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Quel giorno stesso, appena rientrato
in collegio, Cesarino fu chiamato dal Direttore. S’aspettava qualche grave
riprensione per lo scarso profitto ricavato da quell’anno di studio; ma trovò
invece il Direttore molto benigno e amorevole e anche un po’ turbato, all’aria.
– Caro Brei, – gli disse, posandogli insolitamente una mano su la spalla, – lei
sa che la sua mamma...
– Sta peggio? – lo interruppe subito Cesarino, levando gli occhi a guardarlo,
quasi con terrore; e il berretto gli cadde di mano.
– Pare, figliuolo mio, sí. Bisogna che lei vada subito a casa.
Cesarino rimase a guardarlo, con una domanda negli occhi supplichevoli, che le
labbra non ardivano di proferire
– Io non so bene – disse il Direttore, comprendendo quella domanda muta. – È
venuta una donna, poco fa da casa, a chiamarla. Coraggio, figliuolo mio! Vada.
Lascerò il custode a sua disposizione.
Cesarino uscí dalla sala della direzione con la mente scombujata: non sapeva piú
quel che dovesse fare, di dove prendere per correre a casa. Dov’era il custode?
E il berretto? dove aveva lasciato il berretto?
Il Direttore glielo porse e ingiunse al custode di rimanere a disposizione del
giovane anche per tutta la giornata, se occorreva.
Cesarino corse in via Finanze, ov’era la casa. Pochi passi prima di giungervi,
vide il portone socchiuso e sentí mancarsi le gambe.
– Coraggio! – gli ripeté il custode, che sapeva.
Tutta la casa era sossopra, come se la morte vi fosse entrata di violenza.
Precipitandosi dentro, Cesarino cacciò subito lo sguardo nella camera della
madre, in fondo, e la intravide, là.. sul letto... lunga – fu questa, nello
stordimento, la prima impressione, strana, di meraviglia – lunga, oh Dio, come
se la morte l’avesse stirata, a forza; rigida, pallida piú della cera, e già
livida nelle occhiaje, ai lati del naso irriconoscibile!
– Come?... come?... – balbettò, piú incuriosito quasi sulle prime, che atterrito
da quella vista, stringendosi nelle spalle e protendendo il collo a guardare
come fanno i miopi.
Quasi in risposta, venne dall’altra stanza, a infrangere orribilmente quel
silenzio di morte, uno strillo infantile, ròco.
Cesarino si voltò di scatto, quasi quello strillo gli fosse arrivato come una
rasojata alla schiena, e tremando in tutto il corpo guardò la serva che piangeva
in silenzio inginocchiata presso il letto.
– Un bimbo?
– Di là... – gli accennò quella.
– Suo? – domandò, piú col fiato che con la voce, allibito.
La serva accennò di sí, col capo.
Si voltò di nuovo verso la madre, non poté sostenerne la vista. Sconvolto
dall’improvvisa, atroce rivelazione che lo istupidiva e gli strappava, ora, il
cordoglio violentemente, si nascose gli occhi con le mani, mentre su dalle
viscere sospese gli saliva come un urlo che la gola, strozzata dall’angoscia,
non lasciava passare.
Di parto, dunque? morta di parto? Ma come? Dunque, per questo? E subito gli
balenò il sospetto che di la, dond’era venuto quel pianto infantile, ci fosse
qualcuno; e si voltò a guatare la serva odiosamente.
– Chi... chi?
Non poté dir altro. Con la mano che gli ballava voleva reggersi le lenti che gli
scivolavano dal naso per le lagrime che intanto, inavvertitamente, gli
sgorgavano dagli occhi.
– Venga... venga... – gli disse la serva.
– No... dimmi... – insistette.
Ma finalmente s’accorse che nella camera, attorno al letto, c’era altra gente
ch’egli non conosceva e che lo guardava con pietoso stupore. Tacque e si lasciò
condurre dalla serva nella stanzetta che aveva occupato prima d’entrare in
collegio.
C’era di là la levatrice soltanto, che aveva da poco tratto dal bagno il neonato
ancora gonfio e paonazzo.
Cesarino lo guardò con ribrezzo, e si volse di nuovo alla serva.
– Nessuno? – disse, quasi tra sé. – Questo bambino?
– Oh signorino mio! – esclamò la serva, giungendo le mani. – Che posso dirle?
Non so nulla, io. Dicevo appunto questo alla levatrice qua... Non so proprio
nulla! Qua non è mai venuto nessuno: questo glielo posso giurare!
– Non ti disse?
– Mai, nulla! Non mi confidò mai nulla, e io, certo, non potevo domandarle...
Piangeva, sa? Oh tanto, di nascosto... Non uscí piú di casa, dacché cominciò a
parere... lei m’intende...
Cesarino, raccapricciato, alzò le mani per accennare alla serva di tacere. Per
quanto, nel vuoto orrendo in cui quella morte improvvisa lo gettava, sentisse
prepotente il bisogna di sapere, non volle. L’onta era troppa. E sua madre n’era
morta, ed era ancora di là.
Si premette le mani sul volto, accostandosi alla finestra per fare da solo, nel
bujo della mente, le sue supposizioni.
