza nella voce.
– Sono stato a parlare con vostro figlio, alla Casa della Colonna, – poi le
disse. – Perché mi avete nascosto che avevate qua quest’altro figlio?
Maragrazia lo guardò, dapprima smarrita, poi quasi atterrita; si passò le mani
tremanti su la fronte e sui capelli, e disse:
– Ah, signorino: io sudo freddo, se vossignoria mi parla di quel figlio. Non me
ne parli, per carità!
– Ma perché? – le domandò, adirato, il dottore. – Che v’ha fatto? Dite su!
– Nulla, m’ha fatto, – s’affrettò a rispondere la vecchia. – Questo debbo
riconoscerlo, in coscienza! Anzi, m’è sempre venuto appresso, rispettoso... Ma
io... vede come tremo, signorino mio, appena ne parlo? Non ne posso parlare!
Perché quello lí, signor dottore, non è figlio mio!
Il giovane medico perdette la pazienza, proruppe:
– Ma come non è figlio vostro? Che dite? Siete stolida o matta davvero? Non
l’avete fatto voi?
La vecchia chinò il capo, a questa sfuriata, socchiuse gli occhi sanguigni,
rispose:
– Sissignore. E sono stolida, forse. Matta, no. Dio volesse! Non penerei piú
tanto. Ma certe cose vossignoria non le può sapere, perché è ancora ragazzo. Io
ho i capelli bianchi, sto a penare da tanto tempo io, e n’ho viste! n’ho viste!
Ho visto cose, signorino mio, che vossignoria non si può nemmeno immaginare.
– Che avete visto, insomma? Parlate! – la incitò il dottore.
– Cose nere! cose nere! – sospirò la vecchia scotendo il capo. – Vossignoria non
era allora neanche nella mente di Dio, e io le ho viste con questi occhi che
hanno pianto da allora lagrime di sangue. Ha sentito parlare vossignoria d’un
certo Canebardo?
– Garibaldi? – domandò il medico, stordito.
– Sissignore, che venne dalle nostre parti e fece ribellare a ogni legge degli
uomini e di Dio campagne e città? N’ha sentito parlare?
– Sí, sí, dite! Ma come c’entra Garibaldi?
– C’entra, perché vossignoria deve sapere che questo Canebardo diede ordine,
quando venne, che fossero aperte tutte le carceri di tutti i paesi. Ora, si
figuri vossignoria che ira di Dio si scatenò allora per le nostre campagne! I
peggiori ladri, i peggiori assassini, bestie selvagge, sanguinarie, arrabbiate
da tanti anni di catena... Tra gli altri ce n’era uno, il piú feroce, un certo
Cola Camizzi, capobrigante, che ammazzava le povere creature di Dio, cosí, per
piacere, come fossero mosche, per provare la polvere – diceva, – per vedere se
la carabina era parata bene. Costui si buttò in campagna, dalle nostre parti.
Passò per Farnia, con una banda che s’era formata, di contadini; ma non era
contento, ne voleva altri, e uccideva tutti quelli che non volevano seguirlo. Io
ero maritata da pochi anni e avevo già quei due figliucci, che ora sono laggiú,
in America, sangue mio! Stavamo nelle terre del Pozzetto che mio marito,
sant’anima, teneva a mezzadria. Cola Camizzi passò di là e si trascinò via anche
lui, mio marito a viva forza. Due giorni dopo, me lo vidi ritornare come un
morto; non pareva piú lui; non poteva parlare, con gli occhi pieni di quello che
aveva veduto, e si nascondeva le mani, poveretto, per il ribrezzo di ciò ch’era
stato costretto a fare... Ah, signorino mio, mi si voltò il cuore in petto
quando me lo vidi davanti cosí: «Nino mio!» gli gridai (sant’anima!) «Nino mio,
che hai fatto?» Non poteva parlare. «Te ne sei scappato? E se ti riafferrano,
ora? Ti ammazzeranno!» Il cuore, il cuore mi parlava. Ma egli, zitto, sedette
vicino al fuoco, sempre con le mani nascoste cosí, sotto la giaccia, gli occhi
da insensato, e stette un pezzo a guardare verso terra; poi disse: «Meglio
morto!». Non disse altro. Stette tre giorni nascosto; al quarto uscí: eravamo
poverelli, bisognava che lavorasse. Uscí per lavorare. Venne la sera – non
tornò... Aspettai, aspettai, ah Dio! Ma già lo sapevo me l’ero immaginato. Pure
pensavo:
«Chi sa! forse non l’hanno ammazzato; forse se lo sono ripreso!». Venni a
sapere, dopo sei giorni, che Cola Camizzi si trovava con la sua banda nel feudo
di Montelusa, che era dei Padri Liguorini, scappati via. Ci andai, come una
pazza. C’erano, dal Pozzetto, piú di sei miglia di strada. Era una giornata di
vento, signorino mio, come non ne ho piú viste in vita mia. Si vede il vento?