Non ricordava d’aver veduto neanche lui, finché era stato in casa, nessun uomo,
mai, che potesse dargli sospetto Ma, fuori? Sua madre era vissuta cosí poco in
casa! E che sapeva lui della vita ch’ella aveva condotto fuori? Che cosa fosse
sua madre oltre il cerchio ristrettissimo delle relazioni che aveva avuto prima
con lui, lí, le sere, a cena? Tutta una vita, a cui egli era rimasto sempre
estraneo. Si era messa con qualcuno, certo... Con chi?... Piangeva. Dunque
costui l’aveva abbandonata, non volendo o non potendo sposarla. Ed ecco perché
ella lo aveva chiuso in collegio: per sottrarsi e sottrarlo a una vergogna
inevitabile. Ma dopo? Egli sarebbe pure uscito dal collegio, nel prossimo
luglio. E allora? Intendeva ella forse di cancellare ogni traccia della colpa?
Schiuse le mani per guardar di nuovo il bimbo. Ecco: la levatrice lo aveva
fasciato e messo a giacere sul lettino, in cui egli dormiva, quand’era in casa.
Quella cuffietta, quella camicina, quel bavaglino... Ma no, ecco: ella intendeva
tenerselo, il bimbo. Lo aveva preparato lei, certo, quel corredino. E dunque,
uscendo dal collegio, egli avrebbe trovato in casa quella nuova creaturina. E
che gli avrebbe detto allora la madre? Ecco, ecco perché era morta! Chi sa quale
tremenda tortura segreta, in quei mesi! Ah, vile, vile quell’uomo che
gliel’aveva inflitta, abbandonandola, dopo averla svergognata! Ed ella s’era
rintanata in casa, a celare il suo stato, e forse aveva perduto il posto
d’insegnante alla Scuola Professionale... Con quali mezzi aveva vissuto in quei
mesi? Certo, coi risparmii accumulati in tanti anni di lavoro. Ma adesso?
Cesarino sentí d’improvviso il vuoto spalancarglisi piú nero e piú vasto
d’attorno. Si vide solo, solo nella vita, senz’ajuto, senz’alcun parente, né
prossimo né lontano; solo, con quella creaturina lí che aveva ucciso la mamma
venendo al mondo ed era rimasta anche lei, cosí, nello stesso vuoto, abbandonata
alla stessa sorte, senza padre... Come lui.
Come lui? Eh sí, fors’anche lui... – come non ci aveva mai pensato prima? –
fors’anche lui era nato cosí! Che sapeva di suo padre? Chi era stato quel Cesare
Brei?...Brei? Ma non era questo il cognome della madre? Sí. Enrica Brei.
Cosí ella si firmava, e tutti la conoscevano come la maestra Brei. Se fosse
stata vedova, venuta a Roma, entrata nell’insegnamento, non avrebbe ripreso il
suo cognome, magari facendolo seguire da quello del marito? Ma no: Brei era il
cognome della madre; ed egli dunque portava soltanto il cognome di lei; e quel
fu Cesare, di cui non sapeva nulla, di cui non era rimasta in casa alcuna
traccia, forse non era mai esistito: Cesare, forse, sí, ma non Brei... Chi sa
qual era veramente il cognome di suo padre! Come non ci aveva mai pensato,
finora, a queste cose?
– Senta, povero signorino! – gli disse la serva. – La levatrice qui vorrebbe
dirle... Questa creaturina...
– Già, – interruppe la levatrice, – ha bisogno del latte, ora, questa creatura.
Chi glielo darà?
Cesarino la guardò smarrito.
– Ecco, – riprese la levatrice, – io dicevo che... essendo nato cosí... e perché
la mamma, poverina, non c’è piú... e lei è un povero ragazzo che non potrebbe
badare a questo innocente... dicevo...
– Portarlo via? – domandò Cesarino, accigliandosi.
– Ma perché, guardi, – seguitò quella, – io dovrei denunziarlo allo Stato
Civile... Bisogna che sappia quel che lei vuol fare.
– Sí, – disse Cesarino, smarrendosi di nuovo. – Sí... Aspettate... Voglio,
voglio prima vedere...
E si guardò attorno, come se cercasse qualcosa. La serva gli venne in ajuto.
– Le chiavi? – gli domandò piano.
– Che chiavi? – fece egli, che non pensava a nulla.
– Vuole il mazzetto di chiavi, per vedere... non so! Guardi, sono di là, su la
specchiera, in camera della mamma.
Cesarino si mosse per andare, ma s’arrestò subito, al pensiero di rivedere la
madre, ora che sapeva. La serva, che s’era messa a seguirlo, aggiunse, piú
piano:
– Bisognerebbe, signorino mio, provvedere a tante cose Lo so, lei si trova
sperduto, cosí solo, povera anima innocente... È venuto il medico; son corsa in
farmacia... ho preso tanta roba... Questo sarebbe nulla; ma c’è da pensare, ora,
anche alla povera mamma, eh? Come si fa?.. Veda un po’ lei...
Cesarino andò per prender le chiavi. Rivide stesa, lunga e rigida sul letto, la
madre, e come attratto dalla vista le si appressò. Ah, mute, mute ora, per
sempre, quelle labbra, da cui tante cose egli avrebbe voluto sapere! Se l’era
portato via con sé, nel silenzio orribile della morte il mistero di quel bimbo
di là, e l’altro della nascita di lui... Ma, forse, cercando, frugando...
Dov’erano le chiavi?
Le prese dalla specchiera, e seguí la serva nello studiolo della madre.
– Ecco... veda dà, in quello stipetto.
Vi trovò poco piú di cento lire, ch’erano forse il residuo dei risparmii.
– Nient’altro?
– Niente, aspetta...
Aveva scorto in quello stipetto alcune lettere. Volle leggerle subito. Ma erano
(tre, in tutto) di una maestra della Scuola Professionale, dirette alla madre a
Rio Freddo, dove due anni avanti ella, insieme con lui, aveva passato le vacanze
estive. E l’anno dopo, quella maestra, collega della madre, era morta.
Dall’ultima di quelle lettere, a un tratto scivolò a terra un bigliettino, che
la serva s’affrettò a raccogliere.
– Da’ qua! da’ qua!
Era scritto a lapis, senza intestazione, senza data, e diceva cosí:
Impossibile, oggi. Forse venerdí.
ALBERTO.
– Alberto... – ripeté, guardando la serva. – È lui! Alberto... Lo conosci? Non
sai nulla? proprio nulla! Parla!
– Nulla, signorino mio, gliel’ho detto!
Cercò di nuovo nello stipetto, poi nei cassetti degli armadii, dovunque,
scompigliando ogni cosa. Non trovò nulla. Solo quel nome! Solo questa notizia:
che il padre di quel bimbo si chiamava Alberto. E suo padre, Cesare... Due nomi:
nient’altro. E lei, di là, morta. E tutti quei mobili della casa, inconsapevoli,
impassibili. E lui, ora, senza piú nessun sostegno, in quel vuoto, con quel
bimbo là, che, appena nato, non apparteneva piú a nessuno; mentre lui almeno,
finora, aveva avuto la madre. Buttarlo via? No, no, povero piccino!
Commosso da una veemente pietà, ch’era già quasi tenerezza fraterna, sentí
destarsi dentro una disperata energia. Trasse dallo stipetto alcune gioje della
madre e le diede alla serva, perché cercasse di cavarne denaro, per il momento.
Si recò nella saletta per pregare il custode, che l’aveva accompagnato, di
attender lui a quanto si doveva ancor fare per la mamma. Ritornò dalla
levatrice, per pregarla di cercare subito una balia. Corse a prendere il suo
berretto da collegiale, là, nella camera mortuaria; e dopo avere in cuor suo
promesso alla madre che quel suo piccino non sarebbe perito e neanche lui, corse
al collegio, a parlare col Direttore.
Era divenuto un altro, in pochi istanti. Espose al Direttore, senza un lamento,
il suo caso, il suo proposito, chiedendogli ajuto, sicuramente, con la ferma
convinzione che nessuno avrebbe potuto negarglielo, perché ne aveva il diritto
sacrosanto, ormai, per tutto il male che, innocente, gli toccava soffrire, dalla
propria madre, da quell’ignoto che gli aveva dato la vita, da quest’altro ignoto
che gli aveva tolto la madre, lasciandogli in braccio un bambino appena nato.
Il Direttore che, ascoltandolo, stava a mirarlo a bocca aperta e con gli occhi
pieni di lagrime, subito lo assicurò che avrebbe fatto di tutto per ottenergli
al piú presto un soccorso, e che non lo avrebbe mai, mai abbandonato. Se lo
strinse al petto, pianse con lui, gli disse che quella sera stessa sarebbe
venuto a trovarlo a casa e, sperava, con una buona notizia.
– Sta bene. Sissignore. L’aspetto.
E ritornò di furia a casa.
Il soccorso, tenue, giunse sollecito; e Cesarino quasi non se ne accorse, perché
serví subito per il trasporto della mamma, a cui pensarono gli altri.
Egli non pensò piú che al bambino, come salvarlo insieme con sé, fuori, fuori di
quella trista casa dove tanta agiatezza, chi sa come, chi sa donde era entrata,
per finir di confonderlo: mobili, tende, tappeti, stoviglie, tutto quell’arredo,
se non proprio di lusso, certo costoso. Lo guardava quasi con rancore per il
segreto ch’esso serbava della sua provenienza. Bisognava disfarsene al piú
presto, trattenendo soltanto le cose piú umili e necessarie per arredarne le tre
povere stanzette, prese a pigione fuori di porta con l’ajuto del Direttore del
collegio.
Coi negozianti di mobili usati e i rigattieri ai quali si rivolse per consiglio
degli altri casigliani, ne contrattò la rivendita con accanimento; perché – cosa
strana! – gli parve che appartenessero sopratutto al bambino, quei mobili, or
che la mamma era morta per lui, rendendo nota a tutti cosí la vergogna di
quell’agiatezza; e al bambino almeno perdio, si poteva concedere il diritto,
piccino com’era e ignaro di tutto, di non sentirla quella vergogna – se uno
invece di lui, ne difendeva gl’interessi.