Eppure quel giorno si vedeva! Pareva che tutte le anime degli assassinati
gridassero vendetta. agli uomini e a Dio. Mi misi in quel vento, tutta
strappata, ed esso mi portò: gridavo piú di lui. Volai: ci avrò messo appena
un’ora ad arrivare al convento, che stava lassú lassú, tra tante pioppe nere.
C’era un gran cortile, murato. Vi s’entrava per una porticina piccola piccola,
da una parte, mezzo nascosta, ricordo ancora, da un gran cespo di capperi
radicato su, nel muro. Presi una pietra, per bussare piú forte; bussai, bussai;
non mi volevano aprire; ma tanto bussai, che finalmente m’aprirono. Ah, che
vidi!
A questo punto, Maragrazia si levò in piedi, stravolta dall’orrore, con gli
occhi sanguigni sbarrati, e allungò una mano con le dita artigliate dal
ribrezzo. Le mancò la voce in prima, per proseguire.
– In mano... – poi disse, – in mano... quegli assassini...
S’arrestò di nuovo, come soffocata, e agitò quella mano, quasi volesse lanciare
qualcosa.
– Ebbene? – domandò il dottore, allibito.
– Giocavano... là, in quel cortile... alle bocce... ma con teste d’uomini...
nere, piene di terra... le tenevano acciuffate pei capelli... e una, quella di
mio marito... la teneva lui, Cola Camizzi... e me la mostrò. Gettai un grido che
mi stracciò la gola e il petto, un grido cosí forte, che quegli assassini ne
tremarono; ma, come Cola Camizzi mi mise le mani al collo per farmi tacere, uno
di loro gli saltò addosso, furioso; e allora, quattro, cinque, dieci, prendendo
ardire da quello, gli s’avventarono contro, se lo presero in mezzo. Erano sazii,
rivoltati anche loro della tirannia feroce di quel mostro, signor dottore, e io
ebbi la soddisfazione di vederlo scannato lí, sotto gli occhi miei, dai suoi
stessi compagni, cane assassino!
La vecchia s’abbandonò su la seggiola, sfinita, ansimante, agitata tutta da un
tremito convulso.
Il giovane medico stette a guardarla, raccapricciato, col volto atteggiato di
pietà, di ribrezzo e di orrore. Ma passato il primo stupore, come poté
ricomporre le idee, non seppe comprendere che nesso quella truce storia potesse
avere col caso di quell’altro figlio; e glielo domandò.
– Aspetti, – rispose la vecchia, appena poté riprender fiato. – Quello che prima
si ribellò, quello che prese le mie difese, si chiamava Marco Trupía.
– Ah! – esclamò il medico. – Dunque, questo Rocco...
– Suo figlio, – rispose Maragrazia. – Ma pensi, signor dottore, se io potevo
esser la moglie di quell’uomo dopo quanto avevo visto! Mi volle per forza; tre
mesi mi tenne con sé, legata, imbavagliata, perché io gridavo, la mordevo...
Dopo tre mesi, la giustizia venne a scovarlo là e lo richiuse in galera, dove
morí poco dopo. Ma rimasi incinta. Ah, signorino mio, Le giuro che mi sarei
strappate le viscere: mi pareva che stessi a covarci un mostro! Sentivo che non
me lo sarei potuto vedere tra le braccia. Al solo pensiero che avrei dovuto
attaccarmelo al petto, gridavo come una pazza. Fui per morire, quando lo misi
alla luce. Mi assisteva mia madre, sant’anima, che non me lo fece neanche
vedere: lo portò subito dai parenti di lui, che lo allevarono... Ora non Le
pare, signor dottore ch’io possa dire davvero ch’egli non è figlio mio?
Il giovane dottore stette un pezzo senza rispondere, assorto a pensare; poi
disse:
– Ma lui, in fondo, vostro figlio, che colpa ha?
– Nessuna! – rispose subito la vecchia. – E quando mai, difatti, le mie labbra
hanno detto una parola sola contro di lui? Mai, signor dottore! Anzi... Ma che
ci posso fare, se non resisto a vederlo neanche da lontano! È tutto suo padre,
signorino mio; nelle fattezze, nella corporatura finanche nella voce... Mi metto
a tremare, appena lo vedo, e sudo freddo! Non sono io; si ribella il sangue,
ecco! Che ci posso fare?
Attese un po’, asciugandosi gli occhi col dorso delle mani; poi, temendo che la
comitiva degli emigranti partisse da Farnia senza la lettera per i suoi
figliuoli veri, per i suoi figliuoli adorati, si fece coraggio e disse al
dottore ancora assorto:
– Se vossignoria volesse farmi la carità che mi ha promesso...
E come il dottore, riscotendosi, le disse che era pronto si accostò con la
seggiola alla scrivania e, ancora una volta, con la stessa voce di lagrime,
cominciò a dettare:
– Cari ,figli...
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