Avrebbe rivenduto anche gli abiti e tante galanterie rimaste della mamma a una
malinconica rigattiera malaticcia, che gli si presentò tutta gale e cascante di
stanchezza e di vezzi, se costei, parlando molle molle tra dolci sorrisi non gli
avesse lasciato intendere a quale clientela destinava quegli abiti e quelle
gale. La cacciò via. Ah quelle spoglie, quasi vive ancora, come serbavano il
profumo che tanto lo aveva turbato negli ultimi tempi! Gli parve ora, nella
bracciata che ne fece per andarle a riporre, di sentirci come l’alito del bimbo,
a riprova della strana impressione che tutto, tutto lí appartenesse a lui,
lavato, incipriato, avvolto in quel corredino ricco ch’ella gli aveva preparato
prima di morire. Ecco, gli appariva ormai come una cosa preziosa, preziosa e
cara, quel bimbo, non piú soltanto da salvare, ma anche da tener custodito con
tutte quelle cure che certamente avrebbe avuto per lui la mamma, di cui era
felice di risentire in sé, cosí d’improvviso ridestata, la bella alacrità
coraggiosa.
Non s’accorgeva, come potevano accorgersi gli altri, che la vivace e ardente
prontezza disinvolta della mamma, nella sgraziata magrezza del suo corpicciuolo,
appariva come un disperato sforzo, che lo rendeva ispido, sospettoso ed anche
crudele. Sí, anche crudele, come si dimostrò nel licenziare la vecchia serva
Rosa che pure era stata tanto buona per lui, in quel trambusto. Ma non gli si
poteva voler male di quello che faceva o che diceva. Era giusto, in fondo, che
licenziasse la serva, dovendo sostenere la grossa spesa della balia per il
bambino: avrebbe, sí, potuto farlo con un altra maniera; ma gli si perdonava
anche questa, come del resto gliel’aveva perdonato la stessa Rosa; perché forse,
poverino, neanche il sospetto poteva avere d’esser crudele verso gli altri, lui
che sperimentava in quel momento e in quella misura la crudeltà feroce della
sorte. Tutt’al piú, se la compassione non l’avesse impedito, sorridere se ne
poteva, nel vederlo cosí assaettato, con quelle spallucce strette e troppo in
su, e la faccetta pallida e dura protesa come a rintuzzare, con gli occhi aguzzi
dietro quelle forti lenti da miope. Affannato, angosciato dalla paura di non
arrivare mai a tempo, correva di qua, di là, per trar partito da tutto. Lo
ajutavano e non ringraziava nemmeno. Non ringraziò neanche il Direttore del
collegio quando, nella casetta nuova, dopo lo sgombero, venne ad annunziargli
che gli aveva trovato il posto di scrivanello al Ministero della Pubblica
Istruzione.
– È poco, sí. Ma verrai la sera al collegio, all’uscita dal Ministero, per
qualche lezioncina privata ai convittori, scolaretti del ginnasio inferiore.
Vedrai che ti basterà. Tu sei bravo.
– Sissignore. Ma l’abito?
– Che abito?
– Non posso mica andare al Ministero vestito ancora da collegiale.
– Indosserai uno degli abiti che avevi prima d’entrare in collegio.
– Nossignore, non posso. Sono tutti come li voleva la mamma, coi calzoni corti.
E poi, neanche neri.
Ogni difficoltà che gli si parava davanti (ed erano tante!), lo irritava, piú
che sbigottirlo. Voleva vincere; doveva vincere. Ma il dovere di farlo vincere
pareva che spettasse agli altri, quanto piú lui ne dimostrava la volontà. E al
Ministero, se gli altri scrivani, tutti uomini maturi o vecchi, passavano il
tempo a far la burletta, nonostante la minaccia dei capi che quell’ufficio di
ricopiatura sarebbe stato soppresso per lo scarso rendimento che dava, egli
dapprima s’agitava sulla seggiola, sbuffando, o pestava un piede, poi si voltava
brusco a guardarli dal suo tavolino, battendo il pugno sulla spalliera della
seggiola; non perché gli paresse disonesta quella loro stupida negligenza, ma
perché, non sentendo l’obbligo di lavorare con lui e quasi per lui, lo mettevano
a rischio di perdere il posto. Nel vedersi cosí richiamati al dovere da un
ragazzo, era naturale che quelli ridessero e se lo pigliassero a godere. Balzava
in piedi; minacciava d’andarli a denunziare; e faceva peggio; perché quelli,
ecco, lo sfidavano a farlo; allora lui doveva riconoscere che, facendolo,
avrebbe forse affrettato il danno di tutti. Restava a guardarli come se con le
loro risate gli avessero squarciato il ventre; poi ricurvava le spallucce sul
tavolino, e dàlli a ricopiare, a ricopiare quante piú carte poteva, a rivedere
anche le poche ricopiate dagli altri per levarne via gli errori; sordo ai
motteggi con cui quelli ora si spassavano a sbottoneggiarlo. Certe sere, perché
il lavoro assegnato all’ufficio fosse terminato, usciva dal Ministero un’ora
dopo tutti gli altri. Il Direttore se lo vedeva arrivare al collegio, trafelato
ansante, con gli occhi induriti dalla fissità spasimosa che dava loro il
pensiero di non bastare a difendersi dalle difficoltà e le contrarietà della
sorte, a cui purtroppo si univa anche la malignità degli uomini, adesso.
– Ma no, ma no, – gli diceva il Direttore, per confortarlo; e qualche volta
anche lo rimproverava amorevolmente.
Non sentiva né i conforti né i rimproveri; come per via correndo, non vedeva mai
nulla; la mattina, per trovarsi puntuale all’ufficio, venendo dalla casa lontana
fuor di porta; a mezzogiorno, per ritornare fin là a desinare, e poi per
ritrovarsi a tempo all’ufficio alle tre, sempre a piedi sia per risparmiare i
soldi del tram, sia per la paura di mancare all’orario stando ad aspettare che
quello passasse. Non ne poteva piú, la sera. Si sentiva cosí stanco, che neanche
la forza aveva di reggere in braccio Ninní, stando in piedi. Doveva prima
sedere.
Sul balconcino dalla ringhiera di ferro arrugginita, che gli era parso tanto
bello dapprima là alla vista degli orti suburbani, ora, tenendo sulle ginocchia
Ninní, avrebbe voluto compensarsi delle corse, delle fatiche, delle amarezze di
tutta la giornata. Ma il bimbo, che aveva già circa tre mesi, non voleva stare
con lui, forse perché, non vedendolo quasi mai durante la giornata, ancora non
lo riconosceva; fors’anche perché egli non lo sapeva tener bene in braccio; o
perché aveva già sonno, come diceva la balia per scusarlo.
– Su, me lo ridía, gli farò far la nanna; e poi penserò a lei, per la cena.
Aspettando la cena, lí seduto sul balconcino, nell’ultima luce fredda del
crepuscolo, guardando (senza neppur forse vederla) la fetta di luna già accesa
nel cielo scialbo e vano poi abbassando gli occhi sulla sudicia stradicciuola
deserta costeggiata da una parte da una siepe secca e polverosa a riparo degli
orti, si sentiva invader l’anima, in quella stanchezza, da uno squallore
angoscioso; ma non appena il pianto accennava di pungergli gli occhi, serrava i
denti, stringeva nel pugno la bacchetta di ferro della ringhiera, appuntava lo
sguardo all’unico fanale della stradicciuola, a cui i monellacci avevano
fracassato a sassate due vetri, e si metteva a pensar cose cattive, apposta,
contro gli scolaretti del convitto, anche contro il Direttore, ora che non
sentiva piú di poter essere come prima fiducioso con lui, avendo capito che gli
faceva il bene, sí, ma quasi piú per sé, per il compiacimento di sentirsi, lui,
buono; il che gli dava adesso, nel riceverne quel bene, come un impiccio
d’umiliazione. E quei compagni d’ufficio, coi loro sudici discorsi e certe
sconce domande che avrebbero voluto avvilirlo di vergogna: «se e come faceva;
se l’aveva mai fatto». Ed ecco, un improvviso convulso di lagrime lo
assaliva al ricordo d’una sera che, andando al solito di furia per via come un
cieco, aveva inciampato in una donnaccia di strada la quale, subito, fingendo di
pararlo, se l’era premuto al seno con tutte e due le braccia, costringendolo
cosí a cogliere con le nari sulla carne viva, oscenamente, il profumo, quel
profumo stesso della sua mamma; per cui s’era strappato da lei, mugolando, ed
era fuggito via. Gli pareva ora di sentirsi frustato dal dileggio di quelli: «Verginello!
verginello!», e tornava a stringere nel pugno la bacchetta della ringhiera e a
serrare i denti. No, non avrebbe potuto mai farlo, lui, perché sempre,
sempre avrebbe avuto nelle nari, a dargliene l’orrore, quel profumo della madre.
Ora, nel silenzio, gli arrivavano i secchi tonfi sul mattonato dei piedi della
seggiola prima i due davanti, poi i due di dietro, dondolata dalia balia che
addormentava i piccino; e di là dalla siepe il frusciare dell’acqua che usciva a
ventaglio dalla tromba lunga come un serpente con cu l’ortolano annaffiava
l’orto. Quel fruscío d’acqua gli piaceva, gli rinfrescava lo spirito; e non
voleva che, per distrazione dell’ortolano, in qualche punto ne cadesse troppa lo
avvertiva subito dal rumore della terra che si faceva creta e n’era come
affogata. Perché gli veniva a mente adesso quella tovaglietta da tè, damascata,
con l’orlo cilestrino e i pèneri fitti fitti, che la mamma stendeva su un
tavolinetto per offrire il tè a qualche amica, capitando insolitamente a casa
verso le cinque? Quella tovaglietta... il corredino di Ninní... l’eleganza, il
gusto, quello scrupolo di pulizia della mamma; e ora, ecco stesa là sulla tavola
una sudicia tovaglia; la cena non ancora preparata; il suo letto, di là, non
ancora rifatto dalla mattina, e fosse stato almeno ben curato il bimbo; ma
nossignori: sporca la vestina, sporco il bavaglino; e a muoverne a quella balia
il minimo rimprovero, già la certezza d’indispettirla e il pericolo ch’ella
approfittasse dell’assenza di lui per sfogare il dispetto contro la creaturina
innocente; e poi subito pronta la doppia scusa che, dovendo badare al bambino,
non aveva tempo né di rassettare la casa né di attendere alla cucina; e che, se
mancava al bambino qualche cura, questo dipendeva perché le toccava far anche da
serva e da cuoca. Brutta zoticona, venuta su dalla campagna che pareva un tronco
d albero, e che ora credeva di farsi bella, pettinandosi coi capelli alti e
infronzolandosi. Ma pazienza! 11 latte, lo aveva buono; e il bimbo, quantunque
trascurato, prosperava. Ah, come somigliava alla mamma! Gli stessi occhi e quel
nasino, quella boccuccia... La balia gli voleva far credere che somigliasse a
lui, invece. Ma che! Chi sa a chi somigliava lui! Ma ormai, non gl’importava piú
di saperlo. Gli bastava che Ninní somigliasse alla mamma; n era felice, anzi,
perché, cosí non avrebbe baciato su quel visino alcun tratto che avrebbe potuto
fargli nascere l’idea di quell’ignoto, che ormai non si curava piú di scoprire.
Dopo cena, sulla stessa tavola appena sparecchiata, si metteva a studiare, con
l’intenzione di presentarsi l’anno appresso agli esami di licenza liceale, per
entrar poi – con l’esenzione dalle tasse, se gli veniva fatto – all’Università.
Si sarebbe iscritto in legge, e se riusciva a ottener la laurea, questa gli
avrebbe servito per qualche concorso di segretario allo stesso Ministero della
Pubblica Istruzione. Voleva sollevarsi al piú presto da quella meschina e non
ben sicura condizione di scrivano. Ma studiando, certe sere, era a poco a poco
invaso e vinto da un cupo scoraggiamento. Gli parevan cosí lontane dal suo
presente affanno quelle cose da studiare! E, distratto in quella lontananza,
sentiva come vano il suo stesso affanno; e che non dovesse né potesse aver mai
fine. Il silenzio di quelle tre stanzette quasi nude era tanto, che gli faceva
perfino avvertire il ronzío del lume a petrolio tolto dalla sospensione e posato
lí sulla tavola per vederci meglio: si toglieva le lenti dal naso; fissava con
gli occhi socchiusi la fiamma e grosse lagrime allora gli pollavano dalle
pàlpebre e piombavano sul libro aperto sotto il mento.
Ma erano momenti. La mattina dopo tornava ad assaettarsi piú ostinato,
protendendo dalle spallucce ricurve, a modo dei miopi, quell’ossuto visetto di
cera, stirato e madido, con quei capelli lisci di malato, troppo cresciuti tra
gli orecchi e le gote, e quella violenza delle lenti che gli smaltavano gli
occhi rimpiccoliti lucenti e precisi, pinzandogli a sangue le gracili pareti del
naso.
Di tanto in tanto veniva a fargli qualche visitina Rosa, la vecchia serva. Piano
piano gli faceva notare anch’essa tutte le magagne di quella balia; e, per
metterlo in guardia, gli riferiva quanto le dicevano sul conto di lei le donne
del vicinato. Cesarino si stringeva nelle spalle. Sospettava che Rosa parlasse
per rancore, perché fin da principio, per non essere mandata via, gli aveva
proposto d’allevare il bimbo col latte sterilizzato, come aveva veduto fare a
tante mamme che se n’erano poi trovate contente. Ma le dovette render giustizia
alla fine, quando si vide costretto a cacciar via su due piedi quella balia già
gravida da due mesi. Per fortuna il bambino non soffrí del cambiato allevamento,
anche per le cure amorose della buona vecchia, la quale si mostrò lietissima di
ritornare al servizio di que due abbandonati.
E ora, finalmente, Cesarino poté assaporare davvero la dolcezza della pace
conquistata con tanta pena. Sapeva, il suo Ninní affidato in buone mani, e
poteva lavorare e studiar tranquillamente. La sera, rincasando, trovava tutta in
ordine; Ninní lindo come uno sposino, e gustosa la cena e soffice il letto. Era
la felicità. I primi gridolini, certe mossette piene di grazia di Ninní lo
facevano impazzire dalla gioja. Lo mandava a pesare ogni due giorni, per paura
che calasse di peso con quell’allattamento artificiale, nonostante che Rosa lo
rassicurasse:
– Ma non sente che a momenti pesa piú di me? Sempre con la trombetta in bocca!
La trombetta era il biberon.
– Su, Ninní, fatti una sonatina!
E Ninní, subito: non se lo faceva dire due volte, e non gli bastava che gliela
reggessero gli altri, la trombetta se la voleva reggere anche da sé, là, da
bravo trombettiere e socchiudeva languidi i cari occhiuzzi dalla voluttà. Lo
guardavano tutt’e due, in estasi; e, poiché il bimbo, spesso prima che finisse
di succhiare, s’addormentava, zitti zitti si levavano e andavano in punta di
piedi e rattenendo il respiro a deporlo nella cuna.
Riprendendo lo studio serale con raddoppiata lena, ormai sicuro dell’esito, le
vere ragioni per cui Napoleone Bonaparte era stato sconfitto a Waterloo,
Cesarino oramai le penetrava benissimo.
Se non che, una sera, rientrando in casa – di furia, come soleva, quasi assetato
d’un bacio del suo Ninní – fu arrestato su la soglia da Rosa, la quale, tutta
turbata, gli annunziò che c’era di là un signore che voleva parlargli e che lo
aspettava da una buona mezz’ora.
Cesarino si trovò di fronte un uomo di circa cinquant’anni, alto di statura e
ben piantato, vestito tutto di nero per lutto recentissimo, grigio di capelli e
bruno in volto dall’aria cupa, grave. Si era alzato al suono del campanello
della porta, e lo attendeva nella saletta da pranzo.
– Desidera parlarmi? – gli domandò Cesarino, osservandolo, sospeso e costernato.
– Sí, da solo; se permette.
– Venga, entri.
E Cesarino gl’indicò l’uscio della sua cameretta e lo fece passare avanti; poi,
richiuso l’uscio, con le mani che già gli ballavano, si volse, alterato in viso,
pallidissimo, con gli occhi strizzati dietro le lenti e le ciglia corrugate, e
avventò la domanda:
– Alberto?
– Rocchi, sí. Sono venuto...
Cesarino gli s’appressò, convulso, trasfigurato, come se volesse inveire:
– A far che? In casa mia?
Quegli si trasse indietro, impallidendo e contenendosi:
– Mi lasci dire. Vengo con buone intenzioni.
– Che intenzioni? Mia madre è morta!
– Lo so.
– Ah, lo sa? E non le basta? Se ne vada via subito, o lo farò pentire!
– Ma scusi!
– Pentire, pentire d’esser venuto qua a infliggermi l’onta...
– Ma no... scusi...
– L’onta della sua vista! Sissignore. Che vuole me?
– Se non mi lascia dire, scusi... Si calmi! – riprese egli, cosí investito,
sconcertato. – Io comprendo... bisogna che le dica...
– No! – gridò Cesarino, risoluto, fremente, levando le gracili pugna. – Guardi,
io non voglio saper nulla! Non voglio spiegazioni! Le basti avere osato di
comparirmi davanti! E se ne vada!
– Ma qua c’è mio figlio... – disse allora quegli, torbido e spazientito.
– Vostro figlio? – inveí Cesarino. – Ah, siete venuto per questo? Ve ne
ricordate adesso, che c’è vostro figlio qua?
– Prima non potevo... Se non mi lasciate dire...
– Che volete dire? Andate via! Andate via! Avete fatto morire mia madre! Andate
via, o chiamo gente!
Il Rocchi socchiuse gli occhi; trasse, gonfiandosi, un profondo sospiro e disse:
– Va bene. Vuol dire che farò valere altrove le mie ragioni.
E s’avviò.
– Ragioni? Voi? – gli gridò dietro Cesarino, perdendo il lume degli occhi. –
Miserabile! Dopo che m’hai ucciso la madre, vuoi aver ragioni da far valere? Tu,
contro di me? Ragioni?
Quegli si voltò a guardarlo, fosco; ma aprí poi la bocca a un sorriso tra di
sdegno e di compassione per la gracilità di quel ragazzo che lo insultava.
– Vedremo, – disse.
E se n’andò.
Cesarino rimase al bujo, nella saletta, dietro la porta tutto vibrante
dell’impeto violento che in lui, timido, debole, avevano fatto il rancore,
l’onta, la paura di perdere il suo piccino adorato. Rimessosi alla meglio, andò
a bussare all’uscio di Rosa, che s’era chiusa a chiave, col bimbo stretto tra le
braccia.
– Ho capito! ho capito! – gli disse Rosa.
– Voleva Ninní.
– Lui?
– Sí. E le sue ragioni, capisci? vuol far valere...
– Lui? E chi può dar ragione a lui?
– È il padre. Ma mi può togliere forse Ninní ora? L’ho cacciato via, come un
cane! Gli ho detto che... che m’ha ucciso la madre... e che l’ho raccolto io, il
bambino... e che ora è mio, è mio; e nessuno me lo può strappare dalle braccia!
Mio! mio!... Guarda un po’... Miserabile... assa... assassino...
– Ma sí! ma certo! si calmi, signorino! – gli disse Rosa, piú afflitta e
costernata di lui. – Mica con la forza potrà venire a prenderglielo, il bambino.
Lei avrà pure le sue ragioni da far valere. E vorrei veder questa, ora, che ci
levassero Ninní che abbiamo allevato noi. Ma stia tranquillo, che non si farà
piú vedere, dopo la degna accoglienza che Lei gli ha fatta.
Né queste, però, né altre assicurazioni che la buona vecchia ripeté durante
tutta la sera, valsero a tranquillare Cesarino. Il giorno dopo, là, al
Ministero, provò un vero, eterno supplizio. A mezzogiorno, scappò a casa,
trepidante, col cuore in gola. Non voleva piú ritornare all’ufficio per le tre
del pomeriggio; ma Rosa lo spinse ad andare, promettendogli che avrebbe tenuto
la porta sprangata e non avrebbe aperto a nessuno e che non avrebbe lasciato
Ninní neanche per un minuto. Cosí egli andò; ma rincasò alle sei, senza recarsi
al collegio per la ripetizione agli scolaretti.
Nel vederselo davanti come uno stordito, cosí abbattuto e costernato, Rosa cercò
in tutti i modi di scuoterlo. Ma invano. Aveva un presentimento Cesarino, che
gli rodeva l’anima e non gli dava requie. Passò insonne tutta la nottata.
Il giorno appresso, non ritornò a casa a mezzodí per il desinare. La vecchia
Rosa non sapeva come spiegarsi quel ritardo. Verso le quattro, finalmente, lo
vide arrivare ansante, livido, con una fissità truce negli occhi.
– Devo darglielo. M’hanno chiamato in questura. C’era anche lui. Ha mostrato le
lettere di mia madre. È suo.
Disse cosí, a scatti, senza alzar gli occhi a guardare il bimbo, che Rosa teneva
in braccio.
– Oh cuore mio! – esclamò questa, stringendosi al seno Ninní. – Ma come? Che ha
detto? Come ha potuto la giustizia?. ..
– È il padre! è il padre! – rispose Cesarino. – Dunque è suo!
– E lei? – domandò Rosa. – Come farà lei?
– Io? Io, con lui. Ce n’andremo insieme.
– Con Ninní, da lui?
– Da lui.
– Ah, cosí?... tutt’e due insieme, allora? Ah, cosí va bene! Non lo lascerà... E
io, signorino? questa povera Rosa?
Cesarino, per non risponderle direttamente, si tolse in braccio il piccino, se
lo strinse al petto, e, piangendo, cominciò a dirgli:
– La povera Rosa, Ninní? Insieme con noi anche lei? Non è giusto! Non si può! Le
lasceremo tutto, alla povera Rosa. Questa poca roba che è qua. Stavamo insieme
tanto bene, tutt’e tre, è vero, Ninní mio? Ma non hanno voluto... non hanno
voluto...
– Ebbene, – disse Rosa, inghiottendo le lagrime. – Si vuole affliggere cosí per
me, adesso, signorino? Io sono vecchia; non conto piú; Dio per me provvederà.
Purché siano contenti loro... Del resto, dica: non potrò forse venire a
trovarla, a vedere questo mio angioletto? Non mi cacceranno via, se verrò. Alla
fin fine, perché non dev’essere cosí? Passato il primo momento, sarà forse anche
un bene per lei, signorino, che le pare!
– Forse, – disse Cesarino. – Intanto, Rosa, bisogna che tu prepari tutto,
presto... tutto quello che abbiam fatto a Ninní, le mie robe e le tue anche. Si
va via stasera. Siamo aspettati a pranzo. Senti: io ti lascio tutto...
– Che dice, signorino mio! – esclamò Rosa.
– Tutto... tutto quel po’ che ho con me... in denaro. Ben altro ti debbo, per
tutto l’affetto... Zitta, zitta! No ne parliamo. Tu lo sai, e io lo so. Basta.
Anche quei pochi mobili... Noi troveremo di là un’altra casa... Tu farai di
questa ciò che vorrai. Non mi ringraziare. Prepara tutto e andiamo via. Tu,
prima. Non saprei andarmene, lasciandoti qua. Poi, domani, verrai a trovarmi, e
io ti lascerò la chiave e tutto.
La vecchia Rosa obbedí, senza rispondere. Aveva il cuore cosí gonfio che, ad
aprir la bocca per parlare, singhiozzi, certo, e non parole le sarebbero venuti
fuori. Preparò tutto, anche il suo fagotto.
– Lo lascio qua? – domandò. – Tanto, se domani debbo ritornare...
– Sí, certo, – le rispose Cesarino. – E ora, eccoti bacia Ninní... Bacialo, e
addio.
Rosa si prese in braccio il piccino che guardava un po’ sbigottito; ma non poté
in prima baciarlo: bisognò che si sfogasse un pezzo, pur dicendo:
È una sciocchezza piangere... perché domani... Ecco a lei, signorino... se lo
prenda. E coraggio, eh? Un bacio anche a lei... A domani!
Se ne andò senza voltarsi indietro, soffocando i singhiozzi nel fazzoletto.
Subito Cesarino sprangò la porta. Si passò una mano su i capelli, che gli si
drizzarono, irti. Andò a posare Ninnì sul letto: gli mise in mano l’orologino
d’argento, perché stesse quieto. Scrisse in gran fretta poche righe su un foglio
di carta: la donazione a Rosa della povera suppellettile di casa. Poi scappò in
cucina; preparò lesto lesto un buon fuoco; lo portò in camera; chiuse gli scuri,
l’uscio e al lume della lampadina che la vecchia Rosa teneva sempre accesa
davanti un’immagine della Madonna, si stese sul letto accanto a Ninní. Questo
allora lasciò cadere sul letto l’orologino, e – al solito – alzò la mano per
strappare dal naso al fratello le lenti. Cesarino, questa volta, se le lasciò
strappare; chiuse gli occhi e si strinse il bimbo al petto:
– Quieto, ora, Ninní, quieto... Facciamo la nanna bellino, la nanna.
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